Motor City is burning

mc5picAltro riciclaggio di articolone che scrissi per un nota o quasi testata italica, che non è mai stato pubblicato, né pagato ovviamente. Dopo un paio d’anni mi sento di poterne fare uso a discrezione, non esistendo vincoli di sorta.

Questa è l’ennesima vicenda di perdenti del rock. Gente che ha influenzato generazioni a venire, ha segnato l’immaginario popolare e il corso della storia, ma in pratica non ne ha tratto alcun beneficio, a parte un tardivo riconoscimento. Stiamo parlando dei Motor City 5, alias MC5, forse la più devastante formazione di rock’n’roll, hard rock, proto-metal e proto-punk mai partorita dalle viscere metalliche del Michigan. Tre dischi epocali tra il 1969 e il 1971, poi un vortice di droga, arresti, progetti che naufragano e decessi, fino a scomparire in una coltre d’anonimato, diradatasi solo con la tardiva reunion del 2004… signori e signore, ecco la storia di Wayne Kramer, Dennis Thompson, Fred “Sonic” Smith, Rob Tyner e Michael Davis (altro…)

Annunci

Street walking cheetahs under the Duomo

nerodoggsNero And The Doggs – Death Blues (White Zoo/VoloLibero/Rocket Man, 2013)

Da qualche anno a questa parte l’appuntamento con un nuovo album dei Doggs è immancabile e preciso. Ne sfornano regolarmente, costanti, testardi, bastardi e imperterriti – nonostante le classiche difficoltà che tutti conosciamo.

Questo nuovo Death Blues segna anche un cambiamento della ragione sociale della premiata ditta Doggs, che diventano Nero And The Doggs – impossibile non cogliere il parallelismo con la metamorfosi Stooges/Iggy And The Stooges avvenuta tra Fun House e Raw Power (altro…)

Riviera bloody Riviera

hajiHaji – Giant (autoprodotto, 2013)

Chi non muore si rivede, si diceva – un po’ cafonescamente. Beh, gli Haji per fortuna godono di buona salute ed è un piacere ospitarli nuovamente qui.

I tre di Ventimiglia, alla faccia del Festival appena chiuso e svoltosi a pochi chilometri da loro, infatti hanno sfornato un nuovo cd-ep autoprodotto con quattro brani che – se vogliamo – rappresentano un po’ l’antitesi estrema del festivàl della canzone itagggliana con Toto Cutugno, Fabio Fazio, la Littizzetto e la sfilata di bolliti anziani e meno anziani (sotto i 60 anni sono tutti giovani o esordienti lì, si sa) (altro…)

Doggy style

The Doggs – Red Sessions (autoprodotto, 2012)

A costo di tuffarmi a capofitto nella sbruffoneria da aspirante giornalista di provincia, dopo aver ascoltato quattro volte di fila la nuova uscita dei Doggs mi ronza in mente la fatidica frase: questo è di sicuro uno dei dischi italiani dell’anno (con quello dei Movie Star Junkies, recensito da don Prinzio, siamo già a due… ed è solo marzo). Certo, verso dicembre non lo troverete nelle classifiche di Rolling Stone e compagnia bella – questo è poco ma sicuro – quindi dovreste fidarvi di chi, come me e altri, da tempo vi dice (magari in trafiletti seminascosti o webzine con tanti visitatori quanti una sauna in pieno Sahara) che questo trio meneghino merita davvero.

Se con Black Love (l’ ep dello scorso anno) la band evocava fantasmi velvettiani, in Red Sessions i Doggs si riavvicinano al nucleo radioattivo dello Stooges sound di Fun House, con disinvoltura, rigore filologico e quella precisione sonora/iconografica che deriva dalla passione bruciante per i fratelli Asheton, l’Iguana, Williamson e Alexander. Curiosamente la Fun House dei Doggs, però, è solo lievemente macchiata da incursioni di sax (che nel primo ep, ad esempio, era molto più presente)… eppure i conti tornano lo stesso. E anche alla grande, con un pugno di brani di puro rock/protopunk decadente, cupo, arrogante, ossessivo, tossico e primordiale.

La sostanza della band quindi è immutata e resta ottima; a colpirmi particolarmente, questa volta, è l’aspetto della produzione: il disco “suona” davvero bene… caldo, crudo e vintage, coerente con l’estetica dei Doggs, nonostante sia stato inciso con mezzi digitali.

Tuffatevi nel Detroit sound del 1969 e non pensate più a nient’altro.

I’m Loose

Loose – Dodge This! (autoprodotto, 2011)

Se qualcuno mi chiedesse qual è il gruppo italiano che incarna più totalmente lo spirito del rock’n’roll perdente – quello che puzza di piscio-vicoli-benzina-sangue-coagulato, quello che sembra nato nelle vie più infami di Detroit e di Sydney, quello figlio dei paria come i fratelli Asheton, Fred Sonic Smith, Wayne Kramer e Rob Younger – beh, la mia risposta sarebbe senza esitazione: Loose.
Loro sono in giro da un bel po’ di anni, sempre pronti a sbattere la testa contro al muro, a pubblicare dischi pazzeschi a cui – inspiegabilmente – sembra non fottere un cazzo a nessuno (certo magari per voi è più figo… Guitar Wolf? Oppure l’ennesimo gruppo pseudo-garage di ragazzuoli danarosi nordeuropei? O ancora qualche sessantenne che viene a farsi le vacanze in Italia con reunion da geriatrico? Miserabili… avete la merda nel cervello, ve lo devo dire).
La loro ultima fatica è intitolata Dodge This!, ed è un vero pugno in faccia, un disco di rock’n’roll/punk australiano al 100%, se non fosse che arriva dalle Marche e i nomi di chi suona sono italianissimi. Un album senza compromessi, fedele allo spirito che tanti amano, ma pochissimi hanno saputo – negli ultimi 30-40 anni – interpretare e trasmettere… se non resistete a gente come MC5, Radio Birdman, New Christs, Visitors, Stooges, New Order, Sonic’s Rendez-Vouz Band e magari anche Gang War, non potete rimanere indifferenti a Dodge This! – ma anche al resto della produzione dei Loose che, sia chiaro, non hanno mai cambiato genere e da una quindicina d’anni combattono sul campo, con il loro rock.
In pratica, avete due opzioni. continuare a far finta di nulla e crogiolarvi nell’ignoranza e nel guano, oppure riconoscere la grandezza di questo gruppo, magari comprando questo e gli altri dischi usciti.
Detto ciò, i Loose meritano senza dubbio uno spazio in cui esprimersi e raccontarsi, ed è così che li abbiamo intervistati via email. Il risultato di questa pseudochiacchierata potete leggerlo qui di seguito.
Attenti e silenzio. E, se siete in zona Milano e città a tiro, venite a vederli il 9 dicembre al Lo-Fi.

Chiedere a una band di parlare dell’ultimo disco è sempre il modo più stupido e banale per iniziare un’intervista. Eppure nel caso di Dodge This! mi sembra quasi obbligatorio, perché è un disco travagliato, che ha rischiato di non vedere la luce… raccontateci le vicissitudini che ha avuto e – se ve la sentite – spiegateci perché un disco così valido non ha trovato una misera label disposta a farlo uscire (se pensiamo a tutta l’immondizia che viene pubblicata, vien quasi da incazzarsi a morte)…
Max
: Dodge This! è il disco della rivincita! (ridendo) Della serie: Loose II – La vendetta! Sottotitolo: A volte ritornano! Trama: Dopo avere rischiato l’estinzione, la bestia con un ultimo colpo di coda si riprende quello che le spetta! Bello eh? In realtà tutto questo è solo nella nostra testa e siamo ben consapevoli che lo spazio che spetta ai Loose nella storia del r’n’r è “molto circoscritto” (eufemismo) e che non sarà certo Dodge This! a cambiare questo destino. Intendiamoci: Dodge This! è, a nostro avviso, un cazzo di gran lavoro! Probabilmente il nostro miglior prodotto. Ma la storia del r’n’r la fanno band del calibro di Stooges, MC5, Radio Birdman, New Christs… comunque, un obiettivo ambizioso lo abbiamo anche noi: conquistare e conservare uno spazio nel cuore degli appassionati di r’n’r che dovessero , per caso o per intenzione, avvicinarsi alla nostra musica. Il lavoro a Dodge This! è durato tre anni. L’ultimo nostro disco, Rock The Fuck On!, era stato realizzato in una settimana. Eh sì, non ci piacciono le mezze misure. Tre anni nel nostro home studio/sala prove, affinché tutto nel disco fosse come era nella nostra mente, o lasciando che il brano si sviluppasse in corso d’opera, aggiungendo o sottraendo materiale a seconda dei casi. Tutto ciò con i limiti che l’home recording impone, naturalmente. Per il missaggio abbiamo saggiamente optato per la professionalità e l’esperienza di Davide Lenci al Red House studio, mentre per il mastering abbiamo voluto affidarci a qualcuno che conoscesse da vicino la materia da trattare, così abbiamo chiesto ad Ernie-O Mastering di Melbourne se voleva prendersene cura. A disco pronto, entusiasti del buon risultato, abbiamo cominciato a selezionare delle label che pensavamo potessero essere interessate a pubblicare il disco. Vista la precedente esperienza con Rock The Fuck On!, quando avevamo spedito cd in lungo e largo per tutto il globo senza ottenere risultati, abbiamo pensato di cambiare strategia. Poche label, ma giuste. Beh, purtroppo, per un motivo o per l’altro, nessuna di queste ha ritenuto opportuno investire nel gruppo, alcune fornendo gentilmente legittima motivazione, altre ignorando completamente la nostra proposta – cosa che, devo dire, trovo molto scortese…. se io invio un cd a qualcuno, specialmente previo accordo, è naturale che io mi aspetti una risposta, anche se negativa. E’ una questione di rispetto, perlomeno così la vedo io. Il problema, in questi casi, è che i continui rifiuti vanno a incidere sulla autostima del gruppo, fino a poter anche causarne lo scioglimento, che è un pò quello che è successo a noi con Rock The Fuck On!; il disco lo abbiamo pubblicato lo stesso, ma il gruppo è andato poco oltre. Anche stavolta, devo ammettere, il dubbio sul senso di voler a tutti i costi proseguire su una strada che sembra ormai dismessa da tutti, si è presentato puntuale all’appuntamento e come un avvoltoio ha volteggiato sulle nostre teste. Anche alcuni giornalisti storicamente “vicini” al gruppo, all’ascolto di un anteprima del disco, avevano “dimenticato” di offrirci la loro, per noi preziosa, opinione, lasciando, di fatto, intuire che la stessa fosse tutt’altro che positiva. In ogni caso, il gruppo adesso c’è! Alcuni riscontri positivi cominciano ad arrivare, e dalla stampa e da chi ha, non senza un po’ di scetticismo, già acquistato il disco. Il 9 dicembre prossimo ci sarà il release party dell’album al Lo-Fi di Milano (che vorrei qui ringraziare pubblicamente), il 10 saremo al Plettro di Belluno – e un altro paio di date dalle nostre parti sono già state programmate Insomma, ci sono segnali di ripresa e di allontanamento dal rischio default.

Leggendo la vostra bio è chiaro che i Loose hanno sempre dovuto lottare a pugni, schiaffi e mazzate per sopravvivere. E a un certo punto sembravano davvero finiti (scioglimento del 2004); cosa vi fa continuare a dispetto di tutto e tutti?
Max
: La consapevolezza di essere la più grande r’n’r band vivente al mondo! (ridendo). In realtà è più che altro la convinzione di chi sa di stare facendo quello che ama fare e di farlo, qualche volta, anche bene. Poi, ma questa è una mia cosa personale, c’è anche il discorso della missione, il “carry the message on”, la “r’n’r war against the jive”… forse è una mia impressione, però credo che di tutta la musica che oggi passa sotto il nome di rock ce ne sia troppa che ha ormai perso ogni legame con le origini e che spesso si usi la parola crossover come un alibi… ma non voglio usare questa intervista per fare polemica.
Luca: In primo luogo perché io, Max, Stefano e Cristiano siamo legati da una solida amicizia consolidatasi in questi ultimi sei anni di esperienze insieme (per la cronaca io, seconda chitarra e Stefano, basso ci siamo uniti al gruppo a fine 2005 insieme a Cristiano, batteria, ritornato dietro ai tamburi dopo essere stato nella prima formazione dei Loose sino al 2001). Poi perché tutti noi amiamo essere  in una band con una propria identità e un messaggio da portare avanti, contro tutti e tutto appunto. Per ultimo, ma non per questo di minor importanza, una grossa spinta per andare avanti ci è data dal fatto che dopo ogni nostra esibizione live c’è sempre qualcuno che  viene sotto il palco a stringerti la mano perché gli è piaciuta la nostra musica e anche per il  fatto che veniamo ricordati positivamente dalla gente anche a distanza di molto tempo dall’uscita dell’ultimo lavoro o di un ormai lontano concerto.

In Dodge This! (io ho la versione cd) sono incluse tre cover altamente emblematiche… forse pure troppo, nel senso che il vostro sound parla da sé, senza bisogno di queste sottolineature. Come mai avete scelto di metterle nel disco?
Max
: Qui mi riallaccio alla risposta precedente: le cover sono un doveroso e dovuto omaggio a chi ha aperto la strada che si sta percorrendo! Noi non vogliamo dimenticare le origini della nostra musica e, anzi, le esponiamo con umiltà e orgoglio. Le stesse band che noi citiamo a loro volta hanno, a suo tempo, omaggiato i loro predecessori e così via – in una ideale catena che lega Chuck Berry o Ike Turner ai MC5, poi ai Radio Birdman e altre miriadi di band compresi i Loose.
Luca: La verità è che ci piace un casino suonare quei pezzi! Sono storici , lì abbiamo suonati per puro  divertimento  in sala prove e ai concerti sin dagli inizi della nuova formazione e, quando si è trattato di scegliere i brani da includere nel nuovo album, è stato un passaggio naturale. Come giustamente detto da Max, è il nostro modo per rendere omaggio ad alcune delle band a noi più care, e penso lo abbiamo fatto dignitosamente. Poi dato che Stooges ed MC5 erano stati evocati in Rock the Fuck On! stavolta Freddie Smith con la Sonic’s Rendez-Vouz Band e gli Aussie rock ‘n’ rollers Radio Birdman e New Christs  non se la sono scampata!

Come avete registrato l’ultimo album? Approccio live tutti assieme, tracce separate e in momenti diversi… sono curioso.
Max
: Come accennavo sopra, il nostro ultimo disco Rock The Fuck On! era stato realizzato in una settimana, e i brani registrati in presa diretta in un pomeriggio (eccetto per voci e tastiere, aggiunte dopo) Per Dodge This! abbiamo voluto prenderci tutto il tempo di cui c’era bisogno e così abbiamo preso strumento per strumento, lavorando sulle singole parti e cercando di curare bene anche gli arrangiamenti. Naturalmente, avendo tutti da lavorare o studiare, il tutto si è fatto nel tempo libero e per questo solo le registrazioni ci hanno preso più di un anno. Poi qualche vario imprevisto, che la vita non è mai avara nel dispensare, prima di arrivare al missaggio… che stato fatto in soli cinque giorni. E infine gestire il mastering via email ha preso il resto del tempo. Il disco era comunque già pronto nella primavera del 2010
Luca: Registrare presso il nostro home-studio e non avere la pressione che lo studio di registrazione professionale indubbiamente ti mette addosso ci ha permesso di gestire totalmente l’intero processo, prendendoci tutto il tempo necessario, migliorando al massimo il risultato, risentendo e se necessario rifacendo ogni traccia fino a che non eravamo soddisfatti. In  diversi casi abbiamo apportato delle aggiunte-abbellimenti ai brani in fase di registrazione mentre in qualche episodio abbiamo proprio creato mentre registravamo. Questo proprio perché la situazione lo permetteva.

Non ho avuto modo di leggere i testi di Dodge This!, visto che nel cd non sono inclusi. Di cosa parlano i brani? Ci sono tematiche che vi sono più care?
Max: I testi! Se non li abbiamo pubblicati un motivo ci sarà pure! (ridendo) Comunque, per quello che mi riguarda, si tratta, più che di temi specifici, di cercare di esprimere stati d’animo passeggeri o più persistenti, o a volte piccole storie di vita, cercando di evitare retorica e autocommiserazione o peggio ancora, i “grandi messaggi all’umanità” di cui troppa gente si riempie la bocca (e le tasche!). La mia ambizione più grande sarebbe quella di riuscire a trasmettere “alta energia” con le parole, ma a essere sinceri temo che questo obiettivo sia un po’ oltre le mie possibilità. Speriamo che almeno la musica supplisca a questa carenza.

Ci sono band italiane con cui avete rapporti di amicizia-collaborazione? Quali?
Max: Purtroppo, essendo stati lungamente fuori dal giro, anche i già scarsi rapporti con altre realtà italiane (e anche estere) si sono ulteriormente allentati. Comunque band come i Valentines, o i Bradipos Four, o ancora i Temporal Sluts e gli A-10/Sonic Assassin, tutti gruppi che sono cardini nella storia del r’n’r italiano, sono stati e sono nostri amici e avranno sempre la nostra stima. Colgo l’occasione qui per un ringraziamento speciale a Matteo Madnuts (già batterista con i Mudlarks ed i Supersexyboy 1986) che in questi anni ci è stato ed è tuttora di grande supporto!

Con che frequenza suonate live? Trovate facilmente occasioni per esibirvi?
Max
: Con questa domanda tocchi un tasto dolente: in questi ultimi anni, infatti, la situazione live per noi è stata disastrosa. Non avendo materiale nuovo in uscita e quindi nessuna promozione da portare avanti, sia la stampa che i club si sono ovviamente dimenticati di noi. Abbiamo provato a contattare delle agenzie di booking, ma sembra che senza un’etichetta alle spalle che “spinga” un po’ la band non si riesca a ottenere riscontri. Quello che suscita curiosità è che molte etichette preferiscano acquisire band con un agenzia alle spalle che possa garantire un minimo di date per la promozione!
Luca: Aggiungo  che anche la nostra ubicazione geografica, la profonda provincia marchigiana, non aiuta di certo le nostre  ambizioni rock ‘n’roll. Siamo tagliati fuori da tutti i circuiti live del Nord, senza un’etichetta e un promoter è per noi dura trovare date  con le nostre forze.

Che rapporto avete con la stampa musicale italiana? E non parlo solo delle riviste istituzionali, ma anche del giro più sotterraneo…
Max: Con la stampa abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto, anche con pubblicazioni meno conosciute
Le recensioni sono sempre state benevole nei nostri confronti. Ovviamente, come dicevo sopra, se resti inattivo per qualche tempo, poi non puoi aspettarti che tutti siano lì a cercarti .Adesso col disco nuovo speriamo di riattivare una rete di contatti che ci permetta soprattutto di tornare a suonare dal vivo che è la cosa a cui teniamo maggiormente.
Luca: Visti i risultati dei precedenti lavori, i quali hanno ricevuto recensioni positive da stampa italiana ed estera, speriamo di mantenere alto lo standard, perché andiamo  fieri del nostro passato. Da parte nostra ci stiamo impegnando al massimo per far sapere a più gente possibile attraverso riviste, web magazine, social network, nostri contatti che i Loose sono tornati, hanno in uscita il nuovo lavoro e sono pronti a suonarlo  dal vivo.

Per chiudere: in un mondo ideale, cosa vorrebbero fare/essere i Loose, come band?
Max: In realtà anche in un mondo imperfetto non dovrebbe essere impossibile raggiungere il nostro obiettivo, che è quello di poter continuare a fare musica e poter suonare il più possibile dal vivo, anche all’estero. In confidenza, aggiungerò che il nostro “obiettivo segreto” è ottenere un livello di considerazione internazionale, prossimo a quello delle bands a cui ci ispiriamo… We’re workin’ at it!
Luca: Parlando a nome di tutta la band vorrei che tutti gli sforzi, i sacrifici, le sfighe, le delusioni, i rospi ingoiati in questi ultimi anni fossero almeno in parte ripagati in termini di consensi, gradimento e perché no, copie vendute del nostro nuovo disco. Vorremmo poter far arrivare la nostra musica a quanti più estimatori del genere possibili in giro per il mondo. Vorremmo poter concentrarci quasi esclusivamente sull’aspetto musicale inteso come stare il più possibile in sala prove, comporre nuovi brani, registrarli e fare molte date  lasciando la parte promozionale a qualche brava e onesta agenzia.

The Wild Brunch #11

L’estate: cosa cazzo è l’estate non credo di saperlo, né di volerlo sapere. Tanto più che ormai sta – godo un attimo – finendo. Già… eravamo a giugno e sembrava ancora primavera. E poi tra luglio e la prima metà d’agosto si consuma il fattaccio, così l’estate da canzonetta, da putrido Festivalbar anni Ottanta, se ne va riccamente a decomporsi sul fondo di un fosso.
Intanto l’importante è comprare sempre più dischi usati, salvarli dalle grinfie dell’ignoranza, dalle bancarelle e dai barabba. Per cui fotti l’ombrellone e rovinati di dischi.
Se non si era capito questo è l’undicesimo brunch selvaggio. Che è sempre la rubrica in cui si parla della maggior parte del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale). C’è un sistema di valutazione dei dischi, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”). E 1/2 è il mezzo punto, per chiarezza.
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.
Questa puntata ridotta, oltre a essere liofilizzata, è anche figlia della Prima Repubblica, del nepotismo, della P4 e di quel bell’uomo di Bisignani. Perché? Semplice… le due band di cui si parla sono gruppi di amici. Che si sappia. La cricca ci fa un baffo. Due.

The Doojimen – Tales From The Underground (autoprodotto, 2011)
Rambling Eric è un personaggio che chi ha bazzicato Roma a cavallo tra la fine degli anni Novanta e il 2005-2006 conoscerà bene. Agitatore semialcolista, adoratore ai limiti del cosplaying di personaggini  come Chris D. e Jeffrey Lee Pierce, spesso delirante in preda a visioni musical-psicotrope; ma anche frontman imbattibile (ricordiamo i Dead Cigarettes e i Viv Prince Experience, i due progetti principali in cui fu coinvolto all’epoca) e grande collezionista di musica. Ebbene Rambling Eric è tornato a essere Enrico ed è emigrato nelle terre d’Albione da qualche anno dove, oltre ad avere trovato una bella famiglia e un’invidiabile serenità, ha anche coltivato senza mai mollare i suoi sogni rock’n’roll; fino all’anno scorso militava in una band glam r’n’r, ma alla fine ha scelto di lasciarla per seguire il sentiero delle sue radici… ed ecco che nascono questi Doojimen, figli principalmente di Stooges e Iggy Pop, con un sound proto punk/garage rock che coniuga la ruvidezza compressa dei primi con alcune raffinatezze tipiche invece della produzione solista dell’Iguana nei momenti più ispirati. E ci piazzerei anche un tocco di Alice Cooper (epoca Love It To Death, soprattutto nella ballata stralunata “Punishment-Reward”). Nessuna invenzione, nessuna sperimentazione, nessuna velleità… se non continuare una tradizione che non può e non deve scemare. Questo è cazzutissimo rock/protopunk anni Settanta, scuro e ustionante, di quello che se non lo capisci è meglio se vai a recuperare i cd di Lady Gaga di tua nipote. O smetti di dire che ascolti punk. Il disco si può scaricare gratuitamente QUI.
[Voto: 3 – Consigliato a: orfanelli dei fratelli Asheton, chierichetti di Chris D, protopunkers senza macchina del tempo]

Sha-Rellies – promo (autoprodotto, 2011)
Nati come duo chitarra/voce + batteria (White Stripes e Intellectuals docent) dedito a pezzi concept che parlavano dei casi di Chi l’ha visto?, ora sono un trio e hanno da pochissimo inciso questo promo che non penso sia destinato a circolare se non nel fantomatico “giro” per ottenere contatti, date etc etc. Tre soli brani, ma lucidi, limpidi, solidi e concisi (colpo di genio: non si supera il minuto e 42” di lunghezza); c’è molto punk rock negli Sha-Rellies, con qualche sensibile inflessione punk’n’roll (Social Distortion e compagnia bella) e una pennellata di rockabilly deviato crampsiano (solamente in “Voodoo Girl”, il mio pezzo preferito, dedicato tra l’altro alla figlia scomparsa di Al Bano). Onestamente li preferisco di gran lunga in versione proto-Cramps, anche se il pezzo più punk’n’roll di tutti (il finale “Don’t gipsy With Me”) è senza dubbio il più roccioso e  ben costruito, indice di quella che potrebbe essere la direzione in cui la band si muoverà. Sono bravi, si sente e si percepisce fin dai primi secondi di ascolto… per cui contattateli e fateli suonare. Se poi amate il punk’n’roll italiano fatto a regola d’arte, non potrete che sposare la causa del culto di miss Sciarelli.
[Voto: 2+1/2 – Consigliato a: Drogati di Chi l’ha visto?, pronipoti di Mike Ness dall’animo gentile, punk’n’rollers da grande distribuzione]

I pagani caduti su Milano

Il Wizard Pub è – a volersi lanciare in metafore senza freni – il corrispettivo milanese del Whisky a Go Go di Los Angeles. Lungo i Navigli, come sul Sunset Strip, le rockstar del sottobosco meneghino cercano un po’ di refrigerio dalla paludosa arsura padana, in un’atmosfera costellata di freak mosquitoes e lattine di birra abbandonate sui tavolini.
Proprio al Wizard abbiamo un rendez vous con Marco Mezzadri (voce e basso nei Doggs), mentre cerca l’ispirazione giusta per qualche brano del disco a cui sta lavorando insieme a Christian Celsi – chitarra elettrica – e Grazia Mele – batteria. Davanti a una vodka ghiacciata le parole emergono come cannucce sommerse dall’alcool bianco del bicchiere.

Come ebbi già modo di scrivere su Black Milk a proposito del vostro esordio, credo che se i Doggs fossero stati francesi sarebbero stati da subito oggetto di culto, vista la storica simpatia per certe sonorità dei cugini d’Oltralpe. Dalle nostre parti un certo rock and roll fuori dagli standard sembra lottare strenuamente per non affossarsi nelle sabbie mobili e cadere nell’oblio. Questo immobilismo vi indispone?
Cazzo certo che ci indispone. Sputiamo il sangue in quella dannata cantina quasi tutte le sere, investiamo molte energie, per non dire tutte, nella nostra vita, (perché attenzione io per musica intendo vita e non hobby) per poi trovarci a sgomitare in un panorama noncurante o, peggio ancora, attento solo alle mode e alle apparenze. Come sottolineato più volte, noi non suoniamo per divertimento o per piacere: noi suoniamo per sopravvivere. La nostra musica esprime il nostro tentativo di vivere e sopravvivere. Ed è li che scatta il piacere… il piacere di vedere che tu sei vero, che fai musica vera e con i coglioni e non canzonette per far ballare i cretini.

Personalmente ritengo il vostro ep d’esordio The Doggs fulminante, dalle sonorità quasi arroganti che fanno pensare che dei gruppi seminali che vi influenzano – Stooges, Velvet, Dead Boys – non ve ne freghi poi molto. Nessun rispetto per il passato in pieno stile punk?
Sinceramente non c’è nessun grande interesse verso il passato. Abbiamo il dovuto rispetto per quanto è stato fatto, cosa che si evince chiaramente ascoltando la nostra musica, ma non ne siamo assorbiti o intimoriti. In fase creativa non abbiamo legami sicuri… tutto procede verso il nulla e dal nulla nasce il pezzo. Non ci sono schemi particolari: quando otteniamo il nostro suono andiamo semplicemente avanti.

Sempre a proposito del vostro primo lavoro: quanto è voluto e ricercato il vostro minimalismo e quanto invece è spontaneismo puro?
Il minimalismo nasce sicuramente dal nostro background musicale. Personalmente sono un cultore delle canzoni mono-riff e della semplicità unità all’originalità. Questa idea costituisce le fondamenta del progetto The Doggs. Ci tengo però a sottolineare che il nostro è un minimalismo assolutamente spontaneo, naturale, tendenzialmente inconsapevole.La cosa inevitabilmente si rispecchia anche nell’estetica Doggs e nell’artwork del primo ep. Credo che il punto di forza della nostra band sia proprio questo: la spontaneità. Poche stronzate e artifici. Noi siamo così. Prendere o lasciare.

In che modo siete arrivati alla stesura di Black Love? Raccontaci cosa e’ accaduto nel mezzo dei due dischi…
Dopo l’uscita del primo ep c’è stato un cambio di formazione. Alla chitarra è arrivato Christian e Black Love è il secondo figlio nato da questa nuova scopata. Alla stesura ci siamo semplicemente arrivati suonando come suonavamo prima. La setta si è riformata e i sabba sono andati avanti. Niente di più. Le dinamiche nel gruppo non sono minimamente cambiate.

Il sound dell’ep nuovo però si distacca fortemente da quello precedente. La tossicità e la cupezza sono aumentate esponenzialmente.
La notte: tragica, buia, depravata. La notte è Black Love.

Ogni band ha, per le leggi di mercato, il proprio pubblico da qualche parte nel pianeta; voi pensate di aver già trovato il vostro o siete ancora alla ricerca, facendo surf sull’onda lunga?
Non abbiamo ancora un reale pubblico. Non facciamo parte di nessuna scena. Ammesso che ne esista una. C’è stato un periodo in cui strizzavamo l’occhio per vedere cosa sarebbe potuto accadere, ma ora ne siamo completamente usciti. Fortunatamente la nostra integrità non è ancora stata minata. Questo non vuol dire che le nostre ambizioni siano diminuite. In realtà, a volte, penso che gli altri ci temano o che comunque non abbiano questo grande piacere ad averci in mezzo. Sarà che la nostra insita strafottenza non ci porta a creare (falsi) legami. In fondo siamo semplicemente, profondamente menefreghisti. La nostra attitudine è comunque sempre stata un’arma a doppio taglio.

Pensi che mettere un organo genitale in copertina possa ancora disturbare i benpensanti? Quanto è stata metabolizzata dalla vostra batterista una figa in copertina?
Non credo che una copertina possa ancora disturbare i “pensanti”. Black Love è zozzo, ci stava una copertina zozza e cafona. Tutto qua. La nostra batterista è sempre molto accondiscendente.

Siete una band che suona molto dal vivo, sia nel Nord Italia che all’estero, eppure il vostro atteggiamento naïve pare che non vada a genio a molti promoter o gestori di locali. Che ci sia dietro la solita mafietta del quartierino o c’è qualcosa che cova sotto?
Ultimamente non sappiamo cosa pensare. Le ultime date ce le hanno annullate per imprecisati motivi. Sta di fatto che al nostro posto hanno suonato band che a volte non centravano proprio nulla con il “clima” della serata. Non credo che al nostro livello si possa parlare di boicottaggio. Sarebbe ridicolo. Sicuramente non stiamo simpatici a molti o semplicemente non ci conoscono e quindi si buttano sulle band già “avviate”. Poi quando ti vengono a dire di non essere offensivo col pubblico perché altrimenti ti metti in cattiva luce… beh allora giochi a prendermi per il culo. La mafietta locale esiste ma è ridicola. Milano è una metropoli vuota. C’è poco da fare i mafiosi.

Infine augurandovi un in bocca al lupo per la lavorazione del prossimo disco, svelaci qualche arcano su quando uscirà e di cosa tratterà.
L’uscita dell’album è prevista per questo autunno anche se in realtà non abbiamo una scadenza sicura. Ci stiamo prendendo tutto il tempo per far uscire un lavoro completo e di spessore. La linea tossica di Black Love è ancora la spina dorsale su cui si sviluppa tutto il lavoro. D’altronde di questi tempi non mi va di parlare di stronzate allegre e spensierate. Sicuramente ci saranno molte novità sul piano compositivo e strumentale. Tutto però è ancora fumoso… ma ti assicuro che te ne accorgerai quando uscirà.

Beware the Doggs

The Doggs – Black Love (autoprodotto, 2011)

Milano, la merdopoli – come la chiamo io da quando ci sono capitato – è buffa per certi aspetti. A parte le puttanate da copy-creativi-managerini tipo gli aperitivi a 8 euro e gli “eventi”, c’è un sottobosco vivo, anche se meno visibile rispetto a 15-20 anni orsono. Il punto è che questo sottobosco è quasi sfuggente. E le volte che te lo trovi sottomano, ti senti un po’ a disagio a entrarci in contatto. Questo per spiegare come, nonostante i Doggs siano già stati recensiti su Black Milk, nonostante li abbia visti dal vivo un paio di volte (l’ultima unplugged al Record Store Day), nonostante si abbiano non poche conoscenze in comune, non ci siamo mai  parlati e questo cd-ep è arrivato per posta.

Detto questo, passiamo al dischetto. Che è notevole davvero: il tiro – rispetto al predecessore – cambia sensibilmente, andando a lambire territori più oscuri, velvettiani-loureediani a tratti, forse anche doorsiani; il tutto senza dimenticare ovviamente la lezione dei numi tutelari, ossia gli Stooges.
I suoni sono più grezzi e appropriati rispetto al debutto – e questo non può che far bene a una band del genere – ma il songwriting si è fatto più maligno, vizioso e perverso, abbandonando anche la più minima traccia di sperimentazione alla Morphine che in precedenza si ravvisava. Questo è rock’n’roll nero, ombroso, tossico, miasmatico, che puzza di New York e di vicoli con le pareti intrise di sangue marcio; se presti attenzione, nella quarta traccia (“Life Kills”) ti sembrerà di sentire il rumore delle siringhe che si spezzano sotto agli anfibi mentre ci cammini sopra – e quel wah-wah piazzato lì senza troppi timori è un omaggio doveroso al compianto Ron Asheton.

A chiosa e chiusura di tutto ciò, una cover di “Venus in Furs”, che è decisamente la chiave di lettura dei Doggs targati 2011, entrati senza dubbio in una fase nuova – ma non per questo meno interessante e lacerante.
Unico appunto: la copertina, un po’ da glam band anni Ottanta (le mutandine rosse di rete, con tanto di figa vedo-non-vedo, fanno davvero metallaro cotonato arrapato…).

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: