A zonzo con Bob

lookdylanD.A. Pennebaker – Bob Dylan, Don’t Look Back

“Non guardarsi indietro, ma guardarsi sempre alle spalle, pararsi il culo”.

Se c’è un messaggio/non messaggio che Dylan – più o meno esplicitamente – lancia di continuo in pasto alla plebe è quello del doppio senso (altro…)

Screaming Lord Sutch

…e la mitica “Jack the Ripper

Bad girls or not?

priscd.jpgThe Priscillas – 10.000 Volts (Nags Head, 2009)

Primo disco dopo una serie di singoli per le Priscillas, quartetto londinese a prevalenza femminile (l’unico uomo è infatti il batterista Phil Martini, ex dei Tokyo Dragons). Questo 10.000 Volts cerca di trovare un equilibrio tra varie influenze, dal garage alla Holly Golightly all’indie-brit pop di band come Long Blondes, passando per il powerpop, Blondie, le girl band anni Sessanta e un pizzico di glam, che non fa mai male.

Il risultato è sicuramente apprezzabile, seppur con qualche passaggio a vuoto – dovuto a una produzione forse troppo pulita, oltre che all’eccessiva durata. Sono infatti ben 14 i brani in scaletta, per 50 minuti di musica; l’eliminazione dei pezzi più lenti (ad esempio la ballata quasi-soul “Outer Space” o “The King Is Dead”, con una tromba mariachi un po’ pacchiana) avrebbe sicuramente giovato.
Le cattive ragazze londinesi (Jenny Drag, Guri Go-Go e Kate Kannibal’s, per la precisione) dimostrano infatti di saperci fare molto di più quando il ritmo aumenta e ci si avvicina a linguaggi garage e power-pop, che le hanno non a caso rese famose con i loro live set infuocati.
In questo senso citazioni più che meritate per il singolo “(All The Way To) Holloway”, power-pop con perfetta melodia catchy; per “Jimmy In A Dress”, che ha la sua forza nel crescendo irresistibile e sfacciatamente pop degli ultimi 90 secondi; e poi per “Fly In My Drink”, su cui aleggia lo spirito di Blondie, oltre che per “Oh Keiko”, “Come Out!” e “Y.O.Y.”, i brani più garage del disco. Brevi, tirati e incisivi, come il genere comanda.

Quindi: buona la prima, ma la prossima volta sono richieste un po’ più di sporcizia e qualche orpello in meno. Siete cattive ragazze o no?

PIL!

Direttamente dai primi Ottanta il clip di “This is not a love song” dei PIL.

I Am Kloot… again!

moolah.jpgI Am Kloot – Play Moolah Rouge (Skinny Dog, 2008)

Ci avevano lasciato un po’ straniti  con Gods And Monsters, la loro ultima fatica in studio, nell’ormai lontano 2005. Sicuramente non la loro prova migliore, visto che parliamo di un gruppo che ha saputo comporre canzoni bellissime. Adesso tornano con Play Moolah Rouge a proporre tutto il loro repertorio fatto di musica inglese suonata bene.

In questo album troverete tutti i loro cliche e anche i tic più famosi di questo trio di Manchester. Se non li conoscete nessun problema: date un’occhiata a una loro “minigrafia” uscita su Black Milk un paio di mesetti fa.
Lo ammetto: sono di parte. A me gli I Am Kloot piacciono tanto e così quando ho iniziato ad ascoltare Play Moolah Rouge ero pieno di buone speranze e di cattive ansie: è sempre brutto essere delusi dai propri paladini, no?
Ma, per mia fortuna, questo album svolge egregiamente il suo compito e smarca definitivamente il gruppo dalla scena inglese del momento, ritagliandogli una nicchia popolata esclusivamente da loro: citofonare I Am Kloot, astenersi Babyshambles (Chi?) e altri perditempo.  Per essere sicuri che c’intendiamo, siamo molto più vicini ai Supergrass di Road to Caen che alla nouvelle vague inglese di gruppi come Klaxons e Kaiser Chiefs.
Adesso si può davvero dire che il loro suono è diventato il loro suono, così che ascoltando pezzi come “Chaperoned” , “Ferris Wheel” o “Hey Little Bird” avrete subito la sensazione di ascoltare gli I Am Kloot. Questi sono tutti pezzi molto belli e vari: si passa dal brano lievemente elettrico che cresce sino al parossismo, alla ballad mai troppo melensa e – anzi – molto delicata. Non mancano i momenti più movimentati  (ma non aspettatevi di pogare…) come l’apertura di “One Man Brawl”, “Someone Like You” e “The Runaways”, che avrebbe tranquillamente potuto entrare nella colonna sonora di Quattro matrimoni e un funerale.

L’album presenta anche canzoni più cantautorali, alla Damien Rice o Tom McRae: “Suddenly Strange”, “Down at the Front” e “At the Sea”.
Non manca neppure il piccolo capolavoro con “Only Role in Town” (anche il già citato “At the sea” ci va molto vicino).
Che dire in più? E’ proprio bello ascoltare un gruppo che ha il coraggio di non seguire la moda del momento. Certo, proprio per questo gli I Am Kloot non avranno mai un successo devastante ma questo, forse, è un motivo in più per volergli bene.
Intendiamoci: se vi piace il rock dai suoni sporchi e la batteria secca in 4/4  allora non ascoltateli; o meglio, fatelo solo se avete possibilità di far andare Play Moolah Rouge un po’ di volte sullo stereo, magari pensando a tutte quelle cose importanti della vita su cui ogni tanto è bello poter riflettere, come ad esempio il calcio, le donne e – ovviamente – l’alcool.

