Karmacorna

karma-to-burn-arch-stantonKarma To Burn – Arch Stanton (Faba/Deepdricve, 2014)

Sesto album in studio per i Karma To Burn del West Virginia. E niente di nuovo sul fronte occidentale, come si suol dire… rock-stoner-sludge-doom-hard-psych rigorosamente strumentale (non sentirete neppure un respiro, in questo disco, emesso da una bocca umana). Qui a farla da padroni sono chitarrona, basso xxl e batteria schiacciasassi. E sono solo in due (con un bassista reclutato solo per i live, per la cronaca…) (altro…)

Graffitari soporiferi

sparypaintSpray Paint – Rodeo Song (S.S. Records, 2013)

[di Tab_Ularasa]

Eccoci con un altro disco della S.S. Records uscito da pochi mesi. Si tratta degli Spray Paint, trio post/punk di Austin.
Tanti blog in Rete parlano in modo molto positivo del gruppo in questione e allora mi sono fatto intortare bene bene e ho comprato il disco.
Nella plastichina del vinile c’è attaccato l’adesivo con sopra scritto “High energy odd punk with roots in Wire, Urinals, A Frames” (altro…)

San Francisco’s Boomed

cover_POW!POW! – Hi-Tech Boom (Castle Face, 2014)

[di Manuel Graziani]

John Dwyer degli Oh Sees non mi pare uno aduso a sparare grosse puttanate. Magari nella vita è pure un cazzaro di prima categoria, chissà. Di certo nella veste di discografico dei POW! non la spara affatto grossa quando afferma che i ragazzi di San Francisco “hanno scritto un elogio punk alla nostra bella città” (altro…)

Papi morti, mastini e roghenròl

mastino splitKing Mastino / The Dead Popes – split 7″ (Sailors Overdrive/Fat Orange Cat, 2013)

Due band, quattro pezzi, un 7″ in vinile striato. Bei presupposti e risultato niente male.

Gli spezzini King Mastino includono nel loro lato un primo brano dalle buone dinamiche – “Ain’t Nothing To Fade Tonight” – in stile Turbonegro/Murder City Devils: rock, punk, hard testosteronico da marinai punk (altro…)

E tanti saluti allo zio Lou…

Subsonics – In The Black Spot (Slovenly, 2012)

Mi preoccupo un po’ anche se faccio finta di niente. Perché mi rendo conto che l’età avanza e non fa sconti a nessuno, men che meno a me. Ad esempio il fatto che io abbia impiegato circa tre brani a capire che i Subsonics sono praticamente i Velvet Underground degli anni Dieci (si dirà degli anni dieci? Credo di sì, ma che cazzo, era tutto più facile nel secolo scorso, insomma…) è indicativo del mio declino.
All’inizio ho pensato: “Mah… che roba fanno questi? Un po’ troppo allegrotta”. Poi sono passato al “Beh, però son bravi dai” (altro…)

Surf Bradipos, surf!

Bradipos IV – Live At KFJC Radio (Freak House, 2011)

Suonano dal 1994 i casertani Bradipos IV e infatti è praticamente impossibile non conoscerli o non averne mai letto/sentito parlare. Probabilmente hanno avuto molto meno di ciò che meritavano, vista la maestria del loro surf strumentale, eppure in casi come questo la miglior vendetta è essere ancora in giro a suonare e a spaccare il culo nelle occasioni in cui viene concesso un palco su cui esibirsi.

Questo nuovo capitolo della – non nutritissima, mi pare – discografia dei Bradipi è addirittura un lavoro dal vivo, inciso negli studi della stazione radio KFJC, che ha ospitato la band per un set trasmesso in occasione tour negli USA dello scorso anno. Quindi pulizia sonora, con il brivido della diretta – anche se, ovviamente, si percepisce un po’ la mancanza dell’elettricità che la presenza del pubblico, negli album live più riusciti, può dare.

Il disco è impeccabile, scivola via d’un fiato tra atmosfere spensierate da spiaggia, riverberi apocalittici e suggestioni westernate; insomma, tutto come la miglior scuola surf strumentale impone, tanto che il sospetto che Caserta sia dalle parti di Venice Beach si fa strada di brano in brano.

Che i Bradipos IV fossero un ottimo gruppo era noto e questo live lo conferma nuovamente; certo, il loro è un “genere” in tutto e per tutto, quindi coerente e ubbidiente a canoni sonori/estetici ben precisi che tracciano una linea molto netta: quella che separa chi il surf lo ama alla follia da chi invece semplicemente lo tollera o non se ne cura (lasciamo stare poi il popolo di quelli/e per cui il surf è quella roba iniziata con Pulp Fiction e che si divertono a ballare le canzoncine come Uma Thurman al terzo coca e rum). Decidete da che parte della linea state e sappiate che in ogni caso questo è un ottimo cd, a testimonianza della vitalità e della qualità della scena surf dello Stivale.

Bacon & pancake

John Wesley Coleman / Followed By Static – split 12″ (Way Out There, 2011)

Questo bel 12″ split è una Polaroid fresca e ancora da asciugare completamente – sapete quando uscivano dalla macchinetta e non dovevi metterci le dita sopra se no si rovinava la foto? – di due realtà pulsanti from Austin, Texas.
E iniziamo già piuttosto bene, se pensiamo che Austin da decenni regala cosette che definire belle è quasi una bestemmia (oltre a essere, nel mio personalissimo immaginario, il posto da cui provengono 13th Floor Elevators e Big Boys, dove nei miei sogni tutti sono come Roky Erickson e Tim Kerr, anche il gelataio e il panettiere).

John Wesley Coleman III è anche un membro dei Golden Boys – una di quelle band che solo la Goner può scovare e produrre – ma qui lo troviamo in veste solista (o comunque in veste di protagonista). Il suo lato è intitolato Personality Pancake e ci scarica nei padiglioni auricolari quattro brani di lo-fi (molto lo-fi) garage pop rock’n’roll roots stralunato, con echi dei Replacements, ma anche dei Pavement. Roba immediata e bizzarra al tempo stesso, genialoide ma semplice… l’attitudine è scazzatissima, tipo “Si suona e quel che succede succede”, fatto che contribuisce a creare un’aura ancora più fascinosa. Niente è perfetto e studiato, tutto è spontaneo e serendipico (non ci posso credere che ho usato “serendipico” in una recensione: forse è ora di smettere e chiudere ‘sto cazzo di Black Milk). Grande.

I Followed By Static occupano l’altro lato (intitolato Bacon Bear) con quattro brani di rock underground sanguigno e striato di varie influenze, che vanno dalla tradizione roots rock statunitense (“Cop Gloves”), al protogrunge più arrapante (“Trash 2011”), al punk un po’ garage e pop (“Bacon Bear”), al noise rock ante litteram dei Velvet Underground elettrici… insomma c’è un po’ di tutto, come un bel frullatone di Optalidon, Metadone, Bardolino e cannella. Probabilmente rimarranno un tesoro conosciuto solo da pochi. Ma forse è un bene. Le cose belle quando finiscono in mano a troppe persone si rovinano.

Il disco esce per la Way Out There Records; onestamente il namedropping mi infastidisce un po’, ma non posso non segnalarvi che si tratta della nuova label di Astrid (Miss Chain & The Broken Heels) e Alberto (Il Buio). Ne sono state stampate solo 500 copie e 150 sono in vinile colorato, per cui se siete fortunati vi beccate anche la chicca.

Musica per spettatori di vite

Stephen Malkmus and the Jicks – Mirror Traffic (Matador, 2011)

Stephen Malkmus è tornato gioitene tutti! Eh sì perché di gente così poco inquadrabile in schemi e categorie è sempre utile circondarsi, se si vuole tirare fuori qualcosa di buono da questa esistenza così amara.
E inoltre se vi mettete ad ascoltare Mirror Traffic ve ne portate a casa ben due se considerate che il tutto è stato prodotto da quel bel diavolo di un Beck.

Per arrivare qui ne ha davvero battuti molti di marciapiedi il leader dei Pavement, gruppo leggendario dalle svise dissonanti che ti lasciano perplesso all’inizio, ma poi ti procurano piacere (un po’ come torturarsi le pellicine che sulle prime danno fastidio a toccarle, ma poi regalano attimi di grande piacere personale).

Musicalmente la rotta intrapresa da Stephen e i suoi Jicks ha superato – e di molto – i luoghi e i posti spesso frequentati nelle passate esperienze con i Pavement; e in alcuni punti la mano del produttore potrebbe aver preso il sopravvento, come in “Asking Price” ad esempio.
Certo, non manca il ritorno a qualche lick di scala musicale sgangherata più affine alle vite precedenti di questo artista (in “Stick Figure’s In Love” e nella bellissima “Tiger”), ma poi niente più. Pollicino Malkmus ha deciso di perdersi nel suo nuovo bosco musicale assieme al nuovo amichetto Beck.

Il risultato finale è ottimo, spiazzante ma quieto, in grado di generare una sottile euforia piacevole, con spazi strumentali ideali per rendere questo album la colonna sonora perfetta per un film tratto da un libro di D. Coupland. Arie lievi, strambe al limite del surreale e i suoi testi in grado di dare freschezza e interesse a banali momenti della vita quotidiana (“We are the tigers/We need separate rooms”) o di tirar fuori da queste buone cose di pessimo gusto degli ovetti kinder di Colombo di pura saggezza: “I know what the senator wants/What the senator wants is a blow job/I know what everyone wants/What everyone wants is a blow job” (confermo).

Non è tanto del rock da sbronza con litigio e “scia-i che ti di-coo…”, quanto un ottimo compagno per quei momenti in cui le speranze della vita sono passate e con loro anche tutte le ansie di farcela o non farcela. E quando capiterà ti metterai seduto sul marciapiede, ti accenderai una sigaretta o tirerai giù un sorso dalla lattina di birra prima che diventi calda; ti scoprirai a guardare da semplice spettatore, per la prima volta senza troppa animosità, quella roba strana che ti ha fatto penare e a volte sussultare. In quel momento sarebbe perfetto far partire “Jumblegloss” dall’iPod di Dio.

La vita è abbastanza bella dopo tutto (anche grazie a te Stephen).

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