Mina, eroina, rotonde sul mare, amore e tragedia

wowWow – Dove sei (Vida Loca, 2014)

Complici le gioie fetenti della vita, ho impiegato mesi a mettere sul piatto questo 7″ – in arrapante vinile trasparente, per la cronaca. E non immaginerete nemmeno le bestemmie che ho tirato dopo averlo sentito… perché è un gran bel disco. Che i (o gli) Wow fossero una band ottima si era già intuito dai loro lavori precedenti, ma qui si cambia – e di molto – marcia (altro…)

E tanti saluti allo zio Lou…

Subsonics – In The Black Spot (Slovenly, 2012)

Mi preoccupo un po’ anche se faccio finta di niente. Perché mi rendo conto che l’età avanza e non fa sconti a nessuno, men che meno a me. Ad esempio il fatto che io abbia impiegato circa tre brani a capire che i Subsonics sono praticamente i Velvet Underground degli anni Dieci (si dirà degli anni dieci? Credo di sì, ma che cazzo, era tutto più facile nel secolo scorso, insomma…) è indicativo del mio declino.
All’inizio ho pensato: “Mah… che roba fanno questi? Un po’ troppo allegrotta”. Poi sono passato al “Beh, però son bravi dai” (altro…)

Merda che ‘zine…

Devo ammetterlo: Merda si presenta davvero in maniera che fa fede al suo nome… merdosa e come poche altre. Mi ricorda certe fanzine primi anni Novanta assemblate da alienati delle provincie più improbabili, che disegnavano col pennarello i logo dei gruppi, usavano una Olivetti anni Sessanta rotta e incollavano le foto ritagliate dai giornali per assemblare lavori ignobili scritti col culo.

La vera differenza è che in Merda ho trovato roba buona – seppur in sole sei pagine. Tipo: Merda mi ha fatto conoscere Mike Rep che nella mia ignoranza abissale non sapevo chi fosse. E già solo per questo la devo ringraziare umilmente.
Poi, visto che ci sono altre 5 pagine che avanzano, potrete leggere una storia trash-romanzata degli Ultra Twist (di cui è incluso un cd-r di quelli mini da due pollici o giù di lì), Psandwich (chi cazzo sono? Leggete Merda e scopritelo), un elogio in poesia ai Velvet Underground.

Beh, farà anche cagare come impatto visivo, ma Merda ha il suo bel perché. L’unica cosa che gradirei sarebbero articoli più lunghi: per il resto va bene così, cari Bubca boys (chi poteva concepire una fanzine simile se non loro?).

Non ho idea di quanto costi, ma voi scrivete a merdazine@gmail.com e chiedete.

Trio Banana went bananas

Trio Banana – 1/2 Fuck You (Bubca, 2012)

Bentornati Trio Banana, cavalieri della Bubcapocalisse con troppo Campari e gin in corpo per cavalcare alcunché. Questo nuovo cd-r in 50 copie, limited edition, con copertine colorate a mano – coi pennarelli di scuola – è lo-fi, live e sprezzante di ogni convenzione come tutta la produzione precedente, spingendo però un po’ di più l’acceleratore sul concetto di jam intossicata alla Velvet Underground.

Quattro tracce in presa diretta, in pura e scintillante cessofonia, per un viaggio a ritroso alla ricerca delle radici di quell’improvvisazione rock a bassa fedeltà figlia degli anni Sessanta più atroci e oscuri, delle droghe chimiche, del disagio e del rifiuto del mainstream. In poche parole, tanto per ripetere un concetto già toccato, punk prima che il punk fosse codificato.

Se Bob Quine fosse ancora vivo e non si fosse regalato una bella overdose à la coque, durante una vacanza romana non esiterebbe a immortalare il Trio Banana in un’epocale nuova serie di Amp Tapes. Poi dopo, forse, penserebbe seriamente a quell’overdose.

Affrettatevi, stolti.

