Mastro Umberto tra il sole e il deserto

Umberto Palazzo – Canzoni della notte e della controra (Discodada, 2011)

Umberto Palazzo l’ho incontrato la prima volta una decina d’anni fa. Per caso. Eravamo in un clubbino rock della mia città. Lui stava facendo girare dischi su in consolle. Io stavo facendo girare gin tonic giù nell’intestino. Era un periodo nel quale mi sa che tutti e due, più o meno faticosamente, stavamo rimettendo assieme pezzi delle nostre vite.

Ricordo che quando ci scambiammo due parole ero già abbastanza su di giri. Giri che aumentarono allorché mi disse che stava per uscire un nuovo disco del rinnovato Santo Niente. A quell’ora nel fumoso clubbino erano rimasti solo i baristi, le consuete mosche da bar e il deejay. Così, in qualità di barfly titolare a cui si perdona un po’ di molestia alcolica, iniziai a pressarlo per fargli metter su un pezzo del nuovo disco del Santo Niente di cui mi aveva parlato (l’EP Occhiali scuri al mattino, uscito nel 2003 su Black Candy). Umberto mi disse anche che era da poco tornato a vivere quaggiù ma non a Vasto, la sua città natale, bensì a Pescara. Mi fece molto piacere quell’incontro, e ancor più venire a sapere di un altro figliol prodigo tornato all’ovile.
Da quella sera ci siamo rivisti negli anfratti del rock provinciale e cafone (non è un’offesa, ma una citazione di Silone) più di una volta, scambiando sempre veloci e amabili chiacchiere.

Umberto mi piace perché è un po’ come me: riservato e inadeguato il giusto, ma deciso e incazzuso quando serve. Dal punto di vista musicale l’ho sempre apprezzato. Senza mettermi qui a fare la cronistoria della sua lunga carriera, basti ricordare che negli anni ’80 ha suonato nella band neo sixties Ugly Things, a seguire negli Allison Run per poi fondare i Massimo Volume.
Nella seconda metà degli anni ’90 ha raggiunto l’acme della “fama” con Il Santo Niente, ma senza avvicinarsi neanche lontanamente al successo dei vari Afterhours, Marlene Kuntz, CSI, ecc. Dopo un lungo stop, nel 2003, tornato Pescara si è rituffato di testa nella mischia della musica in tutte le sue forme (suonata, scritta, deejayiata). Tanto per dire, da dj ha educato un par di generazioni di forti e gentili pischelli abruzzesi che si andavano a tritare di alcol al Wake-Up, un ottimo live-club purtroppo appena chiuso. Nella città di D’Annunzio, Flaiano e Rocco Siffredi (che in verità è di Ortona, ma ci stava bene) Umberto ha fatto resuscitare Il Santo Niente e, non pago, s’è inventato pure la variante strumentale dal sapore mariachi-tex mex, El Santo Nada, con cui ha di recente dato alle stampe l’apprezzato esordio autoprodotto Tuco.

Ora arriva, finalmente, il suo primo album solista che affonda entrambe le mani nella terra aspra di un meridione dell’anima prima che geografico. Un album dal titolo caposseliano, dichiaratamente low profile eppure magniloquente, passatemi il termine. Nel presentarlo lo stesso Umberto minimizza un po’: “Ho iniziato a realizzare quest’album mentre lavoravo ad altri progetti, cioè il disco nuovo del Santo Niente e quello del Santo Nada. L’idea di base è quella di fare un disco pre-rock, una specie di ‘what if rock never happened'”.
Insomma, una cosa fatta senza fretta, nei ritagli di tempo, in perfetta solitudine: “Ho praticamente suonato e registrato tutto da solo” – senza batteria (“nell’unico pezzo con la batteria c’è Gianluca Schiavon, ma non lo sa, perché ho recuperato la sua traccia da delle vecchie registrazioni”), ma con un’infinità di suoni e rumori percussivi (“Ho cercato strumentazioni atipiche per spostare la cosa fuori dal tempo. Le percussioni sono fatte quasi tutte con pezzi di metallo, sul modello degli Einsturzende Neubauten”), che danno colore, anima e, soprattutto, allontanano il pericolo del cantautore triste con la sua chitarrina acustica arpeggiata e stracciacoglioni.

Come ho anche detto a Umberto, dopo il primo fulmineo e fulminante ascolto nel disco c’ho sentito subito Piero Ciampi, la musica popolare del mezzogiorno, Crime and the City Solution, Tom Waits, Ennio Morricone, Nikki Sudden, Tindersticks, certe cose più acustiche dei Love and Rockets e persino Federico Fiumani.
Ma ascoltandolo per bene nel disco c’ è molto, molto di più. C’è il sole al tramonto della surf-music, la sabbia sottile del deserto, il folk scarnificato che si fa blues, la musica greca, l’eleganza raffinata di Bruno Martino, il ghiribizzo di Renato Carosone, la forza imperiosa di Domenico Modugno e un’attitudine post-punk da far venire i brividi lungo la spina dorsale.

