Non a tutti dona il rossetto

Greil Marcus – Tracce di rossetto (Odoya, 2010, 446 pag.)

Si dice un gran bene di “Groovy” Greil Marcus, pioniere del giornalismo rock insieme a pochi altri, sopraffina penna di Rolling Stone e Creem capace di stroncare un Self Portrait di Bob Dylan come fosse l’ultima delle registrazioni di un busker qualsiasi.

Il rock and roll è un ricettacolo di scarti di altri generi, non ha ancora trovato – e mai troverà – una propria specificità semantica; è un mutante composto da ciclostili letterari di serie B, film culto, pornografia, esecuzioni capitali di serial killer mai ravveduti… insomma in qualsiasi verso se ne voglia scrivere, se si ha una certa padronanza lessicale e dimestichezza con l’inchiostro, qualcosa di decente ne esce sempre fuori.

In Tracce di Rossetto, ambizioso saggio (anche piuttosto datato) che si loda e si sbrodola dentro un fitto e ramificato mappamondo di avanguardie novecentesche, punk e anabattismo, Marcus si mette sul piedistallo dei critici rock onniscenti, coloro che per devianza o per sbaglio scrivono di rock, ma in realtà per un background accademico citano a memoria passi di Capitalismo e schizofrenia di Deleuze o si deliziano, nello specifico del libro, di trascrivere snodi di La società dello spettacolo di Debord. E allo stesso tempo puntano a trovare ipotetiche connessione con l’affaire Sex Pistols e altre eresie nei saecula saeculorum.

Ridotto all’osso, Tracce di Rossetto è una snervante e piacevole digressione, deragliamento continuo e salti temporali che dalla Parigi barricadera e infuocata del ’68 ci teletrasportano sul famigerato palco del Winterland  di San Francisco – dove i Pistols tennero il loro concerto di addio.

Per quanto mi concerne Lester Bangs avrebbe liquidato Malcolm McLaren come un furbetto attento alle mode che, a seguito dell’inaspettato successo, si sarebbe sciacquata la bocca con paroloni come avanguardia, situazionismo e rivoluzione. In fondo ci aveva già provato con i New York Dolls, raschiando il fondo del barile e cercando di camuffarli da guerriglieri del comunismo, mettendogli il basco al posto delle parrucche e i pantaloni di pelle rossa.
Ma Lester Bangs è morto da tempo e io non ho voce in capitolo. Mentre di Greil Marcus si continua a dire un gran bene.

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Streetwalking Cheetah

Cheetah Chrome, il maestro della chitarra tossico, sconvolto, pelato, cafone e troglodita. Una personcina spigolosa, senza cui il sound di alcune delle formazioni più importanti del punk a stelle e strisce non sarebbe nemmeno nato. E allora è quasi un dovere di cronaca e un tributo ossequioso al rock, questa traduzione di un’intervista apparsa sul numero due della mitica Sonic Iguana (la fanzine di Jeff Dahl della seconda metà anni Novanta). All’epoca Cheetah era quasi una figura dimenticata, fuori dai riflettori e dalle rotte della scena punk peraltro fiorente. Sono state tagliate le ultime domande, troppo legate al momento contingente… quello che resta è il ritratto di un eroe che vive in una confortevole penombra e non sembra neppure scontento delle situazione.

Come è stato crescere a Cleveland?
Non c’è molto da dire, a parte che faceva schifo. Cleveland è molto piena di sé e arretrata.

Però è conosciuta come una città rock…
Non saprei dirti il motivo. Credo che chi viveva altrove potrebbe averla vista così. E tutti i gruppi che ci sono passati a suonare si devono essere divertiti. Ma se tu ci avessi vissuto ogni giorno della tua vita, non la penseresti in questo modo. Può anche essere che ci fosse un sacco di roba interessante in giro e io non me ne sia accorto…

Quando hai cominciato a suonare la chitarra?
Avevo otto anni. Non fu la sera che vidi i Beatles in tv per la prima volta, ma nel giro di sei mesi avevo iniziato. Me ne stavo in casa con i libri degli accordi e i dischi dei Rolling Stones.

Quale è stata la tua prima chitarra?
La prima era un giocattolo di plastica (ride). La prima vera elettrica fu una Sakova, credo fosse della stessa forma del basso di Paul McCartney. A violino, con un battipenna di madreperla. Hai presente? Credo di averla scambiata per della droga.

Ricordi il tuo primo incontro con Stiv (Bators)?
Peter Laughner mi parlava di lui continuamente. La prima volta che l’ho incontrato dal vivo è stata in un negozio di vestiti e lui indossava un paio di pantaloni argentati. Credo fosse il 1974. Non sapevo chi fosse, ma iniziammo a parlare, poi ci salutammo. Nel frattempo suonavo nei Rocket From The Tombs e Laughner continuava a parlarmi di questo tizio, Stiv Bators. Una volta poi lo invitò a un nostro concerto; lui si presentò insieme a Jimmy Zero e quei due ci provarono con le nostre ragazze. Ci incazzammo di brutto; proprio quando stavamo per farli a pezzi Peter intervenne dicendo: “Lui è quello Stiv di cui ti parlavo”. (Ride) Finimmo per scambiarci i numeri di telefono, lui la sera dopo mi chiamò e mi invitò a un concerto di un gruppo di amici suoi, i Blue Ash. Si portò dietro una custodia da chitarra e io gli domandai che chitarra avesse lì dentro; lui disse: “Ah questa ti farà impazzire”… lì dentro aveva un vero e proprio bar! Vodka, granatina, crema al whisky… e iniziò a fare dei cocktail. Questa è stata la prima volta che siamo usciti insieme.

I RFTT hanno registrato molta roba?
Solo due session. Una fu una lunghissima maratona, il giorno del mio compleanno nel 1974 o forse ’75. Ci prendemmo un bel po’ di speed e passammo la notte in piedi. Suonammo tutte le canzoni che conoscevamo. Credo fossimo in uno studio radio, dal vivo. E l’unica altra volta che registrammo fu per un altro show radiofonico, all’Agora. Furono le uniche due volte che ci trovammo davanti a un registratore a bobine.

Cosa pensi dei Rocket From The Crypt che hanno un nome simile al vostro?
Direi che mi devono dei soldi o qualcosa del genere! (Ride) non sono un gruppo rockabilly? Farebbero bene a bere un po’ di caffè o roba così, per stimolare la fantasia. Perché fregare il nome a un gruppo di Cleveland è davvero idiota.

E i Frankenstein?
Erano i Dead boys con un altro nome e un po’ di lustrini. La stessa identica band.

Ti ricordi la prima prova dei Dead Boys?
Beh… non so se c’è qualcuno che è in grado di ricordarla. Sono abbastanza certo che si sia trattato di una faccenda molto alcolica. Una prova con una bottiglia di Jack Daniels e una cassa di birra e qualsiasi altra cosa si trovasse a tiro. Ricordo che ero esaltato perché era la prima volta che suonavo con Jimmy Zero. Nei RFTT lavoravo con Laughner, che era un grande chitarrista, ma non era solido alla ritmica come invece lo era Jimmy. Laughner e io facevamo molti intrecci di suono, mentre con Jimmy era diverso… all’improvviso mi sono trovato ad avere terreno solido su cui muovermi. E’ stato come se prima camminassi sul compensato e finalmente avevo dei mattoni sotto ai piedi.

Avevate un bassista?
No, direi che Jeff Magnum è arrivato almeno due anni dopo. Non ci serviva un bassista. Suonavamo altissimi e mettevamo un casino di toni medi. Non se ne sentiva la mancanza.

Hai sentito quella versione di “Starway to Heaven” suonata dai Dead Boys che circola?
Sì. (Ride) Dovevamo essere davvero annoiati. Pensa che ho un nastro della mia nuova band e c’è la stessa roba dentro. (Ride) Era uno standard per Cleveland. Una volta ero famoso per la mia versione di “Stairway to Heaven”… la facevo subire a chiunque si sedesse con me per un po’.

La leggenda narra che incontraste i Ramones a Cleveland e Stiv li convinse a organizzarvi un concerto al CBGB’s a New York…
Sì, è tutta colpa di Joey Ramone. Joey e Dee Dee. non penso ci avessero mai sentito suonare, ma devono essere rimasti colpiti dalla nostra attitudine. Suonammo al CBGB’s per la prima volta un martedì, davanti a sei persone. Ma erano sei persone importanti. A Cleveland al massimo riuscivamo a farci arrestare, ma non c’era verso di procurarci un concerto. Era tutto in mano ai gruppi di cover. Che è oggettivamente una buona scena per i chitarristi, che possono fare molta esperienza.