I pagani caduti su Milano

Il Wizard Pub è – a volersi lanciare in metafore senza freni – il corrispettivo milanese del Whisky a Go Go di Los Angeles. Lungo i Navigli, come sul Sunset Strip, le rockstar del sottobosco meneghino cercano un po’ di refrigerio dalla paludosa arsura padana, in un’atmosfera costellata di freak mosquitoes e lattine di birra abbandonate sui tavolini.
Proprio al Wizard abbiamo un rendez vous con Marco Mezzadri (voce e basso nei Doggs), mentre cerca l’ispirazione giusta per qualche brano del disco a cui sta lavorando insieme a Christian Celsi – chitarra elettrica – e Grazia Mele – batteria. Davanti a una vodka ghiacciata le parole emergono come cannucce sommerse dall’alcool bianco del bicchiere.

Come ebbi già modo di scrivere su Black Milk a proposito del vostro esordio, credo che se i Doggs fossero stati francesi sarebbero stati da subito oggetto di culto, vista la storica simpatia per certe sonorità dei cugini d’Oltralpe. Dalle nostre parti un certo rock and roll fuori dagli standard sembra lottare strenuamente per non affossarsi nelle sabbie mobili e cadere nell’oblio. Questo immobilismo vi indispone?
Cazzo certo che ci indispone. Sputiamo il sangue in quella dannata cantina quasi tutte le sere, investiamo molte energie, per non dire tutte, nella nostra vita, (perché attenzione io per musica intendo vita e non hobby) per poi trovarci a sgomitare in un panorama noncurante o, peggio ancora, attento solo alle mode e alle apparenze. Come sottolineato più volte, noi non suoniamo per divertimento o per piacere: noi suoniamo per sopravvivere. La nostra musica esprime il nostro tentativo di vivere e sopravvivere. Ed è li che scatta il piacere… il piacere di vedere che tu sei vero, che fai musica vera e con i coglioni e non canzonette per far ballare i cretini.

Personalmente ritengo il vostro ep d’esordio The Doggs fulminante, dalle sonorità quasi arroganti che fanno pensare che dei gruppi seminali che vi influenzano – Stooges, Velvet, Dead Boys – non ve ne freghi poi molto. Nessun rispetto per il passato in pieno stile punk?
Sinceramente non c’è nessun grande interesse verso il passato. Abbiamo il dovuto rispetto per quanto è stato fatto, cosa che si evince chiaramente ascoltando la nostra musica, ma non ne siamo assorbiti o intimoriti. In fase creativa non abbiamo legami sicuri… tutto procede verso il nulla e dal nulla nasce il pezzo. Non ci sono schemi particolari: quando otteniamo il nostro suono andiamo semplicemente avanti.

Sempre a proposito del vostro primo lavoro: quanto è voluto e ricercato il vostro minimalismo e quanto invece è spontaneismo puro?
Il minimalismo nasce sicuramente dal nostro background musicale. Personalmente sono un cultore delle canzoni mono-riff e della semplicità unità all’originalità. Questa idea costituisce le fondamenta del progetto The Doggs. Ci tengo però a sottolineare che il nostro è un minimalismo assolutamente spontaneo, naturale, tendenzialmente inconsapevole.La cosa inevitabilmente si rispecchia anche nell’estetica Doggs e nell’artwork del primo ep. Credo che il punto di forza della nostra band sia proprio questo: la spontaneità. Poche stronzate e artifici. Noi siamo così. Prendere o lasciare.

In che modo siete arrivati alla stesura di Black Love? Raccontaci cosa e’ accaduto nel mezzo dei due dischi…
Dopo l’uscita del primo ep c’è stato un cambio di formazione. Alla chitarra è arrivato Christian e Black Love è il secondo figlio nato da questa nuova scopata. Alla stesura ci siamo semplicemente arrivati suonando come suonavamo prima. La setta si è riformata e i sabba sono andati avanti. Niente di più. Le dinamiche nel gruppo non sono minimamente cambiate.

Il sound dell’ep nuovo però si distacca fortemente da quello precedente. La tossicità e la cupezza sono aumentate esponenzialmente.
La notte: tragica, buia, depravata. La notte è Black Love.

