Papi morti, mastini e roghenròl

mastino splitKing Mastino / The Dead Popes – split 7″ (Sailors Overdrive/Fat Orange Cat, 2013)

Due band, quattro pezzi, un 7″ in vinile striato. Bei presupposti e risultato niente male.

Gli spezzini King Mastino includono nel loro lato un primo brano dalle buone dinamiche – “Ain’t Nothing To Fade Tonight” – in stile Turbonegro/Murder City Devils: rock, punk, hard testosteronico da marinai punk (altro…)

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Movements & The Angry Dead Pirates… crazy as fuck

Movements/The Angry Dead Pirates – split 10″ (Pariah! Records)

I Movements sono grandissimi e già lo sapevamo (vedi qui, qui e qui). Se poi questa figaggine viene confezionata in formato 10″, in uno split con una band come i The Angry Dead Pirates, allora siamo vicini all’Olimpo della decadenza e del godimento.

Tre brani a testa, di cui uno è una cover dell’altra band. Un formato inusuale, forse non fruibilissimo a livello di mercato, ma qui il mercato è poco meno di un peto al vento… qui parliamo di rock’n’roll e di sudore, di Farfisa a pezzi, di fuzz che vomitano e tutto il repertorio più o meno noto e immortale (altro…)

Italia-Canada 2-2

Madnuts / Dave Rave – split 7” (Tornado Ride, 2011)

Devo fare un mea culpa grosso come una casa perché ci ho messo davvero troppo tempo prima di decidermi a scrivere qualcosa su questo 7″ spettacolare sotto molti aspetti, a partire dalla confezione. La copertina in cartone pesante, con tanto di costina, contiene una busta interna stampata con i credits e tutte le informazioni del caso. La grafica Seventies è di un certo Ralph Alfonso, artista canadese a tutto tondo (poeta, grafico, musicista, discografico, disegnatore) che tra le tante cose fatte ha anche collaborato alla realizzazione di Bomp Magazine. E se state leggendo Black Milk dovreste conoscere Greg Shaw e la Bomp! Records, in caso contrario mi spiace per voi.

Lo spettacolare 7” in questione è prodotto dalla Tornado Ride, etichetta modenese non nuova a sfiziose accoppiate come questa. Per rispetto nei confronti dell’anzianità di servizio non si può che partire da Dave Rave. Chi è costui? Semplicemente un pezzo da Novanta del power-pop, garage-rock e punk nordamericano.
Il songwriter canadese, che sforna dischi dal lontano 1978, lo si ricorda soprattutto per Teenage Head, Shakers e Dave Rave Conspiracy, band quest’ultima messa su con Billy Ficca dei Television. Tuttavia, nonostante le svariate primavere sulle spalle, mostra ancora un’ottima verve r’n’r e una certa freschezza di scrittura di cui dà prova nel festoso numero r’n’r “Rock The Party” che con una mano accarezza la guancia e con l’altra strizza i coglioni. In “Gimme Gimme Gimme” azzanna direttamente la giugulare come l’Iggy dei tempi d’oro, asfaltando buona parte dei giovincelli di oggi che ricalcano il Detroit sound senza nerbo.

A Madnuts, al secolo Matteo Muser, l’arduo compito di non sfigurare al cospetto di cotanta storia. Considerando che si tratta di un esordio, l’ex batterista di Super Sexy Boy 1986 e Mudlarks non solo tiene botta alla grande, ma addirittura sorprende con due piccole gemme di power-pop scorbutico (“Living Too Fast”) che puzzano di Sixties garage e proto punk dei primi anni ’70 filtrati dal suono della Seattle narcotizzata dei Mudhoney. (“We Need Time”).
Una gran bella partita, insomma, che finisce 2-2 con i tifosi che applaudono a fine gara perché ne vorrebbero ancora. Il minimo che potessi fare è stato braccare Madnuts negli spogliatoi prima che filasse sotto la doccia.

