Traffico di Codeina ad Arcore

Codeina – Quore (Vacation House, 2010)

Prima o poi la pianterò di sorprendermi quando, ciclicamente, mi capita di ascoltare una band pesantemente ispirata al tardo grunge. E’ sicuramente un problema mio, che ho mal vissuto quel periodo e reputo le sue sonorità ormai morte e irrilevanti (al contrario del periodo d’oro del grunge, quello pre-boom commerciale). Ad ogni modo, ripeto, problema mio: imparerò a storicizzare e contestualizzare, prima o poi.

Veniamo al sodo. I Codeina hanno inciso una decina di pezzi che fanno tornare il calendario più o meno al 1998-99, con un grunge rock cupo e melodico che – in virtù del cantato in italiano – mi riporta alla mente alcuni sprazzi dei primi Verdena (e poi, ovviamente, ci sono le nirvanate di rigore e qualche sfuriata alla Mudhoney). Decidete voi se è un bene o un male, insomma. La stoffa e il fervore filologico non mancano, ma il tutto diviene più interessante quando fa capolino l’anima stoner dei Codeina, che – per quanto mi concerne – potrebbero seriamente pensare di premere più l’acceleratore per battere questi assolati e desertici sentieri… magari mollando il cantato in italiano che (perdonate la franchezza) mi fa da sempre venire l’orticaria.

Insomma, i 10 anni abbondanti on the road del gruppo si sentono – per compattezza e chiarezza di idee – anche se onestamente trovo il genere piuttosto asfittico. Problema mio. Il succo è che se avete amato certe sonorità, di sicuro potreste trovare ottimi spunti in Quore; se i vostri anni Novanta sono stati altro, probabilmente questo cd vi lascerà piuttosto impassibili.

PS: massima solidarietà ai Codeina perché vivono ad Arcore… alzate il volume degli ampli e fate tremare il culo al nano malefico.

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Welcome to Tupelo, Lombardia

tupelo7Tupelo – Little by Little/Vortex (7″, Vinza, 1993)

C’è un posto, che non starò a nominare, dove con una mezz’ora di tempo fra le mani e una quindicina d’euro in tasca, è possibile assistere a minuscoli miracoli del rock’n’roll. Minuscoli perché sono piuttosto piccoli anche di dimensione (sette pollici di diametro), sottili, spesso contenuti in copertine di carta ingiallita e fotocopiata. E con 5 euro l’uno ci si toglie la paura, oltre che lo sfizio. Trovatemelo voi un miracolo a 5 euro, intanto, se siete capaci.

In uno dei miei raid settimanali mi sono trovato in mano, tra le altre cose, questo manufatto oramai quasi mistico. Già: la primissima prova dei Tupelo di Stiv Livraghi  (R.I.P.), in forma di 45 giri autoprodotto in edizione di 500 copie (la mia è la 356, stando al numero scritto in pennarello rosso sull’angolo sinistro del retro)  risalente al 1993 – che fino a un minuto fa mi pareva l’altro ieri, ma il 1993 era 17 anni orsono. Cazzo.
Un 7″ che solo a guardarlo ti racconta tantissimo; a partire dalla grafica, coi caratteri impressi da una stampante ad aghi, la cornicetta nera fatta inequivocabilmente con china e righello, il centrino del disco con due adesivi applicati successivamente. Già, erano “quei” tempi, in cui ci si arrangiava e – in media – si badava un po’ di più alla sostanza. E poco importava se la china aveva sbavato o se le scritte sembravano ritagliate da un modulo del Comune di Castellazzo Bormida, perché quello che contava era la musica. E basta.

Ok, finita la tirata da vecchio cretino, passiamo al disco.
Due brani due, nella tradizione classica del singolo vinilico, velocità 45 giri – già questo è un segnale preciso e forte, se contestualizzato nei Novanta, quando il 7″ era una succursale sfigata del 12″ e si tendeva a metterci dentro più pezzi possibile, facendo girare il tutto a 33 rpm.
Suoni spigolosi, ma nitidi e puliti: lucidi, taglienti, con appena un velo di noise e feedback – elementi che emergeranno maggiormente poco dopo, tanto da divenire una componente fondante del Tupelo-sound. Questi due brani sono, piuttosto, limpidi esempi di blues miasmatico che incontra la schizofrenia del punk e del rock maledetto, ma tende a mantenere orgogliosamente la propria personalità. Quello che ne scaturisce è un mix letale, ma nitido. Si respira più l’aria mortifera del deserto, chiara e secca, piuttosto che quella – che pur arriverà nei loro lavori – dei vicoli più vomitevoli dell’inferno.