E’ interessante, soprattutto se penso a quanti gruppi seminali sono usciti dall’Ohio.
Sì, succedeva perché dovevano combattere la frustrazione. Stiamo parlando di una scena dominata da gente che faceva cover dei Foreigner e “Smoke on the Water”. Ed erano anche pezzi brutti da suonare. Però capitava che ogni tanto ci fossero quelle che chiamavano “Extermination Nights”…

Grande nome…
E in queste serate i RFTT e gli Electric Eels riuscivano a esibirsi. Le organizzavamo anche ad Akron, coi Devo e i Rubber City Rebels in un posto che si chiamava Crypt e serviva solo Thunderbird al bancone. Era di fronte a una fabbrica di gomme, quindi alla fine del concerto uscivi e vedevi quelli del terzo turno che entravano a lavorare; puzzava tantissimo la gomma che veniva modellata per fare i pneumatici.

Come è stato registrare il primo disco dei Dead Boys?
Mi ricordo che in studio c’erano degli Hells Angels per tutto il tempo. E poi un sacco di Tuinal e altre pasticche.

Chi ha voluto Felix Pappalardi per produrre il secondo disco?
Era scoppiata una grana grossa, nel gruppo. Io e Stiv avevamo mantenuto questa specie di dittatura benevola finché Hilly non cominciò a farci da manager. Da quel momento diventammo tutti pari. Grosso errore. Johnny Blitz ad esempio non riusciva a gestire i propri soldi. Jimmy Zero aveva sempre un sacco di idee, ma era roba troppo grossa e irrealizzabile; era un sognatore e pensava sempre in grande, si credeva anche molto più fico di quanto non fosse. Quindi furono fatti un casino di errori e uno fu Felix. Anche la Sire lo voleva. Io avrei voluto ancora Genya Ravan anche per il secondo album.

Ho sentito che si era parlato anche di Lou Reed…
Sì lui era interessato. Voleva portarci in Germania a registrare, ma Jimmy Zero aveva paura di parlargli! Probabilmente sarebbe stato un buon disco, ma Lou ci avrebbe ammazzato, o si sarebbe ammazzato (ride). Felix comunque fece schifo, non posso dire niente di buono su di lui.

E’ vero che sparava con la pistola in studio?
E’ successo per “Son of Sam”; ci serviva il rumore di alcuni spari per l’intro. Usò una calibro 38 e alla fine mixò gli spari con il suono di una guida telefonica e delle bacchette da batteria che cadevano a terra. Perché gli spari non suonavano come dei veri spari. Ottimo: è il produttore dei Dead Boys e non è capace di far suonare uno sparo come uno sparo… è così che butti i tuoi soldi quando sei in studio con un produttore che si sniffa dio solo sa quanta cocaina.

E lo scioglimento dei Dead Boys?
Droga ed ego. Mi capisci? Solo droga ed ego… e immaturità.

Poi andasti a suonare con Sid Vicious…
Sì, ma è una cosa di cui tutti parlano gonfiandola esageratamente. Non abbiamo nemmeno mai fatto un concerto. Sid si addormentava con la faccia nel piatto, a cena, e finiva che saltavamo le prove.

La prima volta che ti ho visto a New York suonavi con Wayne kramer al Max’s.
Fu divertente. Wayne era un ottimo compagno di jam session. All’epoca ero davvero una puttana. Suonavo con chiunque. Con Sid accadde che avevo un concerto una sera e lui mi disse “Facciamolo insieme”. Però devo dire che suonare con Wayne e con Johnny Thunders era tutta un’altra faccenda. Comunque all’epoca tutti suonavano con chiunque. Credo che giri un nastro di me che suono “Chain of Fools” con Chris Spedding…

Puoi dirci i gruppi in cui sei stato dopo i Dead Boys?
The Skels, The Ghetto Dogs, The Casualties… per un po’ ho suonato con Nico. Che esperienza. E’ l’unica persona più tossica di me che io abbia mai incontrato. (Ride) Non mi ha mai pagato perché i soldi li ha usati tutti per farsi!

Dopo i Dead Boys non dovevi fare qualcosa con l’etichetta dei Rolling Stones?
Keith Richards voleva che facessi un singolo. Però in quel periodo stavo lavorando di nuovo con Genya, che aveva un’etichetta che si chiamava Polish. Ero già in studio e avevo già firmato con lei; sarei stato davvero un infame se le avessi voltato le spalle dicendo che Keith Richards mi aveva fatto un’offerta.

Questa è lealtà.
Sì, ma avrei dovuto prendere al volo l’occasione! (Ride) E’ finita che l’etichetta è fallita e il disco non è mai uscito. Non so nemmeno dove siano i nastri. Forse sono marciti. Ma alla fine erano solo un sacco di basso e batteria mal registrati, più sovraincisioni fatte sotto cocaina.

Tu eri amico di GG Allin…
Mi ricordo di lui quando sembrava un hippie e si vestiva solo di jeans. Era un bravo ragazzo. Non so cosa gli sia capitato. Può essere che abbia visto il film sbagliato o qualcosa del genere. Era un tizio molto normale. Uno che avrei potuto presentare a mia mamma.

Ha suonato la batteria con te dal vivo…
Sì! Il mio batterista se ne era tornato a New York e GG apriva per noi, così ha fatto il soundcheck con noi e gli abbiamo insegnato i pezzi.

Sei una leggenda vivente adesso. Tutti citano i Dead Boys come influenza…
E meno male! E’ l’unico motivo per cui ho fatto tutto quanto… (ride)

Per la gloria?
Sì e poi ho sentito che con questa roba ti danno la birra gratis. (Ride) E’ bello avere influenzato altre band ma… non ti aiuta a pagare le bollette. E non ti aiuta a uscire di galera. Come diceva un vecchio proverbio: “Con quella roba e un dollaro e sessanta puoi avere un biglietto per la metropolitana”.

Ti va di parlare della morte di Stiv?
E’ stato terribile. E da lì è iniziato uno dei peggiori periodi della mia vita. Nessuno si aspettava che lui morisse. Lo chiamavamo la donnola del Diavolo, perché era così furbo che si toglieva da ogni situazione senza sforzo. E’ ingiusto. Poi in quel momento le cose stavano girando bene per lui… anche se ho l’impressione che siano quelli i momenti in cui si muore. Avevamo parlato al telefono, volevamo fare un gruppo con Tony James dei Sigue Sigue Sputnik, uno dei Godfathers e un tizio dei Doctor & The Medics. Io ero anche pulito all’epoca…

Parigi può essere un posto pericoloso…
In realtà lui si annoiava. Come me a Nashville. Un posto noioso, ma tranquillo per viverci.

Ho sentito che ora sei pulito.
Molto. Il tempo passa, le cose cambiano. Ho provato un ciclo di disintossicazione. Però ho mollato e mi sono ripulito da solo. Pesavo meno di 50 chili!

Stiv says…

Il 2 giugno 1990 Stiv Bators (all’anagrafe Steven John Bator), moriva nel sonno per i traumi causati da un taxi che l’aveva investito alcune ore prima, a Parigi. Per ricordare più o meno degnamente il leggendario cantante di Frankenstein, Dead Boys, Wanderers e Lords of the New Church, questa intervista del 24 settembre 1977 al The Demi Monde Show, su WTBS Radio, sembra cascare a fagiolo.
Stiv è young, loud & snotty, il primo album dei Dead Boys è appena uscito e il mondo potrebbe cascare ai loro piedi. Insieme a lui, a fare da spalla con tendenze diplomatiche, Jimmy Zero. Godetevi questa traduzione riesumata dalle catacombe.

Oedi: Questa era “All This And More” dei Dead Boys. Stiv, è il tuo inno?
SB: No.

Oedi: Chi l’ha scritta?
SB: Jimmy ha scritto la musica, il testo e gli arrangiamenti.

Oedi: Jimmy è il compositore principale?
JZ: No. Siamo molto democratici. Cheetah ed io scriviamo la musica, per conto nostro… e Stiv in pratica è diventato il paroliere del gruppo. Si occupa, almeno in questo momento, di quasi tutti i testi.
SB: Sì, perché mi servono i soldi.
JZ: Lui punta alle royalties.

Oedi: Adesso il disco è uscito per Warner, Stiv, e mi dicevi che è stato modificato secondo le vostre richieste perché l’ultima volta che l’avevate ascoltato non vi piaceva il mixaggio.
SB: Sì, come ti dicevo, era troppo pulito, troppo prodotto. Così non sembravamo noi. Lo volevamo più simile a come siamo live.
JZ: E non era abbastanza alto di volume.
SB: Non somigliava a come siamo dal vivo e noi invece volevamo questo.
JZ: Era una registrazione truffaldina.
SB: Non solo hanno alzato il volume di diverse cose, ma ne hanno eliminate anche tante che avrebbero dovuto esserci. Era la nostra prima incisione, quindi non sapevamo esattamente cosa facevamo, così abbiamo sperimentato sul campo cosa significa fare un disco. Dopo avere lavorato sui nastri per sei mesi ho capito cosa non andava e cosa invece funzionava. Adesso penso che sia un disco onesto… e sono felice di come è venuto. A un certo punto ci eravamo messi in testa che Genya ci stesse facendo un cattivo servizio, che fosse tutta colpa sua. Ma la responsabilità era di altri. E alla fine siamo riusciti a modificare il tutto… abbiamo ottenuto quasi tutto ciò che volevamo, ma non l’abbiamo lasciata fare il mixaggio.

Oedi: Adesso che il disco è uscito per Warner partirete per un tour?
SB: Sì, da qui andremo ancora al CBGB’s e poi in Delaware, a Toronto e a Nord: Chicago, Detroit…
JZ: E poi nella costa Ovest.
SB: Seattle e poi giù sulla costa e da San Francisco voleremo a Londra.

Oedi: Davvero? Quando sarete là?
SB: Partiamo il 9 novembre. Saremo in tour coi Damned.
JZ: Abbiamo 20 date con loro.

Oedi: Grande! Ma dove sono Jimmy e Cheetah?
SB: Jimmy è qui vicino a te.

Oedi: Volevo dire Johnny!!! Li avete lasciati al New England Music City a firmare autografi?
SB: No, sono andati in albergo.
JZ: Cheetah si sta facendo la punta alle scarpe e Johnny si sta facendo i canini a punta.

Oedi: Jimmy, un vostro collega su Warner è Richard Hell. Non sappiamo molto di lui, tranne che è lì e una volta suonava con Heartbreakers.
JZ: Richard, lo dovresti sapere, ha un grande seguito a New York. Se lo vedi suonare capisci che è dovuto al fatto che ha un sound molto nuovo e originale. Non so come la gente reagirà, ma a me piace e lo trovo interessante. Diverso, speciale, del tutto personale. Non somiglia a nessuno che io abbia mai sentito.

Oedi: E allora sentiamolo.

[Richard Hell and The Voidoids – “Down at The Rock’Roll Club”]

SB: Sì, andiamo tutti al rock and roll club, al Rat. E’ dove vi vogliamo tutti stasera, perché da quando siamo qui non abbiamo ancora scopato! Ci serve qualcuno per farlo. Ah, la prossima canzone che sentiamo è stata un grande successo a Cleveland. Quante volte è stata al numero uno in un anno?
JZ: Non lo so, avevo tipo tre anni all’epoca, non era nel ’66, più o meno?
SB: Sì, ma è stata al top per tre volte o giù di lì in un solo anno. E’ un vecchio singolo garage punk. Questa è roba che ha influenzato i Dead Boys. E poi a New York nessuno ha mai sentito questo pezzo che si chiama “Little Black Egg” dei The Nightcrawlers. E’ dedicata alla mamma di Bobby dei Thundertrain, lei ora è morta.

[The Nightcrawlers – “Little Black Egg”, Dead Boys – “Hey Little Girl”]

Oedi: Eccoci su WTBS, di Cambridge, all’Oedipus Demi Monde Show oggi ci sono i Dead Boys.
SB: Facciamo un concorso.
JZ: Grande!!! [sarcastico]
SB: In palio ci sono cinque copie di “Young Loud and Snotty”. Dovete solo chiamare e ansimare nella maniera più erotica che potete nel telefono. Chi l ofa meglio, si becca un disco.

[The Cortinas – “Fascist Dictator”, The Boize – “So Depressing”, The Buzzcocks – “Boredom”]

Oedi: Ok, ecco un concorrente…
SB: O, allora forza con l’ansimare…
Concorrente – [ansima]
SB: Ma per piacere, non ci viene neppure duro!
Concorrente: Cosa ne dici se vengo lì e vi faccio un pompino?
SB: Ok, potrebbe andare.

[La conversazione è tagliata e parte Dead Boys – “Ain’t Nothin’ To Do”]

Oedi: Credo che ci sia un altro concorrente in linea…
SB: Pronto?
Concorrente: Ciao…
SB: Vuoi ansimare? Sei in onda.
Concorrente – Devi ispirarmi.
SB: Magari se tu fossi qui…
Concorrente – Devi darmi un po’ d’ispirazione…
SB: Su dai, ansima, non ti servono i preliminari…

[Talking Heads – “Burning Down The House”, Nervous Eaters – “Loretta”, Dead Boys – “I Need Lunch”]

Oedi: Allora abbiamo i vincitori. C’è un sacco di gente che ansima là fuori. Hanno vinto un disco Trisha Brown, Dave Brown, Rita Daniels Alias Moose Cholah, Joanne Green e Nadine San Antonio. Loro sono i cinque vincitori. Adesso, Jimmy, cosa mi dici della Sire che è diventata della Warner?
JZ- Credo sia una buona cosa; per cominciare mi ridà fiducia nel record business, che stava evaporando. Quando abbiamo firmato per Sire ero felicissimo che un’etichetta credesse in una band come noi; poi quando Warner ha acquisito Sire, investendo su gente come Richard Hell, Ramones, noi, Talking Heads, ero contento di vedere che la New Wave poteva diventare una realtà e non restare qualcosa che restava confinata in un bar o un club, coi gruppi che suonano per 15, 20 persone. Warner sta facendo le cose per bene. Siamo stati trattati davvero bene. Non c’è nessun trip da rockstar di mezzo o quelle robe che non ci piacciono. E tutto è andato proprio bene.

Oedi: Però voi suonate ancora nei bar.
JZ: E spero che continueremo a farlo! Anche se non pagano molto, è il posto dove vieni a contatto con le persone. Noi preferiamo avere un rapporto stretto con il pubblico, piuttosto che quella roba alla Peter Frampton, che hai 20.000 persone davanti a te in uno stadio e il più vicino a te è a 50 metri. Non ci piacciono queste cose.

Oedi: Quindi sia Sire che Warner vi hanno opzionato per più di un album e vi supporteranno economicamente?
JZ: Oh sì! Si sono impegnate totalmente. Credono in noi e io ho imparato a credere in loro. Penso che abbiano fatto davvero un gesto coraggioso pubblicando un album come il nostro, perché va contro quella che immagino sia l’onda commerciale. Come ho già detto, questo ha ristabilito la mia fiducia nell’industria musicale; c’è un’etichetta che farà uscire quello che considero una vera novità, piuttosto differente dall’immondizia prevedibile e precotta che gli americani – e la gente in tutto il mondo – deve subire. Così nuovi gruppi con nuovi atteggiamenti e idee, che fanno musica onesta, potranno emergere e fare qualcosa. Per me è grandioso!

Oedi: La penso come te. Passando ad altro, sul piatto abbiamo in attesa “Thirty Seconds Over Tokyo”. Vediamo… Peter Laughner, un membro dei Pere Ubu, è morto recentemente. voi lo conoscevate. Stiv?
SB: Sì, grazie a lui ho incontrato Cheetah. Cheetah suonava con lui in una band, i Rocket from The Tomb. Jimmy ed io suonavamo assieme e avevamo iniziato a frequentare Laughner. Laughner voleva che io cantassi, così mi unii al gruppo perché Jimmy ed io volevamo fare una band insieme a Cheetah. Così sono entrato nel gruppo e ho rubato Cheetah.

Oedi: Ma Cheetah c’entra qualcosa con questa canzone?
SB: “30 Seconds”? Sì, ha scritto la musica.
JZ: Magari sul disco non c’è scritto, non ho visto. Comunque quando Cheetah l’ha scritta e il gruppo l’ha suonata le prime volte, era molto diversa dalla versione che state per ascoltare. Non voglio parlare male di questa, ma era una canzone molto più potente, più vicina al sound dei Dead Boys di quanto non sia ora. E di Peter, cosa posso dire… è morto. Non gli dispiacerebbe se ci scherzassi su, e comunque si sarebbe ammazzato, era la situazione perfetta.
SB: Su Punk magazine hanno fatto un concorso tipo “Chi è il più punk?” e lui ha vinto il secondo posto. Ha scritto: “Punk è sapere che morirai ma non te ne importa”. E questa roba è stata pubblicata, direi, un anno fa.
JZ: E’ stato piuttosto attivo in una scena che probabilmente chi vive a Boston non conosce e magari nemmeno è interessato a farlo, ma comunque era la scena del Midwest. scriveva per Cream e direi che è stato uno dei pionieri della  new wave nel Midwest, come chitarrista e compositore. Ha fatto anche diverse cose con Lester Bangs.

Oedi: Purtroppo i Pere Ubu non sono mai venuti a Boston. Dovevano farlo, ma è saltato tutto.
SB: Probabile che non siano riusciti a trovare un modo per portare qui Crocus.

Oedi: Mi sembra di capire che è un tizio molto grosso.
SB: Oh sì, tanto.

Oedi: Dedichiamo questa al Dead Boy originale…
JZ: Alla balena spiaggiata originale!

[Pere Ubu – “Thirty Seconds Over Tokyo”]

SB: Erano i Pere Ubu. Di Cleveland. Sono noiosi.