Come hai conosciuto Dave Rave e perché avete deciso di fare uno split assieme?
Ho conosciuto Dave la prima volta che è venuto in Italia a suonare al Road To Ruins a Roma. L’organizzatore del Festival mi mise in contatto con il suo Manager Ralph Alfonso, che per l’occasione stava cercando una data anche al nord Italia per Diodes e Dave Rave. Non solo procurai ad entrambi uno show a Venezia, ma suonai perfino la batteria nella formazione di Dave Rave nelle due date italiane dopo che Ralph me lo aveva chiesto dato che mancava il loro batterista… per me è stato molto entusiasmante e da quel momento è iniziata una solida collaborazione. L’idea dello split è nata da me poiché l’ultima estate siamo andati in tour e per l’occasione gli ho proposto di fare questo 7″ in tiratura limitata da vendere ai concerti.

La grafica del 7″ è affidata proprio a Ralph Alfonso…
Diciamo che Ralph è pure un grafico di spicco, oltre che una figura fondamentale per la scena punk di Toronto: è stato il proprietario del leggendario Crash’n’Burn club nel 1977, fotografo per Bomp magazine, N.Y. Rocker e altre riviste di spessore, attualmente è proprietario della Bongo Beat Records ed editore. Normalmente cura lui l’artwork dei dischi di Dave, quindi ho chiesto a lui di creare l’intero artwork dello split.

Madnuts può essere considerato il tuo progetto solista o si tratta di un gruppo vero e proprio? State suonando dal vivo ed avete progetti per un album?
Madnuts è solo un mio progetto solista, non è una band formata da elementi. Sebbene l’intenzione sia quella di incidere altri dischi, magari sempre con l’aiuto di altri musicisti amici, per ora non ho intenzione di fare concerti… ma non si sa mai nella vita.

Seppur Sixties oriented e con uno spiccato mood power-pop, nei due pezzi del 7″ ci ho sentito influenze diverse… “Wee Need Time”, ad esempio, nelle chitarre e nella voce, mi ha ricordato la prima Seattle di Mudhoney e Nirvana…
Come dici tu, la mia intenzione è proprio quella di dare un taglio power pop con venature Sixties, senza comunque tralasciare gruppi fondamentali per me quali MC5 e Velvet Underground. Non posso negare che certi gruppi come Mudhoney e Nirvana abbiano risvegliato la mia primavera in età adolescente e di conseguenza può darsi che si possano sentire anche queste influenze, o forse sarà il mio timbro vocale che ricorda un po’ Cobain o Mark Arm… a voi il giudizio.

Bacon & pancake

John Wesley Coleman / Followed By Static – split 12″ (Way Out There, 2011)

Questo bel 12″ split è una Polaroid fresca e ancora da asciugare completamente – sapete quando uscivano dalla macchinetta e non dovevi metterci le dita sopra se no si rovinava la foto? – di due realtà pulsanti from Austin, Texas.
E iniziamo già piuttosto bene, se pensiamo che Austin da decenni regala cosette che definire belle è quasi una bestemmia (oltre a essere, nel mio personalissimo immaginario, il posto da cui provengono 13th Floor Elevators e Big Boys, dove nei miei sogni tutti sono come Roky Erickson e Tim Kerr, anche il gelataio e il panettiere).

John Wesley Coleman III è anche un membro dei Golden Boys – una di quelle band che solo la Goner può scovare e produrre – ma qui lo troviamo in veste solista (o comunque in veste di protagonista). Il suo lato è intitolato Personality Pancake e ci scarica nei padiglioni auricolari quattro brani di lo-fi (molto lo-fi) garage pop rock’n’roll roots stralunato, con echi dei Replacements, ma anche dei Pavement. Roba immediata e bizzarra al tempo stesso, genialoide ma semplice… l’attitudine è scazzatissima, tipo “Si suona e quel che succede succede”, fatto che contribuisce a creare un’aura ancora più fascinosa. Niente è perfetto e studiato, tutto è spontaneo e serendipico (non ci posso credere che ho usato “serendipico” in una recensione: forse è ora di smettere e chiudere ‘sto cazzo di Black Milk). Grande.

I Followed By Static occupano l’altro lato (intitolato Bacon Bear) con quattro brani di rock underground sanguigno e striato di varie influenze, che vanno dalla tradizione roots rock statunitense (“Cop Gloves”), al protogrunge più arrapante (“Trash 2011”), al punk un po’ garage e pop (“Bacon Bear”), al noise rock ante litteram dei Velvet Underground elettrici… insomma c’è un po’ di tutto, come un bel frullatone di Optalidon, Metadone, Bardolino e cannella. Probabilmente rimarranno un tesoro conosciuto solo da pochi. Ma forse è un bene. Le cose belle quando finiscono in mano a troppe persone si rovinano.

Il disco esce per la Way Out There Records; onestamente il namedropping mi infastidisce un po’, ma non posso non segnalarvi che si tratta della nuova label di Astrid (Miss Chain & The Broken Heels) e Alberto (Il Buio). Ne sono state stampate solo 500 copie e 150 sono in vinile colorato, per cui se siete fortunati vi beccate anche la chicca.

Fotti il marketing, questa è Bubcalandia

Geese/Petrified Woods – split (Bubca, 2011)

Io a quelli della Bubca farei un monumento, ma nel contempo li percuoterei con violenza insensata – battendo sulle loro zucche vuote con una mazza da baseball di quelle che vendono da Decathlon a 20 carte. E sapete perché? Ve lo dico subito… questa banda di down posseduti dal rock’n’roll, che sfornano dischi, cd e 7″ a ciclo continuo, hanno pubblicato questo split tape (un’altra cassetta, sì) che sul lato A ha una delle band più pazzesche e sconosciute che ho sentito negli ultimi tempi (gli australiani Geese, paladini di un rock/garage psichedelico da pelle d’oca)… ma hanno avuto l’idea GENIALE (geniale un cazzo, mortacci loro!!!) di farlo uscire in sole 15 copie. E su cassette riciclate di Speak Up (il mefitico rivistone per chi vuole imparare l’inglese in edicola).
Sul lato B uno dei milioni di gruppi satellite/progetti del Bubca Boyz, il defunto duo Petrified Woods che fa il suo porco lavoro con un blues/folk/roots acustico e melodico, a tratti spastico a tratti mistico-religioso (ma piagato da una registrazione un po’ troppo lo-fi, con saturazioni assassine che penalizzano una band altrimenti molto valida).
Ma, torno a ripetermi, la vera perla del nastro sono gli australiani, i Geese. Andate a sentirveli e comprate una delle 15 (…15, cazzo… siete dei testoni!) copie di questo nastro. E se vi risponderanno che la cassetta è terminata, facciamo una petizione perché ristampino il tutto su cd-r e non in limited edition psichiatrica. Io firmo. Per la madonna.

Lester meets Kevin

Lester And The Landslide Ladies/Kevin K – Frantic Tales For The Fast Living (Tornado Ride, 2011)

Lester, con i suoi Landslide Ladies, ormai è quasi un’istituzione nel panorama rock’n’roll glam punk italico: nove anni di vita, per una band, non sono uno scherzo. Se poi la suddetta band macina 700 date e un tot di dischi, allora dimostra di avere passione e palle – attributi che sulla lunga distanza ti fanno lasciare indietro i vari ragazzetti modaioli e gli spompati.
Col tempo la loro miscela di glam e punk si è irrobustita e s’è fatta più viziosa: immaginate degli Hanoi Rocks un po’ più lo-fi, col pallino dei Dead Boys e del glam/street minore inglese. Se in Italia c’è ancora qualche barlume di rock’n’roll, insomma, è anche merito di gente come loro. E sicuramente loro sono tra i guerrieri che combattono per la causa, magari in una lotta impari e persa fin dall’inizio, ma con tutta la passione e la follia che ci vogliono.

Kevin K (un ragazzuolo che ha iniziato a suonare nella Grande Mela di metà anni Settanta: in pratica una leggenda minore tra le leggende minori, che merita un articolo a parte)… è un distillato di sound newyorkese che ti viene schizzato dritto in vena. Lo senti dal primo riff di chitarra, tagliente, punkettoso, scuro e abrasivo. E da lì tutto il resto è in discesa: la colonna sonora dei sopravvissuti, lo zibaldone del reduce cazzuto, la madeleine del rocker perdente d’essai. Un sound figlio bastardo di Heartbreakers, Dead Boys, New York Dolls e primi Dictators – musica per perdenti veri, che nemmeno sanno di esserlo (e se lo sanno, non ne fanno un selling point per arrivare a Rolling Stone, ma accettano la loro condizione e suonano come se non ci fosse un domani).
Numero uno.

Dome meets The Headbangers

Dome La Muerte & The Diggers/ The Headbangers – split 7″ (Area Pirata, 2011)

Che buffo destino, quello del recensore/boss/burattinaio/caprone di una webzine un po’ di nicchia. Buffo per non dire bastardo. Sì, perché capita sempre più di frequente che arrivi materiale promo incompleto, magari senza copertina. E 9 volte su 10 si tratta di dischi che mi piacciono un casino e che mi metterei con grande goduria nello scaffalone dell’inferno in cui tengo i miei vinili e i cd. Però la goduria viene decurtata di un buon 75% dal pensiero di avere il disco in versione monca. Certo, la gente delle etichette starà pensando: “Brutto bamboccione, se ti piacciono allora poi puoi comprarti la versione commerciale, completa di tutto”…. ed è verissimo, non fa una piega. Giusto, sacrosanto. Però cazzo: aprire i pacchetti e trovare dischi fighissimi in questa configurazione è come trovare un pentolino di caramelle ciucciate sotto all’albero di natale. Amen: problema mio.

Passiamo alle cose serie, ovvero a questo split 7” in vinile (45 giri, buco grosso… oh yes) di Area Pirata.

Dome La Muerte & The Diggers fanno il culo a tutti, con un brano acido che ricorda “Good Times, Bad Times” dei Led Zeppelin dopo un trattamento da parte degli Stones periodo “Their Satanic Majesties Request”… e cazzo, ditemi voi se è poco. Un vero pezzone del demonio, intriso di visioni distorte, melodie stralunate, armoniche blues e garage drizzapelo. Il brano è frutto di una collaborazione con Jorge degli spagnoli Dr. Explosion, e risale alle session di Diggersonz, l’album uscito la scorsa primavera. Grandissima prova, un solo pezzo basta, avanza e uccide.

Gli Headbangers, di Prato, non li conoscevo… ma se questo pezzo è indicativo della band, allora potrebbe essere – almeno per quanto mi riguarda – una delle scoperte più esaltanti dell’anno. Punk rock scuro e rock’n’roll, con forti reminiscenze proto-punk, zozzo e ficcante, di quello che ti entra sotto la pelle e si infetta.

Il garage longobardo è servito

The Monolithics/The Kaams – split 7″ (Boss Hoss, 2011)

Dopo una giornata di merda, faticosa e piovosa, è un piacere quasi proibito trovarsi faccia a faccia con un bicchiere stracolmo di Dolcetto Dogliani; se poi sul piatto dello stereo si piazza un dischetto come questo split tra  Monolithics e Kaams (due vecchie conoscenze di Black Milk, che i più attenti ricorderanno), per una manciata di minuti si riesce anche a staccare la spina e a viaggiare un po’.

Non fraintendiamoci: non ci sono trip psichedelici in ballo, né panorami new age. Il viaggio, qui, è nei cari, vecchi e pericolosi territori del garage rock’n’roll, quello di matrice neo-garage, figlio bastardo dei Sessanta e degli Ottanta, senza pretese né fronzoli.

I Monolithics attaccano con un bel pezzo “organoso” e scuro, con tocchi di Fuzztones, Cramps e Misfits (primissimo periodo, azzarderei) – il tutto condito dalla voce particolare che li contraddistingue, che a tratti ricorda Danzig; ma danno il meglio di loro stessi nella rivisitazione di “Take the time you need” (pezzo già incluso nel demo cd di qualche tempo fa): un brano di garage ficcante e ruvido, dal ritornello che ti si stampa in testa con un tempo da stomp selvaggio.

Il lato dei Kaams parte con un sonoro ceffone in puro stile Pebbles e compilation di Sixties punk minore, per poi traghettarci verso le acque sulfuree di un pezzo frenetico in puro stile Monks (“Why don’t you love me anymore?”) che fa sbattere la testa e trapana i timpani con incursioni di armonica e un solo di chitarra ai confini del rave-up.

Bravi, cazzo: tutti e due. Ah, dettaglio non da poco: il vinile è rosso maculato. Si gode.

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