Queste erano le Origini (maiuscolo). Da qui nacque tutto; peccato che sia durato poco e che qualcuno non sia più nemmeno qui a raccontarlo. Per citare Franco Lys Dimauro, questo era un gruppo “impastato nelle paludi dello swamp blues più blasfemo ed imbevuto nell’inchiostro che vergò le pagine più decadenti del rock australiano (Beasts of Bourbon, Scientists, Birthday Party, Bad Seeds, Crime and the City Solution), il suono dei Tupelo era pura vertigine NOIR”. Già…

Discografia:

Little by Little/Vortex (7″, Vinza, 1993)
Soundtrack for Liquors
(MCD, Vacation House, 1995)
You Doo Right (7″ allegato alla fanzine Urlo)
An Easy Truth (7″ split con Strawberry Park, Vinza, 1995)
In the Fog (CD, Vacation House, 1996)

[Chiedo venia a chi legge e alla band, per la foto indegna della copertina, presa col cellulare in una serata di scazzo]

Dall’hardcore all’indie e (forse) ritorno

Enrico De Candia, classe 1976, è l’ex (o forse non ancora) cantante dei Sottopressione, ora dei Pink Rays. Quindici anni di vita dedicata alla musica, con cambiamenti di gusti, di genere e anche di ruoli, ma con alcune idee rimaste sempre ben chiare. Idee che emergono nell’intervista che ci ha concesso in un pomeriggio di fine estate.

Cominciamo dall’inizio, vale a dire il tuo ingresso nei Sottopressione nel 1996. All’epoca avevi 20 anni. Avevi già avuto esperienze musicali? Come ti scelsero?
Sono arrivato a Milano pochi mesi prima di entrare nei Sottopressione; prima vivevo a Bari, dove avevo un gruppetto, cose da liceali, con cui avevo fatto un demo su cassetta. Poi a Milano sono entrato in fissa con l’hardcore, ho iniziato a frequentare l’ambiente, sono diventato amico dei ragazzi del gruppo. Uscivo con loro, cose così. Quando poi Mayo ha lasciato il gruppo mi hanno chiesto di sostituirlo. Non dico che sia stato facile, ma il fatto di essere già amico loro mi ha aiutato molto.

L’anno dopo esce Così distante, disco epocale per l’hardcore italiano, probabilmente l’ultimo capolavoro del genere nella nostra nazione. Registrato in tre giorni, carico di rabbia e urgenza espressiva, con testi sofferti. Da dove veniva l’ispirazione per quei brani? Come nascevano?
I testi erano così perché quello era un periodo in cui, in pratica, stavamo tutti di merda! L’idea di fondo era comunque quella di fondere l’hardcore con dei testi poetici, come qui in Italia avevano già fatto gli Indigesti e anche i Negazione. Quindi i testi hanno sicuramente lati autobiografici, ma restano comunque interpretabili. Secondo me è bello che ognuno in un testo trovi le sue interpretazioni, i suoi lati poetici.

C’è una canzone tra quelle 10 a cui ti senti maggiormente legato? Perché?
Innanzitutto la prima del disco, “Micro-Macro Paesaggio”. E’ stata la prima che ho scritto quando sono entrato nel gruppo, mi sono presentato con questo testo, l’ho fatto vedere agli altri e da lì è iniziato tutto. Poi direi anche “La maledizione del benessere”, ha un testo che mi piace molto, lo trovo poetico, tra personale e sociale.

