Pretty Face Ain’t Going To Hell

prettyfThe Pretty Face – s/t (Area Pirata, 2009)

Una band rodata, in giro da un bel po’ di anni (12), ma che non ha mai ingranato fuori dal circuito dei cultori. Li rammento in un live, più di cinque anni fa, nell’hinterland milanese – la mia band dell’epoca aprì per loro in un ameno locale ricavato dentro a un ex ospedale psichiatrico, se non ricordo male. (altro…)

They wanna be your Doggs

doggs1.jpgThe Doggs – s/t (autoprodotto, 2009)

I milanesi Doggs devono amare visceralmente gli Stooges. In particolare quelli dell’era – gloriosa e insuperabile – di Funhouse. Si sente: eccome se si sente.
Bastano davvero una cinquantina di secondi di ascolto del primo brano (ce ne sono quattro nel cd) per intuirlo.

Quindi indovinate un po’ cosa suonano? Certo: protopunk (e non punk: ci si rifà a un’epoca e un’idea di musica precedente al punk così come è stato codificato dopo il 1977) detroitiano con tanto di incursioni di sax, ad aggiungere tocchi di jazz anarchico e rumoroso.

Funhouse docet, dunque; e proprio da Funhouse i Doggs ereditano il loro piglio cupo, scuro e urticante.
Il mid tempo la fa da padrone – esaltato da un drumming pesante e ossessivo e da un basso roccioso – i riff sono minimali (a tratti stoogesiani quasi al confine con la citazione smaccata) e il mood tossico, denso, a tratti psichedelico.
Qualcuno li ha anche paragonati ai Morphine… non è un’immagine del tutto errata, ma direi che in questo caso prevale l’anima pre-punk, piuttosto che quella low-rock che caratterizzò la band di Mark Sandman.

Una prova davvero buona, senza dubbio: molto plasmata e marchiata dall’ombra degli idoli di Ann Arbor, ma lascia il segno. Unici appunti personalissimi sono una scarsa incisività del cantato e una produzione davvero troppo pulita – ad esempio: il sax nel primo pezzo, che è davvero una figata, suona come se fosse stato campionato da un brano di Bonnie Tyler degli anni Ottanta; idem le chitarre, basse rispetto al resto e poco deraglianti, se comparate a quanto il compianto Ron Asheton ci ha insegnato.

Una bella sorpresa questi Doggs… e me lo conferma il fatto che il dischetto l’ho già ascoltato tre volte in due giorni. Bravi, bene, bis.

Pompa, pompa… col giudice Thompson

dtdisco.jpgDonald Thompson – s/t (Tornado Ride, Surfiniki, Red Poison, 2009)

Eroici, i Donald Thompson, che propongono ancora il formato 7″ in vinile, rigorosamente limitato a 300 copie. E a noi gli eroi piacciono, qui. Se poi suonano un po’ come i New Bomb Turks ci piacciono ancora di più.

Che dire, quindi… quattro brani tirati e ficcanti di punk rock’n’roll – come direbbero negli USA – paint by numbers. Cioè fatto a modo e in totale sicurezza, senza possibilità di errore alcuno. Con tutti i pregi e i difetti del caso.

I pregi sono l’energia, l’attitudine casinara e divertente dei pezzi, i riff che si ricordano, gli assoletti occasionali e la velocità amfetaminica. I difetti risiedono, fondamentalmente, tutti nella palese sensazione di già sentito e déjà vù.
Che poi – a ben vedere – non è neppure un problema così grande, visto che i Donald Thompson stessi non sembrano avere nessuna velleità snob di innovazione e rivoluzione. E allora, nella più grande tradizione dell’it’s only rock’n’roll, godiamoci i watt e la potenza di questa band. Piacerà a molti senza alcun dubbio e regalerà più di un brivido di energia.

E poi, per dio, è un bel viniletto. Quindi non facciamo troppo gli schizzinosi.

PS: documentatevi sulla storia del giudice Thompson cliccando qui.

Coniglio in casseruola in sala giochi

rabbitcover.jpgEat the Rabbit – s/t (Marsiglia Records)

Quando avevo 9-10 anni il massimo della figaggine – raggiungibile rigorosamente solo nel periodo estivo, in vacanza low-cost a Limone Piemonte, a casa della prozia squinternata – era stare fuori casa fino alle 10-11 di sera, andando alla sala giochi in cima a una salita che puzzava sempre di piscio (chissà perché) e appiccicarsi come licaoni allo chassis di truciolato colorato di Pac Man, space Invaders o Galaga.