Oedi: Veramente è una canzone piuttosto profonda.
SB: (sarcastico) Molto concettuale!
JZ: Sì, molto… artistica… artistoide scorreggiona.
SB- Sì, è roba su cui Kid Leo farebbe gorgheggi… no a parte gli scherzi…

Oedi: Sarete al Rat stasera?
SB: Lo spero… e anche domani. Venite tutti, ma solo se ne avete voglia: nessuno vi obbliga. E sarebbe bello che compraste un po’ di t-shirt mentre siete lì, perché dobbiamo mangiare… comunque saremo lì e saremo giovani, casinisti e maleducati per voi di Boston, stasera. E bevete di brutto, così potremo comprarci i biglietti per tornare a casa. E la prossima è per Cheetah che si sta scopando Geeta proprio ora. E per Jeff e Johnny che si stanno masturbando.

[Dead Boys – “What Love Is”]

Pianeta Gluck chiama pianeta Vega

C’era una volta una fanzine intitolata What A Nice Way To Turn 17; sei numeri tra il 1983 e il 1986… poi arrivò il 1987 e tutto si bloccò, nonostante il numero sette fosse in lavorazione. Vi proponiamo, dunque, la traduzione di un’intervista che avrebbe dovuto finire in questa settima uscita, e che non è mai stata pubblicata (la potete trovare in originale nel sito/blog commemorativo della ‘zine: whatanicewaytoturn17.blogspot.com). Si tratta di un fenomenale incontro di personalità, ossia Jeremy Gluck (sì, proprio l’ex deus ex machina dei Barracudas) che intervista Alan Vega, ex Suicide, nel 1988. Siamo in pieno periodo solista, con ben quattro album già pubblicati: Alan Vega, Collision Drive, Saturn Strip e Just A Million Dreams.
Sfortunatamente le domande sono state omesse dal documento originale, così quello che resta è un flusso di risposte – quasi dichiarazioni spontanee – di Alan Vega, che ci affascina con una specie di
stream of consciousness apocrifo.

Ecco le parole del maestro deviato, opportunamente stimolato da Jeremy Gluck.

Arte e rock’n’roll

“E’ difficile, per me, spiegare le cose che faccio. Questo accade perché le ho fatte io e non è semplice dire ‘Hey, ho preso questo pennello e ho messo questo colore in questa maniera perché…’. Perché? Forse ho solo tentato di arrivare laggiù, fino a quel nocciolo che identifica ciò che amiamo così tanto del rock’n’roll, e di restare a quel livello”

Who killed Elvis?

“Il rock’n’roll aveva una grande energia, specialmente quando hanno iniziato a suonarlo i ragazzi bianchi: è allora che è davvero diventato una minaccia per l’establishment. Elvis era molto pericoloso; e comunque è probabile che l’abbiano ammazzato – anzi, mi meraviglio che l’abbiano lasciato vivere così a lungo. E so anche cosa stai pensando, amico: a un certo punto è successo qualcosa che ha annacquato l’essenza del rock’n’roll. Credo sia colpa di quella storia degli anni Sessanta, tutte quelle cazzate del flower power… e mi spiace dirlo, ma c’entrano anche i Beatles: amico, non ce l’ho mai fatta a farmi piacere quella roba tutta leccata… e il mondo invece ci è cascato. L’industria discografica è diventata un affare enorme. Guarda come è ridotta adesso, con tutti quei ragionieri e avvocati: è stata sopraffatta dal lato del business”.

Che fine hanno fatto gli anni Settanta…

E’ buffo; abbiamo suonato all’Acid Daze festival a Leeds e sembrava ci fossero solo band ispirate agli anni Sessanta. Ma da dove arrivano? E non era finita questa roba? Saremo mica condannati a restare inchiodati per sempre al Ventesimo secolo, all’anno 1970? E’ quello che ci aspetta? I ragazzi, ai miei tempi, volevano suonare come i Led Zeppelin, ma loro erano in giro in quel momento… ora sono andati. E comunque mi chiedo perché questi giovani di adesso non vanno in un negozio di dischi e si comprano qualcosa tipo una raccolta sugli anni Settanta… saranno per caso convinti che siamo passati dai Sessanta agli Ottanta in un colpo solo? Io penso che gli anni Settanta abbiano portato tantissimi cambiamenti: il punk e la roba elettronica alla Suicide sono iniziati in quel periodo”.

L’essenza del rock’n’roll

Il rock’n’roll, se lo fai bene, è un’esperienza dolorosa. Tu dai il 150% e non ricevi nulla in cambio. Passi gli anni a farlo, il tuo corpo continua a dare e dare e dare, ma non ti ritorna proprio niente e così finisci per bere o drogarti. Non è una questione di volersi autodistruggere, è solo che devi mantenere alto il livello della tua intensità, per potere fare bene il rock’n’roll. E all’inizio era così: Elvis, Jerry Lee – li hai mai visti suonare? Guarda come si agitano. Il primissimo Elvis – aveva gli spasmi, era chiaro, non riusciva a fermarsi. Per Buddy Holly, invece era una cosa nella voce.
Eppure devi resistere, è una sfida di resistenza, amico, non devi mollare perché loro vogliono vederti morto, tentano sempre di allontanare chi fa le cose con sincerità. Se fai qualcosa di differente, sei una minaccia; ma se il business vede una sfilza di artisti che ti ha preceduto facendo le stesse cose, allora ti accetterà. Se sei unico il business non ti vorrà perché è interessato solo a ciò che già conosce… per non parlare dei discografici. sai quanto sono veloci: potresti andare in letargo per 100 anni senza fare nulla, poi tornare a esibirti e stai certo che li lasceresti shockati lo stesso. Per farti accettare da loro devi restare in gioco per tantissimo tempo.

Rockabilly e arte

“Ho fatto quegli album solisti e mi sono sobbarcato tutto il peso della cosa perché tantissimi fan dei Suicide non amavano il rockabilly. Poi ho iniziato seriamente con l’arte. Faccio delle specie di collage, cerco di contrapporre colori diversi ed elementi che normalmente non dovrebbero andare assieme, ma se ci metti il giusto impegno in qualche maniera poi riesci a far quadrare le cose. C’è un modo per farlo, ma ci vogliono  anni per riuscire a impararlo a forza di sbattere la testa contro al muro, studiando… diventi una specie di alunno, uno studente, sai?”.

Teoria musicale, mantra e trip della sottrazione

“In teoria basterebbe una sola parola per comunicare. Prima o poi scriverò un pezzo e troverò una parola che posso ripetere per tutta la sua durata, un vocabolo che abbia un significato intenso e profondo per me. Però non voglio sconfinare nel territorio dei mantra, anche perché quando ti sentono che ripeti una parola la gente dice ‘Ah ok, deve essere un mantra”. Mi hanno già accusato di questo, perché in molte mie canzoni ci sono pochissime parole e i titoli sono molto stringati. Eppure la faccenda del mantra non mi interessa per niente. Quello che so è che certe parole sono così belle e così comunicative, dicono così tanto… come Suicide. Ci sono alcuni nomi di gruppi, titoli, vocaboli così… e quando li trovi, per me sei alla poesia pura. Meno è sempre di più; pensa ai maestri della pittura e ai loro disegni. Una sola linea di Picasso è un’intera persona, c’è l’anima in una linea. E Rembrandt: basta una linea… è il trip della sottrazione, amico, il trip della sottrazione.”

Rococò, no grazie

“Penso che più semplifichi e più sei diretto; parte dell’energia che senti deriva proprio dalla semplicità. Vai in sovraccarico, perché suonando roba semplice devi farlo con maggiore trasporto, per mantenere il flusso e la concentrazione, così arriva l’intensità – non è facile fare la stessa nota continuamente. E così ottieni un’energia che non c’è in tutta quella roba fru-fru e rococò. Pensa al primissimo Elvis – cosa aveva? Scotty Moore, un batterista, un basso, la sua voce… ma se ascolti le session della Sun sembra che una Cadillac stia entrando nella stanza sfondando un muro… perché? Analizzi quella roba e dici ‘questa musica non dovrebbe avere questo effetto’… ma quei tizi suonano così semplicemente e in maniera diretta, e poi c’è qualcosa nel movimento di polso del batterista”.

Portraits of Johnny

Il 23 aprile 1991 Johnny Thunders (all’anagrafe John Anthony Genzale) moriva in circostanze non del tutto chiare in una stanza dell’hotel St. Peter House a New Orleans.  La causa ufficiale del decesso è overdose, ma esistono molti sospetti – più o meno fondati – che le cose siano andate diversamente e potrebbe essersi trattato di omicidio a scopo di rapina.

Quest’anno, dunque, è il ventennale della morte di Thunders. Vent’anni sono un’eternità, soprattutto se si hanno ricordi vividi e ancora caldi di quei momenti – del resto è in occasione di questo tipo di ricorrenze che con più facilità ci si rende conto di quanto il tempo galoppa e di come si invecchia… alla faccia del rock’n’roll.
Nel 1991 non c’era internet e le notizie sui nostri idoli musicali, per chi viveva ai confini dell’impero, viaggiavano su pagine di riviste d’importazione – preferibilmente Flipside e Maximum Rock’n’Roll – e giungevano spesso con settimane o mesi di ritardo. Io ricordo chiaramente il giorno in cui ho saputo della morte di Johnny: era maggio di sicuro, pioveva ma c’era quella classica cappa umida da provincia piemontese. Ero uno studentello universitario con aspirazioni musicali del tutto irrealistiche e mi cibavo di vinili comprati coi soldi raccattati da genitori e nonne (un’immagine piuttosto ributtante, lo so… ma ci siamo passati un po’ tutti, credo); quella mattina, però, presi un numero di Flipside croccante, appena arrivato con un corriere espresso nel negozio che si chiamava Blue Box. In una delle prime pagine, in un trafiletto a destra, trovai un articolo-coccodrillo sulla morte di Thunders. All’epoca non ero decisamente un fan, ma il fattore necrofilia mi spinse a procurarmi, il giorno dopo, una copia su cd in offerta specialissima di Live At The Lyceum degli Heartbreakers. E fu amore a prima vista.

Detto questo – non poteva mancare il pippotto autoreferenziale – per ricordare Johnny useremo le parole di un altro eroe caduto sul campo, il leggendario Nikki Sudden (morto il 26 marzo 2006). Nikki scrisse un lungo articolo su Sonic Iguana n.1 (la fanzine che Jeff Dahl pubblicava a metà anni Novanta), per ricordare l’amico scomparso.

La prima volta

La prima volta che ho incontrato Johnny fu in un club di Birmingham che si chiamava Rebecca’s. Era all’inizio del 1977. Mi ero presentato al soundcheck coi miei due LP dei New York Dolls in mano. Chiesi timidamente a uno dei roadie se poteva mettermi nella lista degli ospiti e lui mi rispose che non c’era problema, ma era meglio se non mi portavo dietro i dischi dei NY Dolls per farli autografare da Johnny o da Jerry Nolan, perché tutti e due non amavano che gli si ricordasse quel periodo. Tornai a casa, lasciai giù i dischi e più tardi andai al concerto. Alla fine mi trovai nel camerino. Johnny passò tutta la notte a provarci con Miss Patti Bell (la moglie del pub rocker di Birmingham Steve Gibbons), che era ancora una bellissima donna. Comunque trovò un istante per rivolgermi la parola per commentare la spilla di Marc Bolan che avevo: “Hey, mi piace questo tizio”. Scambiammo qualche battuta, poi me ne andai lasciando Johnny ai suoi tentativi di conoscere più approfonditamente Miss Patti.

Living Dead & Cheapo Cheapo

[…] Johnny aveva appena registrato So Alone ed era tornato a Londra per un concerto al Lyceum. Io ero in prima fila – come ogni volta che lo vedevo suonare. Qualche giorno dopo mi ricordo che mi trovavo al mercatino di Soho, al banchetto di Rock On Stall; il proprietario mi disse che Johhny il giorno dopo quel concerto era arrivato barcollando, con una scatola di copie di So Alone da vendere. Ma il tizio, avendo capito che i soldi gli sarebbero serviti per farsi, aveva rifiutato di acquistare i vinili. Così a Johnny non era rimasto che trascinarsi più avanti fino a Cheapo Cheapo, in Rupert Street, per vendere i suoi dischi. Più tardi me ne andai proprio da Cheapo Cheapo e mi comprai un po’ di copie di So Alone a prezzo stracciato, per fare dei regali agli amici e a mio fratello. Deve essere stato il Natale del 1978.

Intervista con scambio di vestiti

[…] Credo che fosse la prima volta che intervistavo qualcuno. E a me non vengono mai in mente domande, quando faccio queste cose, così le interviste diventano più delle chiacchierate. Johnny era molto colpito dai miei stivaletti. Erano un paio di Johnson’s Chelsea di cuoio bianco e lui li puntava di continuo. Finimmo per fare quello che poi divenne quasi un rito tra me e Johnny, negli anni a venire: lo scambio di vestiti. Io gli diedi gli stivaletti e una casacca da pigiama nera a strisce rosse; lui in cambio mi lasciò un paio di scarpe di pelle di pony, un paio di scarpe Fiorucci, una camicia bianca completa di macchie di sangue sugli avambracci e una giacca nera di Irving Berlin.

Drug fiend

Il 22 aprile del 1982 suonai per la prima volta con Johnny dal vivo, al The Venue di London Victoria. Peccato che sui poster del concerto mi segnalarono come Nikki McFadden. Johnny arrivò al locale conciato malissimo: lo portarono fuori dal taxi letteralmente a braccia e lo trascinarono sul palco per il soundcheck. Tentò di suonare “Pipeline” e “Subway Train”, ma erano le versioni più sbiellate e insensate che avevo mai sentito: era totalmente fuori rispetto al resto del gruppo. Dopo qualche minuto smisero. Poco dopo, andando verso i camerini, incontrai Johnny che cercava di entrare in un armadio pensando che fosse il cesso. Lo fermai dicendogli che quello non era un posto molto consueto per pisciare, e lo portai verso la porta dei gabinetti. “Grazie Nikki, mi farfugliò”. […] Poco prima che Johnny salisse sul palco, eravamo tutti nei camerini. Mi domandò se avevo della droga e io gli risposi che avevo un po’ di speed. Mi chiese se gliene offrivo un po’: io gli passai il grammo che avevo in tasca e lui se lo sniffò tutto in un colpo solo. Grazie Johnny! Certo, bisogna dire che era davvero incontenibile con le droghe. Però poi, quella sera, fece un grande concerto. Magari il mio speed è stato d’aiuto.

Los Angeles, gennaio 1990

[…] Johnny insisteva per farmi ascoltare un nastro con alcuni pezzi nuovi. Canzoni come “Help The homeless”, “Disappointed In You”, “Children Are People too”, “Critic’s Choice”, “Some Hearts” e “Society Makes Me Sad”. Me le ricordo ancora chiaramente, anche perché Johnny mi fece sentire quella cassetta tantissime volte. Mi spiegò che era a Los Angeles per chiudere un accordo con la Geffen con l’aiuto di alcuni suoi amici che erano nei Guns n’ Roses. Pensai che erano le sue canzoni più belle, così cristalline, perfette.

The end (New York, estate 1990)

[…] L’ultima volta che ho parlato con Johnny gli ho chiesto dove viveva quando era a New York. “Con mia mamma”, mi ha risposto. Abbiamo riso. Dopo qualche minuto se ne stava andando, allontanandosi lungo la strada con la sua borsa di pelle a tracolla. Laurel, la nostra spacciatrice, si è voltata verso di me e ha commentato: “E’ proprio come come un bambino, vero?”. E sapevo esattamente quello che voleva dire.
E’ stata l’ultima volta che ho visto Johnny vivo.

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Black Flag 1980 a.D.

6 settembre 1980. I Black Flag (Greg Ginn, Dez Cadena, Chuck Dukowski e Robo) suonano a Santa Cruz coi DOA. Ripper Fanzine è presente con tre “inviati” – Tim Tonooka, Violet Vamp, Earnest Endeavors e Phil Tiger – e li intervista.
Direttamente dalla macchina del tempo, una traduzione del pezzo: i Black Flag degli esordi o quasi, pre Rollins, duri puri e un po’ ingenui.

TIM: Come avete trovato il nuovo cantante?
GREG: Lo conosciamo da tanto. Era in un gruppo che si chiama Red Cross ed era un nostro grande amico. Però nei Red Cross suonava la chitarra, non cantava.
TIM: Cosa facevi di bello prima?
DEZ: Non molto. Ma sono appassionato di musica sin da bambino. Mio papà era un produttore per la Fantasy Records, che è un’etichetta jazz. Aveva anche un negozio di dischi tutto suo e io ero sempre là. Quindi sono abituato a sentire musica fin da quando ero piccolo. Ho iniziato con la chitarra a 12 anni; all’epoca saltavo la scuola per andare in biblioteca a leggere, perché la scuola non mi piaceva. A dire il vero non mi sono nemmeno diplomato, mi manca un annetto. Odiavo la scuola e odiavo stare con gli hippie che fumavano canne tutto il tempo, così non andavo a scuola e andavo a leggere, magari con qualcun altro se lo trovavo. Comunque ho iniziato a suonare in gruppi solo da due anni; ne ho già cambiati 10. Sono stato nei Red Cross per circa sei mesi –  i Red Cross riformati, però, non gli originali Suonavo la chitarra.
GREG: Sono forti.
EARNEST: Da quanto sei nei Black Flag?
DEZ: Circa due mesi e mezzo. Ma li seguivo, andavo a vederli già da due anni prima, dall’inizio del 1978  o giù di lì.
PHIL: Avevi mai cantato prima?
DEZ: No. Solitamente suono la chitarra.
GREG: Sì, Dez suona davvero bene, e vorremmo che in alcuni pezzi suonasse anche la chitarra oltre a cantare, così potremmo fare qualcosa in più. Abbiamo delle idee di canzoni che suonerebbero meglio con due chitarre. Ci abbiamo lavorato un po’, ma non abbiamo ancora iniziato a suonare così… ma lo faremo. Penso che andrà a pennello. Ci darà più spazio per lavorare, più libertà per fare cose che ho sempre voluto. Ho sempre voluto molto avere due chitarristi, ma quando abbiamo iniziato è stato già un’impresa trovare un batterista e un bassista che volessero suonare questa roba.
TIM: Era il 1976, vero?
GREG: Ho iniziato a voler mettere in piedi un gruppo nell’estate del ’76. Ma non ci riuscivo. Ho provato alcune persone per fargli suonare i miei pezzi ma…
DEZ: La gente delle nostre parti, comunque, è troppo fatta. E’ la spiaggia. Si siedono lì e fumano un casino di roba.
GREG: Sì. E ascoltano roba diversa da quella che volevo fare io. Soprattutto dove viviamo noi.
DEZ: Sì, gli piacciono gli Eagles, Jackson Browne e cose così.
GREG: O il progressive come i Genesis, roba del genere. Ero molto frustrato, perché finalmente avevo delle canzoni che volevo far uscire, ma non potevo perché non avevo una band. Dopo sei mesi ho incontrato Keith: ero molto sorpreso che gli piacesse molta della roba che ascoltavo io perché là a nessuno interessava, a nessuno piaceva. Per tanto tempo ho creduto che non sarei riuscito a mettere un gruppo assieme, mi accontentavo di scrivere i pezzi, era uno sfogo. Come quando andavo a scuola, che tornavo a casa e mi mettevo a suonare come un pazzo.
TIM: Le superiori?
GREG: No, università.
TIM: L’hai finita?
GREG: Sì.

La scuola e gli inizi

TIM: Cosa studiavi?
GREG: Economia. Ma ho studiato molte cose diverse. Mi piaceva, ma alla fine ne avevo abbastanza. Puoi fare ottime cose se riesci a trovare la chiave giusta nella faccenda, se lo fai in modo intelligente: puoi imparare tanto, cose che ti interessano. Ma penso che la maggior parte delle persone abbiano un atteggiamento errato verso la scuola e pensano che le cose che gli interessano debbano restarne fuori.
TIM: Sono più interessati al pezzo di carta che a imparare qualcosa.
GREG: Sì. Quello o avere un lavoro dopo. Io ho pensato che a scuola avrei potuto imparare quello che volevo e che mi interessava, invece di forzarmi per trovare poi un lavoro o qualcosa del genere. Però suonavo solo per divertirmi, per me, perché non avevo nessun desiderio di entrare in un gruppo e suonare materiale di altri. Volevo solo suonare quello che volevo io. Infatti non sono mai stato in altre band, questa è la mia prima. Dopo un po’ che tentavo di mettere in piedi il progetto ho trovato Keith, il nostro cantante originale; voleva suonare la batteria e gli ho detto: “Ma no, perché invece non canti?” – perché avevo idea che sarebbe stato grande e poi non aveva una batteria. Secondo me poteva essere un ottimo cantante e potevamo trovare un batterista altrove. Infatti un suo amico suonava la batteria e l’abbiamo chiamato, poi è arrivato il bassista e abbiamo iniziato a suonare le nostre cose. All’inizio facevamo schifo a tutti. Tutti. Ma ci piaceva quello che facevamo. Poi dopo un po’ la gente ha iniziato ad apprezzarci, perché il punk rock è diventato qualcosa a cui la scena musicale ha iniziato ad avvicinarsi, e nelle vite di molti le cose sono cambiate.
TIM: Da quanto avete cominciato?
GREG: E’ successo circa tre anni e mezzo fa. Quando Keith ed io abbiamo fondato il gruppo.
TIM: Non eravate considerati punk allora, vero?
GREG: Nel ’76, dove viviamo, suonavamo alle feste e nessuno sapeva cosa fosse il punk, quindi non c’era modo che dicessero “Questo è un gruppo punk”, perché non sapevano cosa il punk fosse. Per quanto li concerneva la nostra era roba veloce e dura. Però dopo poco i media hanno creato un’immagine molto netta del punk, nella testa delle persone. Prima di questo la gente era molto più aperta al punk, senza sapere cosa fosse.
CHUCK: Chiamavano punk la roba alla Ramones. I Ramones erano considerati punk rock. Ma non esisteva un atteggiamento netto e definito nei confronti del genere, così capitava di andare a suonare a una festa di capelloni surfisti e divertirti un casino. Perché nessuno aveva fatto delle scelte.
DEZ: Era una novità e piaceva.

PHIL: Soprattutto i media non erano arrivati a etichettarla.
CHUCK: Sì, esisteva un nome per questa roba, ma non un atteggiamento nei suoi confronti.
TIM: All’epoca nessuno aveva ancora deciso che ci fossero delle “regole” a cui chi ascoltava quel tipo di musica dovesse conformarsi.
GREG: Esatto. Poi questa roba si è diffusa rapidamente, anche grazie ai mass media, al punto che chiunque tu incontri per strada ha un’idea del punk che è molto differente da quella che avevo io quando ho iniziato ad ascoltarlo. Per quanto mi riguarda l’immagine che i media ne danno deve morire. Penso che i media abbiano fatto davvero molti danni.
CHUCK: Però l’hanno reso più noto. L’hanno fatto conoscere a gente che non ne avrebbe nemmeno mai sentito parlare, altrimenti, persone che si sono poi avvicinate al punk – che fossero giusti o sbagliati i motivi.

“Vorreste suonare? Certo. Andate pure affanculo”

TIM: Dopo quanto avete iniziato ad avere il seguito così forte di adesso?
GREG: E’ successo non più di un anno fa. Prima nessuno voleva farci suonare in giro, perché siamo fuori dal circolo della scena. Per due anni abbiamo solo fatto le prove.
CHUCK: Al massimo suonavamo a qualche festa privata e facevamo le prove nel nostro studio. Ci piaceva, ma nessuno ci vedeva mai. I primi veri concerti ce li siamo organizzati da soli: affittavamo una sala e organizzavamo.
GREG: Quando è uscito il nostro ep, abbiamo ricevuto buone recensioni e allora hanno iniziato ad arrivare i primi concerti, ma la scena di L.A. era molto chiusa; noi siamo un po’ fuori e non ci hanno mai accettato del tutto. Comunque ci siamo divertiti, abbiamo suonato per noi stessi.
PHIL: Quali erano le difficoltà?
CHUCK: A Hollywood, tutti  si sentono al centro della città e se tu non sei di Holywood pensano che non sei uno di loro, sei un contadinotto che viene da fuori, non sei un duro, non sei punk. Ci guardano i vestiti perché viviamo vicino alla spiaggia e ci dicono: “Quindi voi vorreste suonare? Certo. Andate pure affanculo”.
TIM: Vivete sempre a Redondo Beach?
CHUCK: Sì. Siamo di Hermosa Beach, ma in esilio.
GREG: Dobbiamo andarcene da lì ora. Ma non sappiamo ancora dove.
CHUCK: Se riturno a Hermosa c’è un appartamento pronto per me, proprio nella prigione.
TIM: Cos’è quella storia strana sullo “slam dancing” che c’era sul L.A. Times?
GREG: Nessuno che io conosca sapeva dello “slam dancing” o aveva mai sentito quella parola finché quell’articolo non è stato pubblicato. Da lì è stato ripreso da altri e si è diffuso, tanto che anche a Vancouver la gente ci chiedeva cos’è lo “slam dancing”, dicevano che ne avevano letto in giro. E noi non ne sapevamo niente.

Cambiamenti

GREG: La scena ora è molto cambiata, si sente l’influenza dei ragazzini ricchi…
DEZ: Molti dei vecchi hanno mollato, se ne stanno a casa.
CHUCK: Per vari motivi.
DEZ: Hanno lavori regolari, magari stanno per sposarsi.
CHUCK: E’ una cosa che mi stupisce molto. Ce ne sono un bel po’ che stanno per sposarsi. E’ strano vedere una cosa del genere. Quando ho finito la scuola poi ho perso i contatti con tutti i miei compagni, mi sono infilato in questa cosa del punk rock eppure vedo succedere cose molto ordinarie. La gente che molla tutto per quei motivi. Anche il nostro secondo cantante ha lasciato la band per sistemarsi con una ragazza.
TIM: Ron?
CHUCK: Ron è solo un nomignolo. Lui è Chavo Pederast.
GREG: E’ il suo vero nome.
TIM: E Keith perché ha mollato?
CHUCK: Perché non voleva cambiare. La nostra musica si stava evolvendo e a lui non piacevano molte delle nuove canzoni.
DEZ: Anche a Ron non piacevano i pezzi nuovi. Però se n’è andato per altri motivi.
CHUCK: Se vuoi un parere dall’interno te lo do io. Quando suoni dal vivo ti esponi. Quando sei all’inizio nessuno ti conosce nella scena, lo fai e basta, ci credi e dici fanculo, se gli piace bene se non gli piace amen. e fai di tutto comunque per dare una buona impressione. Dopo un po’ che sei in giro ti sei fatto parecchi amici, ti sei costruito uno status, la gente ti conosce e sa quello che fai. Per noi è un po’ diverso, perché ogni pezzo che scriviamo è leggermente diverso, ha un approccio suo. Non abbiamo scritto quattro “Nervous Breakdown”; nno abbiamo altre canzoni di quel tipo, solo una. Non facciamo le cose così, seguendo una formula. Quindi a un certo punto alcune persone non se la sentono più di rischiare che tutti pensino: “Che puttanata che hanno fatto!”.
GREG: Sì, di sicuro Keith voleva suonare, ci ha detto che avrebbe preferito più brani come “White Minority”, che però è vecchia di tre anni e mezzo. Ci piace il pezzo, lo suoniamo ancora, ma bisogna fare cose nuove.
CHUCK: E’ una reazione emotiva. La paura di fare cose nuove, la resistenza al nuovo. Ed è una situazione che si presenta sempre più crescendo.
TIM: E’ vero che il nuovo disco è il primo di una serie di 12″?
GREG: Abbiamo registrato il primo, il secondo sta arrivando. il nostro primo ep è stato inciso due anni e mezzo fa, abbiamo voglia di fare uscire qualcosa che sia più…
CHUCK: Che rappresenti quello che siamo ora.
TIM: Come diresti che siete cambiati?
CHUCK: Più veloci. Ho un nuovo ampli per il basso, meno rumoroso. Il nostro primo aveva un pannello davanti, ma non era fissato e mentre suonavo oscillava. gli altri della band dicevano che il mio suono di basso era come una marmitta che striscia sull’asfalto.

Nel ventre della bandiera nera

TIM: Black Flag rappresenta l’anarchia o l’insetticida omonimo?
CHUCK: L’anarchia.
GREG: Non è l’insetticida.
TIM: E quale è la vostra definizione di anarchia?
CHUCK: E’ l’impegno a cambiare, ma senza regole fisse. Perché il mondo in sé è anarchia. Una persona che si dedica all’anarchia vuole la distruzione dello status quo.
PHIL: Chi scrive il materiale? Tu?
GREG: La maggior parte. Ma anche gli altri scrivono qualcosa.
TIM: Di cosa parlano le tue canzoni?
GREG: sono molto importanti per me e personali, dicono quello che sento.
DEZ: Sono su cose di ogni giorno, che potrebbero accadere anche a te.
CHUCK: Parlano di emozioni, è un modo per esternarle.
TIM: cosa vi spinge a essere così intensi dal vivo?
GREG: Suoniamo ciò che sentiamo, non ci pensiamo su.
CHUCK: E’ l’unico modo.
DEZ: Altrimenti diventa noioso.
CHUCK: Altrimenti, cazzo, non lo farei. Sarei in giro a mordere la testa alla gente oppure tornerei a fare corse in moto e gare di sci d’acqua, roba così. Ci metto tutta la mia energia fisica. Lo fai portando il tuo corpo al limite, per poi sentire la sensazione di liberazione.
TIM: ci piacerebbe se anche il batterista dicesse qualcosa.
ROBO: Ciao.
GREG: E’ uno taciturno.

Case discografiche

GREG: Le case discografiche proprio…
CHUCK: Non c’entrano un cazzo con quello che facciamo noi. E nessuna di loro è minimamente interessata. Vogliono solo gruppi che sembrano gli Knack.
TIM: Perché voi non volete essere commerciali, non è il vostro scopo.
GREG: No. Vogliamo pubblicare la nostra musica, come diciamo noi.
CHUCK: Abbiamo cose da dire e da fare e le faremo.
TIM: Ma le etichette non apprezzano?
CHUCK: non c’entrano niente con questa roba, quindi si fottano.
GREG: Già. Nemmeno ci pensiamo alle case discografiche.
CHUCK: Dovranno mandare gente ben muscolosa se vorranno mai avere a che fare con noi.
TIM: E’ bello che esistano gruppi che non si piegano a ogni loro capriccio.
GREG: E’ pieno, a L.A., di gente che farebbe ogni cosa pur di firmare un contratto. Ma ci sono anche molte ottime band che agiscono fuori da quel territorio. Voglio dire, non ci interessa proprio, nemmeno ci pensiamo.
TIM: Ed è quello che piace ai vostri fan, il vostro approccio senza compromessi.
GREG: Beh, sì. Non potremmo fare altrimenti.
CHUCK: Se vuoi scendere a compromessi, allora forse è meglio se lo fai lavorando. Preferirei farlo sul lavoro e poi avere la possibilità di fare cose totalmente mie, come voglio io, nel tempo libero. altrimenti non sei nulla. Almeno così riesci a esprimerti almeno in una situazione.
GREG: non siamo snob, non ci va che la nostra musica resti nascosta, ma di sicuro non siamo disposti a cambiarla per nessuno, vogliamo che giri il più possibile, ma così come è. Così tentiamo di promuoverci da soli e come vogliamo noi. In questo modo abbiamo anche il controllo e nessuno può metterci bocca.

Do It Yourself

TIM: Quindi fate voi promozione, booking e cose del genere?
GREG: Al 100%.
PHIL: Anche la distribuzione?
GREG: La maggior parte. Passiamo anche attraverso qualche distributore, ma ovunque andiamo portiamo i nostri dischi nei negozi: ce li portiamo dietro. Però abbiamo anche qualche distributore che li fa arrivare in negozi in giro. Ovviamente non possiamo avere una distribuzione da major, che fa trovare i dischi in ogni singolo negozio, perché per le piccole etichette non esiste nulla di simile.
TIM: Cosa è esattamente la SST?
GREG: La nostra etichetta. Tipo Black Flag Records, ma faremo uscire anche il disco di un altro gruppo, si chiamano Minutemen, sono di San Pedro, California. Sono molto bravi.
TIM: Come avete conosciuto l’artista che vi cura le grafiche?
GREG: E’ mio fratello.
TIM: Siete in tour spessissimo…
GREG: Stiamo iniziando a farlo sì. Vogliamo suonare ovunque possiamo. se possiamo permetterci di arrivarci, lo facciamo.
CHUCK: E’ meglio che restare fermi a L.A.
GREG: andremo dappertutto. Ovunque ci vogliano.
DEZ: Ovunque riusciamo ad arrivare.
GREG: Vogliamo andare in un sacco di posti: al momento è il nostro obiettivo.
CHUCK: Suonare davanti alla gente più diversa.
PHIL: Siete tutti al 100% impegnati con il gruppo e la vostra musica?
CHUCK: E’ l’unico motivo per cui faccio ogni cosa che faccio.
GREG: Lavoriamo, ma lo facciamo per finanziare il gruppo.

Campare, studiare e altre piacevolezze

TIM: Cosa fate per campare?
CHUCK: Facevo tavoli da biliardo per una ditta che si occupava di questa roba, poi ho mollato e adesso sto finendo i soldi.
GREG: Sì aveva messo via del denaro e l’ha investito per le nostre registrazioni. Io costruisco componenti elettroniche.
TIM: Di che tipo?
GREG: Radio con antenna.
DEZ: Io facevo equipaggiamento da sub, ma ho dovuto mollare il lavoro per andare in tour.
TIM: E Robo?
ROBO: Lavoro in un magazzino.
TIM: Dimmi qualcosa di te.
ROBO: E’ il mio primo gruppo. Sono entrato da un paio d’anni e fino a ora è stato bello. Mi sono molto impegnato.
TIM: E prima cosa facevi?
ROBO: Lavoravo. Magazzini, fabbriche. Roba regolare. non mi interessava molto suonare. a scuola suonavo il tamburo nella banda, ma tanto tempo fa. Non ho avuto una batteria fino al 1976, quando me ne sono comprata una per la prima volta.
TIM: E poi dopo poco sei entrato nei Black Flag?
ROBO: Sì. Cercavano un batterista, perché il loro se n’era andato. Ho visto un volantino a Hollywood, ho chiamato ed era fatta. Abbiamo iniziato le prove. E’ andata bene fino a ora, spero che continui così.
TIM: Chuck, tu cosa facevi prima? Parlavi di corse…
CHUCK: Sì ho fatto quella roba. E ho studiato molto.
TIM: Università?
CHUCK: Sì, cazzo, sì. Quattro anni di college. Poi mi sono stufato e ho mollato tutto. Mi manca un anno per laurearmi alla University of California.
TIM: La sede di Los Angeles?
CHUCK: No. Quella di Santa Barbara, L.A. e Long Beach.
VIOLET: Studiavi musica?
CHUCK: No.
VIOLET: E cosa allora?
CHUCK: Psicobiologia.
VIOLET: Sembra interessante.
CHUCK: Si studia molta farmacia e si lavora con le droghe. Si fanno anche interventi al cervello. mettevo elettrodi nei cervelli dei topi, poi gli somministravo dosi di medicine e studiavo i loro comportamenti, poi cercavo di teorizzare. Ogni volta che mi veniva un’idea poi la testavo. Ma a un certo punto mi sono scontrato con un muro che la scuola ha tirato su: hanno iniziato a dirmi “No, non puoi farlo, no, non puoi pensare così, fai solo le cosine che ti diciamo, piantala di pensare”. Capisci? in pratica mi hanno detto: “Smetti di pensare e cerca solo di risolvere questi problemucci per noi”. Perché lì funziona che dicono “Ok, abbiamo fatto questo, questo e quest’altro, ma ci è rimasto un piccolissimo buco da riempire. Perché non lo fai tu per noi? Ci sono solo tre possibilità, trova tu per noi quella giusta, a, b o c;  noi siamo troppo pigri per farlo, pensaci tu”.
TIM: Sei mai stato in altri gruppi?
CHUCK: Sì.
VIOLET: Facevate cose simili a ora?
CHUCK: Abbastanza. I Black Flag erano un gruppo che provava vicino a noi e non aveva un bassista. Dopo un po’ di volte che li ho sentiti, mi trovavo a canticchiare le loro canzoni nella mente e ho pensato: “Sono grandi!”. Così ho iniziato a suonare con loro alle feste e robe così. Poi ho mollato gli altri perché hanno iniziato ad ascoltare Jimi Hendrix. Mi sono detto “Fanculo questa roba” e ho deciso di cambiare. E’ stata una cosa che mi ha portato molto più divertimento ed energia. sai, suono il basso perché mi piacciono le cose fisiche. Il livello mentale è per le parole e le idee, non per la musica. se vuoi dimostrare di essere intelligente non suoni musica: è qui che tutti questi coglioni che fanno progressive cadono. Vogliono far vedere che sono intelligenti. Ma se lo sei, in qualche maniera si vedrà, non devi diventare pretenzioso.
VIOLET: La scena di qui è diversa da Los Angeles?
CHUCK: La Bay Area è meno violenta, meno aggressiva. La gente è più intellettuale e vuole sempre far vedere quanto è sagace. Vogliono tutti far vedere che sono acuti. allora ascoltano gruppi che hanno lo stesso atteggiamento, tizi che suonano stramberie. E’ roba rilassata e tutto, ma si rischia di diventare snob. Può diventare: “Io la capisco e tu no”. Mentre se suoni cose molto dirette tutti capiscono, non c’è rischio. Devo anche dire che la Bay Area puzza tremendamente di hippie, risente ancora dei loro danni. Roba che risale agli anni Sessanta, perché qui è stato l’epicentro. I poliziotti sono fumati tutto il tempo. Mi hanno arrestato a San Francisco perché stavo facendo un graffito su un muro e il poliziotto mi ha chiesto scusa. Poi alla fine mi ha lasciato andare e mi ha solo detto di usare un altro colore. A Los Angeles mi avrebbero fatto una multa da 10.000 dollari.
TIM: Ho sentito che vi hanno denunciato per “inquinamento visuale”.
CHUCK: Non ne so niente. Non mi pare ci abbiano denunciato. Ma credo che la direzione scolastica di Orange County desidererebbe moltissimo farlo.
TIM: Perché?
CHUCK: Perché mettiamo volantini e scriviamo sui muri… roba così. Tanti nostri fan lo fanno per noi, o lo andiamo a fare direttamente noi, ci sono un casino di graffiti lì nelle scuole. una volta mi hanno anche telefonato.
GREG: (ride) Hanno detto che a causa nostra c’erano danni per 5.500 dollari in una scuola, e ancora di più in un’altra. Noi abbiamo risposto che ci dispiaceva e che avremmo potuto suonare un concerto benefit per loro.
CHUCK: Gli ho detto: “Suoneremo gratis, così raccoglierete i soldi. Altrimenti scordatevi di vedere del denaro da noi, è come cercare di cavare sangue spremendo una pietra, siamo totalmente al verde”.
GREG: Siamo indebitati.
TIM: Cosa pensate quando sentite “il punk è morto”?
GREG: La maggior parte di quelli che lo dicono…
CHUCK: …avrebbe voluto che il punk non fosse mai arrivato.
GREG: Comunque dipende da cosa intendono con punk. Se parlano del punk come immagine, o del punk come un gruppo di band o persone che fanno cose nuove e fanno la differenza.Ma quasi tutti quelli che dicono che il punk è morto sono solo dei disadattati che vogliono fumare canne e sentire lo ska, non hanno mai amato il punk.
CHUCK: Sì, evidentemente si sono stancati di averci a che fare.

Bangs Bangs, my baby shot me down

Nel 1974 usciva il numero uno (e anche l’ultimo) di Brain Damage, la fanzine curata da Metal Mike Saunders, futuro membro di Vom e Angry Samoans. Una ‘zine veramente old school che – tra le varie cose – contiene un’intervista alla star di quegli anni, nel mondo della critica rock: il signor Lester Bangs, direttamente dalla redazione di Creem.
Bangs non si spreca molto, rispondendo con un fiume di parole deraglianti e inconcludenti… ma ovviamente noi al cospetto di sua Maestà ce ne strafreghiamo e suggiamo le sue perle di saggezza insensata senza farci domande. Ecco dunque un tentativo di traduzione (onestamente il testo originale è confuso ai limiti dell’inintelligibile, frutto di un Bangs senza dubbio in vena di giocare con le parole per confondere e deridere i lettori e l’intervistatore), nel timido intento di riesumare un pezzettino di storia bangsiana dimenticata.

Dove è iniziato tutto questo?
Probabilmente nella preistoria. Mi considero un beatnik, sai. Da ragazzino nel tempo libero le uniche cose che facevo erano andare al supermercato a comprare una bottiglia di succo di limone concentrato e una di 7 Up, leggere William Burroughs e inghiottire noce moscata.

Ormai da un po’ sei considerato “il” critico rock per eccellenza. A che punto della tua vita ti sei reso conto che eri sulla via giusta, professionalmente?
Direi quando uscì la mia recensione di Exile On Main Street su Creem, nel giugno del 1972: sono io al mio meglio. Inversioni e mutazioni linguistiche tagliate fino all’osso, stampa aliena. Le mie radici sono quelle del Kerouac vagabondo, roba visionaria da girovago. In parte c’è della cara e vecchia lingua velenosa, in parte dello sconvolgimento da Belladonna. Il Romilar è il mio vizio. Sono un Maynard G. Krebs che gira coi rollerblade ai piedi…

Da dove arriva l’inimitabile stile alla Lester Bangs? Magari ti sei ispirato ad altri critici musicali che scrivevano a metà degli anni Sessanta…
Lascia che ti dica che l’adulazione non ti porterà lontano con uno come me. Dove io abbia trovato ispirazione per il mio stile sono affari miei e tocca a te capirlo. E comunque è questione di essere nel posto giusto al momento giusto. Hai capito, ragazzino? Vendere scarpe a San Diego, il sound delle periferie di Detroit, rilassarsi a Boston mangiando biscotti all’hashish al tramonto! Quando sei affamato di dolci e visioni anfetaminiche frullate, tendi ad arrangiarti come puoi. Per me è tutta una questione di cibo. Il rock è arte, l’arte è rock, il rock è cazzo, è ballare senza scarpe in una pozzanghera di sangue in una bettola.

Quindi sei favorevole alle droghe?
Erba, figa, eroina, casino!!! Un po’ di tempo fa io e il vecchio Alan Niester ci eravamo imbucati a una convention della MCA a Los Angeles; Al mi guarda di traverso, dopo un pomeriggio passato a bere Coors, Miller e Blue Nun e mi dice: “Bangs, se un vero punk e mi piaci, perché alla mia maniera da canadese del cacchio mi piacciono i punk”. E da lì è iniziato il delirio. Il mondo del rock fa cagare, è un polipoide marcio che ti striscia sul faccione!

Nella tua rapida ascesa hai ispirato una folta schiera di imitatori. Cosa mi dici di chi si lamenta che Robot Hull e il suo modo di scrivere stanno infestando Creem in maniera letale? Ti dà fastidio che altri, ora, si stiano facendo un nome usando uno stile che fondamentalmente ti appartiene?
Non vedo come tu possa fare queste affermazioni, visto che di recente ci siamo attivati per purgare Creem da Hull. Comunque lascia che ti dica che questa gente mi fa incazzare di più di un taco piccante immerso in un secchio di cera fusa bollente pronto a schizzarti in un occhio e a farti spruzzare sangue come una fontana. Mi hanno intortato tanto da farmi pubblicare la loro roba, lo ammetto, ma senza dubbio non sentirai mai più parlare di queste nullità, finché non impareranno che devono uscire dalle loro tane illuminate da candele e impregnate di fumo di canne, non si dimenticheranno della purezza e di tutte queste cazzate culturali e non si sporcheranno un po’ le mani. Ormai qualsiasi coglione con una macchina da scrivere in casa pensa di poter diventare un critico rock, ma nessuno di loro può nemmeno avvicinarsi a me quando si tratta di lasciarsi andare alla sarabanda concettuale che schizza fuori dal vortice sonoro. Lasciali provare! [segue delirio seriamente intraducibilenda]

Quindi, in altre parole, ti definiresti come uno dei poeti del nostro tempo?
Certo che sì!

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