Tonylamuerte fatto e rifatto

copertina-mondo-muertoVVAA – Mondo Muerto (Hoodooh/Black Nutria/Black Dobro Alliance)

Dopo il bel cd Il tonico caprone (del 2013) e il precedente del 2012, torna Tonylamuerte Onemanbad, ma – ovviamente – lo fa a modo suo. Quindi non con un disco nuovo in cui ci canta e ci suona il risultato dei suoi ultimi sforzi autoriali, ma con un tributo. A se stesso (altro…)

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The Madcap and the Mojo

mojocoverSignori, il numero di marzo 2010 di Mojo è stato un colpaccio, e vale la pena di menzionarlo anche se ormai in edicola a brevissimo troverete la rivista di aprile (altro…)

Tutti gli amici di Jeffrey Lee Pierce

ridersVV.AA. – We Are Only Riders, The Jeffrey Lee Pierce Sessions Project (Glitterhouse, 2010)

Ok è ufficiale, ci sono arrivato a quasi 40 anni, ma l’ho capito: è facilissimo fregarmi e intortarmi, basta pronunciare il giusto numero di volte le parole Jeffrey Lee Pierce e Gun Club e il gioco è fatto.
Ma a questo punto mi rassegno e accetto la cosa come una malattia cronica impone (altro…)

Intervista a Circo Fantasma

circolive1.jpgHanno pubblicato quattro album tra il 1997 e il 2006. Proprio ora stanno preparando il seguito della loro ultima fatica, che era – almeno stando al primo impatto – un accorato e pulsante tributo al genio di Jeffrey Lee Pierce (in collaborazione con una serie di personaggi di altissimo profilo, da Nikki Sudden a Steve Wynn, passando per Cesare Basile, Manuel Agnelli, Emidio Clementi e Linda Pitmon) intitolato, appunto, I Knew Jeffrey Lee.
Sono i milanesi Circo Fantasma e abbiamo scambiato una lunga chiacchierata via mail con il cantante/chitarrista Nicola Cereda, che gentilmente si è prestato a rispondere a queste domande in due tornate. Ecco come è andata…

[Si ringrazia Carlo/Indianalien – fisarmonica, organo, piano dei Circo Fantasma e leader degli Indianpalms – per l’aiuto]

Dopo una carriera più che decennale, la collaborazione con realtà e papaveri del rock indipendente (e non) italiano, i dischi targati BMG, Sony, Edel e Polygram, la prima domanda che mi sgorga spontaneamente è: il Circo Fantasma vive della sua musica? Perché sarebbe una notizia piuttosto intrigante, vista l’aria che tira…
La risposta è ovviamente no, e comunque non tira un’aria particolare. Credo sia sempre stato così, e non mi riferisco solo alla musica. Fare l’artista di professione in Italia richiede sacrifici enormi e grande talento o magari anche solo il talento di sopportare un tenore di vita quantomeno incerto. In alternativa si può nascere ricchi, avere una fortuna sfacciata o essere particolarmente raccomandati. Non c’è comunque posto per le mezze misure.
E’ comodo avere un lavoro che ti permetta di portare avanti un’attività parallela, ma esiste il rischio concreto che questa poi si trasformi in un hobby da dopolavoristi. E’ comodo avere un lavoro, ma ruba energie e tempo alla tua arte che si puo’ atrofizzare per mancanza di stimoli. Rende più arrendevoli e disposti ad accettare la sconfitta in quanto lo stipendio arriva per altre vie. Per vivere d’arte bisogna essere cinici e determinati. Se hai lo stomaco vuoto devi arrivare ad ogni costo e questo innesca un circolo alla fine virtuoso. Non credo di poter essere smentito quando affermo che abbiamo fatto la scelta più comoda.

La scelta di fare uscire un disco come I Knew Jeffrey Lee sembra piuttosto coraggiosa, soprattutto considerato che in Italia il buon Pierce è ancora piuttosto sconosciuto (nonostante un minimo di attenzione in più riservatagli negli ultimi anni). E’ stato facile trovare qualcuno disposto a produrlo?
Innanzitutto non si tratta di un tributo ai Gun Club bensì a una scena musicale assolutamente virtuale che non è mai esistita se non nella nostra testa. Inoltre è un appassionato tributo ai nostri vent’anni quando la musica era tutto per noi. Quindi è anche un disco tremendamente intimo e personale, in cui c’è moltissima farina del nostro sacco. Le nostre versioni (tranne un paio di eccezioni) sono molto lontane dagli originali cosicché posso tranquillamente affermare che brillano di luce propria. Il disco l’abbiamo finanziato di tasca nostra e solo a lavoro finito, con gran fatica, siamo riusciti a trovare qualcuno disposto a sobbarcarsi soltanto una parte delle spese sostenute. Jeffrey Lee Pierce non lo conosce nessuno, ed è giusto così. In fondo è una delle ragioni per cui abbiamo realizzato quel disco. Nessuno ci avrebbe scommesso a priori e anzi, a suo tempo, qualcuno considerato duro e puro nell’ambiente alternativo, ci sconsigliò di portare a termine un tale progetto privo di alcuna prospettiva commerciale. Alla resa dei conti il disco, sebbene in poche centinaia di copie, è stato distribuito anche in Francia e soltanto qualche “contrattempo burocratico” ci ha impedito di avere ancora una piccola distribuzione anche in Spagna e negli States. Questo non significa certo che sia stato un successo commerciale…

