Trans d’Egitto non perdona

tueTrans Upper Egypt – s/t (Monofonus Press, 2014)

Col solito colpevole e incurabile ritardo (prometto: se continua così entro maggio chiudo) riesco a recensire questo lavoro dei Trans Upper Egypt, che si cimentano in otto brani di psych, drug rock, space rock,wave e lo-fi. Un mix speciale e gestito in maniera personalissima (come del resto già ci hanno dimostrato nelle uscite precedenti), che li ha portati all’attenzione di un certo mainstream hip internazionale di stampo neo-psych… e il bello è che loro, alla faccia del business e di queste cazzate, sembrano fregarsene riccamente (altro…)

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Tutankhamon on acid

Trans Upper Egypt – Videos by tab-ularasa (dvd, Destroyo, 2012)

“E basta che due coglioni ci hai fatto coi Trans Upper Egypt!”; lo so che lo pensate. E avete ragione. Però il dato oggettivo è indiscutibile per cui di fronte alla realtà bisogna tacere e mettere in tasca le lamentele infantili, perché: 1) i TUE sono una delle band più interessanti del momento 2) se sfornano materiale con ritmo serrato è solo un bene.

Detto questo, parliamo del dvd. Che è una classica operazione stile Bubca (nell’incarnazione Destroyo, la label parallela dedicata ai suoni weird), ossia dvd-r con scritte a pennarello sopra e copertina diy.
Cosa c’è dentro? Molto semplice… in pratica monsieur tab-ularasa (che è anche membro della band, oltre che della Bubca) propone i brani del 7″ e del 12″ dei TUE abbinandoli a videoclip ultraminimali che ha prodotto lui. La formula è semplicissima: sulla musica scorrono immagini prese da pellicole ultravintage anni Trenta, frame di vecchi filmacci erotici o semplicemente forme caleidoscopiche/psichedeliche. Nella sua bassissima fedeltà totale l’effetto è spettacolare. Come di consueto il dottore consiglia l’assunzione in concomitanza con alcool, sostanze o entrambi per accentuare l’esperienza.

E chi l’ha detto che in Egitto ci sono solo le mummie?

Balordi con forbici e fotocopie

Mimetics & Abracadabra fanzine

[di Manuel Graziani]

Sfoglio il Devoto-Oli tutto rattoppato che sta sopra la scrivania e mi fermo alla voce “balordo”. Tra le varie definizioni mi colpiscono: “Che dà poco o nessuno affidamento, spec. sul piano morale” e ancora “Strampalato”, per finire in bellezza con “Malvivente, malavitoso”.

Perché questa premessa? Semplice. Tali definizioni vanno proprio a pennello alle due (irreali) realtà italiane di cui sto per cianciare. Per puro orgoglio campanilistico parto dalla congrega ribattezzatasi Wild Weekend Teramo che, oltre ad organizzare concerti bellissimi e, appunto, “balordi” (cito solo Demon’s Claws, The Feeling of Love, The Tunas, Shiva & The Dead Man, Plutonium Baby, Hell Shovell, Trio Banana) ha avuto la brillante idea di tirar fuori una fanzinetta di quelle di una volta. Ovvero 4 fogli A4 fotocopiati in b/n, stampati fronte/retro, ripiegati e pinzati al centro. La fanzine si chiama Mimetics, scritto con un pennarello mezzo finito, come sottotitolo riporta il bukowskiano “Musica delinquentistica per organi caldi”. Dietro non c’è gente di primissimo pelo, neanche di secondo per la verità. Antonio degli Zitoxil, Alessio dei Singing Dogs e della Primitive Records e Gabriele della Goodbye Boozy Records sono amici a cui voglio bene, ma pure se non fossero amici vorrei bene loro lo stesso per quello che fanno. La fanzine mi piace, e lo dico sinceramente, perché è bella grezza (dalla grafica ai contenuti passando, ça va sans dire, per la grammatica), fuori di testa e, soprattutto, perché non ha alcuna pretesa o strane puzze sotto il naso. Sul numero 3 si (s)parla di Dan Sartain, del detroitiano Timmy Vulgar (Clone Defect, Human Eye, Timmy’s Organism, ecc.), c’è un bel bezzo/racconto su J Mascis e una storia tra il demente e il demenziale sulla Bubca Records. Non ho idea di quanto costi e vi avviso subito che sul web non trovate un beneamato cazzo. Per saperne di più vi tocca scrivere a antoniomasci@live.it o a acdog@hotmail.it.