Ho detto nella domanda precedente che considero “Così distante” l’ultima opera importante dell’HC italiano. La scena negli ultimi anni è “esplosa”, divergendo in varie correnti, per esempio lo screamo o l’emocore. Segui ancora la scena? Pensi che ci siano gruppi validi o che abbiano ancora lo spirito che animava i Sottopressione e le altre grandi band?
In realtà dopo lo scioglimento dei Sottopressione non ho più seguito più di tanto il genere, mi è passata la fissazione. Credo sia normale ascoltare vari generi musicali, lo facevo anche mentre ero nel gruppo, per esempio mi piaceva molto Neil Young, che c’entrava ben poco con quello che facevo. Quindi ora so ben poco della scena hardcore contemporanea, ho perso interesse, anche per le sue derive verso il metal. L’amore per certi gruppi seminali, come i Black Flag, naturalmente mi è rimasto, ma l’ho affiancato ad altro. Diciamo che se ascolto gruppi hardcore, preferisco quelli che mescolano il genere ad altro, specie al post-punk; un esempio possono essere gli Afraid!, che ho portato a suonare qui al Magnolia poco tempo fa, o i Death Of Anna Karina.

Negli ultimi anni della vostra “prima vita” ci fu una svolta musicale, che però non portò mai all’uscita di un disco, con l’inserimento di elementi noise e post-hardcore. Da dove nasceva la voglia di sperimentare nuovi suoni? E può aver contribuito alla fine dei Sottopressione?
Sicuramente ha contribuito. Come detto, col tempo ho smesso di ascoltare solo hardcore, e così anche gli altri del gruppo. Io mi ero molto interessato al noise dei Jesus Lizard, per esempio. Mi ricordo che li avevo fatti ascoltare a Federico per telefono e anche a lui erano piaciuti tantissimo. La nostra idea era di unire quello che facevano i Jesus Lizard al suono dei CCM, con gli assoli tecnici che li distinguevano (non a caso il loro chitarrista è finito a suonare blues). Un paio di brani fatti in quel modo uscirono su delle compilation. Non eravamo comunque soddisfatti di quello che stavamo facendo, inoltre eravamo molto giovani e vivevamo tutto con molta drammaticità, siamo sempre stati un gruppo drammatico, un po’ come i nostri testi. Quindi a un certo punto decidemmo di chiudere lì. A ripensarci adesso, con una maggior maturità, avremmo potuto anche pensarci con calma, magari prendere una pausa ma, come detto, eravamo molto impulsivi e finì lì.

A proposito della reunion, come è nata l’idea? Porterà ad altro o è stato qualcosa che non si ripeterà?
A me piacerebbe molto continuare e fare altro con i Sottopressione; non so se ci sono le condizioni però, dipende anche dagli altri. Per la reunion mi ha chiamato Federico, anche se credo che l’idea sia nata da Dario. E’ stato tutto naturale, ci siamo trovati una sera a cena e da lì siamo andati subito in sala prove. Poi abbiamo organizzato il tour; mi è piaciuto molto, anche perché l’ho vissuto con più tranquillità e maturità.

Che differenze c’erano tra i concerti degli anni Novanta e quelli della reunion?
Non saprei, non credo di poterlo fare, perché non ho termini di paragone da utilizzare. Sicuramente allora c’era una scena molto forte, con i suoi locali e le sue “regole”, che oggi non c’è più. Posso fare più che altro un confronto su di me: allora ero il cantante che subentrava, ero giovane e anche un po’ timido; oggi sono maturato, affronto tutto diversamente. E’ stato molto divertente lo scorso anno al MiAmi vedere persone che mi conoscevano solo per la mia attività con i Pink Rays e al Rocket chiedersi cosa ci facessi sul palco con i Sottopressione. Ho anche letto da qualche parte che io ero il nuovo cantante del gruppo. Mi ha fatto pensare che dopotutto non sto invecchiando così male, se mi prendono per nuovo!

Nel frattempo non sei rimasto musicalmente con le mani in mano. Nel 2005 hai fondato i Pink Rays assieme a Fabio degli Stuntplasticpark, con però suoni completamente diversi dall’hardcore. Siamo infatti dalle parti di gruppi come Gang Of Four, Joy Division o per stare su nomi più moderni gli Strokes. Come mai questo cambio abbastanza radicale?
In realtà per me è stato naturale; come già detto, ho sempre ascoltato musica a 360 gradi e negli ultimi anni mi sono indirizzato molto verso il post-punk. Con Fabio già negli anni precedenti avevo cercato di formare un gruppo, con l’idea di fare qualcosa di melodico e simile agli Husker Du, che sono da sempre uno dei miei gruppi preferiti. Non siamo mai andati oltre a poche prove e a qualche registrazione casalinga. Poi abbiamo creato i Pink Rays. Ho assunto un ruolo diverso rispetto a quello che avevo nei Sotto, diciamo che ho iniziato a fare quello che prima faceva Federico, cioè cercare date, sbattersi per creare e tenere contatti; devo dire che alla lunga è stancante e anche controproducente. Vedo gruppi, come i Minnie’s per esempio, che puntano molto su questa cosa dell’autopromozione e del Do It Yourself; credo invece che serva mantenere energie per la parte artistica, che sia utile per l’ecologia mentale di un musicista occuparsi più della musica che di altro. Si sa che in Italia è difficile trovare date e spazi, ma ci sono comunque delle etichette e dei management che fanno egregiamente il loro lavoro, che danno il giusto spazio agli artisti; non c’è nulla di male nell’affidarsi a loro! Secondo me il vero Do It Yourself per un giovane musicista che voglia trovare spazio sta anche nel trovare qualcuno che si occupi di lui e lo aiuti, lasciandogli tempo ed energie per suonare.

Credo di rintracciare anche nella nuova esperienza qualcosa del tuo passato hardcore, per esempio nell’uso della voce, con passaggi da momenti melodici ad altri urlati ed incazzosi. Ma soprattutto nei live, è difficile vedere cantanti di gruppi indie affrontare il pubblico con la tua stessa carica. Sei d’accordo?
In effetti sì. Devo dire che col tempo ho guadagnato esperienza, all’inizio ero molto timido, anche se magari non sembrava. Adesso è tutto più facile, non dico che sia preparato quello che faccio sul palco, ma sicuramente questi anni di concerti mi hanno dato molto. Certe volte però mi sorprendo di me stesso, ho visto alcuni filmati su Youtube che mi hanno fatto impressionare. Quasi non mi riconoscevo in quello che facevo.

Da un paio d’anni ti occupi anche di organizzare eventi, prima al Rocket, ora al Magnolia. Hai portato a Milano alcune band davvero interessanti, anche lontane dal suono indie che va di moda. Penso ad esempio a Land Of Talk, Love Is All o Vivian Girls. Come scegliete le band che si esibiranno?
La cosa più importante è che ci devono piacere! L’esperienza dell’IndieRocketParty per me e Davide dei Merci Miss Monroe è nata principalmente per passione, per portare a suonare a Milano gruppi di cui siamo fan. Abbiamo così deciso di impegnarci in prima persona, organizzando il tutto, fino anche a far dormire le band a casa nostra, come è successo per esempio con i Land Of Talk. E’ molto bello, perché così si riesce a creare un rapporto diretto con le band, non è solo un trattamento schematico che applichi a decine e decine di gruppi, c’è qualcosa di più. Per esempio anche ieri siamo andati a prendere i Gay Blades, una band americana molto promettente, all’aeroporto a Malpensa, e si è creata subito intesa. Cerchiamo infatti di mantenere lo spirito iniziale anche adesso che le cose, grazie alla collaborazione col Magnolia, si sono fatte un po’ più serie e professionali. Agli inizi per farlo, per attirare gente, quando qualche anno fa c’era una scena a Milano molto forte, con molti ragazzi che seguivano l’indie, suonavamo anche gratis, sia noi Pink Rays che altre band, ad esempio A Classic Education, che venivano da lontano ma ci credevano davvero. Così i locali potevano avere i soldi per pagare i gruppi stranieri che volevamo veder suonare, erano sacrifici che facevamo volentieri. Credo che tutto ciò sia molto punk!

Domanda finale all’insegna del rock’n’roll. Una canzone dei Pink Rays si intitola “Never kiss a drunk girl”. E’ un consiglio che ti senti di dare ai giovani?
In realtà la canzone nasce dalla mia esperienza come barista il venerdì sera al Plastic. Lì vedevo la cultura alcolica internazionale, visto che è un club orientato anche verso l’estero, incontrarsi con la nostra. Ho visto cose incredibili, ragazze ubriache che non si reggevano in piedi. Allora ho immaginato che un ragazzo emo, nel vero senso del termine, non quello di MTV, entrasse in questa discoteca e si innamorasse di una di queste ragazze, con conseguenze pessime per lui, così sensibile.

[Grazie al Magnolia per l’ospitalità e a Caterina per il supporto]

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