Natale, tempo di marchette…

Chiamatela marchetta, se volete. E infatti è vero. Però visto che le cose si fanno in piccolo, visto che è difficile far sapere che sono state fatte, visto che pochi leggono, visto che mancano gli inciuci giusti, visto un po’ quel che vi pare, vi beccate i consigli per gli acquisti anche qui. E che sarà mai… (altro…)

Roba, fede e un po’ di noia

fedeli.jpgBruno Panebarco – Fedeli alla roba (Stampa Alternativa, 2004)

L’epopea della porta accanto. L’avventura di uno che abbiamo incontrato per strada milioni di volte. Gli abbiamo anche allungato qualche spicciolo o lo abbiamo mandato affanculo quando si faceva troppo insistente e aggressivo. In queste 270 pagine autobiografiche, infatti, è raccontata la storia di uno dei tantissimi ragazzi degli anni Settanta e Ottanta, quelli che hanno imboccato la strada dell’ago e della siringa.

Il sottotitolo del libro parla di “naufragio generazionale”… e un naufragio lo è di sicuro, ciò che è minuziosamente – nonostante i vuoti di memoria e la confusione dei ricordi – descritto in queste pagine. Magari non di un’intera generazione (quella appena precedente la mia), ma di molti certamente. Non a caso leggendo ho rivisto persone che giacevano dimenticate nel mio passato, rivissuto sensazioni e ricordi, ri-respirato certe atmosfere.

Fedeli alla roba parte fulmineo, ti molla una scossa potente e non riesci a staccarti. Le memorie di un ragazzetto adolescente negli anni Settanta sono una vera e propria droga loro stesse… e poi i primi sballi, le prime uscite, la musica…
Tutto diventa più pesante, fino a sfiorare la noia – purtroppo – quando arriva la scimmia vera, quella grossa e totalizzante. Allora tutto diventa prevedibile, farraginoso, confuso e, diciamolo, squallido. Forse era l’intento di Panebarco, che chiaramente non vuole mitizzare i propri anni di tossicodipendenza, ma – al contrario – sottolinea come l’abbiano portato alla consapevolezza che era meglio smettere. Eppure, da lettore un po’ cinico e da appassionato di storie rock’n’roll, man mano la mitologia scema e si precipita nella routine.

Unico guizzo, nella seconda parte, il capitolo dedicato alla band dei Prostitutes, gruppo di gran sconvoltoni maledetti. E poi… e poi immancabile finale di redenzione con la comunità e il rientro nei ranghi. Che onestamente non mi è piaciuto. Troppo da manuale, come una lezione sulla disintossicazione recitata meccanicamente.

Peccato davvero, perché fosse rimasto tutto sui livelli delle prime 100-120 pagine, sarebbe un libro indimenticabile.

Kraftwerk: grandi guide sugli uomini-macchina

kraftrob.jpgA distanza di quasi quarant’anni dai loro primi esperimenti con l’elettronica, i Kraftwerk restano tuttora uno dei gruppi più misteriosi ed enigmatici, anzi, il più enigmatico in assoluto. In libreria – per fortuna – è ancora possibile recuperare dei libri per capire uno dei fenomeni più interessanti e culturalmente profilici della storia del pop.
Io ero un Robot
(Shake 2004), scritta dal percussionista Wolfgang Flür, racconta la storia degli storici precursori dell’elettronica e dei dischi che li hanno resi celebri. Dagli esordi sperimentali a Düsseldorf ai megatour che li hanno portati a girare tutto il mondo. Flür affronta ogni aspetto della sua militanza nella band fino ai primi anni Novanta, spesso dilungandosi su aspetti poco interessanti che dilatano il racconto, talvolta con pensieri (forse) forzatamente innocenti. D’altronde il titolo del libro tende a sottolineare l’aspetto umano di Flür rispetto ai membri fondatori dei Kraftwerk (Ralf Hütter e Florian Schneider) che, a quanto si legge, amavano comportarsi come macchine anche fuori dal gruppo, cercando di evitare qualsiasi rapporto umano e mantenendo la distanza dagli altri due componenti acquisiti, Flür e Karl Bartos. Atteggiamento che, stando al volume, ha portato Flür a trascinare gli altri membri della band in tribunale.

kraftwerk3.jpgSe quello di Wolfgang Flür resta comunque un diario di bordo tecnicamente illuminante, Kraftwerk – Il suono dell’uomo macchina (Stampa Alternativa, 2005) di Gabriele Lunati viaggia su un binario opposto. Lunati affronta in brevi capitoletti tutto il percorso artistico del gruppo, senza troppi fronzoli, e con aneddoti sempre interessanti sulla band e sulla scena elettronica di fine Settanta, senza perdere di vista i fenomeni attuali.
Interessantissimi, poi, gli stralci di interviste catturati qua e là da vecchie riviste e libri, nonché la descrizione delle top ten italiane (ve li immaginate i Kraftwerk in classifica assieme a Lucio Battisti e la musichetta di Ufo Robot?) che aiuta a capire il contesto culturale con cui i dischi dei Kraftwerk si sono confrontati (a volte persino scontrati, a causa delle scelte radicali della loro immagine). Una lettura indispensabile per capire gli indiscussi maestri dell’elettronica e di quello che la stampa avrebbe definito sbrigativamente krautrock: un pezzo di storia della musica elettronica che ha nutrito a forza di synth e minimalismo il pop di Depeche Mode, Human League, Visage, Daf e New Order, solo per citare i più famosi, ma che non ha ancora smesso di influenzare la scena elettronica attuale.

Lo Stooge dimenticato: Dave Alexander

davezander22.jpg Le notizie biografiche sul conto di David Michael Alexander non si possono certo definire copiose. In rete è liquidato con poche righe persino da Wikipedia (che nella sua natura di blob tuttologico – anche se non esattamente infallibile – di solito è piuttosto prodiga nelle sue voci musicali); così, ai più pignoli, non resta che affidarsi a ricerche e a taglia/ incolla mnemonici di materiale sparso in libri e riviste. Eppure, inutile rimarcarlo, Dave Alexander (detto Zander) è semplicemente il bassista che ha suonato in due album imprescindibili per il rock: The Stooges e Fun House. Capita l’antifona?

L’anagrafe, come il copione prevede, è laconica e recita: nato a Whitmore Lake, Michigan, il tre giugno 1947 e deceduto il 10 febbraio 1975.
È noto che la sua famiglia, a un certo punto, si trasferisce ad Ann Arbor, dove Dave frequenta la Pioneer High School; in questa scuola – per scommessa – batte un record riuscendo (secondo la leggenda) a farsi espellere dopo solo 45 minuti durante il primo giorno dell’anno conclusivo. È il 1965, un’annata gloriosa per la formazione di questo giovane rocker che frequenta da qualche tempo i due fratelli Ron e Scotty Asheton (futuro chitarrista e batterista degli Stooges, rispettivamente); con loro costituisce il clan di reietti più cool e temuti di tutta Ann Arbor. Loro hanno giubbotti di pelle, capelli lunghi, jeans stretti e stivaletti a punta; non gliene frega nulla della scuola e, quando non sono occupati a perdere tempo appoggiati a qualche muretto, suonano.
Zander aveva iniziato a strimpellare nei Dirty Shames qualche anno prima.

Ron Asheton: “[…] avevamo un gruppetto… Dave Alexander, Bill Cheatham, mio fratello e io formavamo una band che si chiamava Dirty Shames; praticamente tutto quello che facevamo era incontrarci, fumare mille sigarette, bere un sacco di Coca Cola e suonare seguendo i dischi. […] I Dirty Shames erano il nostro passatempo durante la high school. Eravamo la band più popolare della città, ma non sapevamo suonare e non abbiamo mai avuto un ingaggio. Però avevamo un look fighissimo, tutti con i capelli alla Brian Jones, indossavamo vestiti molto cool ed eravamo dei gran sbruffoni. Stazionavamo in un negozio di dischi e tutti ci dicevano ‘Amico, siete il gruppo più grande!’. Tra di noi scherzavamo: ‘Wow, siamo un gruppo popolare e nessuno ci ha mai ascoltati!’. Come ho detto, non sapevamo suonare. Dicevamo: ‘Ok, lavoriamo a due canzoni: The Bells of Rhymney dei Byrds e poi il lato b del singolo She’s About A Mover dei Sir Douglas Quintet, We’ll Take Our Last Walk Tonight. Nessuno l’ha mai sentita; magari possiamo anche dire che è la nostra’. Poi le suonavamo seguendo il disco e… ‘Ok, leva il disco… Ops, beh, almeno la batteria suona quasi le stesse cose’. Voglio dire: eravamo talmente incapaci che era tutto un gigantesco scherzo”.

Il 1965, dicevamo, è un anno cruciale per Zander. D’accordo con Ron Asheton molla tutto per volare in Inghilterra a respirare l’aria che riempie i polmoni dei suoi idoli: gli Who, gli Stones, i Beatles.

Ron Asheton: “[…] Dave ed io ce ne andammo. Dave un giorno fa: ‘Ah, me ne vado in Inghilterra’. […] Avevo una moto e anche lui ne aveva una; io l’ho venduta per pagarmi il biglietto aereo. Ho semplicemente detto ‘Devo andare’. Perché volevamo fondare una band assieme, ne avevamo parlato. Pensavamo che andando in Inghilterra avremmo incontrato i Beatles per strada, gli Stones… sai, sarebbe stato il Nirvana del rock’n’roll. Beh, in un certo senso era diverso… non abbiamo trovato Ringo Starr per le strade di Londra. […] Eravamo Dave ed io, dividevamo una cazzo di stanza in una casa vecchissima, c’era una coppia di anziani con tre cani giganti, ma era fico, perché tutti i giorni alle 11 e un quarto prendevamo il treno per Liverpool – il viaggio durava 45 minuti perché si fermava continuamente – per andare a vedere dove stavano i Beatles. Siamo andati a cercare il Cavern ed era aperto anche al pomeriggio. Per 50 o 60 pence, a volte 35, potevi entrare e c’erano delle band locali che suonavano. Era fottutamente, incredibilmente fico. […] Quel viaggio in Inghilterra è strato davvero grandioso”.

zand.jpg Nel 1967 si forma il nucleo originario degli Psychedelic Stooges, precursori degli Stooges che tutti conosciamo. Iggy Pop, Ron Asheton e Scott Asheton si ritrovano a comporre strane canzoni atonali, cacofoniche, suonate in parte con strumenti non convenzionali (bidoni, frullatori, aspirapolvere); Zander spesso li segue durante le prove e – pur non essendo parte del quadro – capita che gli venga occasionalmente affidato un ruolo.

Ron Asheton: “[…] Dave Alexander faceva questo – si occupava di tutti gli strumenti più strani, mentre Iggy suonava la tastiera, io suonavo il basso e mio fratello era alla sua bizzarra batteria”.

È grazie a un colpo di mano di Ron Asheton, il rocker più puro della formazione, se Zander viene ammesso nei ranghi in qualità di bassista. Ron vuole concentrarsi sulla chitarra e, probabilmente, stemperare l’alone artistoide che in questa fase contraddistingue gli Psychedelic Stooges. È l’inizio del 1968.

Ron Asheton: “Io dissi: ‘Hey, chiamiamo Dave Alexander al basso, io suonerò la chitarra e mio fratello suonerà qualsiasi cazzo di percussione riusciremo a trovargli’”.

Dave è un principiante col basso, ma possiede lo strumento, un amplificatore e un’automobile. Tre attributi molto utili alla band, che convincono anche lo scettico Iggy Pop ad accettarlo nella squadra. Impara rapidamente, tanto da essere in grado di suonare ed esibirsi nel giro di pochissimo tempo. Dopo un paio di concerti (in pratica i due gig di esordio del gruppo) gli Psychedelic Stooges decidono di andare a stabilirsi tutti nella stessa casa (ovvero quella evocata dal titolo Fun House); Zander ha vissuto sempre e solo coi genitori – due persone che lo coccolano e proteggono lasciandolo vivere tranquillamente nel suo mondo fatto di timidezza, musica, libri e introversione – ma si unisce senza esitazione alla compagnia della Fun House. Qui sperimenta le gioie di un post-adolescente finalmente libero dall’occhio dei genitori (che comunque sponsorizzano l’avventura pagandogli l’affitto) e offre il suo contributo alla metodica distruzione dell’immobile.

Ron Asheton: “[…] Dave Alexander aveva l’abitudine di indossare scarpe con delle placche di metallo sulla suola, di quelle che usavano i bulli per le risse, e ha sfasciato tutti i pavimenti di legno”.

Tutto ciò che avviene in seguito – ovvero la crescita della band e la registrazione dei due primi album – è solitamente raccontato in una prospettiva Iggy-centrica o, da qualche anno, attraverso il punto di vista di Ron Asheton. Ma ben poco trapela di come Dave viva questa evoluzione. L’impressione è che, nonostante abbia spazio per contribuire alla musica degli Stooges (che hanno perso lo Psychedelic), Zander si rifugi sempre più nella propria introversione, defilandosi e concentrandosi sempre più sull’evasione dal mondo. A lui in particolare si deve “We Will Fall”, in The Stooges: un brano lungo e catatonico, una nenia orientale ipnotica.

Ron Asheton: “We Will Fall… in un certo senso è stata il contributo di Dave Alexander al primo album. Gli piacevano i mantra e si interessava di spiritualità, ed era sempre in cerca di nuovi modi per andare fuori di testa; e questa canzone era una faccenda tipo… ‘Se continui a cantare questa nenia, ti sballi’. […] Ci faceva rilassare, così abbiamo pensato: ‘Fico. È qualcosa di diverso’. E in effetti era totalmente l’opposto di ciò che eravamo all’epoca, ovvero caos. Caos totale”.

Fino al termine delle registrazioni di Fun House (estate 1970) poco si sa di Zander; quasi sicuramente continua nel suo lavoro di bassista e si sballa più che può. IggyPop, ormai lanciato verso il trip di egomania da cui non si distanzierà neppure durante la terza età, inizia a guardarlo di cattivo occhio, come elemento in grado di nuocere alla band. Esiste una testimonianza video – ampiamente circolata – che immortala gli Stooges live al Cincinnati Pop Festival del 13 giugno 1970. Qui si intravede Zander: fermo al suo posto, a lato del palco, oscilla sulle ginocchia, seguendo il tempo col corpo. Di fronte a lui – creando un contrasto estremo – Iggy sperimenta quello che diventerà il suo show per i prossimi 37 anni a venire: torso nudo, mosse guizzanti alternate a movimenti spastici, sbruffoneria e ostentato autolesionismo.
A fine luglio accade l’irreparabile. Gli Stooges sono al Goose Pop Festival; Iggy è su di giri, si sente onnipotente e incita la folla alla rivolta, poi aggredisce un membro dei Mountain, colpevole di suonare nella band che si deve esibire dopo gli Stooges: l’iguana si sente defraudato perché vuole più tempo per rotolarsi sul palco e giocare alla divinità. Zander, in questa cornice, evidentemente soccombe alla tensione e all’autoindulgenza.

Ron Asheton: “A Iggy non piaceva l’attitudine di Dave, la sua indifferenza, o qualsiasi cosa fosse. Aveva abbandonato la Fun House ed era sempre in ritardo per le prove. […] Dave si ubriacò di brutto, fumò qualcosa e praticamente si gelò sul palco, dimenticandosi tutte le canzoni”.

A quanto Iggy racconta nella sua autobiografia I Need More (a onor del vero nota per essere un’accozzaglia di invenzioni a effetto partorite dalla mente del’iguana nel tentativo di far rifiorire la propria carriera in un momento di totale black out e tossicodipendenza) non è il primo episodio increscioso di cui Zander è protagonista: pare che pochi giorni prima abbia rischiato di ustionarsi (tentando di emulare Hendrix con una lattina di benzina per accendini con cui voleva creare un effetto pirotecnico per stupire il pubblico). È così che al termine dell’esibizione sul palco del Goose Pop Zander viene cacciato da Iggy Pop.

Iggy: “Mi piace licenziare la gente. Oh è la più bella sensazione al mondo… sei licenziato! Vaffanculo! Non lavori per conto tuo! Lavori per me, succhiacazzi!”.

Zander non tenta neppure di mediare. Fa i bagagli e se ne va immediatamente, abbandonando l’avventura degli Stooges. Quando Fun House esce in tutti i negozi (il 18 agosto) Dave non è più nella band e si è già ritirato a casa dei genitori ad Ann Arbor.

Scott Asheton: “Credo che Dave volesse tornare a casa dei suoi – era comunque lì che passava la maggior parte del suo tempo. Aveva tutto ciò che desiderava, a casa dei suoi: i suoi libri, il suo stereo, la sua tv. Si sentiva accudito laggiù, e credo che a lui andasse bene così”.

Zander ad Ann Arbor si crogiola nell’affetto protettivo della famiglia e, a quanto pare, eredita una somma di denaro che investe nel mercato delle azioni. Sembrerebbe un cambiamento radicale di vita, ma non così negativo. Il problema è che si attacca alla bottiglia sempre più disperatamente, tanto che, poco prima della sua morte, nonostante abbia guadagnato diverse centinaia di migliaia di dollari con investimenti azzeccati, è ridotto a uno straccio.
Ron Asheton nel 1975 passa a trovarlo; vanno assieme all’aeroporto e mentre si salutano Zander gli dice che è un addio, visto che non ci sarebbe più stato la prossima volta. Ron non presta molta attenzione alla cosa, ma le parole di Dave sono profetiche. Nel giro di poche settimane muore.

Ron Asheton: “Beveva troppo e il suo pancreas si è infiammato. È andato all’ospedale con sintomi blandi, ma il suo sistema immunitario era a terra e così è morto di polmonite. In quel periodo stavo mettendo insieme i New Order e ho saputo la cosa da Jim [Iggy Pop]. Non sono riuscito ad andare al funerale perché ero completamente senza soldi. Eravamo inseparabili…”.

Iggy Pop alla notizia del decesso reagisce con la frase passata alla storia “Zander è morto, ma non mi importa perché non è più mio amico”; Ron asheton non si presenta al funerale. Un quadro desolante, le cui tinte fosche solo di recente hanno iniziato ad attenuarsi, soprattutto grazie all’opera di Mike Watt (bassista sostituto di Zander nei riuniti Stooges) che non manca di menzionarlo e parlarne in ogni occasione che gli si presenta.

Mike Watt: “Sì, è una vergogna [che Zander sia lo Stooge dimenticato]. Ma non so se è semplicemente un problema di Dave Alexander come persona o del ruolo del basso in genere. È una battaglia. Grazie a Dio il punk rock ha aiutato tantissimo noi bassisti – perché, soprattutto in passato, c’era una gerarchia assurda. Al basso ci mettevi l’amico scemo e roba del genere. Ricordo di avere anche sentito Ronnie dire che, ai tempi di Raw Power, si sentiva retrocesso […]. Ma penso che questo atteggiamento sia uno dei motivi per cui Dave è passato inosservato. E poi non ha mai potuto difendersi e parlare, questo non è da sottovalutare. Così cerco sempre di ricordarlo e rendergli merito quando parlo con qualcuno”.

Agosto 1969: il lancio di “The Stooges”

the-stooges-posters.jpg[…] A parte la copertura da parte della stampa, il disco deve essere promosso anche sul campo e gli Stooges iniziano un tour di lancio. La prima data – organizzata nientepopodimeno che dal “king of all media” Howard Stern – è venerdì 29 agosto 1969 (l’album è uscito qualche settimana prima) e si tiene al Pavillion di New York, al World’s Fairground, nel Queens.
Insieme agli Stooges, in cartellone ci sono il freak paladino della droga libera David Peel e i fratelloni MC5; le due band del Michigan allestiscono uno spettacolo torrido e violento, tanto che Stern stesso ne rimane shockato e arriva a dichiarare che sua moglie, in seguito al concerto degli Stooges, ha avuto un aborto spontaneo e che lui non avrebbe mai più voluto avere nulla a che fare con il gruppo.
Danny Fields: “Il promoter si attaccò al telefono e iniziò a dire a tutti «Attenzione a questo gruppo che si chiama The Stooges. Sono letali per i feti». Dopo questo furono messi sulla lista nera. […] Nessuno volle più avere a che fare con loro finché non diventarono famosi” .

Il debutto newyorchese degli Stooges è devastante. Steve Harris: “Iggy guardò il pubblico, si frugò nel naso, qualcuno gli gettò una lattina di birra, Iggy gliela ritirò, cantò un paio di strofe, qualcun altro tirò un’altra bottiglia che andò in frantumi sul palco, e Iggy ci si rotolò sopra, tagliandosi dappertutto” .
Alan Vega, futuro 50% del duo proto-elettronico Suicide: “Salì sul palco un tizio con le basette bionde che assomigliava un sacco a Brian Jones e che in un primo momento scambiammo per una ragazza. Aveva addosso una salopette tutta strappata, dei ridicoli mocassini. Aveva un’aria stravolta – guardava la folla e gridava: «Fanculo! Fanculo!». Poi gli Stooges attaccarono con uno dei loro pezzi e un istante dopo Iggy si lanciò dal palco dritto sull’asfalto, e cominciò a tagliarsi con una chitarra spezzata. Non era teatrale, era vera arte drammatica. […] Era tutto vero” .

iggy-and-the-stooges.jpgGli Stooges replicano a qualche giorno di distanza, nello stesso locale. In questa occasione Iggy si guadagna il posto d’onore della serata tagliandosi profondamente il torace con un paio di bacchette scheggiate di Scotty Asheton. New York è scossa da questo insensato e passionale spettacolo di pura demenza rock’n’roll. Dopo il secondo concerto la giornalista di Rolling Stone Karin Berg raggiunge il backstage e – ancora fremente ed eccitata per ciò che ha appena visto – ottiene quella che, forse, è la prima testimonianza ufficiale dell’iguana a proposito del proprio comportamento sul palco: “Ti pare che io sappia quello che faccio? […] Non lo so. Non mi piacciono i professionisti, sono sempre padroni della situazione. A me non piace. Voglio fare fluire l’energia. Percepisco questa sensazione, quest’area di concentrazione qui, nella zona genitale. Inizia così e posso sentirla, mi lascio andare e poi sale lungo il mio corpo, fino alla base del collo, alla testa e poi praticamente esplode. È simile a quello che accade nelle danze rituali, con la trance”.

[Da G. Lunati & A. Valentini, “Iggy Pop, cuore di Napalm”, Stampa Alternativa, aprile 2008]

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