Le fregole partenopee di “Café Chantant” sbriciolano in soli quattro minuti tutti i miei preconcetti sulla musica tradizionale napoletana. L’incedere marziale di “La luce cinerea dei led” tradisce il solido background alt-rock di Umberto che nel ritornello si scioglie in un lungo abbraccio verso la musica popolare italiana dei ‘50/’60: quella stessa musica che esplode in “Luce del mattino” dove persino quando canta “sha la la la lalla” mostra una profondità sconosciuta a molti autori della canzonetta italiana. “Acchiappasogni” ha un testo poetico di eccellente livello e un gran mood alla De Gregori: il bacio in fronte glielo dà poi la voce effettata e conturbante di Tying Tiffany che ci accompagna quasi cullandoci con la complicità di una musica dolcemente ipnotica. “Aloha”, già pubblicato nell’ultimo disco del Santo Niente in una versione “abbozzata”, è un pezzo che qui viene completato come meglio non si sarebbe potuto. Immaginate l’oriente che passa da Napoli per correre incontro a Washington DC. “La controra” è in assoluto il mio brano preferito e non solo perché è quello più marcatamente rock con una bellissima “batteria rubata” come ci ha confessato Umberto. Il verso “Godmorning Italia” e i 40 secondi finali gli valgono da soli la medaglia d’oro.

Già mi sono dilungato troppo, quindi la faccio breve. Canzoni della notte e della controra è la migliore prova artistica di sempre di Umberto Palazzo. Da oggi in poi, per quel poco che può interessare, lo chiamerò “mastro” (non “maestro” che mi sta sul cazzo tanto quanto “dottore”, ché i “dottori” sono quelli che stanno in ospedale e i “maestri” quelli che stanno a scuola). Mastro nel senso letterale di artigiano altamente specializzato.

A mastro Umberto gli ho posto tre domande tre, che in realtà sono mie curiosità. Eccole.

Come hai vissuto nella fase di preparazione e come stai vivendo ora che è uscito questo album, alla luce della tua lunga e “piena” carriera discografico-musicale?
La fase di preparazione è stata un momento di sospensione nella mia vita, una zona crepuscolare e di passaggio. Uno di quei momenti in cui, per aver tanto faticato, ti senti autorizzato a vivere senza sentire troppo il peso delle responsabilità. Il momento dell’uscita del disco è sempre molto emozionante e ogni disco porta sempre un cambiamento nella vita del suo autore, ma non posso dire cosa succederà, perché si scatenano sempre sia energie positive che negative.

Mi ha incuriosito che nel testo di “Metafisica”, nello strumentale “La marcia dei basilischi” e nel pezzo “La Controra” tu abbia omaggiato apertamente il primo film-capolavoro di Lina Wertmuller…
La voce fuori campo all’inizio del film della Wertmuller (I Basilischi) fa un elogio della controra (l’allucinazione post prandiale del sud) da cui è scaturita l’idea di questo lavoro, un’idea che credo sia germogliata nella mia testa almeno una decina di anni fa, anche se ho capito come avrei potuto realizzarla concretamente solo grazie all’esperienza El Santo Nada. La colonna sonora di quel film non a caso è di Ennio Morricone ed è da brivido. Credo che il prossimo passo e corollario di questo lavoro sarà rendere un omaggio diretto al Maestro, che considero il Bach dei nostri tempi, e a questo film.

Nel disco ci sono pochi ospiti (ma buoni). Il mio orgoglio teramano ha fatto capriole quando ho letto i nomi di Luca D’Alberto e Sandra Ippoliti… vuoi spendere due parole su di loro?
Mi ritengo molto fortunato che il caso mi abbia portato a vivere nella stessa zona di due musicisti così grandi. Luca è un giovanissimo, ma già affermato musicista di formazione classica, ma pur essendo pluripremiato nei concorsi di settore, è quanto di più distante si possa immaginare a riguardo di uno studente del conservatorio. Ha un piglio da rocker consumato, una personalità vulcanica e mentalità d’avanguardia. Il suo strumento d’elezione è la violectra, una viola elettrificata a sei corde suonata in un ampli valvolare, una vera arma da guerra. Il suo progetto principale è un duo che si chiama Ex-Wave e si sta parlando parecchio del loro disco Plagiarism in questi giorni. In una traccia (“Wonderland”) canta Astrid Young, che è la sorella di Neil, quel Neil Young. Un altro suo progetto è a metà con Xabier Iriondo. Ma quello che più conta è che Luca sia uno di quei rarissimi musicisti che sono vicini alla pura fonte della musica, esseri che sono fontanili della grande vena sotterranea originaria. Mi sono bastate due note ascoltate su YouTube per rimanere senza fiato. La sua presenza illumina “Café Chantant” e tutto il disco. E per Sandra Ippoliti il discorso è molto simile, ma, a differenza di Luca, Sandra non ha un’educazione musicale ortodossa, però la sua voce è fra gli strumenti più preziosi che io conosca ed è la mia cantante preferita. Sandra è una cantautrice, e solo quest’anno si è decisa a pubblicare il suo disco d’esordio che però ha già qualche annetto sulle spalle. Nel frattempo Sandra è enormemente cresciuta e da lei mi aspetto grandissime cose. La nostra collaborazione era iniziata prima di Canzoni della notte e della controra con la realizzazione del singolo Amara terra mia, pubblicato per raccogliere fondi a favore de La Ciudad, un’associazione culturale aquilana post-terremoto. Spero che intorno a questo pezzo, secondo me un piccolo capolavoro, possa al più presto agglomerarsi un lavoro organico, perché sarebbe veramente un peccato lasciarlo lì, povero pellegrino.

