Spaghetti surf once again

watangWatang! – Miss Wong (autoproduzione, 2014)

Si autoproducono, ma sono aiutati nella distribuzione da Area Pirata, i Watang!, che nonostante si siano formati lo scorso anno, in formazione schierano veterani come El Sentenza (banjo nei Legendary Kid Combo) e Marla ‘O (chitarrista delle Cleopatras, combo garage/surf all-female che negli anni Novanta e Duemila fece ballare – e un po’ innamorare – molti ometti e non della scena).

Il risultato è un cd digipack (limitato a 300 copie) con otto brani – sette originali e una cover (altro…)

Provincia mon amour

provincialsThe Provincials – Provolone Records (Disco Futurissimo, 2013)

Capita – e nemmeno troppo raramente – che arrivino dischi senza alcuna informazione a corredo. Semplicemente una busta (spesso senza nemmeno il mittente scritto sopra in maniera comprensibile) con dentro un cd, vinile o cassetta. Più o meno è accaduto anche per questo cd dei The Provincials, arrivato in un paccone cumulativo con altro materiale. Non avevo la minima idea di chi fossero, però già dai primi brani è stato chiaro che questa band ha il tipico “qualcosa” (altro…)

Fiat Luz

cover LA LUZLa Luz – It’s Alive (Hardly Art, 2013)

[di Manuel Graziani]

Partirei dal dato di fatto che queste quattro fanciulle non sono delle bellezze, ma neanche dei cessi. Diciamo che sono carine, va’, come è “carina” la loro musica. In uno slancio da finocchietto gaudente, tenderei ad etichettarla “optical surf” (altro…)

No vocals, no cry

routesThe Routes – Instrumentals (Groovie, 2012)

[di Franco “Lys” Dimauro]

In un mondo dove tanti parlano senza dire nulla, qualcuno può fare rumore anche senza aprir bocca. Ora, non so perché i Routes, dopo due album spaccaossa, si siano zittiti. Un po’ me ne dispaccio, perché l’ ugola di Christopher Jack mi piace assai. Poi penso che la gola della Lovelace era ugualmente interessante pur senza emettere alcun suono. E mi metto comodo ad ascoltare questi dieci Instrumentals.

Basso, chitarra, batteria che si fanno strada tra pistole fumanti, filo spinato e sabbia sudamericana (altro…)

Savana, surf e Trinacria

Jaguar & The Savanas – Wet Side Stories (El Toro, 2012)

[di Franco “Lys” Dimauro]

Da Catania, Jaguar & The Savanas vengono a riempire un buco.
Continuate pure a leggere con le mani sulla tastiera del pc perché non è al buco che pensate voi che mi riferisco. Penso piuttosto alla inspiegabile assenza di surf band in un’ isola odorante di mare come la Sicilia. Vero è che qui le onde più alte permettono a malapena di ribaltarsi con il salvagente di Winnie The Pooh ma è pure vero che non siamo neppure in Giamaica. Eppure, tutta questa isola triangolare è invasa di band che skankano e reggaeno come se ci si trovasse alla periferia di Kingston. Di surf-band però neppure l’ ombra.

Ecco, tirate un sospiro di sollievo, quello era il buco. Jaguar & The Savanas ora ci permettono di poter reggere il confronto con i cugini sardi. A testa alta e viso coperto, come quello di Mr. Massimo “Jaguar” Pafumi.
Uno che l’ amore per la musica 50’ s e 60’ s non se l’è inventato ieri, garantisco di persona. E che per il suono giusto è andato a cercarsi una strumentazione per nulla improvvisata, fino a far uscire dalle casse un suono senza tempo.
Wet Side Stories è un disco PERFETTO. Calibrato in ogni suono senza per questo  risultare freddo, impassibile quando c’ è da affrontare l’ assolo giusto o la giusta sequenza di accordi, spumeggiante quando la marea lo richiede e le onde si alzano fino a mangiarsi la linea dell’orizzonte, implacabile quando c’ è da marciare come legionari tra le dune del deserto, spavaldo quando c’ è da scendere nell’ arena come dei matadores.
Otto pezzi che rivelano l’ altissima competenza raggiunta dal quartetto siciliano nel maneggiare (che non basta riempirsi la casa di roba di terza mano per certificarsi musicisti di gusto) strumenti ed effettistica d’epoca e la dote indispensabile per un gruppo strumentale di saper coniugare un gusto teatrale, filmico e scenografico con la perizia occorrente per rendere vive e vibranti le immagini che ingombrano la mente.

“The ride of May Gray”, “After the Bay Storm”, “High Tide Catastrophe”, “Legend of the Bull Rodeo” riescono dove altri hanno fallito. Domani verrete a farvi strappare le spine di fico d’India dal sedere, ma oggi oggi cercate di immaginarvi in bermuda sotto una palma e mandate a fare in culo tutto il resto.
I Savanas vi offrono l’ opportunità per scappare dalla realtà, attraverso i riverberi azzurri di una chitarra Fender Jaguar.
Non siate così sciocchi di ascoltarli mentre sfogliate le notizie del giorno.
Oggi è un giorno senza calendario.
Oggi è il giorno di Jaguar & The Savanas.

Manta Rays’ nuggets

Manta Rays -s/t (Garage Records/Go Down, 2012)

Un trio con un gran tiro, ecco come si presentano i veneti Manta Rays fin dai primissimi brani di questo album – omonimo – uscito in aprile.
In questo bel cd digipack sparano 12 tracce di garage rock di ispirazione puramente Sixties che spazia dal rock’n’roll al garage punk più esuberante, passando per il surf, il soul, il sound californiano alla Beach Boys, i Kinks e gli Who. Insomma, numi tutelari mica da poco, ma è giusto tirarli in ballo visto anche come i Manta Rays riescono a rendere giustizia alle loro fonti di ispirazione, con un songwriting filologico e curato, raffinato senza essere prolisso o troppo autoindulgente.

L’unica pecca, forse, è la produzione molto patinata e pulita, che rende il tutto un filo troppo commestibile e pastorizzato. Invece un pizzico di sporcizia in più non avrebbe certo guastato, per accentuare l’esperienza d’ascolto di questi brani.

Se amate il sound del rock’n’roll anni Sessanta (che spazia in tutte le sue declinazioni fondamentali e in maniera disinvolta) i Manta Rays saranno una bella scoperta: tre accordi, convinzione, sudore e immediatezza. Con un (bel po’) di classe, aggiungerei.

Fuga dal convento del massimo volume

Monaci del surf – s/t (INRI, 2012)

E’ una banalità detta e ridetta, ma la liaison dell’Italia con la surf music, per quanto improbabile sulla carta, funziona alla stragrande. E a ribadirlo ci sono questi torinesi che suonano con maschere da wrestler messicani e si fanno chiamare Monaci del surf (pare siano fuggiti dal convento del massimo volume, stando alla bio…).

I misteriosi surfer sabaudi giocano la carta dell’identità segreta, uno dei più classici gimmick del rock’n’roll, e la abbinano a un torrido surf’n’roll strumentale (al 90% almeno) fatto di cover ultranote, ma non necessariamente appartenenti al genere in origine… si va dal tema de La famiglia Addams a The Entertainer, passando per I Want You di Lennon/McCartney e Get The Party Started (la hit di Pink, scritta da Linda Perry dei Four Non Blondes).

L’unica pecca – a voler essere pedanti all’inverosimile – è un suono che mi pare un filo troppo moderno; per il resto un bel dischetto divertente, intrigante, ben suonato e filologico senza essere ossessivo: probabilmente diverrà uno dei classici da viaggio, almeno nella mia auto.

Pregate per noi, monaci del surf.

Surf Bradipos, surf!

Bradipos IV – Live At KFJC Radio (Freak House, 2011)

Suonano dal 1994 i casertani Bradipos IV e infatti è praticamente impossibile non conoscerli o non averne mai letto/sentito parlare. Probabilmente hanno avuto molto meno di ciò che meritavano, vista la maestria del loro surf strumentale, eppure in casi come questo la miglior vendetta è essere ancora in giro a suonare e a spaccare il culo nelle occasioni in cui viene concesso un palco su cui esibirsi.

Questo nuovo capitolo della – non nutritissima, mi pare – discografia dei Bradipi è addirittura un lavoro dal vivo, inciso negli studi della stazione radio KFJC, che ha ospitato la band per un set trasmesso in occasione tour negli USA dello scorso anno. Quindi pulizia sonora, con il brivido della diretta – anche se, ovviamente, si percepisce un po’ la mancanza dell’elettricità che la presenza del pubblico, negli album live più riusciti, può dare.

Il disco è impeccabile, scivola via d’un fiato tra atmosfere spensierate da spiaggia, riverberi apocalittici e suggestioni westernate; insomma, tutto come la miglior scuola surf strumentale impone, tanto che il sospetto che Caserta sia dalle parti di Venice Beach si fa strada di brano in brano.

Che i Bradipos IV fossero un ottimo gruppo era noto e questo live lo conferma nuovamente; certo, il loro è un “genere” in tutto e per tutto, quindi coerente e ubbidiente a canoni sonori/estetici ben precisi che tracciano una linea molto netta: quella che separa chi il surf lo ama alla follia da chi invece semplicemente lo tollera o non se ne cura (lasciamo stare poi il popolo di quelli/e per cui il surf è quella roba iniziata con Pulp Fiction e che si divertono a ballare le canzoncine come Uma Thurman al terzo coca e rum). Decidete da che parte della linea state e sappiate che in ogni caso questo è un ottimo cd, a testimonianza della vitalità e della qualità della scena surf dello Stivale.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: