Zabrisky point

Zabrisky – Fortune Is Always Hiding (Shyrec, 2011)

Dai, non fate quelle facce. Mica vi ascolterete tutto il santo giorno del marcio garage punk, no? Ok la velocità, ok la distorsione, ok la zozzeria, ma dopo trenta minuti di Teengenerate ci vuole qualcosa per depressurizzarsi.

Io, per depressurizzarmi, ascolto sempre dell’ottimo pop anni Novanta stile Creation Records. Avete presente, no? Quella fantastica etichetta fondata da Alan McGee, che ha avuto il merito di lanciare gente come Teenage Fanclub, Primal Scream, eccetera.
Ecco, prendiamo i primi. E veniamo al disco oggetto della recensione, giacché i veneziani Zabrisky, giunti al terzo disco, affinità con il gruppo scozzese capitanato da Norman Blake ne hanno parecchie. La circolarità dei riff, per esempio. La loro solarità, lezione che giunge da lontano, diciamo da gente come Byrds e Big Star.

È un pop’n’roll chitarristico da canzoni di due-minuti-due quello proposto dai Zabrisky, ma è roba fatta talmente bene che, come spesso succede, ti fa dimenticare immediatamente i molteplici riferimenti contenuti nel loro sound; così, che cosa ce ne importa se l’attacco di “Stone Inside” ricorda “Waterfall” degli Stone Roses: la canzone è talmente bella che sta in piedi da sola. Oppure “Getting Better So Far”, che sembra uno degli episodi migliori uscito dalle penne dei La’s.

E potremmo andare avanti così, ma la verità è che i Zabrisky hanno scritto un signor disco, e se questo fosse uscito in Inghilterra, ora starebbero tutti a gridare al miracolo. Dannati inglesi.
Composizioni solide, melodie cristalline, zuccherosamente irresistibili ( ascoltate “Calling Home” e provate a non cantarla sotto la doccia), che verso la fine sfocia in una slackness da figli di puttana degna dei migliori fratellini Reid (l’accoppiata “Real Me” e “Good Company”, venate di soffice psichedelia molto british).

Questa è musica coi controcazzi. Pollice in alto per i Zabrisky.

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