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Gara di resistenza al massimo volume

Massimo Volume – Cattive abitudini (La Tempesta, 2010)

1992. Studiavo a Bologna e tornavo poco a casa, per lo più durante le feste comandate. In una di queste rare occasioni andai a un festival rock in una discotecaccia in provincia di Pescara. E qui vidi per la prima volta i Massimo Volume di cui non sapevo nulla (altro…)

Union Carbide Productions story (parte 4)

E’ stato molto difficile avere a che fare con gli atteggiamenti di Steve Albini – uno che crede di essere l’Einstein del punk rock, una cosa che io trovo estremamente patetica
(Ebbot)

Nella terza parte della storia degli Union Carbide Productions abbiamo rivissuto la gestazione e la pubblicazione del terzo album, From Influence To Ignorance – uscito nell’aprile del 1991. Quasi in concomitanza con la pubblicazione del disco, però, la Radium 226.05 (l’etichetta che fin dall’inizio ha patrocinato gli UCP), in pratica si trova sull’orlo del fallimento e viene salvata – tramite acquisizione – dalla MNW, una label svedese piuttosto ben posizionata sul mercato.

Questo cambiamento, almeno sulla carta, dovrebbe essere positivo per il gruppo: la nuova etichetta è più solida, il successo dei Nirvana ha portato in classifica una tipologia di rock che non è poi troppo distante da ciò che gli UCP propongono, la band ha un certo seguito… si respira il profumo del “salto di qualità”.

Ultimatum

In realtà le cose sono molto meno semplici. La MNW non riesce a comprendere esattamente come gestire gli UCP, ereditati dalla Radium 226.05; i dirigenti capiscono che il gruppo ha un proprio mercato, sono impressionati da alcuni nuovi demo, ma dubitano fortemente sulle potenzialità commerciali. Per cui viene decisa una mossa di rottura: viene commissionato un nuovo album alla band, con la clausola che dal successo o meno di questo prodotto dipenderà il futuro del contratto che lega le due parti.
Ian Person: “Volevano che facessimo un disco da classifica, volevano i Nirvana svedesi o storie del genere. Volevano che sfornassimo un album grezzo e semplice, come le primissime cose degli UCP – ma non facevamo più quella roba e ormai eravamo più boogie che mai!”.

Per questo nuovo capitolo discografico la MNW raccoglie il suggerimento del proprio distributore statunitense (la Cargo), che vedrebbe bene gli UCP nelle mani di Steve Albini. La label accetta di mandare il gruppo intero a Chicago, per registrare, semplicemente perché è trapelata la voce che Albini potrebbe occuparsi del prossimo disco dei Nirvana: è un nome, quindi, spendibile a livello di marketing.
La scelta viene accolta con scetticismo dai membri della band, ma un’avventura negli States non si rifiuta mai.
Patrick Caganis: “In quel momento il nostro sound era molto rock’n’roll. Voglio dire, cose molto alla Stones e Faces. […] Misero in piedi questa fuffa con Albini, ed è molto strano, perché penso che lui non abbia nulla a che vedere col blues rock’n’roll. All’epoca non lo conoscevo quasi, avevo solo sentito i Big Black e non facevano proprio musica per me”.
Henrik Rylander: “Accettammo solo perché ci mandavano a Chicago. Fu l’unico motivo”.

Alla corte di re Albini

I sei musicisti (nel frattempo si è aggiunto Anders Karlsson alle tastiere) che si imbarcano sull’aereo per Chicago nel luglio del 1992 sono decisamente ai ferri corti tra loro. Le dinamiche interne, infatti, non sono affatto migliorate rispetto all’anno passato; addirittura, visto che Patrick è sempre più perso nel suo mondo, balena l’idea di sostituirlo con l’ex chitarrista Bjorn – che però declina l’invito.
Ebbot: “A insaputa di Patrick, domandammo a Bjorn se voleva venire con noi. Eravamo convinti che Patrick avrebbe mollato tutto… era completamente fuori. […] Vivevamo una situazione durissima: c’eravamo io e Ian da una parte, dall’altra Henrik, Jan e Anders, e in mezzo c’era Patrick. E non parlavamo quasi tra di noi”.
Patrick, secondo il copione che va in scena invariato dall’anno precedente, è ancora vittima di problemi personali piuttosto invalidanti, legati a una relazione disfunzionale con una ragazza.

All’arrivo a Chicago, comunque, i ragazzi sono entusiasti; una sensazione destinata a smorzarsi quasi subito.
Jan: “Dopo un paio di giorni che ci prendemmo per sistemarci, iniziammo a domandarci quando avremmo iniziato a incidere. Ma una telefonata allo studio ci rivelò che non era stata fatta nessuna prenotazione. Chiamammo la Cargo e ci spiegarono che saremmo stati solo un paio di giorni in studio, per poi spostarci a casa di Albini. Il problema era che lui non poteva iniziare a lavorare perché era nel mezzo dei festeggiamenti per il suo trentesimo compleanno: stava giocando a biliardo da giorni senza fermarsi, e non voleva essere disturbato”.

Quando finalmente Albini finisce di giocare e fare baldoria, si presenta alla band con un’idea decisamente diversa da quello che tutti si aspettavano, come racconta Ian: “Ci disse: ‘Dai, andate lì dentro e registrate, facciamo tutto in due giorni’. Noi ce ne stavamo lì a bocca aperta come dei pecoroni e ci chiedevamo: ‘Ma cosa dice?’. Noi volevamo fare un sacco di sovraincisioni, prenderci il nostro tempo in studio. […] Ma Albini non ne voleva sapere e diceva: ‘Ho un altro gruppo da registrare, dobbiamo sbrigarci'”.
Jan: “Albini ci disse, con grande orgoglio, che di solito registrava i gruppi in presa diretta al mattino e poi nel pomeriggio mixava tutto. Le nostre session furono una via di mezzo. Lui era abituato a incidere band di tre elementi, che facevano musica semplice. Gli UCP erano cinque musicisti e un cantante, ognuno con le proprie parti distinte da suonare all’unisono e per tutto il tempo, per cui solo nei pezzi molto minimali come ‘Turn Off The Blues’ l’approccio del tutto-in-una-volta funzionava”.

