For the love of Jesus

For The Love of Jesus Series (Sympathy For the Record Industry/Fat Possum, 199?)

Il solito negozio ripieno di ratti e dischi usati. Il solito pomeriggio post-lavoro. Un’insolita botta di pizzicore e umore leggero. Sono questi gli ingredienti per investire una trentina scarsa di euro in un reperto anni Novanta, ossia sei vinilozzi a 7″, in blocco, che insieme compongono l’intera delirante serie For The Love of Jesus – cortesia della sempiternamente illuminata Sympathy e della Fat Possum.

Non riesco a ricordare con precisione quando questa raffica di uscite iniziò e finì – e neppure la Rete e il sito ufficiale della Sympathy mi vengono in aiuto. Comunque sia, era quasi sicuramente la fine degli anni Novanta (azzardo un 1998), quando la mente di Long Gone John partorì l’idea di una collana tematica di 45 giri che dovevano contenere due brani a testa di vecchie glorie – più o meno dimenticate – del blues. Il tutto presentato in copertine identiche, in stile bibbia, per andare a comporre un unico sermone da messa blues recitato da sei sacerdoti diversi.

Chi si stesse grattando la testa, domandandosi perché mai un’etichetta fondamentalmente devota a sonorità più ruvide e punk come la Sympathy abbia messo in cantiere un progetto simile, in realtà dovrebbe fermarsi a considerare che il blues – soprattutto a fine dello scorso secolo – ebbe un grosso revival, anche in ambito punk… pensiamo a tutti gli indemoniati proseliti della scuola di Memphis e della Goner, nonché alla recrudescenza di fama dei Gun Club. Era dunque un’operazione piuttosto trendy, ma di valore in quanto andava a recuperare schegge misconosciute di un mondo che il punk medio non poteva conoscere, ma potenzialmente poteva apprezzare. Chissà se erano in programma ulteriori volumi… fatto sta che la baracca si fermò al sesto, con buona pace dei se e dei ma.

Ma veniamo al sodo. Elmore Williams apre alla stragrande la serie con due botte di puro delta blues primordiale, con dentro tutto – ma proprio tutto – quello che ci deve essere: le radici del rock, il demonio, il groove, l’ossessività. E – soprattutto – quel piglio anarcoide che ha segnato la nascita di un genere nei primi Ottanta, ossia il blues-punk inaugurato da Jeffrey Lee Pierce e i suoi Gun Club.

Il secondo round è targato T-Model Ford, un leggendario tizio che nemmeno sa esattamente la propria data di nascita (da qualche parte intorno al 1920) e ha iniziato a suonare nei primi anni Settanta mischiando principalmente il blues di Chicago alle sonorità da baccanale del juke joint blues. Le sue due bombette in onore di Gesù sono veramente roba seria: “I’m Insane” è praticamente un pezzo punk che ti scortica la prima pelle, mentre il retro – “Morning Gown” – è un classico da ballroom, da bottigliate in testa, mani infilate nelle mutande della tipa che ti balla davanti e vomitata sui piedi di uno sbirro… un bluesaccio dal riff archetipico, strascicato e farfugliato che puzza di guai già alla seconda nota.

Frank Roach è il reverendo che si occupa del terzo sermone: un personaggio minore della musica del diavolo, un vero loser costretto a fare il benzinaio in vecchiaia per arrivare a fine mese. E anche la sua musica è loser, al 100%: delta blues scordato e zoppicante, ai confini tra il noise e la molestia, ma impregnato del fascino di una Louisiana antica, crudele e bastarda. Non per tutti, ma impietosamente speciale.

Il quarto predicozzo è tenuto da Cedell Davis, ossia il maestro del coltello da cucina. Già, perché dopo che la poliomielite gli fece perdere l’uso normale della mano sinistra – a 10 anni – lui decise che avrebbe continuato a suonare la chitarra, inventandosi uno che è basato sull’utilizzo di un banale coltello arrotondato come slide bar. I suoi due pezzi sono bizzarri e ipnotici, dissonanti, pur partendo da una base molto tradizionale – ai limiti del banale; è lo stile chitarristico a creare un sound inedito, in realtà: le sue slidate metalliche suonano come un incidente ferroviario in una lavastoviglie piena di posate… peculiare.

Quinta omelia, quinto bluesman: Robert Cage. Un altro perdente che ha sempre praticato più le officine in veste di meccanico che non i palchi, dedito a un blues con pennellate country – ossia il più classico prewar blues, se vogliamo usare un’etichetta. E forse il più debole del lotto, per quanto mi concerne, e anche il meno cupo e oscuro.

La messa si chiude con il sermone di Junior Kimbrough ed è il momento più oscuro, da brivido. Questa creatura da juke joint (che peraltro è crepata di infarto nel 1998) spalma le due facciate del 45 giri con una melassa infernale fatta di ritmica ripetitiva – la classica corda bassa suonata col pollicione – e ricami sincopati sulle corde più acute. E’ un blues peculiare, il suo, che esula da ogni classificazione. Minaccioso, sofferto e inafferrabile: “You’ll Find Your Mistake” è esattamente la sublimazione di questi concetti. Sul lato B lo troviamo alle prese con una band completa, ma anche uno strumentale apparentemente standard diventa uno straccio sporco intriso di guai, con le spruzzate di disagio che le sei corde di Kimbrough seminano lungo il solco.

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Whatever happened to Iggy’s jacket?

Pensate a un’icona dell’immaginario rock’n’roll. Oltre alla scontata lingua degli Stones, probabilmente – se avete un po’ di cuore – tra le prime immagini a venirvi in mente ci sarà la giacca con il leopardo sulla schiena che Iggy Pop indossa nella foto sul retro di Raw Power (altro…)

Von Bondies back in the days

Prima di tentare (senza riuscirci) il grande successo, i Von Bondies erano davvero una band coi controcazzi. Beccatevi il video di “It Came from Japan“…

Cocktail e pistole con Pierce

drink-b-cover1.jpgThe Gun Club Drink Book (fan club fanzine, 1984)

Prima metà anni Ottanta. L’informazione musicale è – ovviamente – relegata a due media principali: carta e radio. Siamo in pieno periodo delle fanzine, in particolare e, sebbene in Italia la situazione sia ben lontana dall’esplosione di circa 10 anni dopo, almeno fuori dai confini il quadro è vitale e movimentato.

In tale scenario, e più precisamente nel 1984, si colloca questo mucchietto di fogli ormai ingialliti scovati in quella che – repulisti ed epurazioni violente a parte – è la collezione del sottoscritto. Stiamo parlando di The Gun Club Drink Book, 24 facciate formato A5, fotocopiate (maluccio), curate direttamente dall’Official International Gun Club Fan Club, con sede nel Surrey, Inghilterra. Chissà cosa ne pensa Gene Temesy, ovvero l’uomo monomaniaco che da vent’anni almeno si proclama unico tenutario del solo fan club della band di Pierce, con sede operativa nel New Jersey (Temesy è anche la persona che ha curato l’edizione finale di Go Tell the Mountain e le liner notes di diverse ristampe).

Il presidente di questo club inglese è Mike Mastrangelo (che, peraltro, ha recentemente curato il booklet di quella mezza fuffa che è il doppio cd Da Blood Done Signed my Name) e nei suoi intenti The Gun Club Drink Book deve divenire l’organo ufficiale degli iscritti. Il problema è che non si hanno notizie di altri numeri, a parte quello che ho qui davanti a me.

drink-b-edit.jpgThe Gun Club Drink Book (il cui titolo è rippato pari pari da quello di un raro libro statunitense degli anni Trenta del secolo scorso – quotato intorno al migliaio di dollari – che parla di cocktail e alcoolici) è un classico esempio di ‘zine do it yourself monotematica, con un obiettivo unico: raccogliere informazioni un po’ ovunque e assemblarle in una sola pubblicazione, a uso e consumo dei fan e degli adepti. In pratica l’evoluzione di quelli che gli statunitensi chiamano scrapbook.
I contenuti, quindi, sono una specie di collage – diciamo naif, via – di materiale proveniente da pubblicazioni musicali legittime, foto di diverse incarnazioni della band, l’imancabile testo di canzone trascritto, qualche recensione, disegni da terza media, spezzoni scritti a mano in cui si parla – sempre in maniera molto generica e sibillina – di novità e grosse sorprese per il futuro.

E’ palese che The Gun Club Drink Book è stato assemblato in un arco che abbraccia il periodo compreso tra Miami e Las Vegas Story – più precisamente ancora da dopo l’uscita di Death Party a quella di Las Vegas Story. E’ veramente buffo e naif come gli articoli scritti prima della pubblicazione di TLVS siano rimasti nella fanzine, creando così una schizofrenia per cui in alcune pagine si parla con ansia e aspettativa di questo disco che forse uscirà in un futuro prossimo, mentre in altre ci sono parole, recensioni e foto tratte dall’album stesso.

I pezzi da novanta del numero in realtà sono tre. Il primo, quello davvero interessante, è un’intervista del marzo 1982 presa dal New York Rocker, in cui Pierce, Terry Graham e Ward Dotson rispondono a turno. Uno scambio di vedute su vari argomenti e – in particolare – una chiara esposizione di come viene vista la scena losangelena dai tre gun clubber. Non hanno molte buone parole: anzi. E’ il concetto stesso di scena a ripugnarli e a tenerli lontani il più possibile da quei giri.

drink-b-back.jpgSeconda perla, dal sapore più che altro folkloristico, è la quarta di copertina, ovvero la pagina dedicata ai Gunslinger in cui svetta questo disclaimer: “Volete essere anche voi dei Gunslinger, proprio come questi tizi fichissimi!!? Certo, e allora mandatemi una vostra foto ADESSO!!”. Indovinate, quindi… si tratta di una galleria di fan del gruppo in formato foto-tessera. Buffo come uno dei Gunslinger sia nientemeno che sua maestà Long Gone John, guru e mente della Sympathy for the Record Industry (che anni più tardi ha pubblicato un singolo e alcune ristampe dei Gun Club, come ben saprete).

Il terzo e ultimo highlight della fanzine è la pagina espressamente dedicata al fan club, in cui si pubblicizza il merchandising in vendita. Ci sono dei poster e delle foto live (da comprare a scatola chiusa), due tipi di t-shirt (uno con Patricia Morrison, l’altro con un pastrocchio di disegno incomprensibile) a 5,50 sterline l’una e – infine – un fantomatico nastro intitolato The Live Club Tape – Feeling Lucky Punk?, disponibile per 3,50 sterline.

Ultima nota di colore, per chiudere con un tocco sempre più naif: nella fanzine trovate l’indirizzo di casa di Mastrangelo, nonché il suo numero di telefono fisso. Chissà perché, ma mi ha fatto impressione… altro che MySpace e posta elettronica.

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Gun Club: Lucky Jim revisited

lucky.jpgThe Gun Club – Lucky Jim, 9 lives n.2 (Flow/Last Call/The Alternative, 2005)

Non è fresco come un ovetto appena raccolto nel pollaio, ve lo concedo. Ma quanti di voi l’hanno mai visto in giro? Esatto: pochi o nessuno. Belli, ma poco circolanti, questi ristamponi accessoriati dei Gun Club targati Flow che – contrariamente a quelli della Sympathy di qualche anno fa – sono meno scolastiche e, a tratti, aggiungono davvero qualcosa a quanto già esisteva.
Questo Lucky Jim in edizione doppio disco, ad esempio, di cose ne dice un sacco. Sarà perché il secondo cd incluso nella confezione è semplicemente riempito con 13 (sì ben 13) brani inediti, mai circolati in forma di bootleg, nastro o mp3 da scaricare. Roba che nessuno, a parte i diretti interessati, aveva davvero mai sentito: e non è poco, visto che prima di questa uscita (e anche di quelle della Flow che l’hanno preceduta) il materiale inedito solitamente si scopriva – come minimo – essere in giro da 10 anni in forma di nastro o registrazione reperibile nel giro dei trader… nulla di male, ma gli assatanati l’avevano già ampiamente metabolizzato. Volete mettere la sensazione di ascoltare, invece, un vero inedito?

