N(u)ovi? No… svizzeri!

cover FedoraSaura_LaViaDellaSaluteFedora Saura – La via della salute (Pulver & Asche Records, 2014)

[di Manuel Graziani]

Si proclamano anti-cristiani e anti-capitalisti. Citano il teatro-canzone e i CCCP, Nietzsche e Deleuze. Usano il verbo performare e aggettivi quali provocatorio e destabilizzante. Per me, che sono un vecchio rocker di provincia, già basterebbe per non pensarci più e lanciare dalla finestra il secondo disco del gruppo svizzero del Cantone Ticino, come dicono loro, “terra di invisibili confini culturali”. Un disco che mi sa avrei fatto bene a stendere al collega Maicol Brambilla (altro…)

Annunci

Scaldami la micia

WarmersThe Pussywarmers & Réka – I Saw Them Leaving (Wild Honey, 2014)

Arriviamo un po’ lunghi – nel senso di in ritardo, visto che l’uscita risale agli ultimi giorni di febbraio – su questo terzo album dei Pussywarmers, che per l’occasione fanno comunella con l’amica ungherese Réka (altro…)

Giacche alla svizzera

The Jackets – Way Out (Soundflat, 2012)

[di Franco “Lys” Dimauro]

Non so voi, ma io di una raccolta di provini dei Great Society non so che farmene.
Neppure se, come in questo caso, me la vendono come una delle migliori attrazioni del garage punk europeo. Gli svizzeri Jackets, ad esempio, non mi erano piaciuti col disco di debutto e continuano a non convincermi con questo Way Out.

“Gloomy, trashy Garage-Rock with a good deal of 70’s Punk and a bit of psychedelic” recita casa Soundflat. E io invece non riesco a sentire niente di tutto ciò, solo una scontata progressione di accordi beat (la stessa che Jack Torera usa per le sue esibizioni come The Moustache Princess), organo d’ordinanza e le linguacce di miss Jackie Brutsche.
Un disco garage punk non dovrebbe lasciare scampo e invece qui è pieno di vie di fuga, come loro stessi suggeriscono sin dal titolo. Ma io voglio un disco che, una volta dentro, non riesci più a trovarla la via per scappare. Altro che Way Out.

Turn on, tune in, drop out piuttosto.  Andatevi a comprare i dischi dei Morlocks.

Il martello dell’inferno

Tom Gabriel Fischer & Martin Eric Ain – Only Death is Real: an Illustrated History of Hellhammer and Early Celtic Frost 1981–1985 (Bazillion Points, 2010, 288 pag.)

Ci ho impiegato qualche mese a prendere il coraggio a quattro mani e investire una trentina d’euro abbondanti (posta inclusa) per questo gigantesco tomo in formato coffeetable. A onor del vero lo bramavo segretamente già dai primi giorni del gennaio scorso – quando il boss della Bazillion Points, durante un’intervista per il mio libretto su Kill ‘Em All, me ne aveva parlato – ma il prezzo aveva sempre un po’ agito da deterrente. Del resto sono di retaggio contadino e ogni tanto le paranoie da risparmiatore compulsivo hanno il sopravvento: metti che arrivi la carestia…

Ebbene, si fotta la carestia, perché è stato un buon acquisto: un oggetto prima di tutto ben realizzato, maestoso già solo a vedersi… ma anche un ottimo libro, con un apparato fotografico pazzesco e ottimi testi che oscillano continuamente tra l’amarcord e la pura storiografia del rock.
Creto, per apprezzare Only Death is Real forse è meglio se avete un retaggio di adolescenza vissuta nei primi anni Ottanta, possibilmente flirtando con le sonorità ai confini del nascente metal estremo: questo perché nelle pagine scritte da Fischer e Ain si parla dei precursori di un genere, ovvero la mortifera cellula svizzera che originò prima gli odiatissimi Hellhammer e poi i seminali Celtic Frost.

Questo librone è l’ideale prequel del bellissimo (e tragicamente irreperibile o venduto a prezzi esagerati) Are You Morbid?, ucito nel 2000, che parlava della carriera dei Celtic Frost dalla nascita al primo scioglimento.  Only Death is Real copre, invece, tutta la parte di storia oscura e meno nota, dal 1981 al 1985 – ovvero dai primi passi nel metal di Tom Warrior e compari, le prime prove con gli Hellhammer, i demo e infine la nascita dei Celtic Frost (punto in cui la narrazione si tronca).