Le session sfiorano il disastro; addirittura  pare che una barista di Chicago amica della band, dopo avere sentito un nastro coi nuovi pezzi, abbia detto: “Cosa diavolo avete fatto per quattro settimane? E’ uno schifo! Suona malissimo!”.
Patrick: “Mi ricordo che sull’aereo, ritornando a casa, ci mettemmo tutti ad ascoltare il mixaggio finale di Swing e nessuno si eccitava, nessuno diceva ‘Hey è bello!’. Ce ne stavamo tutti seduti persi nei nostri affari. Io a un certo punto misi una cassetta degli Upside Down Cross che mi aveva dato Albini; era quasi black metal, ma andava bene perché non volevo ascoltare il nostro schifo di album”.

Swinging Gothenburg

E’ così che gli UCP decidono di ritoccare il lavoro per conto loro – soprattutto il mixaggio – in Svezia (la versione originale scaturita dalle session di Chicago si può sentire nel bootleg ufficiale The Albini Swing del 1994). Il risultato è Swing, fatto uscire di fretta e furia dall’etichetta nel dicembre 1992, con una copertina che definire indegna è un complimento.
Ebbot: “Ormai non mi importava più niente. E il colpo di grazia me lo diede quella copertina, che fecero senza dirci nulla. La vedemmo nei negozi e l’unica cosa che riuscimmo a pensare fu che era la peggior copertina di tutti i tempi, nessuno ne aveva mai fatta una così brutta”.

Swing è un buon album, giudicato col senno di poi. Solido, ma non eccezionale: è ricco di mestiere, davvero rock’n’roll, ma decisamente troppo standard. E anche i sogni della MNW di sfondare nel nuovissimo mercato alternative rock si schiantano contro l’ostacolo di un disco medio, senza picchi, come se si trattasse di una fotocopia di terza generazione di ciò che la band era stata. C’è la pseudo-ballatona di turno (“Mr Untitled”, pochi gradini sotto a “Golden Age” del disco precedente, per intensità), un tour de force stoogesiano (“High Speed Energy”) lievemente imbolsito ma sempre potente, l’expolit psichedelico di “Chameleon Ride”… e poi una mezza dozzina di pezzi di puro hard-punk-boogie di cui anche Keith Richards potrebbe andare fiero, se solo gli interessasse sapere cosa è l’underground.

Ad aprile del 1993 gli UCP si imbarcano in un tour promozionale di circa sei settimane, il “Get In The Swing Tour”. Partono in cinque (il tastierista è già fuori dai giochi) e l’atmosfera e di smobilitazione, come ricorda Ebbot: “Credo che ormai ci fossimo tutti chiusi in noi stessi, era impossibile comunicare. Avevamo suonato assieme per troppi anni, credo che fossimo arrivati al settimo”.
Come se non bastasse le condizioni logistiche non sono particolarmente migliorate; Patrick: “Per questa volta affittammo un’auto, una di quelle piuttosto piccole, e avevamo un carrello attaccato dietro per tenerci dentro l’attrezzatura. Questo tour fu davvero in puro stile Spinal Tap. Girammo circa per un paio di mesi e molti concerti vennero cancellati all’ultimo istante, come quelli in Spagna. In Italia ne rimase uno solo. Restammo per diversi giorni senza nulla da fare, solo a cazzeggiare con un pallone” .

Cronaca di una fine annunciata

Al termine del tour gli Union Carbide Productions si sfaldano: il gruppo formalmente esiste ancora, ma nessuno dei membri ha voglia di continuare. Ian si chiama fuori dalla faccenda disertando un concerto a un importante festival finlandese (“Dissi solamente: non vengo. Potevo usare come scusa le mie orecchie, perché avevo un versamento di sangue e non potevo volare con le orecchie in quelle condizioni”), che diventa l’atto decisivo nella storia della band. Il destino degli UCP è segnato e tutti sono d’accordo nel decretare la fine dell’avventura.

Henrik: “Decidemmo solo di fare un ultimo tour estivo per andare a pari coi debiti. Dovevamo dei soldi all’agenzia di booking e alla casa discografica e volevamo chiudere la faccenda. Però Patrick decise di non venire in tour, così chiamammo Bjorn, che rientrò nella band”.
Patrick: “Non mi andava, sentivo che se fossi salito sul palco a dire addio probabilmente mi sarei messo a piangere o qualcosa del genere. E comunque se tutta la faccenda era per salutarci tra noi, direi che l’avevamo già fatto, quindi non ho partecipato”.
Ian: “Credo che si sia trattato di 10 o 15 concerti  in Svezia, e poi a Oslo e Copenhagen. […] Facemmo pezzi di tutti e quattro i dischi, le canzoni che ci piacevano di più”.

