Non è mai abbastanza

speedjakcersSpeedjackers – Enough Is Enough (Raw Lines/New Model Label, 2013)

Madonnadiddìo… e pensare che ce l’avevo da settimane lì, in attesa di quei 50 minuti di respiro per ascoltarlo. Minuti che non arrivavano mai (grazie vita, grazie lavoro).

Ebbene il disco degli Speedjackers (italianissimi e del giro degli ottimi Il Buio) è senza nemmeno mezza ombra di dubbio uno dei top del 2013 – lo metto insieme a quello degli SDH. Un vinile (300 copie numerate a mano, altrimenti c’è la versione cd) che lascia senza fiato, pur maneggiando ingredienti e armi convenzionali, anzi quasi disarmanti nella loro semplicità (altro…)

Il vuoto che avanza

Destruction-Unit-VoidDestruction Unit – Void (Jolly Dream, 2013)

[di Magda Cane]

Dare un giudizio a questo disco è stato difficile, considerando che si parla di un gruppo che ormai fa rock psichedelico e si chiama ancora Destruction Unit.
Self Destruction Of A Man e Death To The Old Flesh, usciti rispettivamente nel 2004 e 2006 son tra i miei dischi preferiti e i Destruction Unit erano una delle band della scena di Memphis (come Lost Sounds, Nervous Patterns, Final Solutions…) che ruotava attorno ai due personaggi chiave di Jay Reatard e Alicja Trout.
Nei Destruction Unit si alternavano a chitarra, voce e synth e senza dubbio sono stati i maggiori contributori alla definizione del suono della band: un mix di garage punk e new wave che ha generato canzoni dalle atmosfere nevrotiche (altro…)

Mad Max, punk e wave glaciale

Abbiamo conosciuto quest’anno i Words And Actions di Alessandria, un duo di coldwave in puro stile anni Ottanta, che ha sfornato nel giro di pochi mesi due nastri (Can’t Feel e Life Of Farewells). Roba intrigante e filologica, che striscia nei liquidi oscuri del gothic rock, della EBM, della wave, dell’elettronica pionieristica – il tutto con uno spirito ombroso, romantico e glaciale al contempo.

Ci hanno colpito molto e li abbiamo contattati per una breve chiacchierata, un classico botta e risposta via email (a parlare è Lace), per sapere un po’ di più sul loro conto. Eccola.

Domanda classica per rompere il ghiaccio: come/quando è nato il progetto WAA? Avevate altre esperienze musicali simili alle sonorità che proponete?
Il tutto ha avuto inizio nel 2010. In realtà erano già 2-3 anni che volevo mettere su un gruppo “anni 80”, ma non trovando musicisti adatti la gestazione è stata più lunga del previsto. Per quanto riguarda le nostre esperienze musicali pregresse, beh in realtà non abbiamo assolutamente la formazione che ti potresti aspettare. Nel nostro passato e presente abbiamo suonato svariate cose, death/thrash metal, math rock, prog, dubstep, hardcore, cybergrind, emocore, pop-punk, hip hop, sludge e forse qualcos’altro.

Da dove deriva la vostra ispirazione musicale, con esattezza?
L’atmosfera che cerchiamo di ricreare è quella tipica della scena coldwave francese. Fondamentalmente è un sotto-genere della darkwave, caratterizzato da sonorità più ruvide e glaciali e da un piglio per certi versi molto epico direi. A suo modo è un genere molto romantico (nel senso serio del termine). Partendo da questa base cerchiamo anche di inserire la fisicità e l’immediatezza della primissima scena EBM (DAF, Front 242, Nitzer Ebb per citare qualche nome).

Come vi dividete i compiti in fase di composizione, registrazione e live? In pratica, chi fa cosa?
Al momento io mi occupo della composizione e della registrazione. In sede live io canto mentre Paolo suona le parti di synth.

Che tipo di strumentazione usate? Siete per il vintage old school o emulate con software e computer?
Una strumentazione tipo Mad Max direi… live sulla voce uso un pedale per basso, Paolo usa una tastiera il cui segnale viene processato da una pedaliera per chitarra, la drum machine esce fuori da un iPod e il tutto entra in un mixerino quattro canali della Behringer.

Capitolo registrazioni: come lavorate e con che strumentazione?
Anche sotto questo aspetto direi che siamo piuttosto punk, ovvero ci siamo sempre arrangiati con quello che avevamo in casa. I suoni sono prodotti con una vecchia tastiera Casio regalatami all’età di 10 anni e fatti passare attraverso un pedale che simula un delay analogico con modulazione. La registrazione avviene su un mio vecchio computer, con sequencer, programmi di editing e mastering che ormai non userebbero neanche nella Corea del Nord. Ma alla fine per tirare fuori il suono giusto serve molto di più un orecchio allenato che non l’ultima versione aggiornata del programma di turno. Poi nel nostro caso il lo-fi non è una scelta ma una necessità del genere.

