Metz rock

Metz – s/t (Sub Pop, 2012)

[di Mario Selaschetti]

Mi son preso proprio un bel calcio nel culo quando ho sentito attaccare  “Headache”, il brano di apertura, dell’album di esordio dei Metz dal titolo omonimo – un gruppo canadese sotto contratto con la Sub Pop (ma questo non è significativo e ne parlo dopo) (altro…)

Le ragazze Dum Dum

Dum Dum Girls – He Gets Me High (Sub Pop, 2011)

Ammetto di essere un maschilista del rock. Nel senso che sono sempre stato convinto che il rock sia una roba da uomini, preferibilmente non finocchi. Tuttavia le mie certezze stanno vacillando sempre più per “colpa” della nuova ondata di rock femminile che si sta facendo strada nella musica indipendente americana.

Al di là del sound, di queste donzelle mi piace soprattutto che non scimmiottano le dinamiche maschili – come accadeva nel movimento “femminista” riot grrrl, per esempio – mantenendo una spiccata femminilità senza sfociare nel facile mignottume.
Tanto per dire, nelle vene della bella Kristin Gundred delle Dum Dum Girls scorre indubbiamente r’n’r. E lo si capisce anche solo per il monicker, Dee-Dee, che si è scelta.

Non mi sono strappato i quattro capelli che mi rimangono in testa per l’esordio lungo dello scorso anno I Will Be, ma trovo il nuovo EP He Gets Me High su Sub Pop più che degno, anche perché dura poco meno di un quarto d’ora, ossia il tempo giusto da non procurare noia.
I quattro pezzi contenuti sono farciti coi soliti ingredienti della band californiana: 1/3 di gruppi femminili dei Cinquanta/Sessanta, 1/3 di shoegaze e 1/3 di garage-pop in bassa fedeltà. E soliti sono anche i ritornelli appiccicosi come la scabbia.

Si parte con il rock celestiale di “Wrong Feels Right”, da finestre spalancate sul verde di una campagna lussureggiante, e si prosegue con la titletrack che nella sua partenza marziale cela un (buon)gusto per la psichedelia non paranoica. Il meglio viene alla fine, nella preghiera sussurrata “Take Care of My Baby” e nella cover del classico degli Smiths “There Is a Light That Never Goes Out” che provoca brividi intensi sin dall’attacco.

Drone glacé

No Age – Everything in Between (Sub Pop, 2010)

Faccio pubblica ammenda, con i No Age avevo preso un bell’abbaglio. Forse perché sono stati portati in trionfo dalla stampa di regime alternativo, che li ha inseriti tra i dischi migliori del 2008 con la loro prima opera sulla lunga distanza dal titolo Nouns, edita nientepopodimenoche dalla mitica Sub Pop (altro…)

Superfuzz Bigmuff revisited

superfuzz-bigmuff--deluxe-editionMudhoney – Superfuzz Bigmuff Deluxe Edition (Sub Pop, 2008)

Da un po’ mi titillavo con l’idea di parlare dell’ep vinilico Superfuzz Bigmuff, comprato nell’autunno 1989 dal defunto Onstage di Genova. Poi la senilità, le menate e il materiale da recensire mi hanno fatto scappare di mente la cosa. (altro…)

Ancora miele di fango

mudlucky.jpgMudhoney – The Lucky Ones (2008, Sub Pop)

Ne sono passati di anni da quando Mark Arm e soci si sono affacciati con la prima ondata grunge, quella che alcune penne dell’italico panorama giornalistico – a fine anni Ottanta – definirono (chissà poi perché) “il nuovo punk”. Ma bando alle polemiche, che in fondo non servono a niente e oggi non ho testa per perdermi in queste cose.

Parliamo di questo freschissimo (o quasi) lavoro della band di Seattle, che segue l’apprezzabilissimo Under a Billion Suns del 2006. Parliamone, già. Anche se in realtà non ci sono grandissime cose da dire. Nel bene o nel male (per me sicuramente nel bene) i Mudhoney sono davvero una garanzia e sembrano proprio incapaci di deludere le aspettative, sia dei fan che dei detrattori.
Quello che voglio dire è che, anche dopo 20 anni, mantengono la loro personalità, il loro sound, il loro trademark e non sembrano accusare cedimenti strutturali degni di nota. Anzi, continuano per la loro strada e a più di 40 anni sfornano ancora un album registrato in meno di quattro giorni, con un fuzz molesto e Stooges-iano ad accompagnare l’ululato di Arm e una batteria da trogloditi in fregola. Certo, c’è qualche piccola pesantezza, forse dovuta al passo non troppo sostenuto della maggior parte dei brani, ma sarebbe davvero ingeneroso e sciocco lamentarsene: i Mudhoney versione 2008 spaccano ancora e – anche se non cambieranno la vita di nessuno – hanno il sacrosanto diritto di entrare nell’Olimpo dei rocker. Ma non prima di produrre ancora una manciata di sani dischi carichi di feedback, riff e distorsione mortifera.

Murder City Devils ancora una volta

mcd_rip_front_350.jpgPare sia ufficiale: i mai troppo idolatrati Murder City Devils hanno in programma un nuovo gig di reunion (badate bene: solo un concerto, non una reunion canonica e stabile). Il tutto dovrebbe svolgersi il prossimo sei settembre a Portland (Oregon), presso la Roseland Ballroom.
I MCD avevano suonato lo scorso novembre, in una renion sporadica similare, al Fun Fun Fun Fest, dopo essersi sciolti nel 2001 lasciando solo tre album in studio, un ep e un disco dal vivo (che tutti dovreste possedere!).

Antidoti usa e getta coi Foals

foals-antidotes.jpegFoals – Antidotes (Trasgressive/Sub Pop, 2008)

I Foals vengono attualmente considerati dagli addetti ai lavori una delle band rivelazione del 2008. Effettivamente il loro suono è fresco, accattivante, e i pezzi che si sentono in rotation rimangono impressi nella memoria e fanno battere il piedino. Tuttavia l’originalità è quella che è: l’album, nel complesso, ti fa pensare più a un prodotto usa e getta piuttosto che a un pezzo da collezionare. I riferimenti alle band dei loro giovani colleghi sono parecchi e, infatti, non sono poche le parti del disco che ricordano gruppi già ben oliati come i Klaxons e i !!!.
Il prodotto è comunque ben confezionato e curato, tanto che si dice che il gruppo abbia rifiutato un mixaggio fatto del produttore e chitarrista David Sitek (TV On The Radio) per il motivo che il suono era troppo riverberato.

“Baloon” è il primo singolo dei Foals. Cassa dritta, accento inglesissimo alla moda e innesti elettronici per insaporire il tutto. Con “Cassius”, invece, si apre il disco. Il cantato è nervoso e schizoide, mentre la base è ridotta al minimo con qualche tocco di fiati e un lavoro vertiginoso di cassa e rullante.

“Red Sock Pugie” è il pezzo che mi ha più convinto. Parte con una ritmica quasi jungle per poi aprirsi a una soluzione più poppeggiante, dal ritornello accattivante. Anche “Electric Bloom” non è affatto male, con il suo strizzare l’occhio a sonorità che potrebbero rimbalzare da Brian Eno ai Talking Heads… senza mai dimenticare che gli anni Ottanta sono finiti e che si sta vivendo nella nuova era della tecnologia.

Insomma, un album solo non è assolutamente sufficiente per gridare al miracolo e, se devo essere sincera, Antidotes non fa certamente pensare di essere di fronte a una grande scoperta del 2008.
Un disco piacevole e leggero, nulla di più.

Murder City Devils

Sciolti da qualche anno, i Murder City Devils hanno lasciato una cicatrice indelebile nel rock sotterraneo. Godetevi un video live di “18 Wheels” e ricordate cosa hanno significato…

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