School of rock journalism

[Da Creem, marzo 1976. Di Peter Laughner]

Lou Reed – Coney Island Baby (RCA, 1975)

La mia copia promozionale di questo disco mi ha fatto diventare talmente malinconico e depresso che mi sono ubriacato per tre giorni di fila. Non sono andato al lavoro. Ho avuto un litigio orribile e sono venuto alle mani con mia moglie, tutto per uno stupido flacone di Valium da 10 mg (mi ha lanciato addosso un posacenere, un mattone e un candelabro alto un metro, ma io sono riuscito a metterla a terra, mi sono seduto sul suo petto e le ho sbattuto la testa sul pavimento di legno). Ho chiamato il direttore di questa rivista – a mie spese – e non ho fatto altro che vomitare catarro in uno stato di stupore alcolico per tre ore, nutrendo segretamente la speranza che almeno lui potesse darmi un appiglio per capire perché mai questo disco avrebbe dovuto piacermi. Poi ho telefonato a mia cognata: “Dai vieni a trovarmi e fammi un pompino mentre sono svenuto”. Ho scroccato da bere a chiunque mi si avvicinasse o mi facesse entrare in casa propria. E ho finito in gloria svenendo, dopo aver vomitato ed essermi pisciato addosso, mentre provavo con la mia band. Il cantante mi ha risvegliato a calci. Poi mi ha riportato a casa il mio migliore amico, che mi sopporta da tanto tempo: la sua donna mi ha obbligato a mangiare qualcosa. Lei, in fondo al suo cuore, riusciva ancora a trovare la voglia di sorridere di fronte al mio incorreggibile comportamento… e le ho lasciato tutti i miei beni materiali, appena prima di infilarmi in bocca sei Valium (e tre pasticche di vitamina B: probabilmente ero certo che mi sarei risvegliato, oppure pensavo che così con l’autopsia avrebbero comunque dichiarato che il mio fegato era a posto). Beh, dopo aver dormito per 16 ore, mi sono svegliato e indovina cosa avevo in testa , insieme a immagini di metropoli in fiamme e onde oceaniche piene di schiuma, che esplodevano in vortici di acqua salata…

“Watch out for Charlie’s girl…
She’ll turn ya in…
doncha know…
Ya gotta watch out for Charlie’s girl…”

Che dovrebbe essere il singolo di Coney Island Baby e potrebbe diventare un grande hit se lo promuovono bene, visto che non è meno commerciale di “Saturday Night“… devono solo trovare quattro ragazzini carini da piazzare al posto di Lou Reed.

Quando ero più giovane i Velvet Underground per me erano ciò che gli Stones, Dylan, etc. erano per migliaia di altri teenager mutanti del Midwest. Sono stato esonerato dal corso di letteratura del liceo altoborghese dove andavo, semplicemente per aver mostrato una lista di titoli di libri che avevo sfogliato mentre mi sparavo ossessivamente White Light/White Heat nelle cuffie dello stereo che c’era nella stanza dei miei. Tutti i miei compiti in classe erano dei rigurgiti maniacali  sui parallelismi tra i testi di Lou Reed e qualsiasi argomento ci fosse chiesto di trattare. Ho comparato “Sweet Jane” ad Alexander Pope, “Some Kinda Love” per me era a livello di “Hollow Men” di T.S. Eliot… in più suonavo in una band e facevamo tutte queste canzoni, intossicati grazie al nostro bassista che faceva le consegne per una farmacia e si era fregato un’intera boccia da 5 litri piena di pasticche varie. In questa maniera ho intelligentemente evitato ogni tipo di responsabilità intellettuale o creativa a cavallo della fine del decennio (avevo letto tutto quello che ero riuscito a trovare nelle biblioteche locali di Delmore Schwartz, a causa di un riferimento implicito nel primo disco dei Velvet). Perché diciamolo: alla fine una persona che ha una chitarra elettrica e sa citare perle oscure tipo “Ho visto la mia testa che rideva e rotolava sul pavimento” non ha nessun bisogno di talento… c’era la direttrice del giornalino scolastico di poesia, una tizia magrissima e asmatica; e poi la professoressa d’inglese, che aveva un matrimonio infelice e mi scarrozzava a casa e dove volevo con la sua Corvette… e anche altre (c’era una ragazza che iniziò ad avere i crampi mestruali che andavano esattamente a tempo con la batteria di “Sister Ray”). A chi serviva il college e una carriera? Lou Reed era il mio Woody Guthrie, e con una quantità sufficiente di anfetamina io potevo essere il nuovo Lou Reed!

