The lost Stooges gig

“E’ stato come tornare indietro di 200 anni, quando i ricchi pagavano
per andare nei manicomi a vedere i pazienti che davano fuori di matto”
[Michael Oldfield sul live degli Stooges del 15 luglio 1972,
Melody Maker
]

Questo pezzo è un piccolo e quasi sicuramente inutile tributo a un sogno di quelli che solo i malati di rock possono – forse – capire. E’ probabile che per molti sarà solo un’accozzaglia di informazioni inconcludenti, di immagini già viste e di considerazioni noiose: fa parte del gioco. E me ne scuso – anzi, dovreste leggere qualcosa di più interessante (ci sono fior fiore di webzine musicali, inglesi e italiane, che vi faranno godere), invece di perdere il vostro tempo qui, avete ragione.
Il sogno è quello di ascoltare anche solo pochi istanti di un concerto di cui si sa poco e il cui ricordo è confinato a poche frasi elargite col contagocce da qualche sparuto reduce. E a una sfilza di scatti che ritraggono solo un soggetto.
Il sogno è quello di soddisfare la curiosità morbosa di sentire come suonassero gli Stooges in quella primavera/estate del 1972, mentre chiusi in una sala prove londinese tentavano di sfornare il loro terzo album
.
Il sogno, alla fine, è quello di sapere e conoscere qualcosa che finora nessuno o quasi è stato in grado di raccontare in maniera esaustiva.
E voi, cosa sognate?

It’s 1972 ok

Il 1972 è un anno duro per gli Stooges. Confinati a Londra, praticamente ostaggi del management di DeFries – tutto proteso a preparare l’esplosione di David Bowie, il suo protetto e deus ex machina – lavorano stancamente al nuovo album e non si esibiscono mai dal vivo. L’unica eccezione a questa immobilità è un concerto destinato a diventare una specie di feticcio della storia del rock, una chimera di cui tutti favoleggiano, ma nessuno (eccezion fatta per Mick Rock, che ha fotografato la performance) ha mai raccontato attingendo a un’esperienza di prima mano.

La storia di quel fumoso evento è legata al lancio del nuovo album di Bowie; per preparare la campagna stampa statunitense, il 15 luglio viene invitata a Londra una dozzina di grossi giornalisti americani: assistono a una performance di Bowie e gli Spiders From Mars all’Aylesbury Friars, ma poi vengono prelevati e portati a King’s Cross, nel cinema che sarebbe diventato La Scala. Qui li aspetta un concerto speciale, uno showcase dei redivivi Stooges – annunciati, dai poster attaccati fuori dal locale, come “Iggy Pop, ex Iggy & The Stooges” (per la gioia di Ron e Scott Asheton, probabilmente). Nella stessa sala rancida e cadente il giorno prima ha fatto il suo debutto solista Lou Reed, in procinto di pubblicare Transformer.
Ma cosa si sa, oltre a questi dati nudi e crudi, a proposito della serata? Non è facile raccogliere informazioni, che si trovano scarse e frammentate, oltre che spesso viziate da invenzioni, millanterie o banali dimenticanze dovute ai quasi 40 anni trascorsi.

Pictures of you

Partiamo dal punto più semplice, ossia proprio da Mick Rock, che consegna alla memoria collettiva una raffica di scatti che – giovane fotografo – fece su commissione della Mainman Management; le foto sono raccolte nel libro Raw Power. Iggy & The Stooges 1972 (Omnibus Press, 2005): decine di immagini, quasi tutte dedicate a Iggy che è decisamente l’attrazione della serata. O forse è l’unico a colpire l’occhio del giovane Rock. L’Iguana magro, glabro e spiritato sembra un Mick Jagger zombie, coi tratti caricaturali. Ha addosso un paio di pantaloni argentati, un bikini nero e degli stivali; la pelle del viso e del torso è dipinta d’argento e unta d’olio. Gli occhi truccati pesantemente, un finto neo di bellezza sul volto, lo smalto nero sulle unghie, i capelli lunghi alle spalle e tinti d’argento.
Il pubblico, nei pochi fotogrammi che lo ritraggono, è immobile o basito. Tutti sono seduti sulle loro poltroncine, in attesa di vedere cosa accadrà. tra i presenti ci sono anche due illustri sconosciuti: un certo John Lydon e un tale Joe Strummer.

Ma le foto, per quanto eloquenti, lasciano tanto all’immaginazione e non raccontano molti dettagli tutt’altro che trascurabili. E’ così che possiamo ricostruire per approssimazione – grazie a qualche sprazzo di dichiarazione e ricordo disseminato nel corso degli anni – ciò che verosimilmente è accaduto.
E’ certo che Iggy sciorina tutto il suo repertorio e gli Stooges, con un concerto di 40 minuti scarsi, lasciano un segno indelebile nelle coscienze rock dell’Inghilterra, tanto che Nick Kent scrive sul NME: “L’effetto finale è stato molto più terrificante di tutti gli Alice Cooper e le Arancia meccanica del mondo messi insieme, semplicemente perché questi tizi non scherzavano”.
Durante i primi due brani l’Iguana schizza per tutto il palco, ne esplora ogni centimetro quadrato; e poi decide che è una buona idea andare a far visita al pubblico, comodamente seduto sulle poltroncine del cinema. I fari lo seguono, lui si ferma ogni tanto a fissare negli occhi qualcuno; farfuglia nel microfono che sta cercando qualcuno di interessante, ma in quel “mucchio di hippie” non c’è nessuno che lo ispira.

A rendere ancora più bizzarra la situazione contribuiscono una serie di problemi tecnici; più di una volta la band si ferma e attende che venga sistemato l’impianto o il microfono o il guasto del momento; durante uno di questi break Iggy si azzuffa verbalmente con una banda di skinhead che gridano di suonare, spazientiti per la pausa. L’Iguana li apostrofa dicendo: “Cosa hai detto, pezzo di merda?”.
Durante l’ennesimo stop, a causa della rottura del microfono, Iggy si piazza in mezzo al palco e inizia a cantare, a cappella, una versione di “Shadow Of Your Love” di Frank Sinatra. Tutti improvvisamente smettono di chiacchierare e tacciono per ascoltare il pezzo, in un momento surreale, tra Kafka e gli Skiantos – immaginate Iggy, seminudo e impiastricciato di colore argentato, che intona un pezzo da crooner senza microfono, sul palco di un vecchio cinema.
Poco dopo c’è tempo per un altro scazzo con gli skinhead; il loro capo si avvicina al palco, l’Iguana si scaglia verso di lui per dargli un calcio in faccia, ma i roadie glielo sottraggono, buttandolo fuori da una porta antincendio. Da quel momenti gli skin non danno più problemi.

Tutto questo avviene sotto agli sguardi impassibili del resto del gruppo, che per l’occasione è agghindato in una versione riveduta e corretta della tendenza glam. Mick Rock non si degna di fotografare nessuno eccetto Iggy, ma James Williamson ricorda che prima del concerto il gruppo intero ha fatto una puntata in un negozio che vende trucchi e scherzi, per comprare del make-up da clown. E infatti, l’unico scatto in cui si intravede Williamson (è sul retro di Raw Power) lo ritrae con il volto bianco come un fantasma, spalmato da uno strato di cerone.

The lost setlist

Il concerto è breve: dura tra i 30 e i 40 minuti, non di più. Sembra assodato quasi al 100% che a King’s Cross gli Stooges abbiano proposto una scaletta composta esclusivamente di materiale nuovissimo, mai suonato dal vivo prima e firmato Pop/Williamson. Il passato viene del tutto eradicato, eliminando ogni riferimento ai due dischi già usciti, l’omonimo Stooges e Funhouse. I pezzi del 15 luglio 1972, invece, sono il materiale su cui la band sta lavorando agli Olympic Studios di Londra (immortalato in parte nel primo cd del cofanetto di Easy Action Heavy Liquid, per i completisti).
In mancanza di un resoconto attendibile e completo, molti hanno ragionato sulla probabile composizione della scaletta e una delle ipotesi più accreditate vuole una tracklist che comprende (in ordine non definito) questi brani: “I’m Sick Of You”, “I Got A Right”, “Tight Pants”, “Gimme Some Skin”, “Scene Of The Crime”, “Penetration”, “I Need Somebody” – e, forse, una versione primordiale di “Search And Destroy”, che è uno dei primi componimenti di Iggy e Williamson, nato arrivando a Londra nel marzo del 1972.

Pezzi duri, veloci, taglienti. Punk e speed metal prima che questi due generi venissero anche solo pallidamente concepiti nel retrobottega della mente di qualche musicista incazzato. Tant’è che l’esibizione non va giù al management che, nel giro di pochi giorni, ascoltati i nastri dell’Olympic, intima al gruppo di buttare tutto, scrivere nuovi pezzi e riregistrarli. E’ roba troppo avanti per il 1972 e – comunque – priva di ogni appeal commerciale.

Bootleg? No grazie

Non esiste un solo secondo di registrazione audio del concerto degli Stooges del 15 luglio 1972. In quarant’anni non è mai emerso neppure un frammento; neanche un bootleg registrato dal classico spettatore intraprendente munito di registratorino a bobina.
Questo è uno dei crucci più pesanti per i fanatici degli Stooges e gli storici del rock: a fronte di una documentazione iconografica tutto sommato soddisfacente (le foto di Mick Rock di cui si è detto), manca la benché minima traccia audio. E non è difficile immaginare quanto questo pesi, visto che ascoltare gli Stooges in quel frangente è il sogno di molti appassionati della vecchia e della nuova guardia.
A peggiorare le cose contribuisce il fatto che, al contrario, circola una registrazione audio del concerto di Lou Reed tenuto la sera prima nello stesso luogo: uno scarto temporale di 24 ore fatale, che genera una lacuna ormai quasi incolmabile nella storia musicale del secolo scorso.

A più riprese hanno circolato voci e leggende relative – addirittura – a una ripresa video integrale della BBC (per The Old Grey Whistle Test), ma non è mai stato confermato nulla; né i nastri sono mai emersi dall’archivio dell’emittente britannica. E ciò è strano, vista l’attenzione della BBC nel recuperare e valorizzare le chicche dei propri archivi, soprattutto a livello musicale/culturale. Pertanto, molto probabilmente non esiste alcun video – anche se, a detta di qualche trader di vecchia data, negli anni Ottanta a un certo punto pare sia spuntata una lista in cui era elencato un generico live “Stooges – Scala”; purtroppo nessuno che l’abbia visto (o lo possieda) è stato rintracciato, al momento.

Quello che resta

…è la sensazione impalpabile, ma nettissima, di essere di fronte a un momento di quelli che generano leggende e alimentano il motore della storia. E forse – qui parla l’avvocato del diavolo, quello che sa quanto le aspettative siano facili a essere deluse – è un bene che nessuno abbia mai tirato fuori dal cilindro un bootleg di quella serata.
Dobbiamo accontentarci dei nastri registrati agli Olympic – che sono comunque una vera bomba.
Certo, se poi uno di voi conosce qualcuno che è in possesso anche solo di un minuto di registrazione (audio o video, tutto fa brodo)… qui c’è un pirla disposto a fare parecchie cose per averla. E chissà quanti come lui.

