E che cazzo è un mot low?

mot lowMot Low – Il ritorno della mezza stagione (autoproduzione, 2014)

[di Mario Selaschetti]

I Mot Low, dopo anni di concerti e demo varie sotto il nome d’arte di Lem Motlow (ne abbiamo già parlato diverse volte sul vecchio BlackMilkMag prima che un commando di mercenari agli ordini del Capitano Stubing, lo facesse saltare in aria per colpa di una cattiva recensione sulla serie televisiva “LoveBoat”, ma questa è un’altra dannata storia…), approdano al loro primo album dal titolo Il ritorno della mezza stagione (altro…)

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Cibo ricco mi ci ficco

CiboCibo – Incredibile (INRI, 2014)

Ancora Torino, ancora INRI. Ok partiamo coi cazzi miei: Torino la amo, ci ho vissuto quasi un anno negli anni Novanta e ha dato i natali a molti amici e band che hanno segnato la mia vita (dico solo Nerorgasmo e Negazione, così per fare il nazionalpopolare, ma la lista è lunga). La INRI non so se la amo, anzi no, non posso dire che la amo perché sarebbe una balla da apericena milanese… ma la rispetto perché ha dato modo di pubblicare ai Titor, che sono – a mio modestissimo e inutile parere – la risposta ai Nerorgasmo degli anni Dieci… e quindi lunga vita a INRI (altro…)

Una dose plus per il signore al tavolo 47

sick rose blastinSick Rose – Blastin’ Out… Plus! (Area Pirata, 2013)

Quando si parla di Sick Rose il pericolo di cadere nella più becera e insipida banalità da webzine italiota è elevato al cubo. Perché sono “storici”, “seminali”, “fondamentali”, “imprescindibili” e tutte queste belle cose. Quindi come dire… ce la si cava con poco: basta dire che sono i più grandi.

Che poi è anche vero, in una certa misura (altro…)

Un bicchiere coi Derelitti

derelittiI Derelitti – Come se non ci fosse un domani (autoproduzione, 2013)

Torino Motor City, anno 2013. Quattro avanzi di pub marcio entrano in studio e incidono questo album (che esce in edizione ultralimitata, in vinile colorato, per dire) ispirandosi alle loro passioni più proibite: il rock’n’roll fetido, il protopunk più ignorante e buzzurro, il glam rock più puzzolente, l’hard rock più svergognato… risultato? Un cd divertentissimo davvero, di hard’n’roll punkizzato in italiano, sguaiato, terrone (perdonatemi il termine, ma credo ci siamo capiti), semplice ed esplosivo (altro…)

Il giorno del sole era vicino…

Negazione – Il giorno del sole (Shake, 2012)

[di Franco “Lys” Dimauro]

Raccontare i Negazione alle nuove generazioni, idealmente rappresentate da Elia, il tredicenne figlio di Fabrizio Fiegl, IL batterista della formazione torinese morto il 17 Luglio del 2011 all’età di 46 anni.
Agnelli esportava le sue vetture costruite sull’ asse Mirafiori-Lingotto. Ai Negazione restava il compito di esportare i rottami di quella realtà industriale e di quell’ enorme periferia costruita attorno ai capannoni FIAT.
La catena di montaggio della rabbia metropolitana costruita intorno a quello che restava del punk: disillusione, collera, anarchismo, velocità, rumore, antagonismo, occupazioni, centri sociali, scontro politico, lo spettro dell’eroina e il feroce assalto hardcore.
I Negazione e il loro Volkswagen bianco pieno di stampe e di adesivi, in giro per l’Italia prima, per l’Europa dopo.
Pronti a partire per un tour in Giappone, America ed Australia che invece non inizierà mai.

Il giorno del sole racconta tutto questo attraverso i ricordi di Tax, Zazzo e Marco e un cd che raccoglie per intero Lo spirito continua e Condannati a morte nel vostro quieto vivere (oltre al brano che dà il titolo a tutto il lavoro, pensato per il primo album ma poi “slittato” su Little Dreamer) e causando il magone a noi quarantenni di oggi che quei giorni di rabbia li abbiamo vissuti, ognuno con la propria dose di coinvolgimento, anche a duemila miglia di distanza da dove le cose accadevano per davvero, dai posti dove le manganellate non erano solo un bel poster da esporre in camera e l’odore della benzina ti accompagnava ovunque, come la puzza di piscio.

Oggi, a quasi trent’anni dal lancio della molotov Negazione, queste musiche urlate con la ferocia che le avevano generate, fanno ancora male.
Salve nello spirito, intatte nella forma.
Il martello di Michelangelo sollevato sul blocco di marmo del punk, fino a scolpire la più bella opera d’ arte dell’ hardcore italiano.
Granitica, incrollabile, tenace, imperitura, perenne, definitiva.

Kick out the gianduia, motherfuckers

Titor – Rock Is Back (INRI, 2012)

Torino e  suoi fantasmi, da quelli paranormali-esoterici a quelli del capitalismo postindustriale più orrorifico. La Motor City con i maghi e i medium. Da un posto del genere non poteva non scaturire un sound unico anche in ambito di musica underground; un suono che, nonostante il rotolare dei decenni, si perpetua mutando nella forma esterna, ma mantenendo una coerenza interiore e un filo rosso che permette di tracciare discendenze e parentele in maniera piuttosto inequivocabile. E da questa Detroit a dimensione di Gustavo Rol arrivano i Titor, usciti freschi freschi con un cd (dopo un ep)… e indovinate un po’? Esatto: sono intrisi di Torino sound, come piace a noi. Beccatevi questa recensione double, con cui diamo anche il benvenuto al nuovo pregiatissimo collaboratore Brundo.

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E’ un altro giorno por*o dio

[di mr Black Milk]

Il progetto Titor è imbevuto di torinesità, quella che ha reso peculiare la scena cittadina fin dagli anni Ottanta, pur essendo mille anni lontano – a livello di sound – dai fasti dell’hardcore sabaudo.
Nei Titor c’è il concept dei crononauti (la storia di John Titor è nota ormai da un decennio abbondante), c’è il post hardcore, c’è il rock anni Novanta, c’è la cupezza disperata e lucida delle band torinesi: diciamo che sono nipoti dei Nerorgasmo e dei primi Negazione come percezione del mondo, ma figli del rock moderno/alternativo/post grunge come personalità sonica.

Descriverli musicalmente non è semplicissimo, ma direi che una frullata violenta e sgraziata di Fugazi, Refused, At The Drive-In, Husker Du, AC/DC, Black Sabbath, Rage Against The Machine, Nerorgasmo, Black Flag, Soundgarden e Therapy? potrebbe portare un risultato del genere. Questa è roba che ti chiude la bocca dello stomaco con l’impatto e che – finalmente – utilizza l’italiano in un modo che mi ha colpito: per raccontare una storia intrigante, ma anche per sputare/sputarsi in faccia (in puro stile Luca Abort, io aggiungerei) frustrazione, rabbia e violenza; del resto alla voce troviamo un elemento  mica da poco, ossia Sabino Pace, ex Belli-Cosi, attualmente tastierista de I treni all’alba e agitatore musicale della Torino della fine dello scorso millennio.

Una bella uscita davvero, forse un po’ troppo compressa nella produzione – più zozzura rules! – ma tra gli album da sentire di sicuro in questo 2012. Altro che Padania

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L’inesorabile “MA”

[di Brundo]

Apro la mia collaborazione con Black Milk con una recensione non facile.
I Titor  vengono da Torino, città che negli ultimi 30 e passa anni ci ha regalato alcuni dei capitoli più belli del punk/hc, nell’accezione più ampia del termine, della storia musicale della nostra sfortunata Penisola.
I Titor non sono gli ultimi arrivati, si tratta di gente che suona dagli anni Novanta e ha militato in formazioni  significative. I Titor sono gente che possiede una certa maturità anagrafica e artistica, ascolti di qualità e la consapevolezza che ne deriva.
Tutto ciò si intuisce dai solchi (ahimè virtualmente immaginati dal mio povero cervelletto nostalgico) di questo lavoro che porta un titolo coraggioso, che suona come un manifesto programmatico in questa desolata attualità dominata da algidi disk jockey senza cuore e senza cervello: Rock Is Back.

Devo dire i quattro piemontesi la sventolano alta e fiera la bandiera del rock’n’roll. Sin dalle prime note i riferimenti sono chiari, chiudo gli occhi e riff di Greg-Ginniana memoria si fanno prepotentemente strada nelle mie orecchie, l’impatto è quello, l’ispirazione pure.
Proseguo con l’ascolto e mi trovo a fare inevitabilmente i conti con la provenienza regionale della band, mi sento prevedibile e scontato, quasi in colpa per questo mio macchiarmi del peccato di Facile accostamento, ma non posso fare a meno di pensare ai Kina e agli ultimi Negazione .
Mano a mano che mi immergo nella musica prendo coraggio e mi sento tentato di avventurarmi in terreni impervi e, camminando su di una sottilissima lastra di ghiaccio, scomodo nomi pericolosissimi. Lo sto per fare…  Nerorgasmo! Sì, con un pezzo come calvario non mi sento poi così sconveniente a fare certi paragoni, l’aria di disperazione, o meglio di non-speranza, che pervade tutto il pezzo, la voce, il testo, l’enfasi con cui è pronunciata la parola “Cristo!” nel ritornello “d’angoscia mi stringo / raccolgo dal basso le lacrime Cristo”.  Ecco leggete qui. Ho ragione io. I Neororgasmo ci sono! E anche gli Husker Du, tié.

Con tali premesse questo potrebbe essere il disco preferito di Brundo del 2012. MA…
Purtroppo c’è l’inesorabile “ma” che distrugge i miei sogni di bimbo che negli anni Ottanta c’è nato e che avrebbe tanto desiderato viverli con il chiodo e i jeans strappati, invece che da poppante in fasce.
Questo disco è stato suonato e soprattutto registrato in maniera impeccabile: i suoni sono potenti, limpidi, incisivi, ciccioni e qui sta il problema. La perfezione sonora del prodotto finale, l’eccessivo dilungarsi, talvolta, di certi pezzi e la minuziosa perizia tecnica portano le nove tracce verso lidi leggermente sbagliati, svuotandone un po’ la magia e l’energia che innegabilmente racchiudono. Tutto questo si unisce al fatto che, purtroppo, il mio orecchio è stato abituato a cose non piacevolissime quando associa certi suoni al cantato in italiano e rischia di portarmi alla mente nomi che è meglio non fare in questa sede. Ora, i Titor non c’entrano nulla con certe parolacce del rock italiano, ma, a causa della produzione massiccia di questo Rock Is Back, mi ci sono voluti un paio di ascolti prima di liberarmi di quella patina di diffidenza che si era venuta a creare.
Se questo disco fosse stato registrato un po’ più al cesso, un po’ più in fretta e forse arrangiato un po’ meno, sarebbe stato perfetto.
Ciò non toglie che nella frase “non ho trent’anni ancora / si fotte la mia vita a 500 all’ora” credo troverò conforto per molto tempo, proprio come la prima strofa di “Giorno” dei, guarda un po’, Nerorgasmo mi ha fatto da sveglia per numerosi anni.

Musicismo cronico

Lem Motlow – Musicismo (2011, autoprodotto)

Il Musicismo è una, non rara, forma di disturbo mentale che può colpire chi suona nei gruppi musicali. Spiegarlo a parole è molto difficile, dato che è una sindrome vile che richiede un certo occhio e una certa esperienza per scovarne i primi sintomi nei poveracci colpiti da questa piaga moderna. Diciamo che se bazzicate le fumose sale prove o gli improvvisati palchi di qualche concerto non proprio di cartello, ne avrete di sicuro colto qualche segnale nel sentire il chitarrista gridare al fonico (in gergo, quello che vi danneggerà la riuscita del concerto con la sua gestione dei volumi da incompetente) mi dai un po’ più di PRESENCE sulla spia. E’ importante, qui, sottolineare come non è solo importante la richiesta, ma anche la faccia con cui l’aspirante rockstar proferisce questa richiesta.

Altra forma di musicismo, molto comune durante i concerti di gente che ancora di deve fare (e non è detto che ciò accadrà mai), la richiesta allo sparuto pubblico presente di accompagnare il ritmo con le mani: confesso che mi sento molto a disagio quando mi capita di vedere questo fenomeno, soprattutto quando, e succede sempre, nessuno si caga questa richiesta a parte le fidanzate e le mamme dei musicisti sul palco e se poi prima di farlo dedicano proprio a loro questo pezzo, be’ allora chiamate pure la neuro che c’è pericolo anche per la vostra incolumità.

Il musicismo, in attesa di un suo inserimento tra le voci di Wikipedia (ma ne trovate una definizione più estesa proprio qui, è quindi tutto quello che non serve alla musica ma solo a nutrire l’ego smisurato di chi si trova a giocare in questo mondo divertente. Oltre a questo è anche, da pochissimo, il titolo del nuovo EP dei Lem Motlow, gruppo astigian-torinese, adepti del garage punk da una un bel po’ di annetti.

Musicismo esce dopo neanche troppo tempo dal loro primo EP – Potevamo farlo più veloce – e contiene quattro pezzi di varia impronta creativa, con un certo filo conduttore dettato dall’ironia e l’intelligenza dei testi (“che dire, Francis lascia la solita 50 Euro sul tavolo che ho sete…”) e dal richiamo tra beat, garage e roccheroll. Rispetto alla loro prima esperienza si avverte un netto miglioramento di tutto il pacchetto: i suoni sono meno compressi e più complessi, la capacità compositiva è cresciuta come dimostra un pezzo come “Abitudinario” dai richiami un po’ alla Kinks di “Sunny Afternoon” o la più recente “The Importance of Being Idle” degli Oasis o il pezzo “Recessione”, tra i brani dal carattere meno “allegro” e più punkeggiante del loro repertorio. A completare il tutto “Fer-Net”, un bel digestivo beat (chiedo scusa a tutti per questa battuta…) e il divertissement “Alle medie”, con il suo incedere da rock and roll da festa anni Sessanta e ballo del mattone.

A mio avviso pezzi come “Abitudinario” e “Recessione” portano su due percorsi evolutivi ben diversi, entrambi interessanti e validi, ma dire quale sia il migliore solo il futuro e il gruppo ce lo sveleranno. Comunque se volete davvero ascoltare i pezzi li trovate su Soundcloud.

I Lem Motlow suonano spesso a Torino, Asti e dintorni e stanno cercando un produttore per tentare di spiccare definitivamente il volo (verso quali lidi non si sa). Astenersi perditempo, citofonare Francis.

Attenzione: questi brani contengono musicismo, maneggiare con cura e in caso di contagio contattare un medico o un esorcista. AUT. MIN. RIC. DLG 29/1985.

Siamo tutti figli di Abort

Nerorgasmo – s/t (FOAD, 2011)

La stagione del punk e dell’hc italiano – quella che si è srotolata in maniera anarcoide, frammentaria, ma implacabile nell’arco di tutti gli anni Ottanta – ha lasciato diverse band fondamentali, che ci invidiano in terre straniere (l’elenco dei soliti noti ve lo risparmio). Gente a cui sono dedicati da anni articoli, monografie, ristampe; per non parlare delle reunion più o meno patetiche / più o meno esaltanti.

Ebbene il caso dei torinesi Nerorgasmo, in quel succoso guazzabuglio di cui sopra, è atipico. La loro è una storia fatta di genio e nichilismo. Un nichilismo che permea la musica, ma prima di tutto le esistenze dei membri della band, con il fu Luca Abort Bortolusso in testa alla fila, a condurre la carica.

I Nerorgasmo non hanno mai goduto della mitizzazione toccata ad altri nomi a loro contemporanei (per intenderci: se chiedete a un ragazzetto, probabilmente vi citerà Negazione, Wretched e Indigesti) e – a posteriori – c’è un senso recondito in questo.
In un momento in cui l’impegno sociale – sotto forma di slogan, rivendicazioni massimaliste antisistema, acab come se piovesse etc etc etc – i Nerorgasmo erano l’ala nera che oscurava il sole, una pera di nichilismo infernale direttamente nella giugulare. Una band intrisa di disagio che si trasforma in rabbia implosiva: pochi slogan, ma quintali di lucida introspezione distruttiva, che sbriciola dogmi, riti, routine e gabbie delle vite alienanti a cui siamo legati come animali alla catena.

E il disagio, oltre a esplodere incontenibile nei testi di Abort, è anche la cifra stilistica del loro sound: un punk hardcore mai troppo veloce, scuro, inquietante, con tocchi leggermente dark (seppelliti sotto a tonnellate di distorsione e crudezza, non temete).
Senza timore di esagerare dico che è palese come i Nerorgasmo fossero i Void italiani: stessa attitudine sonora grondante sangue marcio e mal di vivere, stessa gelida e lucida negatività, stesso immaginario dantesco.

Musica per anime danneggiate; musica per cervelli che si sedano per non esplodere; musica per filosofi dimenticati, con la schiuma alla bocca e un quartino di roba in tasca. La tragedia incombe plumbea su ogni riff, su ogni riga di testo. Ed è catartica – se si ha la forza di resistere al suo peso – oltre che in grado di dare dipendenza. Infatti vi ritroverete ad ascoltare il cofanetto assemblato da FOAD Records in maniera ossessiva, a ripetizione, scoprendo ogni volta un riff nascosto, una frase lancinante o un passaggio dissonante che fa raddrizzare i peli sulla schiena.

Grande operazione, dunque, questa ristampa che arriva in formato di cofanetto digipack con cd, dvd e booklet. Il cd contiene tutto lo scibile inciso dai Nerorgasmo, in studio e live (comprese nove registrazioni inedite); il dvd è un documento speciale, visto che è una testimonianza dei Nerorgasmo dal vivo, assemblata utilizzando le riprese relative a due diversi concerti tenuti nel 1993 a Torino a El Paso.
Ne esiste anche una versione deluxe con gadget inclusi, ma potrebbe essere sfortunatamente terminata; ad ogni modo, non sono i gadget a dovervi interessare, ma piuttosto la grandezza e la forza espressiva di questa band.

Procuratevelo, imparatelo a memoria, consumatelo e ogni tanto tirate una bestemmia velenosa in onore di Abort, che in maniera tragicamente coerente con la sua visione nichilista è morto, portato via da un’overdose nel 2000.

Ordinatelo qui (saranno i 16 euro meglio spesi del decennio, garantito).

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