Pop according to Trynka

Paul Trynka – Open up and Bleed (Sphere, 450 pp., 2007)

Approfitto dell’uscita in brossura (in lingua originale, perdonate lo snobismo: l’edizione di Arcana proprio non ci pensavo a prenderla e per un paio di motivi almeno, non ultimo un sano e stizzito senso di competizione) e di una commessa FNAC che mi pratica un 20% di sconto ulteriore causa copertina un po’ vissuta. Et voilà: ecco il librone di Trynka su Iggy in mio possesso.

Ho impiegato un po’ a finirlo (quasi un mese, causa lettura discontinua) e la sensazione finale è triplice. Il primo aspetto verte sul fatto che il libro è ben scritto e ha un capitolo intero di materiale totalmente inedito e mai sentito prima – quello sulla vacanza voodoo di Iggy ad Haiti. Il secondo è che, per alcuni versi, avrei preferito un approccio più diretto e meno narrativo (più ricco di citazioni e frasi riportate). Il terzo è che – nonostante le (sacrosante) fanfare all’epoca dell’uscita – questo libro è semplicemente onesto e ben documentato, ma non rivoluziona né chiude il discorso biografico di Iggy Pop. Come dire: bello, ben realizzato, ma manca la sensazione di opera definitiva e insuperabile (almeno nel breve e medio periodo).
Ottimo, manco a dirlo, l’inserto fotografico con almeno tre-quattro scatti mai visti. Ma, in fondo in fondo, non sono le foto a contare, nell’economia di 450 pagine.

Bel libro, ma non epocale.

Zutons: puoi fare tutto

5366778x.jpgThe Zutons – You can do Anything (Deltasonic, 2008)

La nuova fatica degli Zutons si chiama You can do Anything: titolo veramente centrato, dato il carattere complessivo del lavoro. “Puoi fare quello che vuoi”: e così la band di Liverpool ha fatto.
Ricordate quel mix di sonorità eighties e pop-rock di Tired of Hanging Around? Bene, prendetelo e mettelo nelle mani di George Drakoulias (colui che ha prodotto dischi per Black Crowes e Primal Scream): il risultato sarà un prodotto fresco ed esplosivo.

L’esordio con “Harder and Harder” ci delinea subito un’idea dell’impostazione che McCabe e soci vogliono regalarci: chitarre tirate e voce roca ci conducono verso la west coast americana, ma una variazione finale col sax di Abi ci fa capire che il gruppo non lascerà mai la tanto amata Inghilterra.
Nei brani “Whats Your Problem” e “Family of Leeches” lo sperimentalismo del gruppo fa capolino in maniera accattivante e, da un certo punto di vista, anche ardita; se per il primo pezzo si tratta “solamente” di incrociare Thalking Heads e Primal Scream, nel secondo, si aggiungono anche delle chitarre in stile metal… l’effetto straniante è assicurato!
Insomma, You can do Anything pare quasi una pallina impazzita che continua a rimbalzare da una parte all’altra. Ci sono ballate in stile americano ( “Put a Little Aside” la vedrei bene fatta dai Red Hot Chili Peppers) e altre più prettamente Zutons-style come “Dirty Rat”; brani poppeggianti come “You Could Make The Four Walls Cry” e composizioni quasi country (alla Kings Of Leon dei tempi di “Mollys Chambers”) come “Don’t Get Caught”.
Per chiudere, non mi resta che dichiarare bellamente che: l’estate è arrivata, le vacanze sono vicine e questo degli Zutons per me sarà uno dei dischi per l’estate – uno di quei cd da portare in macchina o da piazzare nel player mp3 per tenerti compagnia durante un viaggio.

Iggy Pop does your bookstore

ig6.jpgAggiornamento sulle date di presentazione-promozione del volume di cui sono coautore (insieme a Gabriele Lunati, amico d’infanzia, nonché stimato autore, saggista e giornalista). Stiamo parlando di IGGY POP, CUORE DI NAPALM, la nuovissima biografia italiana di Iggy Pop, l’iguana del rock.

Andate e compratene tutti… e fatelo anche se Arcana ha tradotto, in contemporanea, la bio dell’iguana scritta da Paul Trynka, taroccandone anche il titolo originale (che era diverso).
I motivi per preferire Cuore di napalm? Eccoli qua:
Cuore di napalm non è una traduzione (e conoscendo la qualità media delle traduzioni fatte da poveri cristi pagati 100 euro per millemila pagine… lasciamo stare!)
Cuore di napalm è più maneggevole come formato (pur avendo un bel numero di pagine: garantito)
Cuore di napalm costa quasi la metà
Cuore di napalm è strutturato meglio (modesto eh?)
– e, soprattutto, Cuore di napalm continua a vivere anche dopo la pubblicazione, grazie al suo Myspace (qui) in cui vengono inseriti estratti e capitoletti bonus integrativi, non inclusi nell’edizione cartacea.

Per chi fosse interessato a intervenire a una presentazione per scambiare quattro chiacchiere, ecco le prossime date aggiornate (e in continua evoluzione):

– martedì 22 luglio: Alessandria @ libreria Mondadori h 18:30 (presentazione)
– martedì 22 luglio: Alessandria @ Four Bears Pub h 20:30 (aperitivo al napalm + dj set)
– venerdì 25 luglio: Novi Ligure (AL) @ mostra editoria locale (presentazione)
– mercoledì 27 agosto: Brescia @ festa Radio Onda d’Urto (presentazione)
– sabato 20 settembre: Fidenza (PR) @ libreria La vecchia talpa (presentazione)

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