Tom aspetta… noi forse no

Tom Waits – Bad As Me (Anti, 2011)

Come si fa a mettere su un nuovo disco di Tom Waits senza lo spettro della noia già al primo ascolto?
Difficile che il menestrello di Pomona deluda le aspettative, eppure a 60 anni suonati, con una carriera e una rispettabilità ingombranti, potrebbe pure permettersi una derapata fuori dal seminato… non sto parlando di spingere sull’acceleratore dell’eccentrismo o andare su di giri con arrangiamenti strampalati e ubriachi – a destabilizzare le sicure e oliate rotaie di un ruvido blues o di una ballad notturna che sembra uscita da uno Springsteen in putrefazione (due situazioni in cui Waits sia maestro da sempre); nemmeno gli si chiede di impartire lezioni alle ultimissime generazioni di giovani saltimbanchi cantautori stonati strampalati. Piuttosto, invece, lo si potrebbe vedere intento a perlustrare nuovi territori vocali e orchestrali, arrischiarsi e perdersi dentro l’ignoto, come i suoi illustri colleghi Dylan e Cave – che seppur sfiorando il fallimento commerciale, per poi rinascere dalle ceneri di pessime recensioni, sono riusciti ad affrancarsi, ammutinandosi alle loro stesse impolverate icone.

Waits no. Da Bone Machine del ’92 all’attuale Bad As Me, passando per Mule Variations va predicando liturgicamente quel “minimalismo in levare” scabro, essenziale, rauco fino all’osso. Sotto la benedizione e gli influssi di bulbosi fantasmi pionieri del blues dell’oltretomba alla Howling Wolf e Captain Beefheart.

Che sia veramente malvagio questo Mr. Waits? O forse è solo un’altra maschera demoniaca di cartone, inoffensiva, che sfila per il Mardi Gras nel giorno sbagliato.

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Quadretti acustici country blues dalla Svezia

The Chuckies – s/t (Nicotine/Tornado Ride, 2009)

I truci rocker svedesi con uno dei più bei nomi in circolazione – The Chuck Norris Experiment, ne parlai anche su queste pagine – hanno lasciato le chitarre elettriche in cantina e si sono presi una vacanza per ripulirsi le orecchie e l’anima (altro…)

Mr Cool aka Johnny Grieco

coolcover_optJohnny Grieco – I’m Cool (Le Silure D’Europe/SNAPS, 2008)

Johnny si è preso una pausa dai seminali proto punk Dirty Actions e nel nuovissimo EP (primo da solista) I’m Cool c’è l’attitudine sfrontata di maltrattare – e prenderlo a calci in culo – lo stereotipo fighetto di coolness,  fino a renderlo quasi uncool, nel senso di ricercato e poco immediato.
La title track da subito taglia i ponti con qualsiasi oltranzismo punk: ci spinge verso sponde electro-etniche-mistiche, tanto care al Perry Farrell redento post Jane’s Addiction e Porno for Pyros. Ma in quella litania esasperata e ossessiva del ritornello/titolo (“I’m Cool”) c’è anche lo zampino dell’Iggy Pop più sperimentale – periodo Zombie Birdhouse, per intenderci.
Ancora ronzanti e col cervello in loop per la title track, ci si trova all’ingresso di un tunnel oscuro che ha le atmosfere chimiche dei primi rave fine anni Ottanta, ma senza emergency exit: ti stende il groove di “Bite the Hand”, seconda traccia in Prodigy-style,  che ammicca parodisticamente all’epicità di un Bowie alla deriva.
A questo punto del disorientamento sonoro e concettuale arriva però – come un ristoro in pieno desert storm – la rauca e preziosa“Dark Rainbows”,  che culla e dondola arcobaleni oscuri alla soglia di crooner solitari e licantropi come Tom Waits e marzialità limitrofe a Kurt Weill. Il momento è breve, anche se intenso, e lo scompiglio giunge di nuovo improvviso sulle note di “Dirty Inside” e “Next Imminent Catastrophe”: tremori sonici stile Alec Empire, in cui Mr. Grieco tesse la propria tela di mantra e liturgie che non hanno ancora trovato una chiesa (e che mai probabilmente la troveranno, deo gratias!).

Non c’è ombra di dubbio che quell’ortopanoramica in copertina sia volutamente il modo più cool di porsi la domanda se sarà una risata o un ghigno a seppellirci.

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