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La tua vita non vale un cazzo

Sick Dogs – Lavoro (Autoprodotto, 2010)

Vito ed io ci conosciamo e incrociamo da una vita (scusate il gioco di parole). Da fine anni Ottanta frequentavamo gli stessi centri sociali e bettole del Piemonte-Lombardia, suonavamo sugli stessi palchi, bevevamo le stesse porcherie e conoscevamo gli stessi disadattati. Poi la vita ci ha portato in posti diversi, io mi sono spostato molto, e ne avevo perso traccia.
Già all’epoca lui cantava nei Sick Dogs, che credo di avere visto live almeno una decina di volte (e abbiamo anche suonato assieme se la memoria non m’inganna): una specie di istituzione che – con mio sommo godimento – è viva e vegeta dopo più di 10 anni dall’ultima volta che ne avevo sentito parlare. In particolare hanno sfornato questo ep (disponibile in versione digitale, scaricabile gratis) intitolato Lavoro, che è un pugno allo stomaco. Puro punk rock working class, con quei riff sempreverdi che ti fanno ingriffare, con la voce biascicata stanca e sbronza, coi testi che a ogni frase ti fanno dire: “Cazzo sì, lo dico sempre”. Certo, poi il concept del disco aiuta, visto che parla impietosamente di insoddisfazione nella vita e sul lavoro, di ingiustizie e di orrore del quotidiano.

Se UK Subs, Stooges, Dead Boys, Ramones, Exploited ed Heartbreakers sono nomi che vi evocano un cocktail di vostro gradimento, per dio, fatevi un favore e scaricate Lavoro, in creative commons, su Jamendo: QUI.

E comunque bando alle cazzate. Il video dell’inno “La tua vita non vale un cazzo” parla più di tre pagine di recensione. Ascoltate, guardate e stra-godete.

Come non ristampare i Boohoos

Boohoos – Here Comes The Hoo 1986-87 (Spittle, 2008)

Attenzione. Questa recensione/segnalazione contiene una dose equina di veleno arbitrariamente somministrato e di insana parzialità.

Che la Spittle attuale (che non è esattamente la stessa di 20 anni orsono) mi stia un po’ sulle palle, l’ho già chiaramente detto. Sono un presuntuoso di merda, probabilmente, ma il fatto che non si siano mai degnati di rispondere alle mie mail, in passato, mi ha indispettito parecchio. Un “No grazie” di norma non si nega a nessuno, ma evidentemente c’è chi è troppo importante per concedere 12 secondi del suo tempo aureo a una webzine di merda. Molto bene. E’ così che va a finire che io la roba Spittle non la compro, oppure la prendo usata per principio. E’ una gran rottura, perché comunque fanno cose che mi interessano molto, però fino a ora il mio ridicolo boicottaggio da bimbo capriccioso (gnègnègnè… e che cazzo, lasciatemi regredire in pace ogni tanto) è andato in porto.

E’ così che dopo non molti mesi dall’uscita di questo cd antologico dei Boohoos, sono riuscito a procurarmelo per meno di cinque euro da un amico che l’aveva recuperato non si sa come e non era interessato a tenerlo. O gaudio, o tripudio… perché, per chi non lo sapesse, i Boohoos sono stati – alla stregua dei Not Moving – una delle realtà più pazzesche del rock underground italiano degli anni Ottanta.

Tutto ciò accadeva più di un anno fa; “e perché ce ne parli adesso?” vi starete chiedendo… beh, il motivo è che appena portato a casa, questo cd mi ha lasciato piuttosto perplesso: contiene, infatti il 12″ The Sun The snake and The Hoo e il LP Moonshiner, oltre a un inedito e a parte del demo. Quindi, ricapitolando, due dischi che possiedo da anni in caro, vecchio, glorioso vinile, una outtake (trascurabile) e – puttana eva – solo quattro dei sei pezzi del demo Bloody Mary. Tutti validi motivi per piazzarlo nella pila dei cd e rimandare l’ascolto approfondito a data da destinarsi.

A un anno abbondante di distanza mi viene voglia di toccare con mano il Rock; sì è proprio voglia di Boohoos.
La pigrizia invernale mi fa preferire il cd ai due vinili, ed è così che arriviamo a noi. E, ci arriviamo un po’ male, onestamente. Perché, posta l’intoccabilità e la grandezza della band (a scanso di equivoci: una miscela esplosiva di punk, garage, blues, Stooges, sound di Detroit, Dead Boys, Doors e Stones), questa ristampa è invece fatta con poco criterio e pochissima passione.
Volevano iniziare, i signori Spittle, con una botta di stupore e hanno piazzato come traccia d’apertura la outtake “Bloody Mary”, un pezzo medio che però, a caldo, non regge il confronto con gli altri (del resto se era stato scartato, ci sarà stato un motivo, no? E allora metterlo al principio non è una scelta eccezionale, mi permetto di dire).
Poi, già che abbiamo iniziato col botto, proseguiamo con l’album Moonshiner, che cronologicamente viene dopo The Sun The Snake and The Hoo, machissenefrega: “a noi piace fare le cose a ritroso, per cui beccatevi il gruppo così come era nel 1987 e fatevi la strada all’indietro”. Insomma, no. E’ una brutta idea. E poi c’è la mattanza operata sul demo, mutilato di due cover degli Stooges; magari c’erano dei diritti da pagare, magari era finito lo spazio, magari però allora era meglio lasciare perdere, perché io (e come me , immagino, tutti gli altri) in questo modo finirò per andarmelo a scaricare il demo, per sentirlo tutto. E poi Gesù piange quando i cattivi scaricano la musica da Internet, lo sapete, vero?

Veniamo poi al posterino con le liner notes. Bello, ben realizzato, però non capisco la necessità di riempirlo con quattro scritti in cui i soliti noti del panorama giornalistico italiano incensano (in maniera sacrosanta, peraltro) il gruppo. Ma una bella intervista ai Boohoos non era meglio, per dire? O qualcosa di scritto dalla band.  In fondo che erano grandi lo si sapeva già, non c’era bisogno che ce lo rispiegassero i pur bravi Frazzi, Sorge, Guglielmi e Dimauro.

Concludendo, questa pappardella si dirama come un serpente mitologico con due teste. Una è quella cattiva e velenosa, e dice “Fare le ristampe così è un crimine e un pessimo servizio agli acoltatori, che dovrebbero evitare accuratamente i lavori così approssimativi”. L’altra è più mite e le interessa solo la musica, per cui lei dice “Un grande gruppo, da sentire e risentire, senza badare troppo a cronologia, dettagli e fanatismi da appassionati hardcore”.

Boohoos, se ci siete battete un colpo e prendete in mano le redini della situazione: ripubblicate voi le vostre cose e fatelo con le palle e l’anima che la vostra musica ha da sempre.

PS: visto che io alla fine ho solo strepitato e sputacchiato, andate a leggervi un articolo veramente appassionato sui Boohoos, su La musica di Caio.

PPS: però che fatica i boicottaggi…

Natale, tempo di marchette…

Chiamatela marchetta, se volete. E infatti è vero. Però visto che le cose si fanno in piccolo, visto che è difficile far sapere che sono state fatte, visto che pochi leggono, visto che mancano gli inciuci giusti, visto un po’ quel che vi pare, vi beccate i consigli per gli acquisti anche qui. E che sarà mai… (altro…)

Popped and enchanted

The Stooges – Popped: The Fan Club Package (Easy Action, 2010)

Erano mesi e mesi che questo manufatto veniva pubblicizzato nel sito della Easy Action. Disponibile in prevendita già da maggio, la promessa era di una spedizione in agosto. Poi il diavolo ci ha messo la coda e il tutto è slittato. Confesso che, dopo tanto tempo (la mia prenotazione era stata fatta verso fine giugno), avevo quasi rimosso l’entusiasmo che avevo provato leggendo di cosa si sarebbe trattato e mi restava solo la maledetta sensazione di essere stato fregato.

Poi, una sera di novembre, rientrando dallo sgobbo col morale spalmato di merda e la stanchezza di un carrettiere mutilato, ho trovato il pacchetto ad aspettarmi. E nemmeno mi interessava più di tanto… ormai il cinismo e il trituramento dell’anima avevano preso il sopravvento. Aprendolo ho anche pensato che fosse un oggetto barocco e mi sono maledetto per averlo ordinato… una maglietta con Iggy in posa plastica, sette repliche di foto polaroid, un mini-manifesto di concerto,  sei fanzine-newsletter d’epoca del fan club e finalmente un cd con booklet.
Già mi sono maledetto; pensate un po’ a come ci si può ridurre alle volte. Per fortuna ho lasciato il tutto a decantare per alcuni giorni e poi, con calma, ho ripreso in mano la scatola di palstica che contiene tutto questo ben di dio.

E allora ricominciamo da capo. Questo box, per quanto un po’ sborone ed esagerato nella pletora di gadget e memorabilia di cui è ripieno, è un bel tassello per la collezione di tutti gli Stoogesofili. E il motivo principale è il cd, che consiste nel contenuto di una cassetta donata quasi 40 anni fa da Ron Asheton a Natalie “Stoogeling” Shclossman – che era una fan accanita e si occupava di assemblare la newsletter Popped, di cui il box raccoglie i sei numeri usciti.
I pezzi del nastro  sono 10 e risalgono tutti al 1970 – annata gloriosa ma anche caotica per la band, che entra nel turbine dei cambi di formazione che porterà all’ingresso di James williamson e agli eventi che tutti conosciamo (o dovremmo conoscere…).

Il cd si apre con due versioni killer di “Dirt” e “1970”, registrate in un non ben identificata data a New York New York. Inizialmente si mormorava potessero essere due schegge della famosa esibizione all’Ungano’s, ma non è così, visto che la formazione è chiaramente a una sola chitarra, mentre all’Ungano’s già era entrato Billy Cheatham  a dar manforte a Ron alle sei corde. Ad ogni modo, due pezzi memorabili in una versione live rovente e affilata.

Arriva, poi, una raffica di cinque brani dell’esibizione tenuta a Chicago il 18 luglio 1970: “Loose”, “Down on the Street”, “1970”, “(The Shadow of Your Smile ) – Fun House” e “L.A Blues”. La qualità audio è inferiore (vi ricordo che si tratta di registrazioni tutte effettuate dal pubblico, quindi con un mangiacassette), ma la band è in forma smagliante e – nonostante qualche parte gracchiante e la voce un po’ bassa – la botta arriva. Per non parlare del delirio di sax e improvvisazione nel trittico finale.

L’ascolto prosegue e si fa un salto temporale di pochi giorni, per giungere all’8 agosto 1970: il Goose Lake Pop Festival, un appuntamento cruciale per la band (che perde il bassista Dave Alexander). Mi permetto di recuperare un paragrafo del mio (al 50%, visto che è scritto con il buon Gabriele Lunati) Iggy Pop, cuore di napalm per inquadrarvi il momento:

Il 20 luglio 1970 la Elektra mette in commercio l’antipasto con cui stuzzicare l’appetito per l’album: si tratta del 45 giri “Down On The Street/I Feel Alright (1970)” . È forse l’ultimo disco Elektra a portare il logo stilizzato con la grande lettera E: il 25 luglio, con una campagna nazionale sui maggiori periodici musicali, l’etichetta annuncia che ha intenzione di rinnovare il proprio look. Il logo si fa più colorato ed elaborato, e incorpora una farfalla .
Da lì a pochi giorni gli Stooges suonano al Goose Lake Pop Festival. L’iguana è particolarmente su di giri: durante il concerto incita il pubblico alla rivolta e aggredisce un membro dei Mountain, colpevole di suonare nella band che si esibisce dopo gli Stooges (che vogliono più tempo per continuare il loro set). Dave Alexander, dal canto suo, si presenta sul palco troppo ubriaco per suonare; è anche fatto di erba e tranquillanti, si blocca e non riesce a combinare nulla, in preda a una specie di amnesia totale. Non è il primo episodio increscioso di cui si rende protagonista e pochi giorni prima ha rischiato di ustionarsi (tentava di emulare Hendrix con una lattina di benzina per accendini con cui voleva creare un effetto pirotecnico per stupire il pubblico); Iggy al termine dell’esibizione è furioso e lo caccia.
Iggy: “Mi piace licenziare la gente. Oh è la più bella sensazione al mondo… sei licenziato! Vaffanculo! Non lavori per conto tuo! Lavori per me, succhiacazzi!”.
Ron: “A Iggy non piaceva l’attitudine di Dave, la sua indifferenza, o qualsiasi cosa fosse. Aveva abbandonato la Fun House ed era sempre in ritardo per le prove. […] Dave si ubriacò di brutto, fumò qualcosa e praticamente si gelò sul palco, dimenticandosi tutte le canzoni. Dopo il concerto Iggy gli disse: «Hey, sei licenziato. Non vogliamo più suonare con te»”. Ron non è d’accordo con questa decisione radicale, ma Dave se ne va e non si fa più vedere.
Scott Asheton: “Credo che Dave volesse tornare a casa dei genitori – era comunque lì che passava la maggior parte del suo tempo. Aveva tutto ciò che desiderava, a casa dei suoi: i suoi libri, il suo stereo, la sua tv. Si sentiva accudito laggiù, e credo che a lui andasse bene così”

Il cd riporta solo “1970” di questo concerto: una versione tirata e nervosa, in cui il basso sembra non esserci e Iggy duella con la chitarra di Ron. Registrazione molto low-fi, ma ha il suo perché.

Gli ultimi due brani del dischetto sono “Tv Eye” e “1970”, estrapolati dalla data del 13 giugno 1970 a Cincinnati, ossia il famoso concerto del barattolo di burro d’arachidi. Riprendo ancora Iggy Pop, cuore di napalm:

I ragazzi sotto al palco sono quieti: nessuno balla, qualcuno ha una macchina fotografica in mano e tutti seguono divertiti o leggermente preoccupati gli spostamenti del cantante. Quando Iggy si butta tra loro lo accolgono sommergendolo, per poi rialzarlo immediatamente: ci sono sorrisi e sghignazzate per quello strano tizio. Durante “TV Eye” l’iguana si scaraventa in mezzo al pubblico col microfono stretto in mano e si sente chiaramente la voce di una ragazza che gli grida “Stai bene?”. Proprio dopo il break pubblicitario giunge uno di quei momenti mistici, pura iconografia rock: l’iguana si getta dal palco, per un istante sembra che stia per cadere a terra tra le gambe del pubblico, ma come un tuffatore riemerge e si ritrova in piedi, sorretto da mani e spalle di decine di ragazzi. Una specie di camminata miracolosa, che Iggy si gode improvvisando pose plastiche – immortalate in scatti che hanno fatto il giro del mondo.
È una consacrazione, un attimo cristologico in cui Jimmy Osterberg di Ann Arbor si trasforma in colui che è in grado di camminare su un mare di persone .
Ma, come l’intrinseca natura degli Stooges impone, il momento sacrale deve essere in qualche modo profanato e una mano provvidenziale  emerge dalla marea umana, porgendo un barattolone di burro d’arachidi. L’iguana, senza riflettere un istante, affonda le dita nella poltiglia beige: inizia a spalmarsela sul torace e a lanciarne manciate sul pubblico, mentre è ancora in equilibrio sulle teste dei ragazzi che lo sorreggono

[…]

Iggy Pop: “Ho sempre creduto che nel rock’n’roll qualcosa debba accadere. Mi piace questa parola – accadere. E se non succedeva nulla, io lo facevo succedere. Ho sempre cercato di non ripetermi. Dicono che fu Stiv Bators a passarmi il burro d’arachidi: «È un tipo strano, diamogli il burro d’arachidi». Non era previsto. Però la gente ha iniziato, poi, a portarselo ai concerti e io dicevo «No, non giocherò con quel cazzo di burro d’arachidi». A volte ho fatto cose con risvolti patetici, ma non sono mai stato un pianificatore” .
Quando ritorna sul palco, Iggy è imbrattato ed esaltato: una specie di divinità pagana reduce da una battaglia. Il bagno di folla e lo stage diving divengono, da questo momento, una costante. Iggy Pop: “La musica mi porta a un climax di follia. Non sento più il dolore, non mi accorgo di cosa accade intorno a me e quando mi tuffo in un mare di persone sono guidato dal feeling della musica, dalle vibrazioni” . “Dopo il concerto ero fatto di acido. Era un fatto normale per i musicisti all’epoca. […] Ci diedero una carta e ci dissero: «Firmate qua, non penso che useremo il vostro pezzo, ma, a scanso di equivoci firmate». E andammo in onda in una rete nazionale”

I due pezzi non sono decisamente una sorpresa, in quanto erano stati già pubblicato in “Live 1971 & Early Live Rarities” e su YouTube circola da tempo la registrazione video. Anzi, in realtà sono quasi superflui, visto che sono troncati dalla pausa pubblicitaria criminalmente inserita dall’emittente che immortalò l’evento.

