Some girls are bigger than others

Rolling Stones – Some Girls live in Texas 1978 (Eagle Rock Entertainment, 2011)

Gli Stones nella mia esistenza sono ricorrenti e puntuali come l’influenza stagionale. Almeno una volta all’anno ci casco,  spesso con frequenti ricadute fuori stagione. Una blanda nostalgia mi coglie mentre scorro le pagine “rotolanti” del periodo d’oro: anni di grazia, 1969 Let it bleed, 1970 Sticky Fingers, 1972 Exile on Main Street, quest’ultimo bibbia imprescindibile per ogni aspirante rocker, da considerarsi un po’ come il Devoto-Oli per i liceali.
L’avvento di Ronnie Wood alla chitarra, nell’annus terribilis 1974, segna l’inesorabile declino artistico degli Stones che persiste ancora oggi. Dinosauri del rock che faticano ad estinguersi. E’ ovvio che la causa di questa debacle planetaria non è da attribuirsi esclusivamente all’innesto di Wood, più che alter ego vera cornucopia di Richards: in realtà sostituire Brian Jones con Mick Taylor sembrava già un oltraggio sufficiente a decretare la morte della band, ma si rivelò il fattore detonante per pompare la vena creativa/distruttiva dei glimmer twins, coi ricami di Taylor a impreziosire i nuovi brani.
Ma poi Taylor si stancò degli eccessi e ritornò al suo guscio isolazionista; dopo un periodo di gossip sul futuro sostituto, purtroppo invece di Jeff Beck arrivò il Keith in seconda, Mr. Wood – un fedele cagnolino del Conte delle Tenebre, che col tempo finì anche per somigliargli sia fisicamente che stilisticamente.

Con questa premessa confusa, succinta e approssimativa, tipica di quando si cerca di affrontare un monolite culturale e musicale come i Rolling Stones, mi trovo a bocciare il recentissimo Live in Texas del 1978, in entrambe le versioni presenti nella confezione dvd-cd. Qui gli Stones hanno l’energia di un palloncino di chewing gum appena scoppiato, la qualità del suono è indecente (praticamente a zero il volume della chitarra di Keith, a favore di quella di Ron), con un Jagger che ha rubato i vestiti a Simon Le Bon e biascica testi dalle labbrone gonfie di anfetamine e sgrana gli occhi dilatati da metedrina muovendosi come un James Brown dismesso.
Eppure Some Girls è uno dei più fulgidi album del periodo declinante degli Stones, con ottimi pezzi di rock and roll primigenio, nonostante qualche contaminazione modaiola (dalla disco music di “Miss you”, a qualche non del tutto conscia striatura di punk che si ravvisa).
In questi casi si addossa sempre la colpa allo spacciatore sbagliato, alle porcherie degli anni Ottanta che erano alle porte o al povero Ronnie – che invece di sviluppare una propria individualità all’interno della band ha fatto di tutto per omologarsi ed esserne parte. Ma, d’altronde, viene anche da pensare che gli Stones potevano cercarsi spacciatori migliori, potevano influire sulle nascenti porcherie degli anni Ottanta invece di seguirle e potevano mettere alla porta il buon Ronnie.

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Dentro lo psych-garage texano dei ’60

Night Beats – s/t (Trouble in Mind, 2011)

I Night Beats battono la strada notturna e allucinogena dello psych-garage texano dei ‘60. E questo è il primo fatto. Il secondo fatto è che l’etichetta – l’ottima Trouble in Mind – si precipita a specificare che ci sono troppe band che si riempiono la bocca di psichedelia garagiosa texana dei Sixties senza entrarci un emerito cazzo, mentre i Night Beats ci stanno davvero dentro ‘sta faccenda, che insomma i loro protetti non devono essere inseriti nella folta schiera di cazzari e usurpatori sparsi per il microcosmo rock’n’roll.

Questo distinguo non mi dispone benissimo all’ascolto, sono sincero. Mi sembra un inutile mettere le mani avanti. Ci sento puzza di snobismo che non mi va proprio di sentire nel r’’n’r da cantina quale è quello prodotto dall’etichetta di Chicago.

