What happens on tape, stays on tape

Dalle complesse lande romane giunge un nuovo attacco alla calma piatta dell’underground dello Stivale. A sferrarlo è un’entità che si fa chiamare Myownprivaterecords e si concretizza in una tape label che – appunto come la definizione comporta – pubblica solo cassette (a testimonianza di una certa recrudescenza del fenomeno nastri, quando ormai erano dati per spacciati).

L’etichetta mi ha fatto pervenire le sue quattro uscite (che peraltro trovate su Bandcamp: cliccate sui nomi dei gruppi e ascoltate il tutto senza remore), in un pacchetto che conteneva quattro algidi nastri dalla grafica similare, pulita e minimale… l’estetica richiama la filosofia del less is more, senza fronzoli, lazzi e frizzi. Si bada al sodo e alla sostanza.
Musicalmente, a parte Bobsleigh Baby e Wow, l’ambito è legato al synth punk primordiale, artistoide e newyorkese in tutte le sue sfumature: materiale tosto da maneggiare e soprattutto capace di suscitare sensazioni davvero forti.

Ecco, più in dettaglio, di cosa stiamo parlando…

Bobsleigh Baby/Wow – split
Garage, beat, folk, pop, punk sgangherato e mai rassicurante per gli ottimi Bobsleigh Baby, che riescono a suonare ansiogeni anche quando si avventurano nei riff apparentemente più allegri e festaioli del creato (vedi il primo dei due brani, mentre il secondo è più post punk schizoide). Follia psichedelica, infantile ed autistica per i Wow che sono devoti alla disciplina del carotaggio di cervelli: melodie instabili, voci ripiene di eco e riverbero, accordi dissonanti, loop figli della trance psicotropa nel primo brano. Mentre nel secondo si presentano in veste synth-dance punk deviato. Maneggiare con estrema cura.

NicE – Daigoroo
Lo-fi, elettronica pionieristica, una spruzzata di synth punk… non è semplice la proposta di questi NicE (o è un/una solista? Mistero). Drum machine molesta, voce femminile recitante ed effettata, suoni da tastiera Bontempi degli anni Settanta per atmosfere mai rassicuranti, la cui paletta espressiva si estende dalla paranoia conclamata al disagio onirico. Questa è roba che fa l’effetto di una nottata agitata… e non per i peperoni indigesti. I Suicide ne sarebbero fieri.

Pan Faelk
Ancora elettronica/synth punk ultra lo-fi, ma più groovy e danzereccia, con un vago feeling funk nel primo brano e house nel secondo. Immaginate una colonna sonora per un thriller anni Settanta, ma senza storia e ambientato in un vicolo di Trastevere. Suggestivo e cinematografico.

Hiss – You Bear It
Mi si perdoni la pochezza e la banalità del riferimento, ma direi che i Suicide con la chitarra elettrica buttata nel mix sono forse l’immagine che più si avvicina al sound di questa band. Punk elettronico in bassissima fedeltà, scuro, claustrofobico, con ritmi robotici, inserti di rumore ambientale da sala giochi anni Ottanta, sbandate jungle e livore generalizzato. Cinque brani che non vi regaleranno di sicuro il buon umore… ma chi ne ha bisogno, del buon umore, coi tempi che corrono?

Mad Max, punk e wave glaciale

Abbiamo conosciuto quest’anno i Words And Actions di Alessandria, un duo di coldwave in puro stile anni Ottanta, che ha sfornato nel giro di pochi mesi due nastri (Can’t Feel e Life Of Farewells). Roba intrigante e filologica, che striscia nei liquidi oscuri del gothic rock, della EBM, della wave, dell’elettronica pionieristica – il tutto con uno spirito ombroso, romantico e glaciale al contempo.

Ci hanno colpito molto e li abbiamo contattati per una breve chiacchierata, un classico botta e risposta via email (a parlare è Lace), per sapere un po’ di più sul loro conto. Eccola.

Domanda classica per rompere il ghiaccio: come/quando è nato il progetto WAA? Avevate altre esperienze musicali simili alle sonorità che proponete?
Il tutto ha avuto inizio nel 2010. In realtà erano già 2-3 anni che volevo mettere su un gruppo “anni 80”, ma non trovando musicisti adatti la gestazione è stata più lunga del previsto. Per quanto riguarda le nostre esperienze musicali pregresse, beh in realtà non abbiamo assolutamente la formazione che ti potresti aspettare. Nel nostro passato e presente abbiamo suonato svariate cose, death/thrash metal, math rock, prog, dubstep, hardcore, cybergrind, emocore, pop-punk, hip hop, sludge e forse qualcos’altro.

Da dove deriva la vostra ispirazione musicale, con esattezza?
L’atmosfera che cerchiamo di ricreare è quella tipica della scena coldwave francese. Fondamentalmente è un sotto-genere della darkwave, caratterizzato da sonorità più ruvide e glaciali e da un piglio per certi versi molto epico direi. A suo modo è un genere molto romantico (nel senso serio del termine). Partendo da questa base cerchiamo anche di inserire la fisicità e l’immediatezza della primissima scena EBM (DAF, Front 242, Nitzer Ebb per citare qualche nome).

Come vi dividete i compiti in fase di composizione, registrazione e live? In pratica, chi fa cosa?
Al momento io mi occupo della composizione e della registrazione. In sede live io canto mentre Paolo suona le parti di synth.

Che tipo di strumentazione usate? Siete per il vintage old school o emulate con software e computer?
Una strumentazione tipo Mad Max direi… live sulla voce uso un pedale per basso, Paolo usa una tastiera il cui segnale viene processato da una pedaliera per chitarra, la drum machine esce fuori da un iPod e il tutto entra in un mixerino quattro canali della Behringer.

Capitolo registrazioni: come lavorate e con che strumentazione?
Anche sotto questo aspetto direi che siamo piuttosto punk, ovvero ci siamo sempre arrangiati con quello che avevamo in casa. I suoni sono prodotti con una vecchia tastiera Casio regalatami all’età di 10 anni e fatti passare attraverso un pedale che simula un delay analogico con modulazione. La registrazione avviene su un mio vecchio computer, con sequencer, programmi di editing e mastering che ormai non userebbero neanche nella Corea del Nord. Ma alla fine per tirare fuori il suono giusto serve molto di più un orecchio allenato che non l’ultima versione aggiornata del programma di turno. Poi nel nostro caso il lo-fi non è una scelta ma una necessità del genere.

La scelta di diffondere la vostra musica solo su cassetta è interessante; secondo voi ci sono ancora molti appassionati che possiedono una piastra per ascoltare i nastri? Avete difficoltà a trovare le cassette per le vostre produzioni?
Da bravi nerd abbiamo optato per il supporto filologicamente più coerente con il tipo di musica. Inoltre gli appassionati di questo genere hanno quasi sempre una piastra per musicassette, anche perché molte release dell’epoca erano proprio su tape. Le cassette vergini le prendiamo da una ditta inglese specializzata in questo genere di prodotti.

Come funziona per quanto riguarda le occasioni di suonare: fate concerti spesso o con facilità? E con chi vi capita di suonare?
La situazione concerti è abbastanza complessa, pochi locali, poca organizzazione, poco pubblico. Noi per fortuna suoniamo un genere di nicchia e in quanto tale abbiamo un pubblico piuttosto attento, che viene volentieri ai concerti, che ti compra il disco e che magari indossa anche la tua maglietta. Comunque mi ricordo che negli anni Novanta era tutto molto più semplice e organizzato, anche la più sfigata città di provincia aveva almeno un locale o un centro sociale con uno o due concerti a settimana. Negli ultimi 10 anni invece c’è stato un netto declino del mondo delle sottoculture musicali, con ben poche eccezioni. Con chi ci capita di suonare? Beh dipende un po’ da chi organizza, fondamentalmente sono due i circuiti che si stanno interessando a noi, uno più strettamente legato all’universo dark e uno più vicino al mondo indie.

L’aspetto grafico/artistico è importante nel progetto WAA; raccontateci le suggestioni che ispirano il vostro immaginario visivo, magari approfondendo il discorso dei poster (perché, in quanti esemplari li stampate, come vengono realizzati, significato e messaggio…).
Ho sempre pensato che l’aspetto visuale non fosse affatto separabile dal discorso musicale. Il fascino che può esercitare un genere è sempre legato indissolubilmente all’immaginario che è in grado di (ri)evocare. Nello specifico trovo che la nostra musica si possa coniugare perfettamente con un tipo di grafica che mi è sempre piaciuta, ovvero quella delle cosiddette avanguardie storiche novecentesche, più precisamente nelle sue incarnazioni russe e olandesi (suprematismo, neoplasticismo, costruttivismo). I nostri poster sono in cartoncino colorato, l’unico inchiostro utilizzato è il nero e vengono stampati in poche copie numerate. A questo link potete vedere qualche foto e avere qualche informazione in più.

Il titolo “Seven Churches” nel vostro ultimo lavoro mi ha fatto sperare per un istante che aveste fatto una cover dei Possessed… la domanda è: avete in scaletta qualche cover? Se sì quali, se no perché?
Anch’io quando stavo caricando quel brano su YouTube e ho visto che i vari suggerimenti linkavano tutti ai Possessed mi sono preso bene, ahahah. No al momento non abbiamo cover in scaletta anche se in futuro non ci dispiacerebbe provare a mettere qualcosa, magari un pezzo dei Darkthrone.

Esiste una scena coldwave revival o vi reputate un episodio bizzarro nel panorama attuale?
Diciamo che indiscutibilmente negli ultimi anni c’è stato un notevole ritorno a sonorità tipicamente 80’s. Sull’argomento credo possa essere molto interessante un libro che non ho ancora trovato il tempo di leggere, Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato di Simon Reynolds, nel quale mi pare si discuti proprio dell’apparentemente inarrestabile (e a suo parere piuttosto negativa) tendenza attuale al recupero e al saccheggio di suoni e atmosfere dal passato. Diciamo che da musicista mi pongo meno questo tipo di problema, nel senso che almeno in questo aspetto della mia vita cerco di non razionalizzare più di tanto. Mi piace questa musica, faccio questa musica. Nel panorama internazionale attuale c’è sicuramente una scena “minimal wave” che raccoglie anche i gruppi più vicini alla coldwave e sicuramente c’è un crescente interesse anche per la dimensione live di questa sottocultura. Ovviamente non possiamo che esserne contenti.

Mongoloid!

I grandissimi Devo nel ’78, alla tv francese, con “Mongoloid

Quarta dimensione…

laquartadimensione.jpgLuca Olivieri – La quarta dimensione (AG, 2008)

Non nascondo che mi trovo un po’ (tanto) in difficoltà di fronte a questo cd. E’ il motivo per cui – e spero Luca mi perdonerà – ci ho impiegato tanto a recensirlo. Il problema è che qui siamo in presenza di un lavoro di composizioni strumentali melodicissime, con un retrogusto folk padano che, sebbene stuzzichino qualche ricordo e sensazione (sono anche io delle parti da cui proviene Olivieri e credo di avere individuato una specie di comune sentire, di quello che ha il gusto del Barbera maschio, delle caldarroste mangiate nel cortile della cascina, della nebbia della Fraschetta e tutte queste cose qui, per iniziati), non sono esattamente nelle mie corde.
Ascoltato in una serata carognosa in quel di Corsico City, ecco… questo cd non mi soddisfa nella mia voglia di sangue, chitarre, olocausti elettrici e perversione psicotica.

Per i vostri momenti più padani e – specificamente – alessandrini, è perfetto. Me lo vedo come colonna sonora di un ipotetico tardo pomeriggio in campagna, con la cantina piena che ti invita a scegliere la bottiglia con cui iniziare e poi – possibilmente con un paio di persone o più – darle fondo. E poi aprirne altre due, tre o cinque.

Sono spiazzato, caro Luca Olivieri. Davvero.

PS: questo cd è stato realizzato con collaborazioni illustri, tra cui quella di diversi membri degli Yo Yo Mundi, così per dire.

Synth wave d’oltralpe

bippp.jpgBippp – French Synth Wave 1979-85 (Everloving/Born Bad Records, 2008)

Come il punk, anche la nascita della new wave ha seminato band ovunque, molte delle quali rappresentavano allora ciò che oggi viene chiamato indie. Immaginate cosa doveva essere nel 1979-80 avere una band, incidere un singolo, e non avere Myspace per far conoscere la propria musica. La radio e le riviste specializzate, e più di tutti il passaparola (il primo metodo efficace di file sharing di ogni tempo), erano gli unici media capaci di far arrivare suoni sconosciuti ai più.

Anche in Francia non poteva non diffondersi una nuova onda di suoni elettronici, che nei primi anni Ottanta spopolava in Inghilterra grazie a band seminali come gli Human League, Visage e Depeche Mode, mentre in Europa la lezione era già stata ampiamente divulgata da Kraftwerk e Telex.
Bippp, French Synth Wave 1979-85 è la testimonianza di come quei suoni avessero ispirato molti musicisti e non musicisti francesi, e come il talento espressivo talvolta contasse più del saper suonare uno strumento. Nomi (sconosciuti anche ora) come Les Visiteurs du Soir, Comix, e Casino Music propongono tutti un electropop che non ha nulla da invidiare ai cuginetti inglesi: se gli Act giocano a fare il verso a Plastic Bertrand e Devo, i Ruth potrebbero essere i Visage francesi, e così via, in un gioco di rimandi mai banale, ma originalissimo e bizzarro (aprite le orecchie quando ascoltate il pezzo dei Vitor Hublot e indovinate a quale duo franco-tedesco assomiglia!). Se i suoni di questo genere non vi hanno mai annoiato, questa raccolta vi farà capire come il vecchio può essere più attuale di qualsiasi altra cosa.

Wire: due date in Italia

wirearticle.jpgI più informati lo sapranno già da qualche giorno: i Wire, ovvero la mitica formazione del primo punk inglese (evolutasi poi in band post-punk sperimentale e dedita al massiccio utilizzo di synth), saranno in Italia per due date.

Questo il programma della visita tricolore del gruppo:
5 maggio Ravenna @ Bronson
6 maggio Roma @ Circolo degli Artisti

Non è ancora chiaro se si concentreranno sul repertorio più recente, o se concederanno al pubblico anche qualche escursione nella loro produzione d’annata… data l’imprevedibilità dei ragazzi (non più tanto), non è pensabile di fare previsioni attendibili.

Kraftwerk: grandi guide sugli uomini-macchina

kraftrob.jpgA distanza di quasi quarant’anni dai loro primi esperimenti con l’elettronica, i Kraftwerk restano tuttora uno dei gruppi più misteriosi ed enigmatici, anzi, il più enigmatico in assoluto. In libreria – per fortuna – è ancora possibile recuperare dei libri per capire uno dei fenomeni più interessanti e culturalmente profilici della storia del pop.
Io ero un Robot
(Shake 2004), scritta dal percussionista Wolfgang Flür, racconta la storia degli storici precursori dell’elettronica e dei dischi che li hanno resi celebri. Dagli esordi sperimentali a Düsseldorf ai megatour che li hanno portati a girare tutto il mondo. Flür affronta ogni aspetto della sua militanza nella band fino ai primi anni Novanta, spesso dilungandosi su aspetti poco interessanti che dilatano il racconto, talvolta con pensieri (forse) forzatamente innocenti. D’altronde il titolo del libro tende a sottolineare l’aspetto umano di Flür rispetto ai membri fondatori dei Kraftwerk (Ralf Hütter e Florian Schneider) che, a quanto si legge, amavano comportarsi come macchine anche fuori dal gruppo, cercando di evitare qualsiasi rapporto umano e mantenendo la distanza dagli altri due componenti acquisiti, Flür e Karl Bartos. Atteggiamento che, stando al volume, ha portato Flür a trascinare gli altri membri della band in tribunale.

kraftwerk3.jpgSe quello di Wolfgang Flür resta comunque un diario di bordo tecnicamente illuminante, Kraftwerk – Il suono dell’uomo macchina (Stampa Alternativa, 2005) di Gabriele Lunati viaggia su un binario opposto. Lunati affronta in brevi capitoletti tutto il percorso artistico del gruppo, senza troppi fronzoli, e con aneddoti sempre interessanti sulla band e sulla scena elettronica di fine Settanta, senza perdere di vista i fenomeni attuali.
Interessantissimi, poi, gli stralci di interviste catturati qua e là da vecchie riviste e libri, nonché la descrizione delle top ten italiane (ve li immaginate i Kraftwerk in classifica assieme a Lucio Battisti e la musichetta di Ufo Robot?) che aiuta a capire il contesto culturale con cui i dischi dei Kraftwerk si sono confrontati (a volte persino scontrati, a causa delle scelte radicali della loro immagine). Una lettura indispensabile per capire gli indiscussi maestri dell’elettronica e di quello che la stampa avrebbe definito sbrigativamente krautrock: un pezzo di storia della musica elettronica che ha nutrito a forza di synth e minimalismo il pop di Depeche Mode, Human League, Visage, Daf e New Order, solo per citare i più famosi, ma che non ha ancora smesso di influenzare la scena elettronica attuale.

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