In realtà io credo che Pierce sia anche conosciuto, ma sia uno di quei nomi jolly con cui ci si riempie la bocca in certi ambientini, soprattutto qui da noi. Tutti hanno Fire of Love da qualche parte su una cassetta o su un cd, pochi hanno davvero i dischi dei Gun Club e li hanno sentiti. C’è gente che non sa che Pierce è morto, tanto per dirne una (se cerchi in rete ti imbatti in notevoli perle a questo proposito). Ad ogni modo avrei detto che un progetto come I Knew JL potesse avere buone potenzialità proprio fuori dai confini italiani… Francia, Inghilterra, Olanda, Spagna… tutte piazze in cui Pierce e i Gun Club hanno sempre avuto grande considerazione (ti parlo per esperienza personale, dato che 10 anni fa pubblicai un 7″ tributo ai Gun Club e il grosso delle copie finirono appunto da quelle parti). Secondo te è possibile che ormai il binomio Pierce/Gun Club sia diventato semplicemente una categoria per giornalisti e incasellatori e il tempo, unito alla relativa sotterraneità della loro musica e alla morte di Pierce, abbia in qualche modo sbiadito la loro indiscussa grandezza?
Hai completamente ragione. A differenza dell’Italia, in altri paesi d’Europa è rimasto vivo l’interesse per alcuni “eroi perdenti” degli anni Ottanta. Ricordo concerti di gruppi incredibili nei locali più importanti di Milano quasi sempre semivuoti. Devo dire che i frequentatori di quelle serate conoscevano profondamente la materia in quanto se ne nutrivano essenzialmente per vivere. Oggi i concerti sono pieni di gente ignorante passata di lì per caso o per moda.

Ma qualcuno di voi ha mai avuto davvero l’opportunità di conoscere Pierce?
E’ tutto spiegato nel libretto interno del cd… comunque no, non direttamente…

Capisco; in effetti non avendo avuto il cd sottomano non posso sapere tutta la storia. Spero di colmare la lacuna al più presto. Ad ogni modo, tu come sei diventato adepto (passami l’aggettivo) del culto di Pierce?
Penso di essere ormai troppo disincantato per avere ancora idoli. Ai Gun Club sono comunque arrivato tardi, a fine anni Ottanta. Un amico col quale suonavo mi passò il vinile di Fire of Love. Ai tempi avevo una grande passione per il blues rurale e fui subito colpito da questo album in grado coniugare Robert Johnson e il punk. Mi catturarono quei viaggi psicotici lungo autostrade popolate da fantasmi, i deliranti ululati horror annegati nelle paludi della Louisiana, i blues ferroviari lanciati a velocità schizofrenica, i febbrili ritmi voodoo, i country epilettici. Quel suo sound spigoloso e tutto spostato sulle frequenze alte ad accompagnare una voce stridula e spesso condotta consapevolmente da Jeffrey Lee Pierce appena sopra la giusta tonalità. Il giorno dopo avevo già comprato Miami

Il concetto di tributo vi è piuttosto caro, visto che a parte il già citato e bellissimo album, avete partecipato a progetti dedicati a Springsteen e Nick Drake. Vi è mai venuto in mente di mettere in piedi qualcosa per ricordare-celebrare Nikki Sudden e il fratello Epic Soundtracks?
In realtà IKJL propone alcune delle ultime performance in studio di Nikki Sudden, uno degli eroi dei miei vent’anni: affascinante, talentuoso e allo stesso tempo tecnicamente approssimativo (dal punto di vista musicale) ma soprattutto magnificamente perdente. Come ovvio, conoscerlo di persona non ha rafforzato affatto l’idea che mi ero fatto di lui da ragazzo. Tuttavia la sua prematura scomparsa mi ha lasciato dentro una sensazione di magia e di mistero che continua ad accompagnarmi e che non ho nessuna intenzione di spiegare.

Come descrivereste la vostra musica a un profano che non vi ha mai ascoltato?
Qualche tempo fa un ragazzo mi chiese: “Hey Circo Fantasma! Come va il vostro rock depresso?”. Può darsi che abbia ragione… nella nostra intenzione la musica è fondamentalmente un veicolo di emozioni, per chi la fa e per chi la fruisce. Emozioni non facili, in grado di superare la prova del tempo… possibilmente come un grande vino….

Puoi dirci qualcosa del prossimo album che – a quanto pare – avete iniziato a preparare?
Potrebbero essere addirittura due: uno sulla falsa riga di IKJL con materiale rimasto fuori da quel disco e integrato con delle nuove registrazioni, e un altro in italiano completamente inedito. Non abbiamo ancora le idee chiare e nessun contratto da rispettare…

Ultima domanda: concedimi un’incursione nella beceraggine. Quale è stato il concerto che ricordate con maggiore piacere e feeling? E perché?
Ogni serata fa storia a sé. A volte ti sembra di dare il massimo e invece la gente rimane fredda. Altre volte la gente risponde in modo inaspettatamente positivo senza che nulla sia particolarmente diverso dal solito. Poi ci sono i locali dove va tutto sempre bene come il Due Lune di Tuoro al Trasimeno, il Grapes di Pontremoli o il Cage di Livorno, e quelli dove va sempre tutto male e che non voglio nemmeno ricordare. Certe dinamiche sono misteriose. Personalmente ogni concerto è come una spina dolorosa da togliere da sotto pelle. Non ho un buon rapporto col palco, ma preferisco calcarlo oggi da cantante che in passato da chitarrista. In ogni caso, per tornare alla domanda, sicuramente i 15 minuti del Tenco sono indimenticabili (oltre al dietro le quinte con DeAndrè). Ricordo con particolare piacere la serata live a Radiopopolare Milano dopo l’uscita di IKJL con Joe dei La Crus, Cesare Basile e Lorenzo Corti. C’era adrenalina a mille ma anche grande armonia sul palco e fu molto emozionante. In generale la turnè di IKJL è stata molto piacevole grazie anche ai nostri compagni di viaggio Alessio Russo alla batteria e Fabio Mercuri alla chitarra oltre alle comparsate dei già citati Joe, Cesare e Lorenzo, ma anche di Andrea Aloisi al violino, Carmelo Pipitone (Marta sui Tubi) e Dave Muldoon, tutti musicisti sopra la media, ma anche splendide persone con le quali è stato davvero piacevole essere sulla strada.
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Tributo punk pizza e mandolino?

cover-aavv-punk-77-071.jpgAAVA – Punk 77-07, The Italian tribute to 30 years of r’n’r swindle (Tre Accordi/Self)

(di Manuel Graziani)

Inevitabile che anche la nostra malconcia Italietta tributasse il trentennale del punk in pompa magna. Inevitabile e pericoloso, perché lo stucchevole effetto “festa comandata” era davvero dietro l’angolo. Ma c’è da dire che, per quanto patinata, l’operazione della meneghina Tre Accordi ne esce complessivamente bene. Quasi tutte le 23 band del Belpaese chiamate a reinterpretare schegge immortali di punk-rock svolgono il compito in maniera degna.
Tagliano il traguardo per primi, ma non c’erano dubbi, i capitolini Taxi e Transex alle prese con furiose cover di brani a firma Slaughter and The Dogs e The Cortinas. Attaccati alle chiappe i concittadini Intellectuals, perfettamente imperfetti nel rileggere gli X-Ray Spex. Si contendono la medaglia di legno la fiammata “Neat Neat Neat” (Damned) vomitata col giusto slancio dai veneti Mudlarks, il power pop di marca Generation X degli High School Lockers, i Cramps veneti The Hormonas, la sempre emozionante “Los Angeles” (X) della bella sorpresa Sorelle Kraus e i redivivi Senzabenza, che stanno ai Ramones come il povero Gigi Sabani stava ad Adriano Celentano.
In tutta onestà a volte sembra di ascoltare né più né meno che dei compitini ma, suvvia, chi non proverebbe soggezione nel rapportarsi a cotanti mostri sacri?

PS: per dimostrarvi che sono uno scribacchino inappuntabile e che il buon Valentini non si pentirà di avermi dato ‘sto spazio, aggiungo che 11.000 copie del cd digipack in questione sono sbarcate nelle edicole in una confezione che comprendeva una rivistina con minischede delle band tributanti, fotine d’epoca delle band tributate e tre scritti di Federico Guglielmi, Stefano Gilardino e Marco Philopat, al prezzo abbastanza politico di nove euro e novanta. E rilancio ricordandovi che nel 2002, in occasione del venticinquesimo anniversario, quella monnezza di Tutto si era limitato a commercializzare un anoressico cd con sette brani – nemmeno dei migliori – di altrettanti eroi del punk. Dalle parti mie si dice “Sant’Antonio e il porco”, chiaro il concetto?

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