Così parto un po’ prevenuto, ma mi tocca fare spallucce e ricredermi appena sento le prime pennate di chitarra di “Puppet On A String”. Non è solo la sei corde a essere dopata, ma anche la voce e, soprattutto, la sezione ritmica che “segue” un beat ripetitivo assolutamente funzionale all’atmosfera narcotica del pezzo. Chitarra e voce non cambiano granché nella successiva “Ain’t Dumbo” però la sezione ritmica si risveglia improvvisamente: basso e batteria pestano come i landsdaliani Hap e Leonard nel bel mezzo di una rissa da cui non vedono via d’uscita. Si blueseggia alla grande in “Dial 666” ma non c’è tempo di prenderci gusto ché a 1:45 finisce la festa. Di contro “The Other Side” viaggia per oltre sette minuti a suon di scatti, accelerazioni e ricadute a piombo nel grigio drogato.

Gli altri otto pezzi scopriteli da soli. Io mi fermo qui sennò vi rovino la sorpresa. Aggiungo soltanto che il trio di stanza a Seattle (due comunque sono originari di Dallas-Austin) ha messo su un gran bel baccanale di psichedelia oscura e tossica. Folk-blues acido come ricotta lasciata al sole il giorno di ferragosto, soul r&b che puzza di copertoni bruciati, muscolare garage-rock privo di sorrisi di circostanza.
Non fatevi ingannare dall’immagine di copertina retrò perché i Night Beats non sono un gruppo calligrafico che guarda solo al garage psichedelico texano di 13th Floor Elevators e Red Crayola o a Chocolate Watchband ed Electric Prunes. Questi stanno dentro anche all’attuale weird garage di Oh Sees e compagni che è una bellezza.
Un disco per vecchi freak stonati e vecchi punk arrabbiati: comunque per “vecchi”. Ma il rock è un Paese per vecchi, no?

Bacon & pancake

John Wesley Coleman / Followed By Static – split 12″ (Way Out There, 2011)

Questo bel 12″ split è una Polaroid fresca e ancora da asciugare completamente – sapete quando uscivano dalla macchinetta e non dovevi metterci le dita sopra se no si rovinava la foto? – di due realtà pulsanti from Austin, Texas.
E iniziamo già piuttosto bene, se pensiamo che Austin da decenni regala cosette che definire belle è quasi una bestemmia (oltre a essere, nel mio personalissimo immaginario, il posto da cui provengono 13th Floor Elevators e Big Boys, dove nei miei sogni tutti sono come Roky Erickson e Tim Kerr, anche il gelataio e il panettiere).

John Wesley Coleman III è anche un membro dei Golden Boys – una di quelle band che solo la Goner può scovare e produrre – ma qui lo troviamo in veste solista (o comunque in veste di protagonista). Il suo lato è intitolato Personality Pancake e ci scarica nei padiglioni auricolari quattro brani di lo-fi (molto lo-fi) garage pop rock’n’roll roots stralunato, con echi dei Replacements, ma anche dei Pavement. Roba immediata e bizzarra al tempo stesso, genialoide ma semplice… l’attitudine è scazzatissima, tipo “Si suona e quel che succede succede”, fatto che contribuisce a creare un’aura ancora più fascinosa. Niente è perfetto e studiato, tutto è spontaneo e serendipico (non ci posso credere che ho usato “serendipico” in una recensione: forse è ora di smettere e chiudere ‘sto cazzo di Black Milk). Grande.

I Followed By Static occupano l’altro lato (intitolato Bacon Bear) con quattro brani di rock underground sanguigno e striato di varie influenze, che vanno dalla tradizione roots rock statunitense (“Cop Gloves”), al protogrunge più arrapante (“Trash 2011”), al punk un po’ garage e pop (“Bacon Bear”), al noise rock ante litteram dei Velvet Underground elettrici… insomma c’è un po’ di tutto, come un bel frullatone di Optalidon, Metadone, Bardolino e cannella. Probabilmente rimarranno un tesoro conosciuto solo da pochi. Ma forse è un bene. Le cose belle quando finiscono in mano a troppe persone si rovinano.