La scelta di diffondere la vostra musica solo su cassetta è interessante; secondo voi ci sono ancora molti appassionati che possiedono una piastra per ascoltare i nastri? Avete difficoltà a trovare le cassette per le vostre produzioni?
Da bravi nerd abbiamo optato per il supporto filologicamente più coerente con il tipo di musica. Inoltre gli appassionati di questo genere hanno quasi sempre una piastra per musicassette, anche perché molte release dell’epoca erano proprio su tape. Le cassette vergini le prendiamo da una ditta inglese specializzata in questo genere di prodotti.

Come funziona per quanto riguarda le occasioni di suonare: fate concerti spesso o con facilità? E con chi vi capita di suonare?
La situazione concerti è abbastanza complessa, pochi locali, poca organizzazione, poco pubblico. Noi per fortuna suoniamo un genere di nicchia e in quanto tale abbiamo un pubblico piuttosto attento, che viene volentieri ai concerti, che ti compra il disco e che magari indossa anche la tua maglietta. Comunque mi ricordo che negli anni Novanta era tutto molto più semplice e organizzato, anche la più sfigata città di provincia aveva almeno un locale o un centro sociale con uno o due concerti a settimana. Negli ultimi 10 anni invece c’è stato un netto declino del mondo delle sottoculture musicali, con ben poche eccezioni. Con chi ci capita di suonare? Beh dipende un po’ da chi organizza, fondamentalmente sono due i circuiti che si stanno interessando a noi, uno più strettamente legato all’universo dark e uno più vicino al mondo indie.

L’aspetto grafico/artistico è importante nel progetto WAA; raccontateci le suggestioni che ispirano il vostro immaginario visivo, magari approfondendo il discorso dei poster (perché, in quanti esemplari li stampate, come vengono realizzati, significato e messaggio…).
Ho sempre pensato che l’aspetto visuale non fosse affatto separabile dal discorso musicale. Il fascino che può esercitare un genere è sempre legato indissolubilmente all’immaginario che è in grado di (ri)evocare. Nello specifico trovo che la nostra musica si possa coniugare perfettamente con un tipo di grafica che mi è sempre piaciuta, ovvero quella delle cosiddette avanguardie storiche novecentesche, più precisamente nelle sue incarnazioni russe e olandesi (suprematismo, neoplasticismo, costruttivismo). I nostri poster sono in cartoncino colorato, l’unico inchiostro utilizzato è il nero e vengono stampati in poche copie numerate. A questo link potete vedere qualche foto e avere qualche informazione in più.

Il titolo “Seven Churches” nel vostro ultimo lavoro mi ha fatto sperare per un istante che aveste fatto una cover dei Possessed… la domanda è: avete in scaletta qualche cover? Se sì quali, se no perché?
Anch’io quando stavo caricando quel brano su YouTube e ho visto che i vari suggerimenti linkavano tutti ai Possessed mi sono preso bene, ahahah. No al momento non abbiamo cover in scaletta anche se in futuro non ci dispiacerebbe provare a mettere qualcosa, magari un pezzo dei Darkthrone.

Esiste una scena coldwave revival o vi reputate un episodio bizzarro nel panorama attuale?
Diciamo che indiscutibilmente negli ultimi anni c’è stato un notevole ritorno a sonorità tipicamente 80’s. Sull’argomento credo possa essere molto interessante un libro che non ho ancora trovato il tempo di leggere, Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato di Simon Reynolds, nel quale mi pare si discuti proprio dell’apparentemente inarrestabile (e a suo parere piuttosto negativa) tendenza attuale al recupero e al saccheggio di suoni e atmosfere dal passato. Diciamo che da musicista mi pongo meno questo tipo di problema, nel senso che almeno in questo aspetto della mia vita cerco di non razionalizzare più di tanto. Mi piace questa musica, faccio questa musica. Nel panorama internazionale attuale c’è sicuramente una scena “minimal wave” che raccoglie anche i gruppi più vicini alla coldwave e sicuramente c’è un crescente interesse anche per la dimensione live di questa sottocultura. Ovviamente non possiamo che esserne contenti.

Coldwave therapy for quick lobotomies

Words And Actions – Can’t Feel (autoprodotto, 2011)

Torna il duo alessandrino dei Words And Actions; dopo il nastro Life Of Farewells, si bissa con un’altra cassetta, in puro spirito Eighties. Più che di una semplice cassetta, in realtà, bisognerebbe parlare di un vero e proprio tape album, visto che Can’t Feel contiene ben 10 brani, che vanno a comporre un corpus monolitico di dark wave-cold wave a base di synth, drum machine e voci alla Ian Curtis/Andrew Eldritch.