Il concerto di addio si tiene a Gothenburg il 4 dicembre 1993 (il giorno della morte di Frank Zappa, per una bizzarra coincidenza) ; prima che gli UCP salgano sul palco diversi gruppi si avvicendano per suonare cover della band.
Il set dei protagonsiti della serata è diviso in due parti: si inizia con una frazione unplugged, per poi procedere con il più classico macello elettrico. La serata, in termini di accoglienza, è un grande successo, ma la percezione che i membri del gruppo hanno è di sollievo – come se fosse terminata un’esperienza ormai dolorosa e pesante.
Ian: “Non eravamo più un gruppo e l’energia non c’era più. Fu una festa divertente, più che altro. Ho riscoltato di recente la registrazione della serata… ok, non è male, ma non c’è nessuna magia. Eravamo troppo vecchi per quella roba, ormai”.
Jan: “Quell’ultimo concerto fu un successo strepitoso, un bellissimo evento. Dopo mi trovai ad avere sentimenti contrastanti in proposito, perché il gruppo lasciava un grande vuoto nella mia vita […]. Ma nel contempo ero un po’ stanco della vita superficiale che facevamo”.
Henrik: “Fu una liberazione. Dopo che decidemmo di smettere, iniziai a sentirmi davvero bene, perché era esattamente quello che volevo fare da parecchio tempo”.
Ebbot: “Ero sollevato. Per festeggiare me ne andai in Marocco dove rimasi per un po’. Fu una bella esperienza”.

E’ la fine, ma non cala il silenzio – visto che praticamente tutti gli ex UCP continuano a suonare (chi in progetti già iniziati durante la vita della band, chi in nuove formazioni o da solo).

Reunion blitz

Dieci anni dopo, in occasione dell’Oya Festival di Oslo, gli UCP si riformano per una data. Un sabba estemporaneo in cui si ritrovano, appesantiti (Ebbot è veramente una montagna di carne irriconoscibile) ma pacificati, per inscenare un ultimo concerto all’insegna dei vecchi tempi. L’intero live è disponibile su YouTube (QUI) e mostra una band maturata, ma troppo pulita e professionale… i tempi degli eccessi sono finiti da un bel po’ e a parte i ricordi non resta molto altro a rinverdirli.
Da quel momento, per qualche tempo, si rincorrono voci di un possibile box set antologico con inediti e rarità, ma tutto si conclude in un nulla di fatto. E così i dischi degli UCP rimangono una curiosità non troppo facile da reperire – almeno fino a pochi mesi orsono, qando sono stati ristampati su cd e a prezzo abbordabile.

Non staremo a parlare dei Soundtrack Of Our Lives e di tutta la miriade di progetti (solisti e non) post scioglimento… queste sono altre storie e ci sarà tempo anche per loro. Per quanto riguarda gli UCP, l’unica chiusura degna è una frase di Bjorn, che dice: “Gli Union Carbide Productions sono stati un’estensione delle nostre personalità e attraverso la musica creavamo un nostro mondo. Una specie di party perpetuo, ma anche una gigantesca recita teatrale. A volte le cose sfuggivano di mano, ma alla fine tutti avevamo una sola priorità ed era la musica. Quando suonavamo assieme tutte le stronzate venivano messe da parte e sentivamo solo la libertà”.

Union Carbide Productions story (parte 3)

Gli Union Carbide Productions sono stati una grandissima influenza. A un certo punto mi dissero che, visto che mi piacevano così tanto, avrei dovuto provare a sentire gli Stooges e gli MC5. Subito pensai che questi due gruppi erano un po’ scadenti rispetto agli UCP, ma poi ho capito.
(Dregen, Hellacopters)

Nella seconda parte della storia, avevamo lasciato gli Union Carbide Productions alle prese con il tour di supporto per Financially Dissatisfied, Philosophically Trying, a cavallo tra il 1989 e il 1990. Già nella primavera, però, iniziano le session serrate per tentare di assemblare un nuovo album; sembra che le idee non manchino e con un regime di quattro prove settimanali nel giro di poco tempo viene confezionato un lotto di brani inediti.

Psicodrammi a go-go

Nell’autunno del 1990 gli UCP, compatti e rodati dopo il lungo tour, entrano nello studio Music-A-Matic di Gothenburg per fissare i pezzi che costituirannno From Influence To Ignorance. Ma, ancora una volta, quello che superficialmente sembrerebbe un quadro piuttosto stabile, si rivela l’esatto opposto.
Ebbot: “Vari problemi di donne e di droga iniziarono a influenzare il nostro lavoro in studio. Non avevamo più energia, ed è per questo che il disco uscì molto più leggero dei precedenti”.
Secondo Ebbot e il batterista Henrik Rylander uno degli ostacoli più grandi è costituito dal chitarrista Patrick Caganis; Rylander commenta così, a questo proposito: “Patrick secondo me non stava bene all’epoca. Aveva dei casini con suo padre. Credo che mentalmente non stesse bene e andando in tour questo disagio esplose. Finì per mettersi a bere tantissimo – nel peggiore dei modi, quello distruttivo”.

In effetti anche Patrick, intervistato da Mike Stax nel 1998, descrive una situazione personale piuttosto disastrata: “Avevo conosciuto questa tipa nel 1990 e credo che i problemi della band siano iniziati proprio per via di questa storia. Nessuno di noi due aveva il coraggio di lasciare l’altro; credo che tutto derivasse dal fatto che eravamo molto simili. […] Litigavamo di continuo e lei aveva la tendenza a controllarmi in ogni momento, si presentava in studio a sorpresa mentre registravamo e cose del genere. Il modo che avevamo trovato per risolvere i nostri problemi era ignorarli – anzi, per dimenticarli uscivamo e andavamo a bere. Poi a volte lei arrivava ubriaca e voleva parlare con me, ma era un disastro. Io ero davvero dispiaciuto perché così non riuscivo a concentrarmi sulla musica e alla fine questa roba ha danneggiato il gruppo intero”.
Ian: “Aveva troppi problemi con questa ragazza. Erano sempre lì ad attaccarsi, quindi Patrick era perennemente di pessimo umore, in studio. A volte capitava di dirgli: ‘Perché non provi a fare così o cosà?’ e lui si incazzava, spegneva l’ampli e se ne andava”.

