M’odia, non m’odia

E’ ufficiale: “Mi odi?” è la domanda che le truppe di agguerritissime e accuminatissime zanzare che popolano l’East discomfort dell’Idroscalo rivolgevano al fangoso popolo del male. L’occasione è stata la terza edizione del MiOdi, il festival che mette in scena la miglior kermesse dell’ area metal, hardcore, post-hardcore, noise, psichedelica e sperimentale da tutto il mondo. E’ il rovescio della medaglia del mellifluo MiAmi, con location al Circolo Magnolia, Idroscalo, Milano.

Tre palchi: il Main Stage, il Rock Hard Into The Void stage e il Messicano con aggiunta di stand di genere metal/noise/esoteric. Il cartellone era succulento e prevedeva ben 15 gruppi in una manciata di ore, così  dopo il solito slalom nel traffico meneghino sguscio come una biscia in zona evitando il furto dei parcheggi abusivi da 5 euro e piazzandomi in zona rimozione; L’Occhio che odia dio mi ha protetto in questo caso, giusto in tempo per i jappi Church of Misery, band supporto per il tour nichilista europeo degli EyeHateGod.
Potenti, epici, samurai del doom ripercorrono gli intrecci sabbathiani e hard Seventies, coverizzando anche “City on  Flame” dei Blue Oyster Cult, una prova live di rara intensità che infiamma il pubblico in perenne slamdance – e soprattutto esaspera i raid delle zanze, che sembrano apprezzare questo nippo sludge.

Rapido cambio di palco, sbircio i The Secret silenziosamente; fa troppo caldo per rintanarsi all’interno del locale. Mentre mi apposto oltre il border del pogo per gli immensi EyeHateGod sento un po’ di voci scorate sulla breve esibizione dei Midryasi e i pessimi suoni per i Boris.

Mike Williams si aggrappa al microfono un po’ stonato sfoggiando una detroitiana t-shirt degli MC 5 farfuglia qualcosa di incomprensibile mentre catacombale emerge l’armata delle tenebre sonora capitanata dai riffoni di Jimmy Bower e dai ritmi macilenti e paludosi  di Joey LaCaze. Si pesca a piene mani da In the Name of Suffering fulminante esordio al sordido stoner sludge, con il siparietto dei colleghi amici Church of Misery sul palco con loro e un inaspettato bis a scardinare la deadline di chiusura.
E’ apparsa chiara da subito una censura ai decibel paurosa, il popolo rumoreggiava infastidito inveendo contro il service con cori che all’unanimità inneggiavano  “volume-volume”. Ma il politically decibel correct è rimasto inalterato fino a fine esibizione.

Mentre mi avvio verso l’uscita con la benefica sorpresa di ritrovare l’auto con tutti gli accessori al proprio posto, una zanzara rimasta infilzata nella mia testa mi suggerisce la considerazione che in effetti lo sludge sembra la deriva più credibile del genere metal stoner ora in circolazione – crocicchio tra l’escatologia doom, la virulenza disperata del gospel zydeco blues e la brutalità marcia e post atomica dell’hardcore sotto l’inestinguibile fiamma sabbatthiana a sigillare  l’immondo incesto.

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