Così, cari maniaci degli Stooges d’annata (era Fun House per la precisione), ecco un altro disco da cercare e comprare… c’è poco da dissertare. Magari fatevelo insieme al live at Ungano’s, appena pubblicato da Rhino. Sai che regalone totale di natale?
E poi sappiate che oltre alla Popped edition (limitata, costosa e con tutti i gadget) ne esiste una sobria, con il solo cd e a prezzo molto abbordabile: si chiama A Thousand Lights e dovreste farci un pensierino, se non vi va di gettarvi nell’acquistone barocco.

Jimmy Recca, I was a teenage Stooge

Ken Shimamoto – Jimmy Recca Story, 1971 (Easy Action, 2010, 18 pag.)

E’ incredibile scoprire come anche le storie che si credono sviscerate, raccontate in lungo e in largo, non siano nient’altro che espressione di un punto di vista soggettivo e – a volte – manipolatorio. Prendete gli Stooges: sono usciti un discreto numero di libri sulla loro storia e su Iggy Pop (ne ho scritto persino uno io, con Gabriele Lunati, per dire) e ormai tutti o quasi eravamo convinti di aver letto l’intero scibile sulla band. Errore.

Già, perché in presenza di entità come gli Stooges – nonostante il bel lavoro fatto da Paul Trynka con le sue “interviste impossibili” – sembrano moltiplicarsi persone e personaggi in grado di offrire punti di vista alternativi, ma anche storie inedite, aneddoti e rivelazioni. E’ proprio questo il caso di Jimmy Recca – bassista della band nel 1971, nel periodo glorioso in cui alle chitarre regnavano incontrastati Ron Asheton e James Williamson insieme (documentato nel quadruplo cd You Don’t Want My Name, You Want My Action). Recca, che in molti davano per disperso, è stato scovato poco prima dell’estate e intervistato da quell’eroe del rock’n’roll che risponde al nome di Ken Shimamoto (dovreste leggere ogni cosa che ha scritto, in particolare le sue interviste – le trovate facilmente in Rete; The Stash Dauber è il suo blog). Poi è entrata in gioco la Easy Action che si è incaricata di stampare un booklet formato copertina di cd per fissare su carta tutte le rivelazioni di Recca. Et voilà.

Questo libretto – che viene venduto al solo costo della spedizione – è un indispensabile compendio al quadruplo cd di cui si è detto sopra, ma anche uno scrigno che contiene piccole perle mai rivelate prima. Ad esempio, se vi intrigasse l’idea di sapere come si svolse la famosa telefonata internazionale con cui Iggy invitò a Londra i fratelli Asheton dopo averli estromessi dalla band pochi mesi prima… beh, sappiate che Jimmy Recca c’era e addirittura ha ascoltato il dialogo in diretta.

Non c’è molto altro da aggiungere: investite questa cifra ridicola in spese postali (probabilmente ve la caverete con un euro o due). Altrimenti, se siete in vena di spese e lussuria a briglia sciolta, sappiate che il booklet viene inviato in omaggio a chi compra il nuovo cofanetto degli Stooges ultra limitato, intitolato Popped. Ma di questo parleremo a breve.

Union Carbide Productions story (parte 4)

E’ stato molto difficile avere a che fare con gli atteggiamenti di Steve Albini – uno che crede di essere l’Einstein del punk rock, una cosa che io trovo estremamente patetica
(Ebbot)

Nella terza parte della storia degli Union Carbide Productions abbiamo rivissuto la gestazione e la pubblicazione del terzo album, From Influence To Ignorance – uscito nell’aprile del 1991. Quasi in concomitanza con la pubblicazione del disco, però, la Radium 226.05 (l’etichetta che fin dall’inizio ha patrocinato gli UCP), in pratica si trova sull’orlo del fallimento e viene salvata – tramite acquisizione – dalla MNW, una label svedese piuttosto ben posizionata sul mercato.

Questo cambiamento, almeno sulla carta, dovrebbe essere positivo per il gruppo: la nuova etichetta è più solida, il successo dei Nirvana ha portato in classifica una tipologia di rock che non è poi troppo distante da ciò che gli UCP propongono, la band ha un certo seguito… si respira il profumo del “salto di qualità”.

Ultimatum

In realtà le cose sono molto meno semplici. La MNW non riesce a comprendere esattamente come gestire gli UCP, ereditati dalla Radium 226.05; i dirigenti capiscono che il gruppo ha un proprio mercato, sono impressionati da alcuni nuovi demo, ma dubitano fortemente sulle potenzialità commerciali. Per cui viene decisa una mossa di rottura: viene commissionato un nuovo album alla band, con la clausola che dal successo o meno di questo prodotto dipenderà il futuro del contratto che lega le due parti.
Ian Person: “Volevano che facessimo un disco da classifica, volevano i Nirvana svedesi o storie del genere. Volevano che sfornassimo un album grezzo e semplice, come le primissime cose degli UCP – ma non facevamo più quella roba e ormai eravamo più boogie che mai!”.

Per questo nuovo capitolo discografico la MNW raccoglie il suggerimento del proprio distributore statunitense (la Cargo), che vedrebbe bene gli UCP nelle mani di Steve Albini. La label accetta di mandare il gruppo intero a Chicago, per registrare, semplicemente perché è trapelata la voce che Albini potrebbe occuparsi del prossimo disco dei Nirvana: è un nome, quindi, spendibile a livello di marketing.
La scelta viene accolta con scetticismo dai membri della band, ma un’avventura negli States non si rifiuta mai.
Patrick Caganis: “In quel momento il nostro sound era molto rock’n’roll. Voglio dire, cose molto alla Stones e Faces. […] Misero in piedi questa fuffa con Albini, ed è molto strano, perché penso che lui non abbia nulla a che vedere col blues rock’n’roll. All’epoca non lo conoscevo quasi, avevo solo sentito i Big Black e non facevano proprio musica per me”.
Henrik Rylander: “Accettammo solo perché ci mandavano a Chicago. Fu l’unico motivo”.