Me ne sono andato da casa. Ho vagato lungo la costa sbagliata (riuscite a immaginarvi come poteva essere tentare di convincere la gente di Berkeley, California, ad ascoltare Loaded nel 1971?). Quando è uscito il primo disco solista di Lou, ho guidato per centinaia di miglia per farlo ascoltare ai miei ex amici che erano reclusi in un piccolo ed esclusivissimo college del Midwest e sentivano solo i Dead e Miles Davis. Tutti i miei ex compagni di scuola delle superiori erano impegnati a costruirsi carriere brillanti, come psichiatri, botanici, avvocati; oppure facevano i commerciali per la IBM e si alcolizzavano (eccetto il nostro batterista  che era diventato un tossico, poi ha avuto un attacco di cuore e ora sente solo Santana). Tutte le ragazze che mi scopavo in cambio di droghe o di qualche canzone ormai avevano sposato dei tizi che erano esattamente come i loro fratelli e si erano trasferite in Florida o a Chicago, lasciando le loro copie di Blonde on Blonde e White Light in qualche armadio, insieme ai taccuini pieni di poesie scritte sotto anfetamina che io ho composto per loro. Quando Metal Machine Music era uscito, ormai avevo perso tutti i miei contatti. L’unica cosa che mi ha salvato, durante quell’estate del 1975, è stato vedere i Television per tre sere di fila e vedere Professione: reporter.

Quindi tutte quelle persone probabilmente non si accorgeranno mai di Coney Island Baby, e se mai lo faranno non cambierà nulla in ciò che è rimasto dei loro neuroni. Il maledetto disco inizia esattamente come uno degli Eagles! E a parte “Charlie’s Girl”, che ha pietà di noi ed è corta e concisa,  è tutta una lunga caduta. “My Best Friend” è una outtake dei Velvet di sei anni fa, che era divertente suonata veloce e con Doug Yule che cantava. Qui è lenta come “Lisa Says”, ma senza il suo quoziente di erotismo. Puoi metterti lì a romperti la testa per decifrare i suoni aggiunti in “Kicks”, ma non ci capirai molto (carino, c’è il suono di uno che sniffa coca e poi mi pare una fiala di popper che viene aperta, quella nella cassa di sinistra). Di sicuro puoi utilizzare meglio le tue cuffie per sperimentare le sovraincisioni fantasmagoriche di Patti Smith in Horses.

Il lato B inizia con la cosa PEGGIORE che Reed ha mai fatto, una scopiazzatura di se stesso zoppa e strascicata  in cui farnetica di essere “un dono per le donne di questo mondo” (e in effetti l’intero album mi ricorda l’immondizia che mettono nei jukebox di quei bar dove rimorchi le hostess, dove una birra costa due dollari, sulla 1st Avenue proprio sotto la Settantesima). In “Ooohhh Baby” c’è l’unico verso buono del disco: “tuo papà era il miglior scassinatore sulla piazza”, ma poi è una scopiazzatura inutile da Ric Von Schmidt.

