I will work… for food

for foodFor Food – Don’t Believe In Time (Fooltribe, 2014)

[di Tab_Ularasa]

I For Food hanno semplicemente fatto, a oggi, il miglior disco italiano del 2014.

Il disco si chiama Don’t Believe In Time. Loro sono di Ferrara… no Roma o Milano. Non sono un gruppo nuovo, nato dal nulla, ma hanno tutti alle spalle esperienze musicali sotterranee di valore assoluto – ma sconosciute ai più (altro…)

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Tabula rasa elettrificata

fossaTab_Ularasa – Dolci di fossa (Destroyo, 2014)

Destroyo è un marchio dell’universo Bubca. E solo per questo dovreste già volere il cd-r in questione, se avete una vaga idea di ciò di cui si sta parlando.

Tab_Ularasa è il boss di tutta la faccenda, nonché uno degli “artisti” di punta del roster (minchia quanti termini forbiti… sembra di essere su Outsider o su Blow Up) (altro…)

La musica pesante di David Yow

1_scultura vinile David YowDavid Yow – Tonight You Look Like A Spider (Joyful Noise Records, 2014)

[di Manuel Graziani]

Penso che David Yow non abbia bisogno di presentazioni. Scratch Acid e ancor più Jesus Lizard sono parte del dna di quella musica bastarda partorita dal punk che tanto ci piace da queste parti. Ai giovani ignari, ma curiosi consiglio di surfare sul web, googlare, far quel cazzo che vi pare ma comunque recuperare (altro…)

Serata Cacaoke, ricchi premi e cotillons

cacaokeVVAA – Cacaoke (Osso Sacro, 2014)

Non c’è un cazzo da fare. Bubca – che in questo frangente inaugura il marchio Osso Sacro – è LA label italiana se siete amanti del do it yourself, dello spirito e dell’etica punk rock, della spontaneità, del lo-fi, del rock’n’roll in tutte le sue sfaccettature purché sanguigno e immediato (altro…)

Veterani del Vietnam veneto

Anadarko – Vivivenetovietnam ep (Thingstoburn, 2012)

Gli Anadarko, veneti dal nome bizzarro e suggestivo, si presentano alla cassetta delle lettere di Black Milk con il loro secondo ep, Vivivenetovietnam (titolo eccezionale).

Suonano da cinque anni e si sente: compatti, convinti, se la comandano nei territori che hanno scelto di esplorare. Che rispondono alle coordinate geografiche del noise rock, free jazz deragliato, post rock, post punk… insomma, “robba strana” e non immediata.

Che dire? Di sicuro gli Anadarko non sono nelle mie personalissime corde e si cimentano in un genere che in media mi regala solo un po’ di fastidio e di noia, ma devo riconoscere che hanno i loro momenti di grande impatto, sfiorando l’ispirazione free degli Stooges di Fun House (quando i fiati esplodono nei loro solo lancinanti, allora sì: il fantasma di questo album si palesa); per il resto ciò che rimane è un buon disco di rock intellettuale e sperimentale, ma inadatto alla mia cafoneria (e a quella della gente come me).

Anomie e anomalie

Moster Dead – s/t (autoprodotto, 2011)

E via un’altra cassetta, a dimostrazione che la scena dei nastri, con il loro sapore di modernariato, è viva e vegeta. Anzi, sembra in espansione.
Il duo romano dei Moster Dead gravita nella galassia del lo-fi, del do it yourself, della sperimentazione anomala e anomica (ah le reminiscenze di sociologia dell’università); il tutto solidamente inquadrato in un contesto rock/punk/no wave minimale e spolpato.

L’intera faccenda nasce e si evolve intorno a basso, batteria e voce, seguendo sentieri contorti, con brani che spesso danno l’impressione di essere jam estemporanee in cui viene catturato un mood inaspettato e non programmato. Mi ricordano leggermente i Suicide – ma poco, a onor del vero; mentre li trovo più affini alle cose stralunatissime dell’Alan Vega solista, ma senza la scimmia rockabilly sulla schiena. Anzi, qui ci si trova anche a fare i conti con un po’ di psichedelia malata, di drug rock anni Novanta, di tribalismo post punk e di vocalizzi devianti molto arty… tutti elementi che rendono davvero eterogeneo il menu dei Moster Dead (tra l’altro ex Cactus ed ex Last Wank, per chi segue la scena italica da vicino).

Questa è musica bizzarra, adatta ai pomeriggi drogati – no fumo e fricchettonerie varie: solo roba chimica e possibilmente con una buona base anfetaminica – da spremere e far colare via sul pavimento. Musica da disagio, che mi ricorda il finir degli anni Ottanta con quelle lunghe giornate di tardo autunno passate a masticare Plegine, berci dietro Urbok e ascoltare canzoni in repeat. Roba forte.

Se volete il disco, lo trovate in free download su Bandcamp. Per la cassetta (oggetto pregevole davvero) invece dovete sborsare qualche euro e contattare la band.

MOSTER DEAD by MOSTER DEAD

Addio Captain Beefheart

Il 2010 non si smentisce e nelle sue pendici decide di assestare un altro brutto colpo al rock’n’roll e alla sua mitologia.

Don Van Vliet alias Captain Beefheart (69 anni) è morto il 17 dicembre in California, a causa di complicazioni legate alla sclerosi multipla di cui soffriva.

A darne notizia è stato un portavoce della galleria d’arte Michael Werner di New York City, dove molti dei suoi dipinti sono esposti: Van Vliet, infatti, si era ritirato dalla musica nel 1982, per dedicarsi alla pittura. Lascia la moglie Jen, con cui era sposato da 40 anni e che si è occupata di lui durante la malattia.

Captain Beefheart tra il1967 e il 1982 ha inciso tre dischi live, un ep e ben 14 album in studio:

* Safe as Milk (1967)
* Strictly Personal (1968)
* Trout Mask Replica (1969)
* Hot Rats (con Frank Zappa, 1969)
* Lick My Decals Off, Baby (1970)
* Mirror Man (1971)
* The Spotlight Kid (1972)
* Clear Spot (1972)
* Unconditionally Guaranteed (1974)
* Bluejeans & Moonbeams (1974)
* Bongo Fury (con Frank Zappa, 1975)
* Shiny Beast (Bat Chain Puller) (1978)
* Doc at the Radar Station (1980)
* Ice Cream for Crow (1982)

Rock, Residenti e terzo reich

3rdreichroll.jpgThe Residents – Third Reich’n’Roll (Ralph Records, 1976)

Tra il 1974 e il 75, in pieno ciclone rock Seventies, il deragliante collettivo dei Residents incide un disco (il loro terzo, in ordine di registrazione, ma secondo in ordine di uscita) che a più di 30 anni di distanza suona ancora disorientante, a voler utilizzare un aggettivo lieve.

Sperimentazione? Decostruzione? Non saprei, ammesso che mi siano mai stati chiari questi due termini in campo musicale. Piuttosto parlerei con un filo di sicurezza in più di dissacrazione, tanto a livello iconografico (la copertina nazistoide con Dick Clark nei panni del fuhrer fu censurata più volte) quanto sonoro. Già, perché qui i Residents violentano – a colpi di cantilene, rumori, versacci, modifiche di velocità e accostamenti improbabili – una sfilza di hit da classifica degli anni Sessanta: Beatles, Stones, Seeds, Iron Butterlfy, Doors, Surfaris, Syndicate of Sound, James Brown, Music Machine, Ohio Express e altri ancora.

Due suite occupano un lato del vinile ciascuna: “Swastikas on Parade” (da 17′:30”) e “Hitler was a Vegetarian” (lunga 18′:27”). Questo è il menu di un disco che fa da incipit a un importante periodo dei Residents, in cui la poetica estetico-musicale della band è improntata sul concetto di musica che parla di musica… follia, genio o spocchia intellettualoide? Non sono in grado di dare un giudizio a senso unico: forse siamo di fronte a un mix di tutto ciò.

residents2.jpgI due brani sono costituiti da un mish-mash di brandelli e frazioni di canzoni dei Sixties, cuciti assieme, rimaneggiati pesantemente, riarrangiati, mescolati e sfigurati. Pensate, all’incirca, a un alieno demente che frulla creature vive in un tritatutto gigantesco e poi assembla i pezzi rimasti, creando un polpettone degno del barone Von Frankenstein.
Molto si è speculato sul conto di questo lavoro (davvero ostico: l’ho ascoltato due volte di fila e l’esperienza è stata, diciamo così, disturbante); alla fine una teoria convincente sembrava quella del concept album sul fascismo del rock’n’roll che manipola le menti dei giovani… ma la band, a una domanda sull’argomento, ha risposto: “Potrebbe anche essere vero, come potrebbe non esserlo; noi comunque volevamo solo fare un po’ di casino e portare a casa il risultato”. Come dire… oltre a celare le loro identità fin dagli albori, i Residents si divertono anche a lasciare i poveri pirla come me in preda alle proprie congetture e seghe mentali. E, a ben pensarci, hanno pienamente ragione.

Punk? Sì, ma solo nell’attitudine. Rock? Rivoltato come un calzino, quasi irriconoscibile. Prog? No. Sperimentazione? Forse.
L’unica certezza che ho, a questo punto, è che potrò infilare il disco a fianco di The Second Album + The First Rehearsal Tapes dei Suicide. Robetta pericolosa, da ascoltare una volta ogni due-tre anni…

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