Si guardavano i bulletti pseudo sedicenni genovesi e torinesi che giocavano e – sì, all’epoca era possibile – si intortavano le squinziette mentre manovravano il Pac Man nel labirinto disseminato di pasticche. Noi bimbi preadolescenti di provincia li si guardava ammirati e si fantasticava alternativamente sulla sensazione bellissima di fare il record della serata a Galaga e di caricare sul Ciao rosa una delle squinziette di cui sopra (nota: i tipi più fighi si portavano il Ciao truccato in vacanza, scoppiandolo sulle salite di montagna… ma immagino il gioco valesse la candela perché la squinzia primi anni Ottanta – a posteriori – la immagino disposta a diversi compromessi erotico sessuali pur di farsi scarrozzare su un Ciao rosa col sellone bianco).

Ok, vi starete domandando dove sto andando a parare. Ecco: il fatto è che il disco degli Eat the Rabbit mi ha evocato una sensazione che descriverei così: sala giochi di Limone Piemonte nel 1981, ore 21:00 – improvvisamente un sibilo, un boato – un Cessna carico di chitarre elettriche guidato da tre ladri provetti di Fiat Ritmo 60 CL si schianta sulla sala giochi – dalle macerie fumanti si levano ancora gli ultimi lamenti dei videogame devastati, mentre i suddetti ladri di Fiat Ritmo, sotto l’effetto di anfetamina, si sollevano dai detriti e iniziano a suonare le chitarre tentando di ripercorrere la storia del garage rock.

Geniale.
No.
Sì.
Ok, aspetta… parliamone.

Premetto che non trovo riferimenti a cui paragonarli, ma è oggettivamente un problema legato alla mia ignoranza nei confronti di alcune tendenze meno tradizionali. Sento, a livello di pelle, una certa genuinità e approccio sanguigno… parzialmente bilanciato – in negativo – dall’impressione di wannabe fashionism e artistoidismo (esisterà in italiano?). Ma, alla fine dei conti, a prevalere è la curiosità, quindi il bilancio è positivo – almeno nel mio libro dei conti.

Il problema è che mentre potrei ascoltare i Black Flag, i Gun Club, gli Zeppelin, i Love, Peter Laughner o i Velvet Underground sempre e comunque, una situazione come quella proposta dagli Eat the Rabbit è per me da vivere/ascoltare con parsimonia. Questa roba, sentita nel momento sbagliato, potrebbe portare a conseguenze letali per la mia psiche. O per quella di chi mi deve sopportare.

Punk garage screamo si definiscono loro. E ci siamo anche. Però non trascurerei di menzionare gli inserti di elettronica a 8 bit tipo Commodore Vic 20 (che – ok lo ammetto – mi fanno cagare… problema mio).
Provateli se amate le cose un po’ weird. Se siete in mood conservatore talebano, meglio lasciar perdere. A meno che anche voi tra il 1970 e il 1982 non abbiate fatto le vacanze estive a Limone Piemonte…

Gli indefinibili Beat Happening

beathappeningalbumtn5.jpgBeat Happening – s/t (K Records, 1985)

Ci sono band alle quali le definizioni di genere sono sempre state strette. Indie pop? Lo-fi? College rock? Uno di questi gruppi inclassificabili sono sicuramente i Beat Happening e, in particolare, il loro primo omonimo album del 1985.

Calvin, Bret e Heather: tre nomi semplici e anonimi stavano dietro questa band che in sordina ha pubblicato 5 dischi, una raccolta di b-side e un box set che comprende tutto il loro materiale – uscito qualche anno fa per la K Records, fondata dallo stesso Calvin (Johnson). La stessa K racchiusa in uno scudo che Kurt Cobain si era tatuato sul braccio.

I Beat Happening hanno mosso i primi passi proprio mentre Jesus and Mary Chain, Vaselines, Pastels e Shop Assistants gettavano le basi di quello che poi avrebbe dato le prime forme al brit-pop. Facevano parte di questa nuova ondata di band, ma inconsapevolmente.
Locandine infantili disegnate a mano, concerti nelle università, festival indipendenti per studenti e musicisti alle prime armi… i BH sono stati proprio questo: catalizzatori del d.i.y. allo stato puro. E il loro primo disco – raccolta di canzoni per lo più incise in casa con un registratore portatile – rappresenta proprio questo. Pochi pezzi sono davvero registrati in studio: la bellissima e ipnotica “Our Secret”, l’acustica “Foggy Eyes”, la ruvida “Bad Seeds” (dal riff di chitarra molto Cramps) e soltanto un’altra manciata di canzoni. Il resto sono composizioni semplicissime catturate dal registratore, supportate solo dalla voce, da una chitarra acustica e da percussioni create all’istante: brani melodici e stonati, che sembrano arrivare dritti da uno sgabuzzino.

Per molti potrà anche non essere musica. Per molti suonare uno strumento è sinonimo di abilità nell’esecuzione, ma per tanti altri che tu sappia suonare o no, non ha alcuna importanza. Se siete di questa idea, Beat Happening è il disco che fa per voi.

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