Amico ‘taliano, compra droga indiana, tutto buono

sultan batherySultan Bathery – s/t (Slovenly, 2014)

Sultan Bathery è una città dell’India, nel distretto Wayanad di Kerala – qualsiasi cosa significhino queste indicazioni prese da Wikipedia e appartenenti alla geografia, disciplina da me aborrita fin dalla tenera età. E deve essere un posto di merda allucinante, visto che i tre vicentini Sultan Bathery hanno deciso di chiamare così la loro band proprio in onore del posto peggiore in cui sono mai stati (lo dicono nella loro bio) (altro…)

Vicenza-Montreal a/r con i sultani

sultanbatherycover2Sultan Bathery – s/t 7” (Zibi Records, 2012)

[di Denis Prinzio]

La scena garage punk in Italia è ricca di buone band, ma poche sfiorano l’eccellenza: nell’ultimo anno abbiamo assistito al mezzo passo falso dei Mojomatics e all’ottimo ritorno dei The Rippers (doppiamente recensiti da queste parti). In mezzo, tante uscite di medio valore che non hanno deluso, ma nemmeno fatto gridare al miracolo.

I Sultan Bathery, trio di Vicenza che vede dietro le pelli sedere Matteo “Madnuts” Muser (autore l’anno scorso di un buon split 7” con Dave Rave) stanno facendo le cose senza fretta (altro…)

I cavalieri dello zodiaco abitano a Berkeley

Argetti – New Seeds (No Reason, 2011)

Onestamente, e non me ne vogliate, penso che un nome peggiore di Argetti (che a quanto leggo è anche uno dei cavalieri dello zodiaco… ma per favore!) sia davvero difficile da trovare – così come è piuttosto folle decidere di affibbiarlo alla propria band, soprattutto se si decide di suonare punk rock. L’impressione iniziale, quindi, è stata gravemente negativa.

Ero quasi pronto a una recensione di quelle che nei primi Novanta, nella fanzine di Rev Norb, venivano fatte solo guardando la copertina e non ascoltando il disco, ma poi ovviamente ho fatto ciò che un uomo deve fare e l’ho messo nel lettore cd. E’ stato una piacevole sorpresa constatare che, nonostante il nome da tribunale dell’Aia, i vicentini Argetti suonano un ottimo pop punk fine Ottanta/primi Novanta, che trasuda letteralmente (e lo ripeto: trasuda, ne è intriso come una spugna) suggestioni inequivocabilmente riconducibili alla prima ondata di gruppi Lookout.

Lawrence Livermore probabilmente si sarebbe innamorato di loro nel 1991-92, visto che incarnano le anime che nel periodo aureo hanno contraddistinto l’etichetta di Berkeley: punk rock asciutto e semplice, suonato senza fronzoli e tecnicismi, ma soprattutto striato di sensibilità pop alla Smiths/Morrissey e attitudine emo-core (occhio ai termini: l’emo di cui si parla non è quello di adesso, ma proprio tuuuuuutta un’altra roba). Per utilizzare il solito giochino del “somiglia a”, direi che gli Argetti sono un improbabile ibrido di Monsula, primissimi Green Day e J Church, leggermente insaporiti in salsa anni Duemila e con una persistente vena malinconica a corredo.

Notevoli davvero, quindi: probabilmente hanno anche il giusto appeal per piacere ai relitti che la scena degli albori Lookout la hanno vissuta in prima persona, così come agli under 20 e ai famigerati twentysomething. E allora, bene così. Magari ogni tanto incazzatevi un po’ di più, invece di cedere incondizionatamente al lato melanconico del pop punk…

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