E poi arriva “Coney Island Baby.” E’ semplice, patetica e stupida autocommiserazione: “Non ci crederesti, ma io volevo giocare a football per il coach”… certo, Lou, anche io lo volevo, quando pensavo fosse molto figo essere gay, alle superiori. Poi arriva un crescendo graduale, Danny Weiss butta lì un po’ di riff alla George Benson, per arrivare a una botta ANCORA PEGGIORE di autocommiserazione su quanto sia duro vivere in città e su come la gloria dell’amore ti illuminerà. Chissà. Va avanti per sei minuti.

Adesso me ne sto qui, sobrio e forse anche lucido, in uno di quei giorni d’inverno che ti fanno capire che Capodanno è lì dietro l’angolo e tu non hai fatto molta strada dall’ultimo, ma anche che se vuoi combinare qualcosa al mondo ti conviene rimboccarti le maniche e FARE DA TE. Eppure ho la sfrontatezza di dire al mio vecchio eroe, “Hey Lou, se davvero credi in quello che hai scritto nell’ultimo verso di ‘Coney Island Baby’ – ‘Sai, mollerei tutto per te’ – allora potrebbe essere il momento di farlo”.

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Quella volta che Peter Laughner fu intervistato da Punk

Peter Laughner: la famosa intervista in Punk Magazine

La fascinazione per Peter Laugnher, qui nel bunker di Black Milk, è nota. Conclamata.  Per rendergli omaggio nuovamente, si è pensato di tradurre una breve e buffa intervista rilasciata a Punk Magazine in occasione della vincita di un concorso. Peter aveva inviato un breve saggio messo insieme senza nemmeno pensarci troppo e aveva vinto il secondo premio, ovvero un abbonamento alla rivista e il diritto a vedere pubblicato il suo pezzo (pare che sia uscito nel secondo numero). Ecco come ha risposto alle domande che la redazione gli ha fatto, dopo aver decretato che lui era uno dei vincitori…

Descrivi il punk in 20 parole:
Punk è sapere che morirai e non te ne frega niente. OPPURE: Punk è sapere che morirai, quindi che cazzo importa?

Sei un punk?
No. Perché anche se conosco la regola che si diceva prima mi capita, a volte, di innamorarmi abbastanza da pensare che qualcosa importa.

La tua cosa preferita?
La canzone nuova che ho scritto col mio gruppo stasera: “Everything I Say Just Goes Right Thru Her Heart”. E poi i Television, che sono fottutamente grandi.

I tuoi musicisti preferiti?
Uno: Tom Verlaine. Due: John Cale – che è sempre sbronzo come una zucca ed è anche gallese! Tre: Patti Smith – anche se va di moda, me la farei sedere sulla faccia in qualunque momento.

Rivista preferita?
Creem, quando fa uscire un numero con un po’ di ciccia dentro. Anche Punk Magazine potrebbe diventarlo, ma non posso proprio dirlo visto che è uscito un solo numero fino a ora. Per la roba più regolare, invece, Esquire.

Lo sconvolgimento che preferisci?
Metanfetamina pura, eroina in vena, cocaina tagliata non più di due volte, birra e cognac.

Programma televisivo preferito?
I Television live al CBGB’s.

Chi  o cosa erano:
WOODSTOCK – mezzo milione di coglioni che non avevano niente di meglio da fare che stare sotto alla pioggia (Paul Morrissey l’ha detto)
JAMES DEAN – un personaggio interessante, che è diventato un mito da imitare, ma – voglio dire – ha già fatto tutto lui
STONES – Out Of Our Heads è uno dei cinque migliori dischi rock’n’roll di sempre. Brian Jones è bassissimo nel mixaggio, ma probabilmente è stato uno dei migliori chitarristi ritmici al mondo
ALICE COOPER – Merda di Hollywood per topi da roulotte
CAMP RUNAMUCK – Una scuola di masturbazione per ragazzini
THE CURVOIR – Forse volevi dire Curvosier
SPUTNIK – Un satellite internazionale. Volevo andarci sopra quando avevo quattro anni
L’EDUCAZIONE – Non fare incazzare chi ha una pistola
EDDIE HASKELL – Prima di cena lo vedevo

Sei una rockstar?
Sì! Suono la chitarra come un pazzo, meglio di Richard Lloyd o Ron Asheton, canto come Dylan con un bastone da pastore su per il culo, posso fare Metal Machine Music con un solo ampli, e non somiglio a nessuno, quindi sono originale. Ci sono anche altri motivi, ma chi ha voglia di essere logorroico?

Lavori?
Scribacchino freelance per Creem. Suono in qualche gruppo – Pere Ubu. Ogni tanto si vende qualche disco.

Sei il più punk dei punk?
Sono più punk di molti perché riesco a vomitare, svenire per una decina di minuti e poi tornare come nuovo, a suonare un concerto perfetto o a fare il culetto a qualcuno. E parlo anche bene.

Fumi sigarette?
No, non ho mai preso il vizio. Le canne invece mi rendono nervoso.

Studi?
No, ho a mala pena finito il liceo.

Birra preferita?
Busch, Grolsch lager (importazione).

Hai giacche di pelle?
Solo sei (una è marrone). Sono il segno delle personalità deviate.

Il miglior pasto fuori?
Uno: Patti Smith. Due, la domenica mattina al Katz’s Deli con un doposbronza e Tina Weymouth.

[Se vuoi ascoltare la musica di Peter, scarica questo disco]

Piccoli sciattoni crescono

Tv Buddhas – Dying At The Party (Trost, 2010)

Dei Tv Buddhas ho apprezzato l’EP uscito lo scorso marzo, complice anche il favoloso disegno in copertina che omaggia dichiaratamente l’arte di Raymond Pettibon. Un paio di mesi fa il mio amico Julien di 5 Roses Press mi ha inviato l’album d’esordio del trio israeliano di stanza a Berlino, ma appena ho aperto il pacchetto sono stato investito in pieno dalla copertina in cui i tre sono immortalati da uno scatto falsamente sciatto con sopra un lettering dai colori sgargianti, quasi fosforescenti: una robaccia fashion-trasandato da fottuti Gossip. Peraltro avevo letto in giro diverse recensioni/stroncature che puntavano l’indice sull’imborghesimento della band, colpevole di aver abbandonato l’approccio lo-fi e svuotata di quella urgenza che li aveva contraddistinti in precedenza. Insomma tutti i segnali mi dicevano, ahimé, che l’abito fa il monaco e non nego che stavo quasi soprassedendo.

Fortuna che ho ancora il batticuore adolescenziale per ogni nuovo supporto musicale (meglio se in vinile) che stringo tra le mani e, soprattutto, non ho perso il “vizio” di ascoltarli i dischi prima di dare giudizi.
Alla fine della fiera Dying At The Party non ha tradito affatto le mie aspettative. È vero che queste nove tracce sono più lente e ragionate delle loro vecchie canzoni, ma dove sta scritto che rallentare i ritmi e “ragionare” sia un passo indietro? Mi pare che gente come i Television ragionasse eccome, o sbaglio?

Addirittura, ascolto dopo ascolto, mi sono quasi entusiasmato per l’indolenza sottotraccia e per il suono sì vecchio e strasentito, ma assolutamente incisivo – seppur non così diretto – e finanche personale. Un suono che rimanda dritto al primo punk newyorkese e alle ciminiere di Detroit (“Let Me Sleep”), che prende a piene mani dalla ritmica secca dei Modern Lovers, dalla quiete dopo la tempesta dei Television, dalla poetica di Richard Hell (“Tv Tonight”) e di Lou Reed (“Long Way Down”). Un suono elettrico e fremente nella sua alternanza di up & down, sospeso tra i sussulti proto-punk dei primi Settanta e le vertigini soniche della metà degli anni Ottanta di cui è zeppo il catalogo della SST: c’avete presente l’attitudine degli Hüsker Dü?

La mia personalissima palma d’oro va a “I Want You” che potrebbe essere benissimo un pezzo di Iggy Pop affogato nel miele o di Lloyd Cole affogato nella cocaina; comunque la pensiate si tratta di una grande ballata di appena tre minuti, intrisa in eguale misura di polvere urbana e noia rurale.

Avventure in tv

Television – Adventure (Elektra/Asylum, 1978)

Stai camminando assorto nei pensieri, non c’è da stare allegri, ma nemmeno stai pensando alla morte. Un piede dietro l’altro, senza guardare neppure dove li appoggi. E a un certo punto senti uno scarto, il ritmo si rompe, poi un colpo che parte dalla punta di una scarpa e fa schizzare il baricentro in avanti (altro…)

Television in 1992

television.jpgTelevision – s/t (Capitol, 1992)

Per non amare i Television di Marquee Moon occorrono (s)virtù speciali. Non sono semplici da approcciare, ma con il giusto impegno per abbattere la barriera d’ingresso, quello che si apre è un orizzonte imperdibile. Un orizzonte che è lecito perdere di vista, a tratti, ma è sicuro che si ritorna, prima o poi, a seguirlo con lo sguardo.

Detto ciò, espletate dunque le pratiche doverose, passiamo a questo album datato 1992: la terza (e ultima) testimonianza in studio della band, uscita a 14 anni di distanza da Adventure e a 15 da Marquee Moon (il disco che li ha subito consacrati nella storia del rock). Ciò che immediatamente si fa notare, ascoltandolo, è che i Television erano fuori dal loro tempo negli anni Settanta e hanno continuato a esserlo anche nei Novanta. Se in pieno periodo di esuberanza punk loro se ne sono usciti prima con Marquee Moon (sublime concentrato di stilettate algide e adamantine, lirismo affilato, sinfonie di gelide chitarre) e poi con Adventure (un album psichedelico, riflessivo e a tratti pop), all’alba dell’esplosione dell’indie chitarristico e grunge casinaro anni Novanta hanno pensato bene di produrre un album assolutamente fuori da ogni schema vigente all’epoca.

Già: Television è un disco di rock caldo e westernato (perdonate il bughismo), costruito su intrecci melodici e sofisticati, brevi incursioni pseudo jazzate, puntate alt country: un disco quasi dipinto con colori a olio, su una tela poco granulosa, con tocchi raffinati e linee morbide. Per restare in metafora pittorica, il colore dominante di Television è l’arancione, quello caldo e avvolgente.
Atmosfere rilassate, oppiacee e stratificate. Nulla a che vedere con la Televisione che ci eravamo lasciati alle spalle al’indomani dell’uscita di Adventure, né con quella dell’esordio. Ma, non per questo, una Televisione da buttare… anzi.

Al solito, è questione di prospettive. Marquee Moon parte seconda non arriverà mai e i più furbi l’avevano capito già 30 anni orsono. Quello che resta è l’animo artistico di quattro musicisti indefinibili, che sono punk per il semplice fatto di non esserlo. Cercatelo: tra le offerte e gli usati non manca mai. Non ve ne pentirete. Tutto questo, ovviamente, se già avete almeno Marquee Moon… altrimenti le priorità si spostano. Senza indugi.

Gloria in excelsis a Verlaine, Lloyd, Ficca e Smith.

Television on television

Che dire… i grandissimi Television in una performance di “Foxhole” trasmessa in tv nel lontano 1978.
Ascoltare, godere.

Richard Hell – Spurts: The Richard Hell Story

hell.jpgRichard Hell – Spurts: The Richard Hell Story (Rhino, 2005, CD)
Riccardo Inferno. Personaggio cult o semplicemente grandissimo sfigato? Genio o re dell’aurea mediocritas del punk statunitense? Meglio non rispondere a queste domande, che dopo 32 anni fanno ormai parte del personaggio e a modo loro ne alimentano la fama e la leggenda. E a noi piace così. Perché, insomma: non è che possiamo dimenticare, solo per il gusto di fare gli spocchiosi, che il signore qui presente ha suonato negli Heartbreakers di Johnny “Giovanni Genzale” Thunders, nei Neon Boys, nei mitologici Television e nei Voidoids (a lato, come condimento non necessario, aggiungiamo anche una carriera solista vagamente frastagliata e una militanza nei Dim Stars, all star band con personaggini del giro Sonic Youth e Don Fleming in organico).
Questo cd ha un po’ il sapore dell’autobiografia, come ammette Hell stesso nel ricco libretto (che – come al solito – la Rhino munificamente include: grande etichetta, sotto questo punto di vista, e non solo); si parte dagli albori per giungere agli anni Novanta… peccato manchino registrazioni (eccetto una conclusiva Blank generation) consistenti di Mister Inferno coi Television.
Ma, alla fine, cosa resta al termine dell’ultimo brano? Beh, innanzitutto il piacere di avere riascoltato una bella manciata di classici. Ma, a livello meno superficiale, questo disco è la palese dimostrazione di come – piaccia o no – Hell abbia una propria cifra stilistica ben definita, spesso poi imitata o inconsciamente utilizzata da altri. La voce schizoide, gli arrangiamenti paranoici, i suoni taglienti e “zanzaroni”, i testi piuttosto fuori di mela: lo si riconosce quasi a occhi chiusi, nei suoi pregi e nei suoi difetti. I pregi sono una certa originalità (o grande spontaneità nel rielaborare ciò che già esiste), un palese senso di disagio che la sua musica trasmette e – nei brani in cui suona (molti) – la chitarra fenomenale di Bob Quine. I difetti… trovateli voi.
La musica di Hell è comunque da ascoltare, almeno qualche volta, nella vita. Anche se non siete fanatici come lo scrivente. Però è d’obbligo un’osservazione: curiosamente queste canzoni sono invecchiate esattamente come chi le ha composte e suonate… non male, necessariamente, ma sono cambiate parecchio, alla luce del tempo passato. Come dire: per usare un parallelismo dal vago (anche se non del tutto calzante) sapore Dorian Gray, vi basti sapere che in copertina Hell sembra il Cesare Cremonini degli esordi dopo essere stato arruolato nei Green Day, mentre sul retro è più sullo stile professore di scrittura creativa (un po’ gay) dei corsi serali del Comune di Milano (vi risparmio la foto interna… anzi no, ve lo dico: qui somiglia paurosamente a Nico McBrain degli Iron Maiden).
Comunque, per cortesia, leggetevi il libretto, perché Hell (istigato da Robert Christgau) puntualmente racconta i retroscena di ogni canzone. Per buona pesa ci trovate anche una recensione di Lester Bangs e altre cosette.
Bello.

Laughner & friends – take the guitar player for a ride

Peter Laughner & friends – Take The Guitar Player For a Ride (Tim Kerr Records, 1995, CD)

Non so molto del disco qua sopra e con lui mi sono procurato una decina – o poco meno – di bootleg e 45 giri del buon Peter in compagnia di varie formazioni.
Dylan che si è fatto in vena una sprizza di speed in compagnia di Lou Reed e che suona di spalla ai Flaming Groovies e agli Stones. Lo vogliamo definire così, musicalmente?

Ma anche no, chè Laughner fu capace anche di delicatessen blues o acustiche che poco ingranano in quel contesto.

Vediamo di capirci. Qui siamo in presenza di una di quelle leggende iperuraniche. Metafisiche. Personaggi che hanno sfiorato questo letamaio e nessuno ricorda o quasi, ma lo hanno reso un po’ meno merdoso o semplicemente un filo più comprensibile.
Se non ci fosse stato lui probabilmente nessuno avrebbe mai ascoltato Rocket from the Tombs, Pere Ubu e Dead Boys. Avete capito bene, punkettucoli delle mie braghe molli. Se vi dicessi che 3/4 dei pezzi dei Dead Boys sono riciclaggi di brani di Laughner (magari co-scritti con O’Connor alias Cheetah Chrome)?
Questo vi dia la dimensione della sua magnificenza. Di uno che a 21 anni scriveva “non è divertente sapere che morirai giovane?” e a 24 si spegneva nel sonno per una pancreatite acuta.
Di uno che scriveva più canzoni che liste della spesa. Di uno che ha girato più gruppi di uno zingaro. Di uno che – per dio – ha scritto “Ain’t it fun”. Di uno che la notte in cui è morto, appena prima di coricarsi, ha registrato una cassetta di sola voce e chitarra, poi si è accasciato per dormire e non si è più svegliato. Era il 22 giugno 1977.
Parliamone. Che sappiate ciò che è da sapere.

Quella sera Laughner aveva partecipato a uno strano evento musicale-poetico in cui, con l’ex moglie Charlotte, aveva letto poesie e suonato qualche pezzo (lo immortala il bootleg “Amicable divorce”: cercatelo asini, ma prima ascolate la musica, ché altrimenti si va sul difficile ed è meglio procedere per gradi). Rientrato a casa, come dice nell’intro parlato del bootleg di cui sopra, si trova con 6 birre e un pacchetto di Lucky Strike. La chitarra e un registratore. E schiaccia il tasto “play”.
La sua voce è roca, molto diversa da quella a cui ci aveva abituato. E’ sul baratro Peter e non per nulla il dottore, qualche mese prima, gli ha detto: “Smetti tutto”. E lui, chiamando Lester Bangs al telefono, aveva scherzato: “Lester, non devo più bere e prendere droghe se no ci resto secco. D’ora in poi solo erba e valium… insomma, qualcosa uno deve pur farla, no?”.
E’ a pezzetti. Provato da un divorzio, dalla costante disintegrazione dei suoi gruppi, dal dilemma se unirsi ai Television o meno (non lo aveva fatto, per un solo soffio: troppe responsabilità forse…).
Schiaccia “play”. Suona. E butta giù 19 brani, tra cui cover di Television, Stones e Robert Johnson. Ogni tanto parla, come se avesse un pubblico davanti, come se spiegasse ciò che succede.
Ogni tanto incespica, come nella versione di “Wild horses” ai limiti del barocco da osteria. Ma lascia colare mezza anima. Prova con l’armonica inun brano, ma ha il fiato di un piccione morente.
E suggella il tutto con una “Summertime blues” da un minuto e venti.
Lì si chiude il gioco. Per sempre.
Ascoltatelo da soli, a volume alto, possibilmente in cuffia per cogliere le sfumature e i rumori. Come minimo dovete avere ingerito una mezza dozzina di birre e qualche additivo chimico (ma anche naturale). Altrimenti non vale. E non potreste capire, cristo.

Qui non si scopa, non ci sono compiacenti groupies a ciucciarti il prepuzio, non si beve allegramente e non si rockeggia per il gusto di fare casino.
Qui c’è il diavolo che ti azzanna i polpacci e ti avvelena. Anche se fuggi, il morso ti ha inoculato il morbo. Tenti di scacciarlo a colpi di scotch e brandy. A colpi di eroina e pillole. Ma ce l’hai, baby. Ce l’hai in circolo. Non c’è via d’uscita.

L’ennesima vittima schiacciata sull’autostrada del rock’n’roll.

Ascoltare. Subito.

Appendice: l’album in questione è ormai fuori catalogo da anni e ogni tanto spunta in vendita online (l’ultimo avvistamento è stato su Amazon, con un prezzo che sfiorava i 70 dollari). Presso questo sito è possibile invece comprare una serie di cd caserecci con altre registrazioni di Laughner, risalenti a diversi periodi della sua carriera musicale.

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