Dalla mente creativa, e alquanto deviata, di colui che sta dietro alla Bubca Records di cui sopra, è uscita un’altra bella fanzine cartacea chiamata Abracadabra. Anche in questo caso si tratta di quattro fogli A4 fotocopiati in b/n, stampati fronte/retro, ripiegati e pinzati al centro, ma il tema non è la musica bensì la fotografia. Quella fotografia dura che racconta la realtà senza filtri e bisogno di aggiungere inutili parole. Se non fossi allergico all’uso della parola “arte” (“prendi l’arte e mettila da parte”, sempre!) direi che proprio di questo si tratta. Arte nella sua accezione più pura, alta, etica, che non dà risposte ma stimola domande. Il resto ce lo dice tab_ularasa, al secolo Luca Tanzini: “Da quando mi sono trasferito a Roma mi è ritornata la voglia di fare foto che si era spenta negli anni. Ho deciso di fare questa fanzine che fotografava la vita pulsante di Roma, adesso una città cosmopolita a tutti gli effetti. Qui la vita la si tasta con mano, soprattutto se si vive al di fuori del centro verso le ex borgate che adesso sono città a tutti gli effetti. La vera Roma di ora sono gli extracomunitari, gli indiani, la gente dell’est, i cinesi, gli africani, ed io ho vissuto nei loro quartieri, ho frequentato i loro mercati e mi sono sentito parte integrante di questa Roma. Poi c’è una realtà sotterranea enorme di poveri e barboni con dignità assoluta che popola Roma, un’altra città nella città: le foto che ho fatto la ritraggono così com’è senza voler dare giudizi sulla povertà e sul loro malessere”.

In allegato al numero 3 di Abracadabra c’è un assurdo cd-r a nome RTG (qui si può scaricare un po’ di roba: e-x-p.it/rtg), che definirei “rumore esoterico urbano”, dietro cui si cela sempre il nostro Luca: “RTG è il mio progetto di sperimentazione di elettronica primitiva. Il cd risale al 2008, è stato registrato in una giornata usando un vecchio eco a nastro LEM (da qui il nome LEMBA) e facendo in seguito sovraincisioni di theremin, RTG, organo vecchio e moog. Io sono quasi fissato con la musica primitiva elettronica e sperimentale, partendo dagli anni ‘20 fino agli anni ’80. Tutta la musica elettronica dei pionieri per me è come il punk, come attitudine e sostanza. Diciamo che quello che facevo negli Ultra Twist e adesso nei Trans Upper Egypt viene da lì e dalle mie cose sperimentali di RTG. Anche per questo da poco ho deciso di mettere su destroYO Records, l’altra faccia sperimentale e più strana della Bubca Records. Per questa nuova etichetta usciranno fuori tutti i miei deliri e anche deliri altrui che mi piacciono ovviamente, ma non vanno presi sul serio e ascoltati come musica. Sono un po’ come le mie fotografie: fotografie sonore di giochi di scoperta con nuovi e vecchi strumenti verso la creazione di paesaggi sonori dove si sta bene o male“.

Biglietto per l’Egitto interiore

Trans Upper Egypt – North African Berserk (Monofonus, 2012)

Psichedelia gravemente stuprata a colpi di punk, dub, protoelettronica, noise, acid rock, impro rock, feedback pop e follie jazzoidi. Dai Suicide a Sun Ra, passando per i 13th Floor Elevators, i Jesus & Mary Chain, i Grateful Dead e i P.I.L., i Trans Upper Egypt metabolizzano e filtrano tutto, per poi restituirlo masticato, digerito e intaccato dai loro acidi gastrici.
Non è roba semplice questa, ma al contempo non è neppure inaccessibile. Anzi è piacevole perdercisi e ascoltarla, tentando di coglierne la chiave di lettura che – almeno per quanto mi concerne – difficilmente può prescindere da una minima alterazione mentale; foss’anche una Ceres a stomaco vuoto, trovo che dia il necessario viatico per entrare nel mondo dei TUE con totale convinzione. Che se avete la giusta inclinazione, potrebbe anche diventare devozione.

Cinque brani (in un 12″ pubblicato dalla Monofonus di Austin) da ascoltare in loop, come si faceva negli anni Ottanta, quando il disco restava sul piatto tutto il pomeriggio e lo si girava ogni volta che finiva il lato. E la goduria è garantita anche da un bel vinile pesante (gira a 45) e con artwork retro.

Ah, una nota di colore: una mattina per errore ho ascoltato tutto un lato a 33 giri anziché 45; aveva un suo bel fascino, tipo My Bloody Valentine + Suicide con Danzig in overdose di Xanax alla voce. Per cui, una volta che l’avrete imparato a memoria a 45 giri, c’è l’opzione velocità rallentata…

Pharoah Sanders de borgata

I Trans Upper Egypt sono un altro dei segreti custoditi dalla Capitale. Sulla scorta di un 7″ e uno split tape per noi sono già diventati una vera fissa, ma probabilmente pochi li conoscono, al momento. E’ per questo che li abbiamo intervistati, per cercare – con risultati non sempre encomiabili – di sondare questa band misteriosa, psicotronica, acida e inafferrabile. Risponde Manu per tutta la band.

Banale, ma essenziale: raccontami come e quando è nata la band; avete avuto sempre la stessa formazione o ci sono stati cambiamenti?
La band è nata dopo lo split dei Last Wanks, band ormai mitica della scena di Roma Est per i suoi live distruttivi e spettacolari. Suonavo la chitarra e ogni tanto il basso; mi è rimasto il basso in mano con la voglia di proseguire i due-tre pezzi lineari e ipnotici composti con loro e la  scelta degli altri musicisti per questo progetto si è creata all’interno delle tante band che gravitano intorno a noi… Samir suona e canta con i Capputtini’i’lignu e s’è messo alla batteria dei Trans Upper Egypt; Leo è il cantante di due altre band (Vondelpark e Wow!) e, oltre al microfono, ha preso possesso di una tastierina che per fortuna non sapeva suonare ! Il quarto, Tab_ularasa, è entrato qualche mese dopo, era un amico di Siena che suonava (e suona ancora) con Thee Dements e Rock’n’roll Terrorists; appena si è trasferito a Roma, l’abbiamo deviato dai suoi mille impegni per suonare con noi i suoi vecchi macchinari analogici che fanno tanto bel rumore!

Il nome della band è bizzarro. Da dove deriva e cosa sta a significare?
Non significa tanto… c’è qualcosa dell’Africa ogni tanto, o del medio oriente.. i ritmi sono ipnotici e lo sviluppo dei pezzi abbastanza free. Se ricordo bene, mentre cercavo il nome della band, avevo un disco di Pharoah Sanders sotto gli occhi !

Il vostro sound è peculiare davvero; risulta personale, anche perché – a mio parere – recupera certe influenze non esattamente usuali, per poi miscelarle in modo speciale. Quali sono le vostre ispirazioni, palesi oppure occulte, in fase di scrittura?
Alcune cose sono casuali, altre no. La scelta riguarda una linea di basso molto minimale e ripetitiva e una batteria molto complessa, mentre la casualità della tastiera distorta con il delay a saturazione e gli effetti analogici (moog, oscillometro, theremin) si elaborano quasi sempre durante il live. Spesso i brani partono dal basso e si elabora, si compone insieme. Le sonorità sono la priorità dei brani. Se un pezzo ci ricorda troppe cose, abbandoniamo. All’ascolto delle prime registrazione su cassetta, ovviamente, ci venivano in mente i Silver Apples o i Can…

Di cosa parlano esattamente i vostri testi e chi li scrive?
Forse è la cosa la più misteriosa della band… lo sa solo il cantante e ne è molto geloso!

Vi sentite parte di qualche scena (o più scene), oppure vi muovete come cani sciolti?
Una scena, c’è! Viviamo quasi tutti a Roma Est tra il Fanfulla 101 e Il Verme, che sono i due luoghi a Roma che diffondono la musica che facciamo, dove andiamo e mettiamo i dischi; e dove ci divertiamo pure!
L’anno scorso c’è stato un ampio articolo che descrive tutta questa fauna che gira da queste parti sotto il nome di Borgata Boredom; è anche uscita una compilation omonima della No=fi Recording che testimonia il panorama musicale di questa scena. A dire la verità, nessuno fa parte di Borgata Boredom: non c’è tanto sentimento di appartenenza, direi piuttosto che descrive un’ eccitazione, un movimento, i movimenti di persone che suonano insieme, fanno (e disfano) gruppi, esperienze… un’energia musicale che sta fluendo in questo momento.
Ci sono anche alcune etichette in zona, oltre la No=fi, anche la Jeetkune records, o ancora Bubca Records e ovviamente Radiation records, che producono alcune di queste band.