Ogni band ha, per le leggi di mercato, il proprio pubblico da qualche parte nel pianeta; voi pensate di aver già trovato il vostro o siete ancora alla ricerca, facendo surf sull’onda lunga?
Non abbiamo ancora un reale pubblico. Non facciamo parte di nessuna scena. Ammesso che ne esista una. C’è stato un periodo in cui strizzavamo l’occhio per vedere cosa sarebbe potuto accadere, ma ora ne siamo completamente usciti. Fortunatamente la nostra integrità non è ancora stata minata. Questo non vuol dire che le nostre ambizioni siano diminuite. In realtà, a volte, penso che gli altri ci temano o che comunque non abbiano questo grande piacere ad averci in mezzo. Sarà che la nostra insita strafottenza non ci porta a creare (falsi) legami. In fondo siamo semplicemente, profondamente menefreghisti. La nostra attitudine è comunque sempre stata un’arma a doppio taglio.

Pensi che mettere un organo genitale in copertina possa ancora disturbare i benpensanti? Quanto è stata metabolizzata dalla vostra batterista una figa in copertina?
Non credo che una copertina possa ancora disturbare i “pensanti”. Black Love è zozzo, ci stava una copertina zozza e cafona. Tutto qua. La nostra batterista è sempre molto accondiscendente.

Siete una band che suona molto dal vivo, sia nel Nord Italia che all’estero, eppure il vostro atteggiamento naïve pare che non vada a genio a molti promoter o gestori di locali. Che ci sia dietro la solita mafietta del quartierino o c’è qualcosa che cova sotto?
Ultimamente non sappiamo cosa pensare. Le ultime date ce le hanno annullate per imprecisati motivi. Sta di fatto che al nostro posto hanno suonato band che a volte non centravano proprio nulla con il “clima” della serata. Non credo che al nostro livello si possa parlare di boicottaggio. Sarebbe ridicolo. Sicuramente non stiamo simpatici a molti o semplicemente non ci conoscono e quindi si buttano sulle band già “avviate”. Poi quando ti vengono a dire di non essere offensivo col pubblico perché altrimenti ti metti in cattiva luce… beh allora giochi a prendermi per il culo. La mafietta locale esiste ma è ridicola. Milano è una metropoli vuota. C’è poco da fare i mafiosi.

Infine augurandovi un in bocca al lupo per la lavorazione del prossimo disco, svelaci qualche arcano su quando uscirà e di cosa tratterà.
L’uscita dell’album è prevista per questo autunno anche se in realtà non abbiamo una scadenza sicura. Ci stiamo prendendo tutto il tempo per far uscire un lavoro completo e di spessore. La linea tossica di Black Love è ancora la spina dorsale su cui si sviluppa tutto il lavoro. D’altronde di questi tempi non mi va di parlare di stronzate allegre e spensierate. Sicuramente ci saranno molte novità sul piano compositivo e strumentale. Tutto però è ancora fumoso… ma ti assicuro che te ne accorgerai quando uscirà.

Beware the Doggs

The Doggs – Black Love (autoprodotto, 2011)

Milano, la merdopoli – come la chiamo io da quando ci sono capitato – è buffa per certi aspetti. A parte le puttanate da copy-creativi-managerini tipo gli aperitivi a 8 euro e gli “eventi”, c’è un sottobosco vivo, anche se meno visibile rispetto a 15-20 anni orsono. Il punto è che questo sottobosco è quasi sfuggente. E le volte che te lo trovi sottomano, ti senti un po’ a disagio a entrarci in contatto. Questo per spiegare come, nonostante i Doggs siano già stati recensiti su Black Milk, nonostante li abbia visti dal vivo un paio di volte (l’ultima unplugged al Record Store Day), nonostante si abbiano non poche conoscenze in comune, non ci siamo mai  parlati e questo cd-ep è arrivato per posta.

Detto questo, passiamo al dischetto. Che è notevole davvero: il tiro – rispetto al predecessore – cambia sensibilmente, andando a lambire territori più oscuri, velvettiani-loureediani a tratti, forse anche doorsiani; il tutto senza dimenticare ovviamente la lezione dei numi tutelari, ossia gli Stooges.
I suoni sono più grezzi e appropriati rispetto al debutto – e questo non può che far bene a una band del genere – ma il songwriting si è fatto più maligno, vizioso e perverso, abbandonando anche la più minima traccia di sperimentazione alla Morphine che in precedenza si ravvisava. Questo è rock’n’roll nero, ombroso, tossico, miasmatico, che puzza di New York e di vicoli con le pareti intrise di sangue marcio; se presti attenzione, nella quarta traccia (“Life Kills”) ti sembrerà di sentire il rumore delle siringhe che si spezzano sotto agli anfibi mentre ci cammini sopra – e quel wah-wah piazzato lì senza troppi timori è un omaggio doveroso al compianto Ron Asheton.

A chiosa e chiusura di tutto ciò, una cover di “Venus in Furs”, che è decisamente la chiave di lettura dei Doggs targati 2011, entrati senza dubbio in una fase nuova – ma non per questo meno interessante e lacerante.
Unico appunto: la copertina, un po’ da glam band anni Ottanta (le mutandine rosse di rete, con tanto di figa vedo-non-vedo, fanno davvero metallaro cotonato arrapato…).

School of rock journalism

[Da Creem, marzo 1976. Di Peter Laughner]

Lou Reed – Coney Island Baby (RCA, 1975)

La mia copia promozionale di questo disco mi ha fatto diventare talmente malinconico e depresso che mi sono ubriacato per tre giorni di fila. Non sono andato al lavoro. Ho avuto un litigio orribile e sono venuto alle mani con mia moglie, tutto per uno stupido flacone di Valium da 10 mg (mi ha lanciato addosso un posacenere, un mattone e un candelabro alto un metro, ma io sono riuscito a metterla a terra, mi sono seduto sul suo petto e le ho sbattuto la testa sul pavimento di legno). Ho chiamato il direttore di questa rivista – a mie spese – e non ho fatto altro che vomitare catarro in uno stato di stupore alcolico per tre ore, nutrendo segretamente la speranza che almeno lui potesse darmi un appiglio per capire perché mai questo disco avrebbe dovuto piacermi. Poi ho telefonato a mia cognata: “Dai vieni a trovarmi e fammi un pompino mentre sono svenuto”. Ho scroccato da bere a chiunque mi si avvicinasse o mi facesse entrare in casa propria. E ho finito in gloria svenendo, dopo aver vomitato ed essermi pisciato addosso, mentre provavo con la mia band. Il cantante mi ha risvegliato a calci. Poi mi ha riportato a casa il mio migliore amico, che mi sopporta da tanto tempo: la sua donna mi ha obbligato a mangiare qualcosa. Lei, in fondo al suo cuore, riusciva ancora a trovare la voglia di sorridere di fronte al mio incorreggibile comportamento… e le ho lasciato tutti i miei beni materiali, appena prima di infilarmi in bocca sei Valium (e tre pasticche di vitamina B: probabilmente ero certo che mi sarei risvegliato, oppure pensavo che così con l’autopsia avrebbero comunque dichiarato che il mio fegato era a posto). Beh, dopo aver dormito per 16 ore, mi sono svegliato e indovina cosa avevo in testa , insieme a immagini di metropoli in fiamme e onde oceaniche piene di schiuma, che esplodevano in vortici di acqua salata…

“Watch out for Charlie’s girl…
She’ll turn ya in…
doncha know…
Ya gotta watch out for Charlie’s girl…”

Che dovrebbe essere il singolo di Coney Island Baby e potrebbe diventare un grande hit se lo promuovono bene, visto che non è meno commerciale di “Saturday Night“… devono solo trovare quattro ragazzini carini da piazzare al posto di Lou Reed.