Il disco esce per la Way Out There Records; onestamente il namedropping mi infastidisce un po’, ma non posso non segnalarvi che si tratta della nuova label di Astrid (Miss Chain & The Broken Heels) e Alberto (Il Buio). Ne sono state stampate solo 500 copie e 150 sono in vinile colorato, per cui se siete fortunati vi beccate anche la chicca.

Angeli neri in trip

The Black Angels – Phosphene Dream (Blue Horizon, 2010)

Questo non è un album ma un viaggio iniziatico. Quindi preparate il vostro zaino e stipatelo di libri di Hesse, Castaneda e Aldous Huxley (On the Road di Kerouac lasciatelo pure a casa che pesa e fa schifo [ma no!!! Infedele blasfemo!!!  n.d.Andrea]) perché la vostra anima è pronta per andarsene in giro per un po’ (altro…)

Addio Sky Saxon

sky.JPGE, inesorabile, l’ecatombe continua in questo cacchio di 2009. Stamani (ora di Austin, Texas) è morto Sky Saxon, ex frontman dei Seeds. Non è ancora chiaro il motivo del decesso – si legge di una generica infezione degli organi interni – così come non è nota l’età esatta di Sky (forse 63 anni).

Giovedì scorso si era esibito dal vivo, ma dopo il concerto aveva accusato un malore ed era stato ricoverato. Lascia la moglie Sabrina.

You’re gonna miss me!

Video molto visto, ma i 13th Floor Elevators meritano sempre. “You’re gonna miss me“…

Sola andata per Darjeeling

locandina.jpgIl Treno per il Darjeeling (film di Wes Anderson, 2008)

Quando si parla Wes Anderson e del suo cinema non esistono mezze misure: o lo si ama follemente o lo si detesta neanche troppo cordialmente. Io faccio parte della prima categoria, fin dai tempi de I Tennenbaum.
E proprio come ne I Tennenbaum e nel precedente Le avventure acquatiche di Steve Sissou, il regista texano torna a parlare di rapporti all’interno di un nucleo familiare a dir poco disfunzionale (cosa era d’altronde l’equipaggio del Bellafonte se non una gran famiglia allargata?). In questo caso i protagonisti sono tre fratelli, i Whitman: Francis (Owen Wilson), Peter (Adrien Brody) e Jack (Jason Schwartzman), che non si parlano dalla morte del padre avvenuta un anno prima. Come di prassi nell’estetica Andersoniana i protagonisti, sono rigorosamente aristocratici o comunque upper-class, strampalati, con sindromi maniaco depressive e si muovono in un mondo che sembra la loro trasposizione in technicolor. Ma sono anche persone estremamente complesse, fragili e affascinanti, con un vissuto denso che impariamo a conoscere man mano che il film scorre.
L’occasione che li riunisce è un viaggio spirituale in India, organizzato dal fratello maggiore Francis- per cercare di ricostruire il loro rapporto, ritrovare la madre che li ha abbandonati (Angelica Houston attrice-feticcio del regista) e che ora si e’ fatta suora e vive in un monastero-eremo e non ultimo venire a capo delle loro vite complicate. Ognuno dei tre, infatti, porta con se un fardello esistenziale non indifferente: Francis non sa più se vuole vivere o meno e ha tentato il suicidio in moto – Peter scappa dalla moglie incinta che peraltro ama, perché ha paura di diventare padre e Jack è uno scrittore dal cuore in pezzi che si riduce a controllare la segreteria telefonica dell’ex-fidanzata dai telefoni delle piccole stazioni ferroviarie in cui s’imbatte.

L’India di Anderson per contro è coloratissima, magnificamente fotografata, caleidoscopica. Di fatto è anch’essa protagonista e non mero sfondo: impossibile non innamorarsene. L’incipit del film vale da solo il prezzo del biglietto ed è sicuramente il migliore visto al cinema negli ultimi tempi. Un malinconico Bill Murray insegue – inutilmente – il treno che sta partendo senza di lui, quando viene sorpassato dal più giovane Adrien Brody sulle note di “This Time Tomorrow” dei Kinks. Quando Brody riesce, infine, a salire all’ultimo momento, gli lancia un sguardo carico di comprensione e malinconia prima di unirsi ai fratelli. Decisamente sopra le righe e vincente è la colonna sonora, che mischia canzoni prese in prestito da Bollywood, una ballata stralunata di Peter Sarsted, i Kinks e gli Stones. Ancora meglio – se possibile – fà Hotel Chevalier, il corto che precede il film introducendo il personaggio di Jack e mostrandoci un’incantevole Natalie Portman in tutta la sua bellezza nature.

Come i road movie di formazione ci insegnano, più importante della destinazione, alle volte, è il percorso che si compie. E’ in questa dimensione, nel viaggio inteso in senso fisico e spirituale, che il film si esprime al meglio funzionando sia nei momenti più comici sia in quelli drammatici, riuscendo a toccare in maniera stramba, bizzarra e agrodolce temi profondi e delicati. Prima di tutto quello della fiducia persa e poi riacquistata; poi delle ferite provocate dall’abbandono e degli strascichi che ne conseguono, cicatrici (fisiche e non) comprese; infine dell’ amore di cui tutti abbiamo disperatamente bisogno anche quando non siamo capaci di chiederlo in nessun modo.
Tutto esemplificato dalle difficoltà di comunicazione tra fratelli che non possono rinunciare a unirsi in fazioni estemporanee, nascondendosi segreti, azzuffandosi, chiudendosi in se stessi fino a chiedersi (come fa Jack nel momento più duro del viaggio): “Chissà se noi tre saremo potuti essere amici nella vita, non come fratelli, come persone”. E un malinconico e disincantato Peter risponde sconsolatamente: “Probabilmente avremo avuto più chance, direi…”.

Il tutto poggia, comunque, su una leggerezza invidiabile, sulla capacità di dire le cose fra le righe e in maniera poetica, non appesantendo mai la visione anche quando il film sembra incepparsi, prima di ripartire.
Di fronte a tanti dubbi e incertezze, è anche un film pieno di speranza, dove si può imparare che alle volte le parole più importanti, quelle che ti bruciano dentro e che non sei mai riuscito a pronunciare, puoi dirle rimanendo in silenzio e guardandoti negli occhi. In fondo se ce la possono fare i Whitman, con tutte le loro nevrosi e i loro problemi, ce la possiamo fare anche noi. Non credete ?

Meat Puppets in Italia!

meat2.jpgPronti a segnare la data sull’agenda? Il giorno è il 17 luglio e il vostro impegno sarà in quel di Milano (al Rolling Stone), dove suoneranno i redivivi – anche se non si sono mai sciolti, in realtà – Meat Puppets (nati nell’anno Domini 1980, per volere dei fratellini terribili Curt e Cris Kirkwood, insieme a Derrick Bostrom).

L’eccentrico trio texano, con un passato da band della immensa SST e varie vicissitudini tanto a livello di organico, quanto di sound (dal punk ignorante degli esordi, al cowpunk, al rock stralunato…), sta ancora promuovendo l’ultimo album pubblicato: Rise Your Knees (2007).
Nonostante il disco sia una prova piuttosto annacquata e la forma dei tempi passati sia lontana, l’occasione è stuzzicante, anche solo per vedere il ritorno del bassista originale (Cris); un personaggino che negli ultimi 12 anni si è dilettato – tra le varie cose – con una vedovanza causa overdose della consorte, una simpatica dipendenza da eroina e varie sostanze, un periodo di galera e un colpo di pistola (ricevuto da una guardia giurata intervenuta per separarlo da una donna con cui stava litigando pesantemente).
Insomma: il fascino dei loser non è un’invenzione e il concerto non ce lo possiamo certo far scappare…

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