Ma andiamo con ordine. Lucky Jim (anno Domini 1993) in sé rappresenta il punto d’arrivo di una corsa che, a onor del vero, era terminata da qualche tempo. Già l’album precedente, Pastoral Hide & Seek, aveva visto Pierce calarsi nella parte del chitarrista più che in quella di singer e frontman, mutando non poco le dinamiche del gruppo. In Lucky Jim la trasformazione è quasi completa: Jeffrey, ora unica sei corde nella band (peraltro nuovamente rivoluzionata per la perdita di Kid congo Powers), si sfoga sulla sua Squier Strato, giocando all’Hendrix bianco e nascondendosi dietro allo strumento.
Non c’è più il Jeffrey Lee sguaiato e demoniaco che ululava e si contorceva nei solchi di Fire of Love, Miami e Las Vegas Story. La stessa Romi Mori (bassista dei Gun Club e compagna di Pierce) dice a proposito di questa ultima prova: “Jeffrey si era perso”. E, infatti, era nuovamente preda dei suoi demoni, delle sue debolezze e della sua indole infantile.

Romi Mori: “Una della ragioni per cui registrammo a Haarlem, in Olanda, credo sia che là Jeffrey poteva uscire dallo studio, andare a piedi alla stazione e comprare quello che gli serviva. Non sapevo che stesse usando l’eroina, ero convinta fosse solo molto malato: era sempre stanco, rallentato, intorpidito. La gente lo guardava come se fosse un mostro, a volte, e io mi mettevo a urlare ‘Smettetela di fissare il mio ragazzo! E’ malato!!!’. Ero così stupida”.

Lucky Jim è un disco malinconico, scuro, di rock diventato adulto – suo malgrado – a colpi di problemi, dolori, siringhe e casini. Come un ragazzino d’altri tempi che compie 14 anni e si trova imbarcato su una nave a lavorare: non capisce del tutto quello che gli sta succedendo e tenta di adeguarsi, ma non è in grado di farlo in tempi brevi.
La sensazione più netta che resta, dopo l’ascolto, è appunto di una faccenda irrisolta. A parte l’apertura (la title track, epica ballata dolente su un viaggio in Vietnam) il resto dei brani scivola via regalando una leggera noia e il retrogusto del già sentito altrove. Di sicuro non si percepisce il sapore speciale dei Gun Club.

Il punto è che questo album non è da vivere come un disco dei Gun Club, aspettandosi di ascoltare una sfilza di brani taggatijeffreyleepierce1.jpg blues-punk-demonio-California-rock’n’roll. Nossignore. Questo, a meno che non vogliate portarlo presto al bancone del negozio di dischi usati più vicino a casa vostra, va gustato dopo avere assimilato tutti i dischi precedenti e tutta la storia della band. Storia, esatto: studiare, leggere, documentarsi. E respirare la mitologia rock’n’roll.
Solo dopo l’imprescindibile processo di formazione potrete cogliere la natura di Lucky Jim senza restarne delusi. Perché questo è come il finale triste, che non ci aspettavamo, di un romanzo bellissimo; un romanzo che ci ha fatto sperare fino all’ultimo che le cose potessero andare diversamente. E’ come quelle pagine di un libro che, separate dal resto dell’opera, potrebbero giusto servire per accendere un fuocherello nel camino. Ma accostate a tutto il resto, anche se inferiori, acquistano la loro dignità.

Detto questo, resta da affrontare il discorso del cd bonus. Ci trovate 13 brani, nove dei quali registrati nel mese di giugno 1993 (dopo l’uscita di Lucky Jim) ancora ai Banana Studios di Haarlem. Questa in particolare è davvero l’ultima sessione di studio mai effettuata dai Gun Club: il tassello finale.
Per carità, nulla per cui perdere il sonno: le sonorità sono simili a Lucky Jim, quindi brani rock con qualche sfumatura blues e jazzata. I riff sono ripetitivi, a volte si fatica distinguere un brano dall’altro. Pierce e compagnia ci regalano anche una cover di “Can’t Explain” degli Who, che ha il sapore del demo fatto per divertirsi, ma nulla più.
Molto più interessanti i quattro pezzi dal vivo che chiudono il dischetto: registrati in Austria nel maggio del 1993, sono belli energici e dimostrano come il materiale di Lucky Jim potesse rendere bene se suonato con il giusto piglio e un pizzico di ruvidità.

Per iniziati, fan della vecchia guardia e giovani illuminati. Se volete cominciare coi Gun Club, invece, partite altrove. E già sapete, senza che ve lo debba scrivere, vero?

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