Quando ero più giovane i Velvet Underground per me erano ciò che gli Stones, Dylan, etc. erano per migliaia di altri teenager mutanti del Midwest. Sono stato esonerato dal corso di letteratura del liceo altoborghese dove andavo, semplicemente per aver mostrato una lista di titoli di libri che avevo sfogliato mentre mi sparavo ossessivamente White Light/White Heat nelle cuffie dello stereo che c’era nella stanza dei miei. Tutti i miei compiti in classe erano dei rigurgiti maniacali  sui parallelismi tra i testi di Lou Reed e qualsiasi argomento ci fosse chiesto di trattare. Ho comparato “Sweet Jane” ad Alexander Pope, “Some Kinda Love” per me era a livello di “Hollow Men” di T.S. Eliot… in più suonavo in una band e facevamo tutte queste canzoni, intossicati grazie al nostro bassista che faceva le consegne per una farmacia e si era fregato un’intera boccia da 5 litri piena di pasticche varie. In questa maniera ho intelligentemente evitato ogni tipo di responsabilità intellettuale o creativa a cavallo della fine del decennio (avevo letto tutto quello che ero riuscito a trovare nelle biblioteche locali di Delmore Schwartz, a causa di un riferimento implicito nel primo disco dei Velvet). Perché diciamolo: alla fine una persona che ha una chitarra elettrica e sa citare perle oscure tipo “Ho visto la mia testa che rideva e rotolava sul pavimento” non ha nessun bisogno di talento… c’era la direttrice del giornalino scolastico di poesia, una tizia magrissima e asmatica; e poi la professoressa d’inglese, che aveva un matrimonio infelice e mi scarrozzava a casa e dove volevo con la sua Corvette… e anche altre (c’era una ragazza che iniziò ad avere i crampi mestruali che andavano esattamente a tempo con la batteria di “Sister Ray”). A chi serviva il college e una carriera? Lou Reed era il mio Woody Guthrie, e con una quantità sufficiente di anfetamina io potevo essere il nuovo Lou Reed!

Me ne sono andato da casa. Ho vagato lungo la costa sbagliata (riuscite a immaginarvi come poteva essere tentare di convincere la gente di Berkeley, California, ad ascoltare Loaded nel 1971?). Quando è uscito il primo disco solista di Lou, ho guidato per centinaia di miglia per farlo ascoltare ai miei ex amici che erano reclusi in un piccolo ed esclusivissimo college del Midwest e sentivano solo i Dead e Miles Davis. Tutti i miei ex compagni di scuola delle superiori erano impegnati a costruirsi carriere brillanti, come psichiatri, botanici, avvocati; oppure facevano i commerciali per la IBM e si alcolizzavano (eccetto il nostro batterista  che era diventato un tossico, poi ha avuto un attacco di cuore e ora sente solo Santana). Tutte le ragazze che mi scopavo in cambio di droghe o di qualche canzone ormai avevano sposato dei tizi che erano esattamente come i loro fratelli e si erano trasferite in Florida o a Chicago, lasciando le loro copie di Blonde on Blonde e White Light in qualche armadio, insieme ai taccuini pieni di poesie scritte sotto anfetamina che io ho composto per loro. Quando Metal Machine Music era uscito, ormai avevo perso tutti i miei contatti. L’unica cosa che mi ha salvato, durante quell’estate del 1975, è stato vedere i Television per tre sere di fila e vedere Professione: reporter.

Quindi tutte quelle persone probabilmente non si accorgeranno mai di Coney Island Baby, e se mai lo faranno non cambierà nulla in ciò che è rimasto dei loro neuroni. Il maledetto disco inizia esattamente come uno degli Eagles! E a parte “Charlie’s Girl”, che ha pietà di noi ed è corta e concisa,  è tutta una lunga caduta. “My Best Friend” è una outtake dei Velvet di sei anni fa, che era divertente suonata veloce e con Doug Yule che cantava. Qui è lenta come “Lisa Says”, ma senza il suo quoziente di erotismo. Puoi metterti lì a romperti la testa per decifrare i suoni aggiunti in “Kicks”, ma non ci capirai molto (carino, c’è il suono di uno che sniffa coca e poi mi pare una fiala di popper che viene aperta, quella nella cassa di sinistra). Di sicuro puoi utilizzare meglio le tue cuffie per sperimentare le sovraincisioni fantasmagoriche di Patti Smith in Horses.

Il lato B inizia con la cosa PEGGIORE che Reed ha mai fatto, una scopiazzatura di se stesso zoppa e strascicata  in cui farnetica di essere “un dono per le donne di questo mondo” (e in effetti l’intero album mi ricorda l’immondizia che mettono nei jukebox di quei bar dove rimorchi le hostess, dove una birra costa due dollari, sulla 1st Avenue proprio sotto la Settantesima). In “Ooohhh Baby” c’è l’unico verso buono del disco: “tuo papà era il miglior scassinatore sulla piazza”, ma poi è una scopiazzatura inutile da Ric Von Schmidt.

