San Francisco’s Boomed

cover_POW!POW! – Hi-Tech Boom (Castle Face, 2014)

[di Manuel Graziani]

John Dwyer degli Oh Sees non mi pare uno aduso a sparare grosse puttanate. Magari nella vita è pure un cazzaro di prima categoria, chissà. Di certo nella veste di discografico dei POW! non la spara affatto grossa quando afferma che i ragazzi di San Francisco “hanno scritto un elogio punk alla nostra bella città” (altro…)

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Un grappino al plutonio

plutonium-babyPlutonium Baby – Welcome To The Weird World (Vida Loca, 2013)

Se siete romani o, comunque, attenti a quello che succede in Italì (a parte la gang-bang Berlusconi, Grillo e Letta), questo cd targato Vida Loca è recensibile con una semplice ed esaustiva equazione: [(Motorama + Cactus) x (synthpunk + garage)] x wave = Plutonium Baby.

Non avete capito un cazzo? Ok, legittimo (altro…)

Metal Machine Music per ogm

Abiotics – promo (autoprodotto, 2011)

Ho la musica degli Abiotics in testa – nonché nell’hard disk del pc e sul cd che mi hanno inviato – da un po’ di tempo. E’ lì che ronza e, almeno una volta al giorno, il soundsystem del mio cervello di merda diffonde in loop il ritornello di “Dear Knife”: lo spara impietoso per decine di minuti di fila, fino all’alienazione. Ed è meglio di uno Xanax in certi frangenti.

Gli Abiotics sono un’anomalia. Come un esperimento di ogm andato in vacca, tipo quelle robe da film di serie Y, con gli scienziatini che vogliono fabbricare le pannocchie giganti e si trovano in mano il virus della peste siderale pangalattica. E non a caso cito gli ogm, visto che parte dell’anomalia di questa band è la sua provenienza: questi folli sono del piacentino, una terra che mi è simpaticissima e mi evoca immediatamente grandi bevute di vino rosso, pisarei e fasò (scusate se non ho scritto giusto, sono un mandrogno piemontese io), campi, bettole, il Po… e invece questi quattro delinquenti si inventano una band che sembra la reincarnazione dei Suicide più iconici, gelidi e malati.
Come un simile electro synth punk – che puzza di vicoli, traffico, fabbriche dismesse e grattacieli – possa essere nato da persone con un background ambientale così radicalmente opposto è un piacevole mistero.

Voce, synth, basso, chitarra: questa è la formazione. E la missione degli Abiotics è inscenare psicodrammi glaciali per synth e drum machine. Suicide, si diceva, ma senza dimenticare la lezione degli Screamers, col loro punk sintetico californiano, figlio della Los Angeles dei sogni infranti.

Geniali. E se non ci arrivate è veramente un problema.

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ComScore

Dall’Egitto con serendipità

Trans Upper Egypt – Akawa/New Vega (Wort, 2011)

Questo 7″ della misteriosa Wort (misteriosa perché non ha un sito, un MySpace, un Facebook, un capperazzo di blog… o se li ha, sono talmente ben nascosti che più tentativi di googlare il tutto mi hanno portato a un bel nulla di fatto) è un pugno al cuore.
Senza timore di esagerare, devo dire che è talmente bello, scuro, geniale, bizzarro e punk (ma punk senza essere formulaico e senza seguire le regolette del perfetto punkettone a colazione), da farti passare la voglia di suonare o scribacchiare canzoncine. Perché siamo di fronte a una scheggia biforcuta di ispirazione così incontaminata da fare semplicemente il vuoto intorno. Non capita con molti gruppi. Anzi capita poche volte, pochissime. Ed è quasi un’epifania.

I Trans Upper Egypt, dunque… chi sono costoro? Quattro delinquenti in preda alla serendipità, di sicuro. E tra loro si riconoscono due nomi molto attivi come Cheb Samir (agitatore della scena romana, suona in più gruppi di quanti io riesca a tenerne a mente)  e Tab_ularasa (uno dei deus ex machina di Bubca e dell’universo di band che le gravitano intorno). In questi due brani ci rovesciano direttamente lungo la schiena una miscela di primissimi Chrome e Suicide da far venire la pelle d’oca. Punk, rock sperimentale, synth punk, lo-fi, wave, trance rock, psichedelia… c’è tutto, spezzettato e ricomposto a calci, pugni e schiaffi. E soprattutto zozzo al punto giusto, senza polish e velleità da artisti della gran fava.
Segnalo, per completezza, il bellissimo artwork del singolo (con copertina piegata e retro a metà, in puro stile dangerhouse): è opera di Guitar Boy, ossia il personaggino che si occupa di suonare la chitarra e cantare negli Intellectuals.

Il mio preferito dei due pezzi è “Akawa”, ma è solo gusto personale. E ora voglio sentire anche lo split tape che hanno pubblicato per Rank Toy; me lo cerco al volo.

Sweet home Darkwhere

Intellectuals – In The Middle Of Darkwhere (Jeetkune, 2011)

Ci è voluto tanto per vedere questo cd materializzarsi nella mia buca delle lettere. Se fossimo nel giornalino parrocchiale scriverei “…ma ne è valsa la pena”, enfatizzando il piacere dell’attesa, ma siccome qui di parrocchie non ne vedo, eviterò. E poi a me aspettare non piace, anche se sono diventato campione olimpionico di questo sport.
Con tutto questo, diciamo subito la cosa più importante: In The Middle Of Darkwhere (titolo veramente figo) è un discone.

Se gli Intellectuals fino allo scorso Triple mostravano la volontà di sbizzarrirsi con idee e soluzioni che trascendessero il lo-fi punk bluesato e solforico che da sempre li contraddistingueva, ora hanno decisamente mollato gli ormeggi, salpando in esplorazione verso la terra di Darkwhere. Ne sono tornati meno selvaggi e infinitamente più selvatici; arricchiti, cambiati e plasmati da questo viaggio conradiano verso la jungla di Kurtz.
Che l’aria sia diversa è evidente fin dalle note di copertina, che indicano una formazione a quattro (gli inossidabili Guitarboy e Drumgirl, la già nota Tina alle tastiere e la new entry Samir al basso)… il duo è raddoppiato e ora sono tutti cazzi nostri.

Selvatici, dicevo. Sì, perché ora gli Intellectuals hanno meno istinto brutale, ma più consapevolezza misantropa. Come degli autistici genialoidi che mandano a fare in culo il mondo, decidono di iniettare più rumore e più sperimentazione nelle loro sfuriate. E’ così che suonano come un veleno a base di Monks, Honeymoon Killers, compilation Back From The Grave, primi Sonic Youth, psychobilly e Alan Vega solista.
Il virus della bassa fedeltà è sempre in circolo – e il disco è stato registrato palesemente secondo i dettami più puri e arrapanti del verbo, con quattro pezzi addirittura incisi con un quattro tracce a cassette casalingo – ma potenziato e sporcato, imbastardito e meticciato. Per qualcuno le sonorità buie, claustrofobiche e ossessive di certi brani potrebbero risultare anche difficilmente sopportabili, ma come dire… non sono questi “qualcuno” a cui la musica degli Intellectuals si rivolge. Anzi, meglio perderli che trovarli, i “qualcuno” di cui si diceva.

Facciamoci un biglietto per Darkwhere, sola andata. E fanculo tutto.

PS: il disco è uscito su cd, su vinile (esiste anche una stampa limitatissima in vinile rosso… buona fortuna) e cassetta (ultralimitata a 39 esemplari… buona fortuna reprise)

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F16384935 The Intellectuals – A Cheap Religion by smfsp

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