Il colpo di stato di Ebbot

Se Patrick Caganis è fragile e sull’orlo della crisi più nera, non bisogna dimenticare un elemento altrettanto importante per inquadrare il mood di From Influence To Ignorance, ovvero l’ascesa di Ebbot alla posizione di produttore e di ago della bilancia nelle scelte della band. Il cantante, in poche parole, prende il comando in studio: siede dietro al mixer con il produttore Michael Ilbert, pensa agli arrangiamenti, decide come e dove utilizzare effetti o trucchi.
Il risultato è un sound completamente inedito per gli UCP: tutti gli strumenti vengono registrati separatamente, viene sfruttata al massimo la tecnologia digitale disponibile e – in generale – ogni cosa suona più pulita, patinata… per alcuni fredda.
Henrik: “Ebbot produsse il disco insieme a questo tizio che si chiama Ilbert, ma non mi piacque la cosa. Il fatto è che Ilbert processò tutto con un computer e separò gli stumenti in maniera troppo netta… così il suono è meccanico e non ha il feeling dei primi due dischi”.

Dunque, il disco è un disastro? Nossignori. Niente di più falso. E’ un grande album di rock fortemente influenzato dai colossi dei Sixties e con un suono piuttosto moderno. Certo, non c’è più molto degli UCP selvaggi e fuori controllo degli esordi, ma qui si vola a un’altra quota, il gioco diventa più raffinato e ricercato.
Mike Stax paragona From Influence To Ignorance a Beggars Banquet e lo definisce un “capolavoro per gli anni Novanta”: e, in effetti, Ebbot e soci in questo frangente si rivelano molto stonesiani – soprattutto in episodi come “Be Myself Again”, una specie di “Gimme Shelter” di fine secolo.

Ma la paletta dei colori a disposizione degli UCP sembra essersi arricchita molto, per cui troviamo deliri acustici (“Can’t Slow Down”), richiami a groove jazzato (“Baritone Street”), i vecchi germi del rock detroitiano (“Got My Eyes On You”), cavalcate epiche dalle dinamiche cangianti (“Train Song” e “Coda”) e anche una ballata delicata, crepuscolare, ombrosa – tra Dylan, Hendrix e Arthur Lee… quella “Golden Age” che è destinata a diventare il brano più noto dell’intero album, nonché la cosa più vicina a un hit che la band abbia mai sfornato.
“Golden Age” è un pezzo la cui paternità è – stranamente – da attribuire in toto a Ian Person, che ricorda: “L’avevo composto prima di unirmi alla band e ci è voluto un bel po’ prima che gli altri accettassero di suonarlo, perché dicevano che era troppo soft. Pensavano che non c’entrasse con il resto, all’inizio, ma poi durante l’anno il nostro sound iniziò a cambiare, volevamo fare cose differenti – più anni Sessanta, direi. E’ così che ci lavorammo, Ebbot scrisse il testo e ne uscì una buona canzone”

Nonostante i problemi personali e le tensioni, quindi, il risultato è notevolissimo. Tanto che – a parte una generale insofferenza verso alcune scelte di mixaggio di Ebbot e Ilbert – tutti i membri della band si dicono soddisfatti del nuovo lavoro.
Nel frattempo, però, sul fronte più legato agli aspetti amministrativi, si sta consumando un classico dramma da record business: l’etichetta che fin dall’inizio ha patrocinato gli UCP, la Radium 226.05, è vittima di gravi problemi finanziari e a rischio di fallimento. Nell’aprile del 1991, quando From Influence To Ignorance viene ufficialmente pubblicato, qualcuno ha difficoltà a trovarlo nei negozi e – a dispetto di recensioni osannanti da parte della stampa internazionale – in Svezia la band stenta a essere presa sul serio dall’establishment.

Got live if you want it

Viene comunque organizzato un lungo tour a supporto del disco: per tutta l’estate e l’autunno del 1991 gli UCP suonano in Europa, soprattutto in Germania e nei Paesi scandinavi, ovvero le piazze in cui hanno raccolto maggiori frutti. L’inghilterra, invece, continua a essere ostile – come la regola vuole; infatti Henrik ricorda così una data al Marquee di Londra, del settembre 1991: “Prendemmo il traghetto dall’Olanda per l’Inghilterra. Suonammo al Marquee e fu un’esperienza pessima. Credo ci fossero al massimo 20 persone, tutte sedute; solo uno era in piedi, davanti al palco, e ci faceva il dito mandandoci affanculo. Fu un disastro. Ci pagarono 50 sterline in monete da uno”.
Anche Patrick ha un’immagine viva dell’esperienza londinese: “E’ un bellissimo ricordo fatto di lacrime, negatività, puzza d’aglio e chissà che altro. Quando arivammo a Londra eravamo esaltatissimi, tipo: ‘Cazzo! Suoniamo al Marquee! Grande!’. Credo fosse la terza sede che il Marquee ha avuto: era grande, una specie di cinema, coi soffitti alti e un impianto potente. Quando arrivammo al locale non vedemmo neppure un poster del concerto, così iniziammo a chiedere: ‘Ma non avete fatto pubblicità? Un po’ di manifesti, qualcosa?’. I tizi che erano lì ci guardarono e ci dissero: ‘Abbiamo messo un manifestino’. ‘Cosa!?’ fu la nostra risposta… i tizi erano davvero scazzati e ci dissero: ‘Dai, su, non l’avete visto? Abbiamo da fare, lasciateci in pace… comunque è là fuori, sulla porta’. Era una fotocopia in bianco e nero di un foglio scritto a mano, in caratteri minuscoli, che diceva ‘Stasera, Union Carbide Productions’. Ed era l’unica pubblicità che avevano fatto. Il tecnico del suono era una specie di hippie che ci disse: ‘Grandi! Avete dei Marshall e degli Ampeg! Sparate il volume al massimo, quando si riempirà di gente sarà una figata, potentissimo. Qui lo spazio è grande, si sentirà da dio’. […] Al momento di suonare ci saranno state 30 persone e ovviamente non si capiva nulla”.

E’ una vitaccia, nonostante tutto. Il disco piace, ma le vendite non garantiscono il passaggio al professionsimo e neppure i concerti riescono a fornire un’entrata sufficiente ai membri della band. Anzi, tutti i soldi finiscono in benzina, spese per la sopravvivenza e riparazioni al terribile furgone utilizzato per spostarsi, il White Whale.
Ian: “Tutti i soldi venivano risucchiati dal furgone. Avremo speso mezzo milione di corone in quel coso”.
Patrick: “Il bus si rompeva di continuo. Tutti i soldi che guadagnavamo finivano nel furgone. All’inizio era divertente, ma dopo essere stati in giro un po’ di anni a suonare e a girare ci rendemmo conto che non c’erano soldi per nessuno. Dovevamo combattere per sopravvivere. All’epoca non ci ho mai pensato, ma ora riesco a razionalizzarlo e dico che se non ci sono soldi, il divertimento se ne va. Alla fine di ogni tour eravamo tutti così stanchi che non avevamo voglia di vedere nessuno. Ci scappava la voglia di fare le prove. E poi dovevamo sempre trovarci dei lavoretti provvisori per tirare su qualche soldo”.

Segnali di dispersione

E’ proprio tra il 1990 e il 1991 che tra le file degli UCP inizia a serpeggiare – forse inconsciamente – un impulso alla fuga. Tanto per iniziare, la band al gran completo ogni tanto si concede il vizietto di cambiare nome per qualche concerto raccolto, a base di cover e classiconi del rock. Stiamo parlando dei San Francisco Boogie Band, ossia gli Union Carbide Productions sotto pseudonimo che si divertono coi pezzi di Stones, Beatles, Love, Kinks, Pink Floyd e MC5.

Ma non è tutto, in quanto Ebbot – alla fine del 1991 – dà vita a un progetto collaterale, un duo che si chiama Levity Ball.
Ebbot: “Sentivo di avere tanta energia creativa, tante canzoni nella testa, ma ogni volta mi sentivo dire: ‘No, questo pezzo non possiamo farlo, è troppo morbido’. Si nascondevano tutti dietro a questa maschera dell’underground, credo. Erano tutti spaventati e ripetevano: ‘Perché non facciamo come nel primo disco?’. […] Così iniziai a suonare roba acustica con un altro tizio che conoscevo. Erano cose molto vicine a Forever Changes, pezzi molto alla Love e Buffalo Springfield, cose più leggere. Facemmo qualche concerto, e suonavo anche io la chitarra. […] Mi ero stancato. Non succedeva niente di nuovo nella nostra band e litigavamo di continuo per stupidagigni, mentre io volevo solo essere creativo. […] Questo progetto fu l’inizio di quello che sono poi diventati i Soundtrack of Our Lives”.

Nel frattempo anche Ian Person, insieme all’ex UCP Bjorn Olsson, si dedica a un side project. Sono i Black Balloons, un gruppo pesantemente influenzato dai Rolling Stones, con un gusto marcato per gli arrangiamenti a base di fiati.
Ian: “Bjorn voleva tantissimo che Ebbot si unisse a noi. […] Poi mi diceva di continuo: ‘Ian, devi andartene da quel gruppo. Non è buono, fa schifo’. Lui sa essere un grande manipolatore quando vuole”.

Gli altri tre membri della band vivono questa situazione in maniera contrastata. Henrik e Jan pensano che delle valvole di sfogo siano utili, soprattutto perché così Ebbot può esprimere altrove la sua anima Sixties, che secondo loro c’entra poco con gli UCP.
Patrick, invece, dal suo aureo isolamento osserva con occhio scettico gli eventi, convinto che il gruppo dovrebbe essere come una relazione sentimentale: una faccenda basata sulla monogamia.
Patrick: “Io, da parte mia, pensavo: ‘Abbiamo una band. Portiamo nuove idee e qualunque cosa ne esca è ok’. Non ho mai pensato che avremmo sempre dovuto essere come nel primo disco o come nel secondo. Non l’ho mai messa in questi termini. Per me qualunque cosa facessimo in sala prove, se suonava bene, ci potevamo lavorare. Secondo me avremmo dovuto fare così”.

[Vai alla parte 4]

Union Carbide Productions story (parte 2)

Nella prima puntata della storia degli Union Carbide Productions abbiamo raccontato la nascita del gruppo e la genesi dell’esordio-capolavoro In The Air Tonight.

Abbiamo lasciato la band rientrata da un blitz glorioso in terra statunitense, che per celebrare il momento di grazia perde a raffica il chitarrista Bjorn Olsson (“Non mi piaceva più quello che facevamo”) e il bassista Adam Wladis (licenziato perché “non ha il blues”) (altro…)

Union Carbide Productions story (parte 1)

Il tre dicembre 1984 la città di Bhopal, India, si sta svegliando. E’ l’alba. La popolazione si prepara ad affrontare una giornata di quotidiano disastro, ma ancora non sa che durante la notte è accaduto qualcosa di veramente letale (altro…)

Xerox Militia! numero 1

xeroxmilcover.jpgXerox Militia! n.1 (47 pagine, fotocopiata, A5)

Sono un po’ d’anni che manco dall’universo delle fanzine. Una sorta di crisi di rigetto, forse, dato che durante tutto l’arco dei Novanta fare fanzine è stata una delle cose (insieme al suonare e al gestire un’etichetta e mailorder) che più mi piaceva e a cui più mi dedicavo nel tempo libero. Ricordo annate auree in cui sembrava nascere una ‘zine nuova a ogni battito di ciglia e non c’era giorno in cui non ne trovavo almeno una nella cassetta delle lettere. Poi tutto – con Internet a fare la parte del leone – si è afflosciato e anche io, come tanti altri, mi sono dedicato alla rete, che trovavo più veloce, comoda, nuova e curiosa.

Ora, a circa 10 anni di distanza, mi accorgo che è rimasto qualche eroe della fotocopia; prima incappando nella più situazionista e meno music oriented Deadskyline (che oltre al formato pdf scaricabile esiste in versione cartacea gratuita), poi in questa più old school e tradizionale Xerox Militia!, direttamente dalle lande triestine

In queste 47 pagine formato A5 (il caro vecchio foglio A4 piegato a metà), spillate e fotocopiate, c’è il classico profumo di fanza – anche se il layout è molto pulito e innegabilmente computerizzato: ma non ci si lamenta certo per questo… anzi!
Loris, la mente dietro all’operazione, parla della musica che più lo colpisce e lo fa con cognizione di causa, passione e varietà: non aspettatevi una fanzine monogenere, infatti, perché in Xerox Militia! si parla di garage revival italiano, di stoner, di indie, di lo-fi anni Novanta, di garage punk… e poi ci sono un paio d’interviste a personaggini del calibro di Federico Ferrari (storica penna di Rockerilla e membro dei garagers nostrani Ugly Things, tra le tante cose) e Chris D. (Flesh Eaters, Divine Horsemen, Stone by Stone).

Insomma, nostalgici delle fanze, ma anche giovani virgulti abituati a Myspace e alla rete, dovreste farvi un favore e procurarvi Xerox Militia! per (ri)assaggiare un piatto dal sapore ormai poco consueto: la carta stampata do it yourself. Certo, non ci sono i link cliccabili sulle pagine fotocopiate, ma il gusto di piazzarvi sul divano, magari con un disco sul piatto dello stereo (evitiamo gli mp3 su Winamp: rovinerebbero l’atmosfera, per dio!), è impagabile.

Per averne una copia scrivete a: loriszecchin@gmail.com
xeroxmilindex.jpg

[Le foto sono di Ginevra]

Il folk-rock secondo San Unterberger

turnturnturn.jpgRichie Unterberger – Turn!Turn!Turn!, the ‘60s folk-rock revolution (Backbeat Books)

Autore di un libro fondamentale come il superbo Unknown Legends of Rock’n’Roll che tracciava in tempi non sospetti (1998 circa) i profili di “leggende sconosciute” della musica che più amiamo, con un roster di nomi che partiva da Graham Bond per arrivare ai Rocket from the Tombs; collaboratore fisso di Ugly Things; compilatore per numerose label specializzate in ristampe… Richie Unterberger è ormai da anni una garanzia per tutti gli amanti della buona musica che non riescono a sottrarsi al sottile piacere della letteratura che da essa può scaturire.

Turn!Turn!Turn!, uscito originariamente nel 2002, è il primo di due volumi (l’altro è il successivo Eight Miles High) da cui Unterberger parte per raccontarci quella che è stata la rivoluzione folk-rock che ha attraversato gli anni Sessanta. La fine del libro volutamente coincide con una data dal significato mitologico: 29 luglio del 1966. Per chi non lo sapesse, è il giorno del famigerato incidente motociclistico di Bob Dylan.
Anche se il prologo del libro dedica ben venti pagine al festival di Newport e alla svolta elettrica di Dylan, inquadrandola nel contesto dello scontro ideologico nei rigidi ambienti conservatori del folk dell’epoca con annessi episodi ormai leggendari (il famigerato quando poco verosimile attacco all’amplificazione di Dylan da parte di un Pete Seeger inferocito armato d’ascia), è nelle restanti quasi 280 pagine che Unterberger mostra il suo talento. Pochi autori, infatti, hanno l’instancabile capacità del nostro di raccogliere migliaia di informazioni (tutte di prima mano, ovviamente), catalogarle e unirle in una forma appassionante e coinvolgente sia per l’esperto in cerca di chicche inedite, sia per il lettore casuale e meno scafato.

Il risultato è un’orchestra di voci e dettagli (più di cento i personaggi intervistati fra musicisti, produttori e giornalisti), che ci accompagna dagli albori della nuova scena folk nel Greenwich Village fino all’avvento del folk-rock, arrivando quasi a lambire la nascente scena psichedelica californiana.
Nel libro sono analizzati con perizia e cura sia i nomi maggiori come Dylan, Joan Baez, i Byrds e i Loovin’ Spoonful, ma anche nomi i volti meno noti di Tom Paxton, Tim Hardin, Judy Henske, Mimi and Richard Farina, Fred Neil, i Daily Flash Bob Lind e P.F. Sloan. Artisti, questi, che hanno contribuito al pari dei più famosi colleghi alla nascita e alla matirazione di un genere che non è stato solo musicale, ma che ha fornito a un’intera generazione uno strumento nuovo per rapportarsi alla realtà e costruirne una propria. Perché come dice Arlo Guthrie: “Philosophy, the art of it, was unreadable, unknowable, to people who controlled the industry”.
Buona lettura.

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