The Wild Brunch #34

aztecWild Brunch numero 34, già. E voi che magari pensavate di esservelo levato dalle palle… nada. Del resto il materiale continua ad arrivare, dunque non lamentatevi.

Una prece però: adocchiate meglio i generi di cui si parla di solito qui sopra. Se suonate altro, magari indie rock – per fare un esempio – e volete inviare il vostro disco, quasi di sicuro state facendo un passo falso. E in un colpo solo riuscirete a:
– incazzarvi perché non se ne è parlato bene
– incazzarvi se la recensione non esce subito
– incazzarvi per avere “sprecato” una copia del disco
– incazzarvi perché siete dei grandi e chi scrive di musica non capisce un cazzo
– mettere in imbarazzo (per non dire rompere i coglioni a) chi deve recensire cose fuori genere (altro…)

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The Wild Brunch #31

white-trash-mulletAbbiamo fatto 30 e perché non fare 31? E quindi eccoci qua, con un Wild Brunch schizoide e inafferrabile con Loud Nine, Hazardous Waste, Joxfield ProjeX & colonel XS.

Come dovreste ormai sapere, questa è la rubrica in cui si parla cumulativamente del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale). Ovviamente il criterio è l’aderenza al taglio principale della webzine e la rilevanza dei dischi.

C’è un sistema di valutazione, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”) (altro…)

The Wild Brunch #22

Portata numero 22 dell’ormai tradizionale (più del panettone) Wild Brunch. Arriva la primavera che sembra inverno e – come di consueto – porta solo grane e paranoie. Nevvero? Eh già. Per cui forza e coraggio, che la vita è un passaggio – come dicono dalle mie parti, con una devastante rassegnazione/imposizione.

Come sapete (forse) questa è la rubrica in cui si parla della maggior parte del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale).
C’è un sistema di valutazione dei dischi, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”).
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

Questa volta ci occupiamo di quattro band italiane che spaziano dall’hardcore al punk rock patinato all’alt rock. Enjoy…

LinternoLay Down For Comfort (Chorus of One, 2012)
Hardcore melodico con derive punk rock ed emo-core, per questi ragazzi bolognesi che fanno il loro mestiere in maniera onesta e convincente. Il tiro c’è, i riff che restano in testa pure… un cd divertente se avete amato o amate gente com Pennywise, Bad Religion, NoFx, Rise Against. Un genere che ha detto tutto da molto tempo, ma è piacevole da ascoltare, se fatto così.
[Voto: 1,5 – Consigliato a: seguaci del verbo di Fat Mike, Epitaph-dipendenti italioti]

NeurodeliriQuello che resta (Autoprodotto, 2012)
Punk rock/emo-rock lucidato, ricco di stacchi, articolato e melodicissimo – pure un po’ alt rock – è quello che propongono i fiorentini Neurodeliri, all’esordio su cd dopo un demo. Il sound è molto statunitense, laccato, prodottissimo e su tutto svetta un cantato in italiano – solo due pezzi sono in inglese – che per quanto mi concerne è un pugno in un occhio (la querelle continua da secoli: per me l’italiano su brani così ha l’effetto degli Heroes del Silencio che facevano hard rock in spagnolo). Non sono malaccio, ma finiscono nel calderone della moltitudine del punk rock italiano contemporaneo e un po’ mainstream.
[Voto: 1 – Consigliato a: punk rocker da FNAC, under 18 in libera uscita, amanti del patinato un po’ ribelle]

Peggio EmiliaAnticittadino (Autoprodotto, 2012)
Un bell’hardcore-punk tirato, con diversi richiami al sound italiano anni Ottanta (un po’ Peggio Punx e un po’ Raw Power) e arrangiamenti più vicini alla scena Epitaph/Fat Wreck. Si ascolta d’un fiato e diverte, oltre a titillare, almeno a tratti per un anziano come me, la ghiandola della nostalgia; non so se sia un complimento, ma il pargolo di 11 mesi ha ballato i primi 4-5 pezzi facendo headbanging sul passeggino. Belli anche i testi, all’insegna della critica sociale e politica. E non posso non menzionare il booklet sopraffino, con una serie di illustrazioni del Gotha delle matite italiche: Akab, Officina Infernale, Simone Lucciola, Rocco Lombardi e Ciro Fanelli. Bravi.
[Voto: 3 – Consigliato a: menti hardcore in corpi non pervenuti, nostalgici degli Ottanta, bandanna boyz]

Revolution Is MeNo Way, Mate! (Autoprodotto, 2012)
Quartetto capitolino dedito a un alt rock energico e patinatissimo, melodico e di facile digestione; in poche parole molto mainstream e addomesticato. Non mi si fraintenda, sono bravi davvero, ma semplicemente manca la dimensione del pericolo, della minaccia e della zozzura (del resto dichiarano apertamente di ispirarsi a Biffy Clyro, Paramore e Foo Fighters). Sarebbero pronti per MTV, tanto sono rifiniti e curati. Ma come dire… qui pratichiamo altri tipi di perversione.
[Voto: 1 – Consigliato a: ribelli del sabato pomeriggio, rocker con contratto a termine in studio legale, amanti dei sapori decisi ma omogeneizzati]

The Wild Brunch #21

Il brunch selvaggio numero 21 è servito. Anzi no. E’ a buffet, prendete quel che volete – è meglio poter scegliere, no?

In questo nuovo capitolo troviamo di tutto un po’: dall’hc punk italiano al cantautorato, allo stoner, all’indie. A voi l’onere e l’onore di assaggiare ciò che vi stuzzica le papille, magari partendo dal presupposto che ciò che piace a noi non piace a voi. E viceversa.

Come sapete (forse) questa è la rubrica in cui si parla della maggior parte del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale).
C’è un sistema di valutazione dei dischi, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”).
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

FiorinoL’esca per le acciughe (autoprodotto, 2012)
Cantautorato non banale, orecchiabile, con un tocco bacciniano (ehm, momento di sconforto) – ma per fortuna con testi (grazie a Pazuzu e a tutte le divinità pagane) degni di una forma di vita pensante e ragionante. Chitarra e voce, melodie a volte bizzarre, storie… probabilmente Fiorino è un talento, ma trascende le mie capacità mentali e i miei gusti. Se praticate queste cose, dategli una chance.
[Voto: 0,5 – Consigliato a: adoratori di cantautori, italiofili ortodossi, allergici all’elettricità]

Kakkole Esilaranti – s/t (Paul Pastrelli Records, 2012)
Robusto hardcore punk di matrice USA, con le inevitabili e sacrosante deviazioni italiche per i lombardi Kakkole Esilaranti, attivi dal 1996 con varie traversie, pause e reunion; una band che, come dice la bio, è sempre andata “avanti per gioco, per divertimento, per sfogo e nulla più”. Questo cd (inciso nel 2011 in occasione dei 15 anni di vita del gruppo) celebra proprio questa attitudine: zero menate, tanta voglia di suonare senza implicazioni di alcun tipo e nessuna paura di mostrare le proprie influenze. E’ un disco che non ti cambia certo la vita, ma anche un bell’ascolto, per ricordarci tutti da dove veniamo, almeno a livello attitudinale… e ogni tanto fa bene al cuore, all’anima e a tutto il resto. Medicine così sono da assumere almeno una volta al mese, con regolarità.
[Voto: 2 – Consigliato a: guerrieri hardcore con dubbi nella fede, musicisti da pub in crisi di motivazione]

OryzonTaste The Flavour ep (autoproduzione, 2012)
Indie rock un po’ lamentoso e un po’ epico, con qualche citazione metallara a corredo. Muse, Metallica e Radiohead messi assieme vi intrigano? A me no, purtroppo, e trovo questo album molto costruito, ruffiano, patinato oltre il livello di guardia… simile, in maniera allarmante, a ciò che potrebbe passare nell’impianto di un outlet invaso da acquirenti affamati di offerte e promozioni. Bel packaging e ammirevole politica dei prezzi, ma l’indie rock, da queste parti, proprio non lo riusciamo a reggere.
[Voto: 0,5 – Consigliato a: indie rocker da shopping all’outlet, hipster di quartiere senza adsl]

Sick Monkey – s/t (autoproduzione, 2012)
Cinque anni di prove e concerti per i Sick Monkey (originari della costa Est del lago di Garda) e poi il debutto con questo cd/ep contenente quattro brani di sano e scolastico stoner rock di quello con i riffoni potenti, il wah-wah straripante, i fuzz cremosi e i mid tempo strascicati. La personalità non è esattamente il loro forte, ma sono onesti predicatori del sound degli anni Settanta rivisitato alla maniera di Kyuss e discepoli vari. Un buon ascolto davvero, peccato solo per il cantato in italiano – poco credibile in questo contesto e convincente solo nei frammenti in cui non si capisce e si trasforma in fonetica – che a dispetto degli amanti dell’italianità, per certi generi è semplicemente orrendo. Come in questo caso. Ragazzi, rispolverate l’inglese imparato a scuola e andrà tutto benissimo. O quasi.
[Voto: 2 – Consigliato a: gladiatori del chiloom, nostalgici dei Settanta, capelluti con pantaloni a zampa]

The wild brunch #19

E siamo al numero 19, spruzzato di neve e gentilissime bestemmie che la sciolgono. Il brunch selvaggio è ormai un’istituzione, di quelle che non servono a un cazzo, ma ci sono. E non si scappa.
Questa volta tre uscite, dal grind/thrash allo street-ska punk, al rock’n’roll motorheadiano e un po’ glam metal. Cous-cous ricco, mi ci ficco. Ma anche no.

Come sapete (forse) questa è la rubrica in cui si parla della maggior parte del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale).

C’è un sistema di valutazione dei dischi, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”).

Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

Senza FrontiereNon c’è futuro senza memoria (coproduzione, 2011)
Street punk sanguigno, combat rock, un filo di hardcore e purtroppo – visto che non sopporto il genere – una generosa aggiunta di ska. Questa è la miscela che propongono i lombardi Senza Frontiere, che viaggiano decisi e convinti (oltre che convincenti) su binari ben noti. Nulla di nuovo, ma proprio nulla, sotto al sole, eppure vale il tipico rilievo per cui al netto del già sentito la band sa il fatto proprio ed è valida. Semplicemente si rivolge a un pubblico di ascoltatori più giovani o giovanissimi, che magari si affacciano a queste sonorità per la prima volta e quindi sono digiuni degli ascolti della vecchia scuola. E non c’è nulla di male, anzi… per certi versi è giusto che ci sia un minimo di ricambio generazionale. Per ballare sotto al palco, pogare, bere qualche birra e fumare quel che volete, con i Senza Frontiere non potete sbagliare. E poi il messaggio fortemente antifascista e di resistenza che veicolano è più che condivisibile, quindi… buon ascolto ragazzi.
[Voto: 1,5 – Consigliato a: ska punk da centro giovanile di quartiere, antifascisti di ogni estrazione, nuove leve dello street punk under 20]

Antigama/Psychofagist – 9 Psalms Of An Antimusic To Come (Subordinate, 2001)
E la madonna… nei nove brani di questo split cd (un formato che non amo per nulla, lo devo dire) c’è una tale overdose di violenza cieca e scoordinata da far sembrare una cena di classe delle medie la maggior parte delle band che si autodefiniscono “estreme”. I novaresi Psychofagist e i polacchi Antigama menano come folli indemoniati scappati da una struttura psichiatrica medioevale, scatarrando un thrash/grind/noise moderno, cupissimo e soffocante. Roba per timpani d’acciaio e cervelli stuprati. Notevoli e di grande impatto entrambi (preferisco però i polacchi, a onor del vero, e non per nulla hanno inciso anche per la Relapse), potrebbero essere i vostri nuovi gruppi preferiti se ascoltate questa roba. Io ho smesso col thrash nel 1988, quindi mi dichiaro troppo vecchio.
[Voto: 2 – Consigliato a: gente con la morte nel cervello, grinder da quartiere residenziale, bulimici del metallo bestiale]

Whiskey Funeral – s/t (FSA, 2011)
Fiorentini e “non più giovanissimi” (lo dicono nella loro bio), i Whiskey Funeral sono uno degli ormai molti figli del peccato generati dalla fornicazione avvenuta sull’orlo del coma etilico tra metal, glam rock e proto-punk. Un circuito che in Italia pare essere floridissimo, con molte band che decisamente sanno il fatto loro e macinano concerti senza guardare in faccia nessuno. Il taglio dei WF è lievemente più metal rispetto ai loro colleghi che fino a ora ho avuto modo di ascoltare; un metal a tratti motorheadiano e a tratti vicino agli exploit più tossici/bastardi della scena sleaze/glam anni Ottanta… roba che cita, ricicla e ripropone schemi ampiamente collaudati, ma lo fa con convinzione e cattiveria. Certo, il metallo un po’ taurino e l’hard rock da Sunset Boulevard sono in dosi ampiamente superiori ai livelli in media consigliati: e forse è questa l’unica pecca che rinvengo in un cd altrimenti molto ben riuscito. Se posso dare un consiglio… spingete più sul proto-punk e meno sul metallo. Ah dimenticavo: il cd è distribuito da Tornado Ride.
[Voto: 2,5 – Consigliato a: aspiranti nipotini di Lemmy, glamster testosteronici, rocker di provincia con la testa durissima]

The Wild Brunch #18

E siamo al numero 18, a dispetto dell’inv(f)erno dell’esistenza e del tempo che non basta mai. Dove cazzo finiscono le ore che una volta si potevano dedicare a suonare, ascoltare dischi, comprare dischi, recensire materiale, scrivere pezzi… dove finiscono? Eh lo so io dove finiscono. Ma non si molla, tendenzialmente.
Come sapete (forse) questa è la rubrica in cui si parla della maggior parte del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale).
C’è un sistema di valutazione dei dischi, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”).
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

MainlineAzalea (autoprodotto, 2011)
Un cd di metallo moderno: in pratica un bel frullato rovente di metalcore, nu metal e un po’ d’influenze post hardcore e indie-melodico (sepolte sotto a tonnellate di compressione e di riff da headbanger in offerta speciale). Non è nemmeno male, vi dirò, pur non essendo un genere che mi interessa… i Mainline sono potenti, professionali, ben a fuoco e alla fine sembrano portare a casa un bel risultato. Anzi, c’è da domandarsi come mai si siano autoprodotti e non abbiano una label alle spalle, ché questa è roba in cui si riconosce un potenziale. Se li incontrassi dal vivo direi loro: “Bravi ragazzi, non è certo colpa vostra se il vostro genere non mi piace… ma del resto è un problema mio”.
[Voto: 1,5 – Consigliato a: metallari moderni senza borchie]

Il MalpertugioSunset Screaming (autoprodotto, 2011)
E maledetto me, che ho avuto questo cd per quasi un mese e non ho mai trovato il tempo di ascoltarlo prima… già perché è un bel dischetto di stoner/heavy rock/desert rock all’amatriciana. Dai Black Sabbath ai Kyuss, andata e ritorno, con un giretto panoramico anche in territori leggermente psichedelici, una spruzzata di doom e un goccio di Southern metal. Materiale così non avrebbe sfigurato nel catalogo Man’s Ruin, probabilmente, almeno per quanto mi concerne… e non è poco. Unica pecca: la tensione e l’eccitazione durano poco, poi subentra un po’ di noia. Ma probabilmente è un problema mio… oppure dei pezzi che anche se strutturati e studiati, non hanno tutti lo smalto che meriterebbero.
[Voto: 1,5 – Consigliato a: orfani dello stoner che fu, quelli che cercano il deserto dell’Arizona anche in provincia di Aosta, quelli che hanno sempre stivali e pantaloni a zampa anche sotto al pigiamone]

Panda KidScary Monster Juice (Already Dead Tapes, 2011)
Un twentysomething del vicentino che si fa chiamare Panda Kid e fa tutto da solo con un’etica molto estemporanea e do it yourself… come presentazione suscita a priori una certa simpatia, se si ha un background fatto di autoproduzioni e arte di arrangiarsi. Poi questo album mi giunge in forma di nostalgico nastrone con le scritte fatte a Uniposca bianco sulla plastica della cassetta (e copertina a colori di quelle 3D, che ti ci vogliono gli occhialetti speciali per vederla altrimenti diventi cieco e strabico). Bello davvero. E la musica? Lo dico subito: mi ha un po’ disorientato… la proposta del nostro pandino, infatti, è sghemba, bizzarra, ma molto pop (nonostante le tonnellate di caciara e una dose di noisebluescatarro). E forse è proprio l’elemento pop a rendermi diffidente… ma riconosco che è anche l’arma segreta di Panda Kid, che confeziona un album con potenzialità molto interessanti se amate il genere. Tant’è vero che la versione su cassetta è stampata da una label super hip di Chicago, che pubblica ogni uscita in poche copie destinate a veri gourmet. Not my cup of tea, per alcuni versi… ma un bel lavoro in valore assoluto.
[Voto: 2 – Consigliato a: noise pop heroes da cameretta, crociati del lo-fi caramellato, hipster con sale in zucca]

PANDA KID -CONFIDENCES from All on Vimeo.

The Wild Brunch #17

E siamo al numero 17, che per qualcuno porta sfiga ma tant’è. Io ci sono anche nato di 17, quindi amen. E’ un brunch ipocalorico, di quelli un po’ farlocchini. Ma di sicuro non è nemmeno un brunch rapina di quelli che ti costano 25 euro e ti fanno incazzare. Una roba modesta, ma umile – con un tocco di arroganza che sembra non guastare mai.
Come sapete (forse) questa è la rubrica in cui si parla della maggior parte del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale).
C’è un sistema di valutazione dei dischi, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”). E 1/2 è il mezzo punto, per chiarezza.
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

AnubiPerdition Is My Queen (42 Records, 2011)
Anubi io lo invoco parecchie volte al giorno. E quando non invoco lui, il dio cane della mitologia egizia, scomodo il dio – dell’italianissima mitologia – che ha le sembianze del suino. E’ così che questo quartetto meneghino mi sta già simpatico dal nome… e non mi dispiace neppure musicalmente. Certo, il loro rock indipendente venato di alternative, grunge (poco poco, piano piano), psichedelia leggera e noise pop non è nelle mie corde al 100%, ma si sente che c’è della stoffa e della passione. Sono bravi e convincenti, hanno occhio e orecchio per tirar fuori riff semplici e a presa rapida, non si sputtanano eccessivamente con fighetterie e manie di grandeur da star di quartiere… insomma, dai, bravi. Un po’ troppo levigati e puliti di sicuro per i miei standard; ma in fondo io non faccio testo, per cui dategli una bella chance.
[Voto: 2 – Consigliato a: indie rocker da Fnac, noise poppettari guariti da esterofilia, malati di anni Novanta]

The Nerd FolliaLogout (autoprodotto, 2011)
No, davvero… sono imbarazzato. Perché è arrivato questo cd di electro-pop-synth-dance-techno-punk da serata al Plastic, di una band che apprendo essere molto hip. E io non la capisco. E un po’ ne sono contento. Sorry. A qualcuno di sicuro piacerà.
[Voto: 1/2 – Consigliato a: minorenni milanesi da Plastic, quarantenni brianzoli in vena di stupro di minorenni milanesi da Plastic]

PsycoQuinta pelle (autoprodotto, 2011)
Hard rock anni Settanta, con qualche venatura metal e grunge, da Civitavecchia o giù di lì. Immaginate un mistone di Kiss, Deep Purple, Thin Lizzy, Iron Maiden, Steppenwolf e Stone Temple Pilots innaffiati da vino dei Castelli e ingolfati di fritto di mare. Riff non malvagi – ma strasentiti – per pezzi gravemente inficiati da un cantato approssimativo (e per giunta in italiano, orrore). E non parliamo della registrazione da demo di 20 anni fa, con i suoni compressi in malo modo, stile soppressata da autogrill. Gli Psyco sicuramente ce la mettono tutta, ma il problema è che hanno poco da dire e ancor meno personalità nel songwriting. E’ sacrosanto che continuino per il loro diletto, ma giusto per quello e nulla più.
[Voto: 1/2 – Consigliato a: amici e parenti indulgenti, rocker da bar di paese rigorosamente sotto i 1.000 abitanti]

The Wild Brunch #16

Brunch bloody brunch. E siamo al numero 16. Arriva il freddo, la merdopoli del panettone fa sempre più paura e ribrezzo, anche se pochi dei suoi prigionieri sembrano disposti ad ammetterlo. Ma funziona così…
Certo il punk hardcore melodico e i cloni di trentesima generazione che sfornano cd a ciclo continuo non aiutano e serve sempre più vino, sempre più birra, sempre più tutto.
Come sapete (forse) questa è la rubrica in cui si parla della maggior parte del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale).
C’è un sistema di valutazione dei dischi, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”). E 1/2 è il mezzo punto, per chiarezza.
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

1000 Degrees Has already Past (IndieBox/Venus, 2011)
I genovesi 1000 Degrees hanno sfornato un album d’esordio di altissimo profilo, decisamente all’altezza delle produzioni simili di livello internazionale, USA compresi. L’unico problema – non poteva non esserci un “ma” – è che fanno hardcore melodico, un genere talmente inflazionato e abusato da provocare, almeno nei vecchi come me, attacchi di sconforto e impulsi ad attaccarsi alla bottiglia come se non ci fosse un domani. A loro difesa c’è da sottolineare come – fortunatamente – il loro hc sia di quello più legato al versante cattivo, che limita il danno delle melodie troppo pop e melense al minimo. Anzi, qui c’è anche tanta velocità, incazzatura e tecnica a go-go, il tutto sommerso in un turbine di stacchi, tapping selvaggi, twin guitar e controstacchi degni del più vanitoso dei gruppi metal. Ai più giovani e ai meno scafati piaceranno tantissimo. Per tutti gli altri c’è la Tennent’s Super.
[Voto: 1+1/2 – Consigliato a: luddisti della storia, skater & hardcorer che sfiorano appena la maggiore età]

AndeadWith Passionate Heart (Rude Records, 2011)
Uhm… sono milanesi o giù di lì, questi Andead, che in pratica sono la band di tale Andrea Rock. “Chi è costui?”, mi domandavo, vista la mia ignoranza radiofonica. Ebbene, documentandomi ho appreso che si tratta di un giovane speaker di Virgin Radio, appassionato di punk e rock’n’roll. Uhm… che dire? Il disco è una raccolta di brani che propongono una pulitissima e leccatissima rendition dei Social Distortion meno mordenti e più sedati. Il tutto è molto rifinito e filologico, ma mancano energia, tiro, violenza e rabbia… immaginate dei pezzi di Mike Ness composti e incisi in un momento Prozac & Valium, pronti per essere consegnati alla Warner che li vuole lanciare come nuova colonna sonora dei ggggiovani ribelli ma innocui. Ecco. In poche parole punk troppo patinato per essere davvero punk e non solamente musica da vendere.
[Voto: 1 – Consigliato a: schiavi imberbi di Mike Ness, punk da ufficio, rock’n’roller milanesi da aperitivo]

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