Onestamente mi rendo conto di non essere la persona più adatta a giudicare e recensire con cognizione di causa un disco del genere – la mia ignoranza in campo di wave e sue correnti sotterranee è piuttosto crassa, a parte i pochi grossi nomi che tutti conoscono.
Quello che posso dire è che i WAA alle mie orecchie suonano credibili e filologici. Tanto a livello musicale, quanto a livello estetico – con quella grafica austera da epoca pre-desktop publishing. Per non parlare (scusate se mi ripeto) della scelta del nastro come mezzo per diffondere i loro pezzi.

Rispetto all’esordio poco o nulla è cambiato: le atmosfere sono intatte, la personalità del gruppo idem. L’unica vera differenza è la durata, che a mio personalissimo parere penalizza lievemente il lavoro; 10 brani sono un po’ tosti da ascoltare in sequenza. Non è un problema di qualità, ma proprio di intensità e stilemi legati al genere… roba da centellinare, che risulta più godibile in blitz di poche manciate di minuti, se non si è appassionati hardcore.

Questa recensione è ridicola, lo so. Ma il disco è veramente intrigante, a dispetto della mia incapacità – in questo momento – di gestire una comunicazione decente. Potete rendervene conto ascoltandolo in streaming su Soundcloud.

Intanto procuratevelo, è anche un oggettino di gran classe.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Fplaylists%2F1228274 “Can’t Feel” cassette (nov 2011) by Words and Actions

Ai confini degli anni Ottanta

Words And Actions – Life of Farewells (autoprodotto, 2011)

Questo duo alessandrino è quasi incontrovertibilmente composto da persone che gli anni Ottanta li hanno visti, nella migliore delle ipotesi, da un’aula d’asilo o poco più. Eppure il sound della loro dark wave è decisamente filologico e fedele, puzza di cantina di 30 anni fa, ha il colore del riflusso ideologico post anni Settanta (altro…)

Goditi il tuo scazzo

M!R!M – Enjoy Your Sorrow (Autoproduzione, 2011)

C’è della sfrontatezza, qui. C’è frastuono organizzato, caos indirizzato, frenesia (tanta frenesia), un’attitudine fortemente punk. E la giovane età, diamine. C’è anche la giovane età. Che storicamente nella musica è sempre stato un valore aggiunto, o sbaglio?

I M!R!M (che sta per My Rockin Mother) azzannano alla gola con un post-punk aggressivo e ipercinetico che non concede un attimo di tregua, con chitarre lancinanti figlie illegittime della wave glaciale inglese (Sister Of Mercy, i Wire della maturità, i Jesus And Mary Chain di “Psycho Candy”), unite alle solite nebulose shoegaze e a quella furia “sintetica” tipica dei primi CCCP.
È quindi tutto un susseguirsi di melodie che ci riportano indietro di almeno 25 anni, con un orecchio all’Inghilterra meno allineata che fu e con l’altro che beatamente se ne sanguina dopo aver udito i quattro minuti di feedback ultradistorti della conclusiva “Dew”.
I due giovincelli (21 e 23 anni) nei minuti precedenti ci avevano allietato con altri quattro brani tutti dal medesimo piglio, filastrocche cantate col rimmel sugli occhi e col rossetto sbavato alla Robert Smith, con chitarre che coprono tutti gli spazi manco fossero il Dunga dei bei tempi, con quella drum machine  ossessivo-compulsiva che pare programmata da un epilettico.

Ecco, forse l’assenza di un vero batterista è l’unica pecca che mi sento di muovere a questo EP; un uomo dietro alle pelli avrebbe sicuramente fornito ulteriore spinta, avrebbe donato più varietà alle ritmiche, le quali risultano essere alla lunga un pochino ripetitive.
Pecca veniale, suvvia: il lavoro scorre via che è un piacere, e i nostalgici dei suoni wave più abrasivi avranno di che godere.

Ci si vede al Korova Milk Bar

Malenky Slovos – Antiquambience (autoprodotto, 2010)

Gli spezzini Malenky Slovos – che prendono il loro nome dal gergo del folle Alex in Arancia Meccanica – hanno un’aspirazione alta, ossia quella di creare un sound senza precisi riferimenti (altro…)

Neodea, come fosse il 1993

FrontCoverNeodea – Teorema del delirio (Black Fading)

La Black Fading ci invia questo lavoro dei Neodea, band milanese dedita a un rock alternativo moderno, cantato in italiano (altro…)

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