Programmi per il presente e il futuro: concerti, uscite discografiche…
Siamo appena tornati da un tour in Italia/Svizzera/Francia insieme ai Delacave, un gruppo di Strasburgo. Inutile dire che ci siamo divertiti tanto! Stiamo lavorando all’uscita di un lp per una label americana, la Monofonus Press, con base ad Austin, Texas. Ci hanno contattato dopo l’ascolto di un nostro brano su una radio californiana. Il dj aveva la compilation di Borgata Boredom tra le mani e ha messo un paio di pezzi. Da due mesi ormai ci scambiamo materiale e il disco dovrebbe uscire all’inizio dell’anno. Consiglio una visita sul loro sito; è una label giovane ma hanno prodotto già tante cose, ep/lp, fanzine… con grande cura dell’artwork!

Parlami della label che vi ha pubblicato il 7″, la misteriosa Wort: ho cercato online, ma non ho trovato uno straccio di informazione in proposito!
La Wort è misteriosa, si… è uno strano tizio russo che risponde al nome di Alexei Popov; un tipo abbastanza impulsivo! Quando impazzisce per una band, la vuole produrre a tutti costi: ed è meglio non dirgli di no.

Nonostante io abbia sentito solo il 7″ e qualche pezzo su YouTube, ho la netta impressione che dal vivo la componente di improvvisazione e di jam psicolesa sia piuttosto fondamentale per voi. Mi sbaglio?
Sì, ed è anche la cosa più pericolosa! Però fondamentale. D’altronde si tratta di live, sì o no!?

Trovate modo e occasioni per suonare spesso live? E quali tipi di situazioni preferite (club, centri sociali, feste, bar di provincia, festival…)?
Non siamo molto da club, ma perché no. Dipende da chi ci invita. La situazione che preferiamo rimane quella abbastanza diretta; nel senso che meno siamo ripresi (parlo degli ampli) meglio è per noi. Almeno siamo sicuri che il suono è quello degli ampli e non dell’impianto enorme della sala con il fonico, che non vediamo perché troppo lontano… quindi senza parlare di intimità, i luoghi piccoli, bar, salette, sono proprio i più adatti ai nostri live. E i festival sono sempre quasi tutti belli (abbiamo a cuore l’Here I Stay in Sardegna).

Dall’Egitto con serendipità

Trans Upper Egypt – Akawa/New Vega (Wort, 2011)

Questo 7″ della misteriosa Wort (misteriosa perché non ha un sito, un MySpace, un Facebook, un capperazzo di blog… o se li ha, sono talmente ben nascosti che più tentativi di googlare il tutto mi hanno portato a un bel nulla di fatto) è un pugno al cuore.
Senza timore di esagerare, devo dire che è talmente bello, scuro, geniale, bizzarro e punk (ma punk senza essere formulaico e senza seguire le regolette del perfetto punkettone a colazione), da farti passare la voglia di suonare o scribacchiare canzoncine. Perché siamo di fronte a una scheggia biforcuta di ispirazione così incontaminata da fare semplicemente il vuoto intorno. Non capita con molti gruppi. Anzi capita poche volte, pochissime. Ed è quasi un’epifania.

I Trans Upper Egypt, dunque… chi sono costoro? Quattro delinquenti in preda alla serendipità, di sicuro. E tra loro si riconoscono due nomi molto attivi come Cheb Samir (agitatore della scena romana, suona in più gruppi di quanti io riesca a tenerne a mente)  e Tab_ularasa (uno dei deus ex machina di Bubca e dell’universo di band che le gravitano intorno). In questi due brani ci rovesciano direttamente lungo la schiena una miscela di primissimi Chrome e Suicide da far venire la pelle d’oca. Punk, rock sperimentale, synth punk, lo-fi, wave, trance rock, psichedelia… c’è tutto, spezzettato e ricomposto a calci, pugni e schiaffi. E soprattutto zozzo al punto giusto, senza polish e velleità da artisti della gran fava.
Segnalo, per completezza, il bellissimo artwork del singolo (con copertina piegata e retro a metà, in puro stile dangerhouse): è opera di Guitar Boy, ossia il personaggino che si occupa di suonare la chitarra e cantare negli Intellectuals.

Il mio preferito dei due pezzi è “Akawa”, ma è solo gusto personale. E ora voglio sentire anche lo split tape che hanno pubblicato per Rank Toy; me lo cerco al volo.

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