Alla corte di re Albini

I sei musicisti (nel frattempo si è aggiunto Anders Karlsson alle tastiere) che si imbarcano sull’aereo per Chicago nel luglio del 1992 sono decisamente ai ferri corti tra loro. Le dinamiche interne, infatti, non sono affatto migliorate rispetto all’anno passato; addirittura, visto che Patrick è sempre più perso nel suo mondo, balena l’idea di sostituirlo con l’ex chitarrista Bjorn – che però declina l’invito.
Ebbot: “A insaputa di Patrick, domandammo a Bjorn se voleva venire con noi. Eravamo convinti che Patrick avrebbe mollato tutto… era completamente fuori. […] Vivevamo una situazione durissima: c’eravamo io e Ian da una parte, dall’altra Henrik, Jan e Anders, e in mezzo c’era Patrick. E non parlavamo quasi tra di noi”.
Patrick, secondo il copione che va in scena invariato dall’anno precedente, è ancora vittima di problemi personali piuttosto invalidanti, legati a una relazione disfunzionale con una ragazza.

All’arrivo a Chicago, comunque, i ragazzi sono entusiasti; una sensazione destinata a smorzarsi quasi subito.
Jan: “Dopo un paio di giorni che ci prendemmo per sistemarci, iniziammo a domandarci quando avremmo iniziato a incidere. Ma una telefonata allo studio ci rivelò che non era stata fatta nessuna prenotazione. Chiamammo la Cargo e ci spiegarono che saremmo stati solo un paio di giorni in studio, per poi spostarci a casa di Albini. Il problema era che lui non poteva iniziare a lavorare perché era nel mezzo dei festeggiamenti per il suo trentesimo compleanno: stava giocando a biliardo da giorni senza fermarsi, e non voleva essere disturbato”.

Quando finalmente Albini finisce di giocare e fare baldoria, si presenta alla band con un’idea decisamente diversa da quello che tutti si aspettavano, come racconta Ian: “Ci disse: ‘Dai, andate lì dentro e registrate, facciamo tutto in due giorni’. Noi ce ne stavamo lì a bocca aperta come dei pecoroni e ci chiedevamo: ‘Ma cosa dice?’. Noi volevamo fare un sacco di sovraincisioni, prenderci il nostro tempo in studio. […] Ma Albini non ne voleva sapere e diceva: ‘Ho un altro gruppo da registrare, dobbiamo sbrigarci'”.
Jan: “Albini ci disse, con grande orgoglio, che di solito registrava i gruppi in presa diretta al mattino e poi nel pomeriggio mixava tutto. Le nostre session furono una via di mezzo. Lui era abituato a incidere band di tre elementi, che facevano musica semplice. Gli UCP erano cinque musicisti e un cantante, ognuno con le proprie parti distinte da suonare all’unisono e per tutto il tempo, per cui solo nei pezzi molto minimali come ‘Turn Off The Blues’ l’approccio del tutto-in-una-volta funzionava”.

Le session sfiorano il disastro; addirittura  pare che una barista di Chicago amica della band, dopo avere sentito un nastro coi nuovi pezzi, abbia detto: “Cosa diavolo avete fatto per quattro settimane? E’ uno schifo! Suona malissimo!”.
Patrick: “Mi ricordo che sull’aereo, ritornando a casa, ci mettemmo tutti ad ascoltare il mixaggio finale di Swing e nessuno si eccitava, nessuno diceva ‘Hey è bello!’. Ce ne stavamo tutti seduti persi nei nostri affari. Io a un certo punto misi una cassetta degli Upside Down Cross che mi aveva dato Albini; era quasi black metal, ma andava bene perché non volevo ascoltare il nostro schifo di album”.

Swinging Gothenburg

E’ così che gli UCP decidono di ritoccare il lavoro per conto loro – soprattutto il mixaggio – in Svezia (la versione originale scaturita dalle session di Chicago si può sentire nel bootleg ufficiale The Albini Swing del 1994). Il risultato è Swing, fatto uscire di fretta e furia dall’etichetta nel dicembre 1992, con una copertina che definire indegna è un complimento.
Ebbot: “Ormai non mi importava più niente. E il colpo di grazia me lo diede quella copertina, che fecero senza dirci nulla. La vedemmo nei negozi e l’unica cosa che riuscimmo a pensare fu che era la peggior copertina di tutti i tempi, nessuno ne aveva mai fatta una così brutta”.

Swing è un buon album, giudicato col senno di poi. Solido, ma non eccezionale: è ricco di mestiere, davvero rock’n’roll, ma decisamente troppo standard. E anche i sogni della MNW di sfondare nel nuovissimo mercato alternative rock si schiantano contro l’ostacolo di un disco medio, senza picchi, come se si trattasse di una fotocopia di terza generazione di ciò che la band era stata. C’è la pseudo-ballatona di turno (“Mr Untitled”, pochi gradini sotto a “Golden Age” del disco precedente, per intensità), un tour de force stoogesiano (“High Speed Energy”) lievemente imbolsito ma sempre potente, l’expolit psichedelico di “Chameleon Ride”… e poi una mezza dozzina di pezzi di puro hard-punk-boogie di cui anche Keith Richards potrebbe andare fiero, se solo gli interessasse sapere cosa è l’underground.

Ad aprile del 1993 gli UCP si imbarcano in un tour promozionale di circa sei settimane, il “Get In The Swing Tour”. Partono in cinque (il tastierista è già fuori dai giochi) e l’atmosfera e di smobilitazione, come ricorda Ebbot: “Credo che ormai ci fossimo tutti chiusi in noi stessi, era impossibile comunicare. Avevamo suonato assieme per troppi anni, credo che fossimo arrivati al settimo”.
Come se non bastasse le condizioni logistiche non sono particolarmente migliorate; Patrick: “Per questa volta affittammo un’auto, una di quelle piuttosto piccole, e avevamo un carrello attaccato dietro per tenerci dentro l’attrezzatura. Questo tour fu davvero in puro stile Spinal Tap. Girammo circa per un paio di mesi e molti concerti vennero cancellati all’ultimo istante, come quelli in Spagna. In Italia ne rimase uno solo. Restammo per diversi giorni senza nulla da fare, solo a cazzeggiare con un pallone” .

Cronaca di una fine annunciata

Al termine del tour gli Union Carbide Productions si sfaldano: il gruppo formalmente esiste ancora, ma nessuno dei membri ha voglia di continuare. Ian si chiama fuori dalla faccenda disertando un concerto a un importante festival finlandese (“Dissi solamente: non vengo. Potevo usare come scusa le mie orecchie, perché avevo un versamento di sangue e non potevo volare con le orecchie in quelle condizioni”), che diventa l’atto decisivo nella storia della band. Il destino degli UCP è segnato e tutti sono d’accordo nel decretare la fine dell’avventura.

Henrik: “Decidemmo solo di fare un ultimo tour estivo per andare a pari coi debiti. Dovevamo dei soldi all’agenzia di booking e alla casa discografica e volevamo chiudere la faccenda. Però Patrick decise di non venire in tour, così chiamammo Bjorn, che rientrò nella band”.
Patrick: “Non mi andava, sentivo che se fossi salito sul palco a dire addio probabilmente mi sarei messo a piangere o qualcosa del genere. E comunque se tutta la faccenda era per salutarci tra noi, direi che l’avevamo già fatto, quindi non ho partecipato”.
Ian: “Credo che si sia trattato di 10 o 15 concerti  in Svezia, e poi a Oslo e Copenhagen. […] Facemmo pezzi di tutti e quattro i dischi, le canzoni che ci piacevano di più”.

Il concerto di addio si tiene a Gothenburg il 4 dicembre 1993 (il giorno della morte di Frank Zappa, per una bizzarra coincidenza) ; prima che gli UCP salgano sul palco diversi gruppi si avvicendano per suonare cover della band.
Il set dei protagonsiti della serata è diviso in due parti: si inizia con una frazione unplugged, per poi procedere con il più classico macello elettrico. La serata, in termini di accoglienza, è un grande successo, ma la percezione che i membri del gruppo hanno è di sollievo – come se fosse terminata un’esperienza ormai dolorosa e pesante.
Ian: “Non eravamo più un gruppo e l’energia non c’era più. Fu una festa divertente, più che altro. Ho riscoltato di recente la registrazione della serata… ok, non è male, ma non c’è nessuna magia. Eravamo troppo vecchi per quella roba, ormai”.
Jan: “Quell’ultimo concerto fu un successo strepitoso, un bellissimo evento. Dopo mi trovai ad avere sentimenti contrastanti in proposito, perché il gruppo lasciava un grande vuoto nella mia vita […]. Ma nel contempo ero un po’ stanco della vita superficiale che facevamo”.
Henrik: “Fu una liberazione. Dopo che decidemmo di smettere, iniziai a sentirmi davvero bene, perché era esattamente quello che volevo fare da parecchio tempo”.
Ebbot: “Ero sollevato. Per festeggiare me ne andai in Marocco dove rimasi per un po’. Fu una bella esperienza”.

E’ la fine, ma non cala il silenzio – visto che praticamente tutti gli ex UCP continuano a suonare (chi in progetti già iniziati durante la vita della band, chi in nuove formazioni o da solo).

Reunion blitz

Dieci anni dopo, in occasione dell’Oya Festival di Oslo, gli UCP si riformano per una data. Un sabba estemporaneo in cui si ritrovano, appesantiti (Ebbot è veramente una montagna di carne irriconoscibile) ma pacificati, per inscenare un ultimo concerto all’insegna dei vecchi tempi. L’intero live è disponibile su YouTube (QUI) e mostra una band maturata, ma troppo pulita e professionale… i tempi degli eccessi sono finiti da un bel po’ e a parte i ricordi non resta molto altro a rinverdirli.
Da quel momento, per qualche tempo, si rincorrono voci di un possibile box set antologico con inediti e rarità, ma tutto si conclude in un nulla di fatto. E così i dischi degli UCP rimangono una curiosità non troppo facile da reperire – almeno fino a pochi mesi orsono, qando sono stati ristampati su cd e a prezzo abbordabile.

Non staremo a parlare dei Soundtrack Of Our Lives e di tutta la miriade di progetti (solisti e non) post scioglimento… queste sono altre storie e ci sarà tempo anche per loro. Per quanto riguarda gli UCP, l’unica chiusura degna è una frase di Bjorn, che dice: “Gli Union Carbide Productions sono stati un’estensione delle nostre personalità e attraverso la musica creavamo un nostro mondo. Una specie di party perpetuo, ma anche una gigantesca recita teatrale. A volte le cose sfuggivano di mano, ma alla fine tutti avevamo una sola priorità ed era la musica. Quando suonavamo assieme tutte le stronzate venivano messe da parte e sentivamo solo la libertà”.

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