La prosa di Fischer e Ain è semplice – e fidatevi: anche se masticate poco l’inglese, potrete leggere con poche difficoltà – ma le schegge di vita vissuta che raccontano sono vive e pulsanti. Storie di adolescenti folli per l’heavy metal confinati in un paesino sperduto della Svizzera, agli albori degli anni Ottanta: altro che disagio giovanile… roba da lasciarci le penne. Oppure sopravvivere e diventare – per forza – leggende.
Le fotografie, poi, sono il pezzo veramente forte di tutta l’operazione: decine e decine di scatti inediti, a partire dalla prima session fotografica degli Hellhammer (1 gennaio 1983), fino alle prime immagini dei nascenti Celtic Frost. E poi ancora i progetti grafici delle copertine, le prove per i logo, le recensioni nella stampa specializzata e le newsletter della band…

Un grande libro (in tutti i sensi); e per esaltare l’esperienza di lettura è consigliato l’ascolto di Demon Entrails, il doppio cd che raccoglie i tre demo tape degli Hellhammer.

Sunwashed Avenues, chi era costui?

the-sunwashed-avenues-ep.jpgThe Sunwashed Avenues – s/t (TSA, 2009)

Capita che uno è sceso da un aereo dopo 14 ore di volo e nella cassetta della posta si trova un cd dei The Sunwashed Avenues. Grafica minimale, ma interessante, nessuna info e un notevolissimo biglietto da visita pieghevole a cui sono pinzate tre capsule colorate tipo pastiglie-che-non-dovresti-mai-prendere-MAI-per-il-tuo-bene-per-carità-diddìo, ma che ovviamente ti viene subito voglia di ingollare. Uno non può fare altro che essere curioso come una scimmia, da subito, in questi casi.

Capita, però, che passino un paio di giorni prima che si riesca a mettere nel lettore il cd in questione. L’intrigo (nel senso di sensazione di essere intrigato – perdonate l’acrobazia) è tanto, così come la voglia di mangiarsi le tre capsule (ok, poi basta pensarci un attimo per razionalizzare… fossero cose davvero divertenti e illecite al punto giusto, non sarebbero mai giunte fin qui via posta: ovvio e palese).
Parte il primo brano. Un suono di chitarra ruvido, un po’ sottile e saturo di toni medio-alti; poi la sezione ritmica, prodotta con sonorità più scure, “grosse” e rocciose. E infine, dopo un po’, la voce. Già, la voce… che nel mix è talmente bassa da sembrare inesistente in alcuni tratti.

Stop un secondo. Dei suoni parliamo più avanti. Iniziamo dal genere: subito mi sono venuti in mente, come vaga suggestione, gli And You Will Know Us By The Trail Of Dead; quindi un emo-post hardcore-screamo-metal con una vena progressiva che emerge a sprazzi. La sensazione dura per qualche minuto, poi ci si addentra in territori sempre più ornati di metallo – in accezione non classica, ovviamente – e di weirdness.

Nu-metal? Non proprio. Diciamo che potrei definirlo post hardcore metallizzato, con ambizioni avant-garde (per apprezzare la citazione ricordatevi i Celtic Frost, che nulla c’entrano coi The Sunwashed Avenues – a parte la comune provenienza geografica – ma che coniarono il termine avant-garde metal con scarso successo, ma notevole lungimiranza estetico-critica).
Una faccenda abbastanza interessante, anche se di difficilissima digestione per il sottoscritto (l’ep, di soli sei pezzi, mi è parso eterno come lunghezza – ma eterno, alla fine, non lo è). Il vero problema è la produzione.
Torno quindi a quanto scritto poco sopra. Suono di chitarra molto ruvido (anche se un po’ trascurato e a tratti quasi punk amatoriale – ma chissà che non sia voluto), sezione ritmica possente e prodotta con piglio più roccioso, voce urlata ma inudibile nel mix. Che dire… l’effetto d’insieme non è dei più accattivanti a livello di resa. Non escludo che il tutto sia voluto e studiato (la voce mixata bassa fu piuttosto di moda, per un certo periodo, a quanto ricordo), ma non mi quadra moltissimo.

Non è facile, sicuramente, la proposta dei The Sunwashed Avenues. Ma un assaggio – anche solo per curiosità – lo merita. Chissà che non vi ritroviate sulla stessa lunghezza d’onda.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: