Stoner kebab con patatine e salsa piccante

Stoner Kebab – Super Doom (Cynic Lab, 2010)

Mai ragione sociale e titolo di un album furono più esplicativi: leggete sopra e saprete perfettamente cosa aspettarvi da questo disco: stoner doom grasso, potente, fangoso e ultrapsichedelico.

Questa è la terza fatica per gli Stoner Kebab (da Prato), dopo Chapter Zero del 2006 e Imber Vvulgi del 2008, unica traccia da 33 minuti e 33 secondi.
Rispetto al precedente lavoro il sound è più agile e imbastardito con certo stoner rock di matrice americana: in “Tom Bombadil”, traccia d’apertura, dopo un’intro apocalittica parte un riff che sta perfettamente sull’asse Clutch-Fu Manchu.

Doom quindi, che ti si stampa in faccia grosso e pesante, che proviene dalle paludi sludge e tossiche che diedero vita a entità mostruose come Eyehategod e Crowbar: ma il pregio enorme di Super Doom sta in una capacità sopraffina nell’amalgamare le numerose influenze, così da passare da atmosfere funeree alla Electric Wizard a un riff sostenuto da un organo Seventies, tutto nello stesso brano (“Viverna”). Dopo la breve parentesi post metal isterica di “Iron Tyrant” si arriva ad “Astronavi domani” – rifacimento di “Astronomy Domine” – dove la band si cimenta con l’italiano, finendo un po’ pericolosamente dalle parti dei Verdena…

Si riparte subito alla grande con “Ibuki”, che inizia hard stoner con una bella parte di armonica, per poi sprofondare in un incubo space doom con tanto di inciso in voce growl.
Suonano sporchi e massicci come pochi in “New Church” – forse la cosa più accessibile del disco – per poi condensare tutto nella title track finale, fumatissimo space blues doom in technicolor, dove si ha la sensazione tangibile di prendere il volo per l’hyperspazio.

Non uso mai il track by track, ma in questo caso mi è sembrato funzionale per descrivere un lavoro che ha una sua pretesa – perfettamente logica – di viaggio nei meandri della musica heavy psych.
Si lodano molte realtà internazionali, ma la verità è che gli assi ce li abbiamo pure noi, basterebbero un po’ di volontà e curiosità in più per scoprirli. In questo caso vi consiglio caldamente di farlo, e vi troverete nelle mani un gioellino.

Tre occhi possono bastare

Three Eyes Left – Non Method As Method, Non Limits As Limit (Autoproduzione, 2011)

Impressionante constatare l’enorme influenza dei primi Black Sabbath sui nuovi discepoli dei suoni distorti e psichedelici; pensare che quando erano in vita non venivano considerati moltissimo. I Three Eyes Left sono un giovane gruppo (di Bologna se non erro, le informazioni in mio possesso sono scarsine) devoti del culto hard ossianico di Ozzy e soci.

Questo è il loro ultimo EP, uscito come autoproduzione nei primi mesi del 2011; lo recuperiamo perché siamo estremamente convinti che meriti di essere segnalato. La materia doom qui viene impastata con lo stoner fuzzoso e certo testosterone schiumoso presente nei primissimi lavori dei Soundgarden.
Cinque lunghi pachidermi – più una traccia nascosta strumentale – per un totale di 43 minuti di musica che hanno il pregio di non annoiare, risultando paradossalmente molto più dinamici di certe band post metal oggi tanto in voga.

Evidente nel dna dei TEL una predisposizione alle jam trippy di chiara derivazione Seventies (ascoltare, ad esempio, il break centrale di “La Fee Verthe” o la già citata traccia nascosta) che ben si associa alle lunghe marce doomy orchestrate dai nostri.
“La Fee Verthe” mette quindi subito tutto in chiaro, con una linea vocale che pare esser uscita da Masters Of Reality dei Sabbath; si continua pressapoco su questo canovaccio, con brani più aggressivi (“Jeet Kune Doo”) ed altri più claustrofobici (“Hymn Of The Riffian”), per poi giungere alla conclusiva “Luciferian As The Sun”, summa del suono del gruppo: comincia con un riff che più Kyuss non si può, per poi divenire cadenzata e lugubre alla maniera degli Sleep.

Il disco suona sporco, diretto e potente; veramente un buon lavoro, che consigliamo anche agli ascoltatori meno avvezzi alle sonorità heavy psych.

Deserto trevigiano

Ivy Garden Of The Desert – Docile (Nasoni, 2011)

Che piaccia o no, una gran parte dell’immaginario umano è fortemente globalizzata. Questo vuol dire che grazie a cinema, tv, Internet, musica, libri etc etc etc anche chi abita nel cuore delle Langhe o della Puglia può assimilare il proprio scampolo di cultura lontana e totalmente estranea. Ed è così che una band come gli Ivy Garden Of The Desert – dalla ridente Montebelluna, provincia di Treviso (e quindi pieno nord-est italiano) – può sfornare un ep di torrido desert rock/stoner, macchiato di psichedelia e rock acido anni Settanta.

L’ispirazione è chiara e cristallina: Kyuss, Fu Manchu, Motorpsycho, Monster Magnet, ma anche – prendendoli alla lontana – i Grateful Dead. E poi nei momenti più ispirati, soprattutto quando anche la voce fa il suo ingresso, la band ricorda un’ottima reinterpretazione di ciò che i Thin White Rope furono – e scusate se è poco.

Insomma, musica impegnativa, rock fino al midollo, a tratti soffocante e visionaria, in cui le parti vocali hanno un ruolo secondario e ridottissimo. Lunghe cavalcate epiche che si spingono anche oltre gli 11 minuti, che fortunatamente riescono a non annoiare e a intrigare con una buona dinamica. Unico neo: la globalizzazione trasmette suggestioni, ma ovviamente chi le raccoglie di regola si può limitare a un lavoro – per quanto eccellente – di riproposizione. Come dire… se non sei where the action is dovrai accontentarti di essere un ottimo seguace. Decidete voi a quale dei due termini dare più peso, se a ottimo o a seguace.

Io dico che meritano in ogni caso e attendo gli altri due capitoli della trilogia iniziata con questo Docile.

Un ascensore per gli anni Novanta

Love In Elevator – Il giorno dell’assenza (Epic&Fantasy Music/Go Down Records, 2010)

Figli della gioventù sonica di metà anni Novanta, unitevi e copulate. Possibilmente in ascensore, come suggeriscono da ragione sociale i Love In Elevator (altro…)

Traffico di Codeina ad Arcore

Codeina – Quore (Vacation House, 2010)

Prima o poi la pianterò di sorprendermi quando, ciclicamente, mi capita di ascoltare una band pesantemente ispirata al tardo grunge. E’ sicuramente un problema mio, che ho mal vissuto quel periodo e reputo le sue sonorità ormai morte e irrilevanti (al contrario del periodo d’oro del grunge, quello pre-boom commerciale). Ad ogni modo, ripeto, problema mio: imparerò a storicizzare e contestualizzare, prima o poi.

Veniamo al sodo. I Codeina hanno inciso una decina di pezzi che fanno tornare il calendario più o meno al 1998-99, con un grunge rock cupo e melodico che – in virtù del cantato in italiano – mi riporta alla mente alcuni sprazzi dei primi Verdena (e poi, ovviamente, ci sono le nirvanate di rigore e qualche sfuriata alla Mudhoney). Decidete voi se è un bene o un male, insomma. La stoffa e il fervore filologico non mancano, ma il tutto diviene più interessante quando fa capolino l’anima stoner dei Codeina, che – per quanto mi concerne – potrebbero seriamente pensare di premere più l’acceleratore per battere questi assolati e desertici sentieri… magari mollando il cantato in italiano che (perdonate la franchezza) mi fa da sempre venire l’orticaria.

Insomma, i 10 anni abbondanti on the road del gruppo si sentono – per compattezza e chiarezza di idee – anche se onestamente trovo il genere piuttosto asfittico. Problema mio. Il succo è che se avete amato certe sonorità, di sicuro potreste trovare ottimi spunti in Quore; se i vostri anni Novanta sono stati altro, probabilmente questo cd vi lascerà piuttosto impassibili.

PS: massima solidarietà ai Codeina perché vivono ad Arcore… alzate il volume degli ampli e fate tremare il culo al nano malefico.

Stoner bloody stoner

Stoned Machine – Human Regression (Casket/Alkemist Fanatix, 2010)

Stoner, fottutissimo stoner… e l’headbanging parte dal primo riff, insieme a una filosofica – quanto ignorantissima – sospensione di giudizio. Già, perché stranamente il sottoscritto di fronte allo stoner rock diviene il prototipo del rocker alla Beavis & Butthead.

Questi Stoned Machine, come il nome mette subito in chiaro, con lo stoner ci vanno a nozze. E anche col mio terzetto di neuroni… ciò significa che mi sono piaciuti. Bei riffoni ossessivi con una chitarra dal sound cremoso come lava (probabilmente c’è un Big Muff di mezzo), mid tempo rocciosi come sassi tirati sulla nuca, basso fuzz e voce col giusto feeling rock, sofferta e torrida senza mai scadere nell’esibizionismo metallaro.

A questo punto lo dico. La parola magica è Kyuss, da pronunciare tenendo a mente qualche lezioncina Sabbathiana e un (bel) po’ di grunge anni Novanta. Il tutto per un bel risultato, che confluisce in un cd desertico, cupo, melodico e heavy che fa sognare serate nella Death Valley e pomeriggi a cavallo di una moto sotto al sole bastardo dell’Arizona.
La morsa si allenta solo verso il finale, con la penultima “Listen to the wind”, una ballata soffice ed esoterica dal sapore orientale – che probabilmente si ispira ad alcune cose degli Zeppelin, oltre a evocare suggestioni care a Brian Jones. Ma si chiude in bellezza con un pezzaccio muscolare, ovvero la title track.

Buona anche la produzione, moderna senza risultare fredda. Promossi a pieni voti. Ora scusate, ma devo pulire la sella della Harley. Ah cazzo… forse è meglio se prima mi compro la Harley, però.

Lisergicamente Psycho

Motorpsycho – Heavy Metal Fruit (Rune Grammofon, 2010)

Quanto è lunga la strada che va dalla Norvegia agli anni Settanta?

È lastricata con pietre di ruvida raffinatezza, spaccate a mano una per una, levigate sì, ma non troppo. Come a dire che va bene essere esteti, purché sporchi di terra umida, letame e fango (altro…)

Delusi dalle lesbiche, si diedero al rock

Deluded by Lesbians – The Revolution of Species (New Model Label, 2010)

La confezione “so Nineties” di questo cd mi ha piacevolmente spiazzato: è infatti contenuto in una bustina che sembra fatta con il tessuto di una tovaglia quadrettata da osteria (altro…)

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