Metti il turbo che la pasta si fredda…

brokendollsBrokendolls – Wolves Among Sheep (Tornado Ride/Attitude/Kornalcielo/Sailors Overdrive/Rancore, 2014)

Credo siano veneti, questi rocker. La loro fede la mostrano subito, già all’impatto visivo: e infatti, appena vedi la loro foto, capisci cosa suonano. Hard punk/turborock nordeuropeo – per intenderci: quello che nella seconda metà dei Novanta ebbe un (meritato) momento di gloria e che tra i suoi paladini conta nomi come Hellacopters, Turbonegro e Gluecifer. Che non inventavano nulla (altro…)

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Italia-Canada 2-2

Madnuts / Dave Rave – split 7” (Tornado Ride, 2011)

Devo fare un mea culpa grosso come una casa perché ci ho messo davvero troppo tempo prima di decidermi a scrivere qualcosa su questo 7″ spettacolare sotto molti aspetti, a partire dalla confezione. La copertina in cartone pesante, con tanto di costina, contiene una busta interna stampata con i credits e tutte le informazioni del caso. La grafica Seventies è di un certo Ralph Alfonso, artista canadese a tutto tondo (poeta, grafico, musicista, discografico, disegnatore) che tra le tante cose fatte ha anche collaborato alla realizzazione di Bomp Magazine. E se state leggendo Black Milk dovreste conoscere Greg Shaw e la Bomp! Records, in caso contrario mi spiace per voi.

Lo spettacolare 7” in questione è prodotto dalla Tornado Ride, etichetta modenese non nuova a sfiziose accoppiate come questa. Per rispetto nei confronti dell’anzianità di servizio non si può che partire da Dave Rave. Chi è costui? Semplicemente un pezzo da Novanta del power-pop, garage-rock e punk nordamericano.
Il songwriter canadese, che sforna dischi dal lontano 1978, lo si ricorda soprattutto per Teenage Head, Shakers e Dave Rave Conspiracy, band quest’ultima messa su con Billy Ficca dei Television. Tuttavia, nonostante le svariate primavere sulle spalle, mostra ancora un’ottima verve r’n’r e una certa freschezza di scrittura di cui dà prova nel festoso numero r’n’r “Rock The Party” che con una mano accarezza la guancia e con l’altra strizza i coglioni. In “Gimme Gimme Gimme” azzanna direttamente la giugulare come l’Iggy dei tempi d’oro, asfaltando buona parte dei giovincelli di oggi che ricalcano il Detroit sound senza nerbo.

A Madnuts, al secolo Matteo Muser, l’arduo compito di non sfigurare al cospetto di cotanta storia. Considerando che si tratta di un esordio, l’ex batterista di Super Sexy Boy 1986 e Mudlarks non solo tiene botta alla grande, ma addirittura sorprende con due piccole gemme di power-pop scorbutico (“Living Too Fast”) che puzzano di Sixties garage e proto punk dei primi anni ’70 filtrati dal suono della Seattle narcotizzata dei Mudhoney. (“We Need Time”).
Una gran bella partita, insomma, che finisce 2-2 con i tifosi che applaudono a fine gara perché ne vorrebbero ancora. Il minimo che potessi fare è stato braccare Madnuts negli spogliatoi prima che filasse sotto la doccia.

Come hai conosciuto Dave Rave e perché avete deciso di fare uno split assieme?
Ho conosciuto Dave la prima volta che è venuto in Italia a suonare al Road To Ruins a Roma. L’organizzatore del Festival mi mise in contatto con il suo Manager Ralph Alfonso, che per l’occasione stava cercando una data anche al nord Italia per Diodes e Dave Rave. Non solo procurai ad entrambi uno show a Venezia, ma suonai perfino la batteria nella formazione di Dave Rave nelle due date italiane dopo che Ralph me lo aveva chiesto dato che mancava il loro batterista… per me è stato molto entusiasmante e da quel momento è iniziata una solida collaborazione. L’idea dello split è nata da me poiché l’ultima estate siamo andati in tour e per l’occasione gli ho proposto di fare questo 7″ in tiratura limitata da vendere ai concerti.

La grafica del 7″ è affidata proprio a Ralph Alfonso…
Diciamo che Ralph è pure un grafico di spicco, oltre che una figura fondamentale per la scena punk di Toronto: è stato il proprietario del leggendario Crash’n’Burn club nel 1977, fotografo per Bomp magazine, N.Y. Rocker e altre riviste di spessore, attualmente è proprietario della Bongo Beat Records ed editore. Normalmente cura lui l’artwork dei dischi di Dave, quindi ho chiesto a lui di creare l’intero artwork dello split.

Madnuts può essere considerato il tuo progetto solista o si tratta di un gruppo vero e proprio? State suonando dal vivo ed avete progetti per un album?
Madnuts è solo un mio progetto solista, non è una band formata da elementi. Sebbene l’intenzione sia quella di incidere altri dischi, magari sempre con l’aiuto di altri musicisti amici, per ora non ho intenzione di fare concerti… ma non si sa mai nella vita.

Seppur Sixties oriented e con uno spiccato mood power-pop, nei due pezzi del 7″ ci ho sentito influenze diverse… “Wee Need Time”, ad esempio, nelle chitarre e nella voce, mi ha ricordato la prima Seattle di Mudhoney e Nirvana…
Come dici tu, la mia intenzione è proprio quella di dare un taglio power pop con venature Sixties, senza comunque tralasciare gruppi fondamentali per me quali MC5 e Velvet Underground. Non posso negare che certi gruppi come Mudhoney e Nirvana abbiano risvegliato la mia primavera in età adolescente e di conseguenza può darsi che si possano sentire anche queste influenze, o forse sarà il mio timbro vocale che ricorda un po’ Cobain o Mark Arm… a voi il giudizio.

L’ennesimo week-end selvaggio ci aspetta

The Wild Week-End – Punch (Tornado Ride, 2010)

Il bello delle webzine è che di norma puoi scrivere quello ti pare, come, quando e quanto ti pare. Non che altrove mi sia mai stato impedito alcunché, ma sulla “freschezza” di un disco ci ho avuto qualche rottura di coglioni, questo sì.
Qui no, siamo sul Web e soprattutto siamo su Black Milk, tra amici: come cantava la buonanima di Stefano Rosso “che bello, due amici una chitarra e uno spinello”. Be’, gli amici ci sono, per le droghe ci pensa il Valentini [e vai con lo sputtanamento! Hahahaha – n.d.andrea] e le chitarre ce le mettono i Wild Week-End, uno dei segreti meglio nascosti del rock’n’roll punk italiano. E attenzione ché questa non è un’affermazione ad effetto fine a se stessa. Lo dico con cognizione di causa perché seguo il trio salernitano (dal fantastico nome che omaggia i “Ramones messicani” Zeros) sin dal primo 7” ep del 2000 targato Lo-Fi Records. Negli ultimi dieci anni a ogni loro nuova uscita discografica mi sono sempre chiesto perché non se li cacasse nessuno. Sì, due recensioni qua e là scritte dai soliti due invasati come me che ne esaltano le gesta per i soliti due ascoltatori, ecc.

Val bene la pena dire che i due precedenti album (l’omonimo del 2004 e Orrendo rock del 2006) erano davvero bombe a orologeria. E, della serie luoghi comuni a go-go, aggiungo che è proprio vero che “non c’è due senza tre”. Questo terzo album, uscito sul finire del 2010, compie l’impresa di superare le precedenti prove discografiche dei campani perché è selvatico ma anche dannatamente “melodico”.
Prendiamo il ping-pong tossico tra le due voci nella traccia d’apertura “Waist of Time”, il punk rock massimalista di “You Rock” con la chitarra che fa giravolte in aria e atterra sempre in perfetto equilibrio, oppure il minuto e 40” di “The Stripper”, che con quel ritornello zuccheroso nobilita l’etichetta pop-punk caduta oramai in disgrazia. Neanche il tempo di rifiatare che parte il rock’n’roll di “Burn”, tra NY Dolls, Rolling Stones e il Michael J.Fox di Ritorno al futuro alle prese con “Johnny B. Goode”. E cosa dire del nerboruto numero hard power-pop “Anyone Else” o di “Mexico”, un concentrato punk settantasettino e melodia contagiosa che si compenetrano senza danneggiarsi? Niente giri di parole, ragazzi miei. Punch è un disco della madonna, questo è quanto.

I Wild Week End sono tre quarantenni che se ne sbattono le palle del clubbino alternativo, del centro sociale e di rockit. In una vecchia intervista il cantante-chitarrista Wild JP diceva testualmente: “Ci pareva che il fatto di prendere le cose in maniera approssimativa e grossolana fosse la chiave del successo.” Pure qui c’è poco da aggiungere, ché chi dice una cosa del genere è da seguire a prescindere: mi pare evidente.

Lester meets Kevin

Lester And The Landslide Ladies/Kevin K – Frantic Tales For The Fast Living (Tornado Ride, 2011)

Lester, con i suoi Landslide Ladies, ormai è quasi un’istituzione nel panorama rock’n’roll glam punk italico: nove anni di vita, per una band, non sono uno scherzo. Se poi la suddetta band macina 700 date e un tot di dischi, allora dimostra di avere passione e palle – attributi che sulla lunga distanza ti fanno lasciare indietro i vari ragazzetti modaioli e gli spompati.
Col tempo la loro miscela di glam e punk si è irrobustita e s’è fatta più viziosa: immaginate degli Hanoi Rocks un po’ più lo-fi, col pallino dei Dead Boys e del glam/street minore inglese. Se in Italia c’è ancora qualche barlume di rock’n’roll, insomma, è anche merito di gente come loro. E sicuramente loro sono tra i guerrieri che combattono per la causa, magari in una lotta impari e persa fin dall’inizio, ma con tutta la passione e la follia che ci vogliono.

Kevin K (un ragazzuolo che ha iniziato a suonare nella Grande Mela di metà anni Settanta: in pratica una leggenda minore tra le leggende minori, che merita un articolo a parte)… è un distillato di sound newyorkese che ti viene schizzato dritto in vena. Lo senti dal primo riff di chitarra, tagliente, punkettoso, scuro e abrasivo. E da lì tutto il resto è in discesa: la colonna sonora dei sopravvissuti, lo zibaldone del reduce cazzuto, la madeleine del rocker perdente d’essai. Un sound figlio bastardo di Heartbreakers, Dead Boys, New York Dolls e primi Dictators – musica per perdenti veri, che nemmeno sanno di esserlo (e se lo sanno, non ne fanno un selling point per arrivare a Rolling Stone, ma accettano la loro condizione e suonano come se non ci fosse un domani).
Numero uno.

Hey bambola rotta, cosa fai stasera?

Brokendolls – Two Fiftynine (Nicotine/Tornado Ride, 2011)

Hard punk coi testicoli bene arroventati è la definizione che immediatamente viene alla mente ascoltando le prime note del cd dei veronesi Brokendolls (altro…)

Un mezzo genio all’ombra dei Ramones

Skinny Bones & The Gonedaddys – Shot My Tv (Nicotine, 2009)

Alberto della Nicotine è un grande; e non solo perché mi manda sempre i dischi della sua etichetta. È un grande perché malgrado tutto continua a credere nel fottuto r’n’r e si sbatte in ‘sto Paese tatangelato nel diffonderlo senza paraocchi, preclusioni e infantili settarismi (altro…)

Quadretti acustici country blues dalla Svezia

The Chuckies – s/t (Nicotine/Tornado Ride, 2009)

I truci rocker svedesi con uno dei più bei nomi in circolazione – The Chuck Norris Experiment, ne parlai anche su queste pagine – hanno lasciato le chitarre elettriche in cantina e si sono presi una vacanza per ripulirsi le orecchie e l’anima (altro…)

Pompa, pompa… col giudice Thompson

dtdisco.jpgDonald Thompson – s/t (Tornado Ride, Surfiniki, Red Poison, 2009)

Eroici, i Donald Thompson, che propongono ancora il formato 7″ in vinile, rigorosamente limitato a 300 copie. E a noi gli eroi piacciono, qui. Se poi suonano un po’ come i New Bomb Turks ci piacciono ancora di più.

Che dire, quindi… quattro brani tirati e ficcanti di punk rock’n’roll – come direbbero negli USA – paint by numbers. Cioè fatto a modo e in totale sicurezza, senza possibilità di errore alcuno. Con tutti i pregi e i difetti del caso.

I pregi sono l’energia, l’attitudine casinara e divertente dei pezzi, i riff che si ricordano, gli assoletti occasionali e la velocità amfetaminica. I difetti risiedono, fondamentalmente, tutti nella palese sensazione di già sentito e déjà vù.
Che poi – a ben vedere – non è neppure un problema così grande, visto che i Donald Thompson stessi non sembrano avere nessuna velleità snob di innovazione e rivoluzione. E allora, nella più grande tradizione dell’it’s only rock’n’roll, godiamoci i watt e la potenza di questa band. Piacerà a molti senza alcun dubbio e regalerà più di un brivido di energia.

E poi, per dio, è un bel viniletto. Quindi non facciamo troppo gli schizzinosi.

PS: documentatevi sulla storia del giudice Thompson cliccando qui.

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