E poi arriva “Coney Island Baby.” E’ semplice, patetica e stupida autocommiserazione: “Non ci crederesti, ma io volevo giocare a football per il coach”… certo, Lou, anche io lo volevo, quando pensavo fosse molto figo essere gay, alle superiori. Poi arriva un crescendo graduale, Danny Weiss butta lì un po’ di riff alla George Benson, per arrivare a una botta ANCORA PEGGIORE di autocommiserazione su quanto sia duro vivere in città e su come la gloria dell’amore ti illuminerà. Chissà. Va avanti per sei minuti.

Adesso me ne sto qui, sobrio e forse anche lucido, in uno di quei giorni d’inverno che ti fanno capire che Capodanno è lì dietro l’angolo e tu non hai fatto molta strada dall’ultimo, ma anche che se vuoi combinare qualcosa al mondo ti conviene rimboccarti le maniche e FARE DA TE. Eppure ho la sfrontatezza di dire al mio vecchio eroe, “Hey Lou, se davvero credi in quello che hai scritto nell’ultimo verso di ‘Coney Island Baby’ – ‘Sai, mollerei tutto per te’ – allora potrebbe essere il momento di farlo”.

Ebbene sì, maledetto Carter!

Pip Carter Lighter Maker – Western Civilization (autoprodotto, 200?)
Pip Carter Lighter Maker – TheNightmareBeforeTheDayAfter (autoprodotto, 200?)
Pip Carter Lighter Maker – Candy ep (autoprodotto, 200?)
Pip Carter Lighter Maker – s/t (autoprodotto, 2008)

Sorpresa. Chi sono questi Pip Carter Lighter Maker? Onestamente non saprei rispondere nemmeno dopo averli ascoltati e avere cercato un po’ in Rete – sono italiani, forse modenesi, si sono formati 5-6 anni fa. Quello che so, invece, è che questi tizi si sono autoprodotti un tot di cd (autoproduzione hard, ma di classe: non i cd-r della Verbatim a 10 euro al pacco, con le copertine fotocopiate; ma neppure i cd stampati in fabbrica e tipografia… quella via di mezzo un po’ bohemienne e stilosa dei cd-r con le copertine stampate col computer su cartone pesante e i cd-r masterizzati, ma con la stampa sul dorso), questi tizi sanno il fatto loro e questi tizi sembrano una band anglosassone in odore di botto, pur non essendo affatto anglosassoni.

La parola d’ordine è psichedelia – in particolare nei due cd che più mi sono piaciuti nel lotto, ovvero Western Civilization e l’omonimo Pip Carter Lighter Maker – ma l’anima della band è anche fortemente pop. Attenzione, però… parliamo del pop Sixties, quello raffinatamente artigianale, quella forma d’arte che ha plasmato (non dimentichiamolo) le prime leve del punk rock settantasettino e le vecchie guardie del garage rock.
Forse sarò banale, ma ascoltando i due cd di cui sopra ho pensato ai Pink Floyd, a Syd Barrett e ai Velvet Underground, il tutto un po’ più ripulito e laccato, con una punta di modernità britpop (che emerge prepotentemente – rendendo un filo più commerciale il sound – in TheNightmareBeforeTheDayAfter e nell’ep Candy). Per fare un discorso più generale, pensate ai Brian Jonestown Massacre in trip più barrettiano/beatlesiano e con un’aura meno tossica, sporca e nichilista. Anzi, diciamo pure che nel suo essere psichedelica, la musica dei PCLM è molto solare e rimanda a immagini di giornate passate a rosolare al sole in un campo, ben pieni di birra e di oppiaceo. O di caro vecchio acido lisergico, se mai se ne trovasse ancora in giro.

Misteriosi? Forse. Fuori moda? Di sicuro. Ma geniali e filologici da far paura. Consigliati – a meno che non abbiate necessità di violenza sonica a livello costante: in quel caso, meglio che vi rivolgiate altrove.

PS: un curioso dettaglio… dei quattro cd recapitati, almeno tre sembrano usati; la superficie su cui passa la lente del lettore è infatti tutta graffiata e macchiata come accade ai cd che vengono lasciati in giro e maltrattati. Chissà che storia hanno. Magari banalissima, magari bizzarra. Chi lo sa… e per una volta è bello così.

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