Dilapidando gli Eighties

I riff sgangherati e la rivisitazione del cut up nella forma canzone dalla forma romanzo sono il marchio di fabbrica della band di Washington D.C.
I Pussy Galore, adottati dalla Grande Mela, mutuano il nome da un personaggio del film Agente 007 – Missione Goldfinger (1964) e si sono destreggiati perfezionando pochi minimali leit motiv: una completa identificazione con i canoni estetici lo-fi, una smodata passione per il garage blues più necrofilo, un’attitudine irriverente e arrogante, retaggio del punk. Il tutto esaltato da quantità di droghe sintetiche e flirt con gli scenari del porno vintage.
Jon Spencer e soci hanno battuto una nuova strada sia come prototipi di un genere sconosciuto a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, sia nel senso peripatetico del “battere” propriamente la strada.
Attingendo e saccheggiando a piene mani dal mainstream per centrifugarlo con elementi noise della nascente e outsider scena alternativa rumoristica, hanno finito per conciliare l’inconciliabile. Una ricetta irripetibile: basi hip-hop spruzzate come panna montata in un pentolone di brodo primordiale fatto di feedback chitarristico lancinante.

Capaci di reinventarsi un Bignami del rock paraculo con il loro ultimo album Historia De La Musica Rock (1990), hanno avuto anche l’audacia di brutalizzare ed esumare l’intoccabile masterpiece stoniano Exile on Main Street, di profanarlo tra acrobazie demenziali e propositi avanguardisti senza mai precipitare nello sbrodolamento compiaciuto fine a se stesso – da veri becchini sonici.
Lontani anni luce dagli standard snob che caratterizzano solitamente le avanguardie rock, senza tanti giri di parole, i Pussy Galore sono stati e restano gli anti Sonic Youth; anche se insieme alla Gioventù Sonica hanno bevuto dallo stesso calice fino a ubriacarsi di pionierismo noise, rispetto al team  Moore-Gordon, non hanno mai cercato di addomesticare e ripulire un genere fino a presentarlo impacchettato con tanto di fiocco alla corte di MTV. Soprattutto hanno avuto l’involontaria lungimiranza di durare poco. Poco più di un lustro, col piede spinto sull’acceleratore e il rosso fisso della benzina, detonando cacofoniche gemme, destrutturando e oltraggiando il monolite del rock con sferzate di reproba pornografia.

I Pussy Galore si sono presi la briga di fare lo sporco lavoro di spazzini del rock’n’roll. Hanno decapitato Elvis, per poi imbastire un banchetto stralunato di ritmi sincopati sul suo corpo-hamburger, mentre il punk ha rinnegato The King, in qualche modo lo ha anche imitato esasperandone il lato narcisistico e autodistruttivo, con quel grottesco epilogo di Sid Vicious che canta “My Way” di Sinatra, ma che di fatto sta imitando l’interpretazione del brano fatta da Elvis.
Elvis adora il suo pubblico, Sid  spara a chi è in sala e i Pussy Galore semplicemente non tengono più conto del pubblico… a loro basta e avanza aver sezionato anatomicamente il rock’n’roll.
Un rovesciamento semantico di tale portata è rintracciabile soltanto in altre forme espressive: ad esempio nel cinema con  Jean Luc Godard e il suo monumentale Historie(s) du cinema, guarda caso un titolo che sarà profetico anche per il turbolento quartetto.
Per la prima volta nella historia del rock l’oggetto del desiderio-interesse di una band si sposta verso la specificità della materia trattata, dalla mera abilità di saper fare o meno canzoni da classifica.

Nessuno finora ha raccolto ancora il testimone di questo capitale, tante false partenze e vicoli ciechi. Se i  Sonic Youth si sono venduti alle major, gli Swans hanno colto la frenesia dell’epoca con ritmi macilenti da sparasi sulle palle dopo cinque minuti, i Butthole Surfers hanno giocato troppo sul lato freak e weird per essere credibili, i Pussy Galore – seppur dilapidando il patrimonio da loro stessi accumulato troppo in fretta – rappresentano storicamente l’anello sonoro mancante tra gli anni Ottanta e i Novanta.

Discografia consigliata:

  • Exile on Main Street (cassetta, 1986, Shove – ltd 550 copie)
  • Right Now! (LP, 1987, Caroline)
  • Dial M for Motherfucker aka Make Them All Eat Shit Slowly, aka New Album By Pussy Galore (LP, 1989, Caroline)
  • Historia De La Música Rock (LP, 1990, Caroline)
  • Corpse Love: The First Year (CD, 1992, Caroline)
  • Live: In The Red (LP, 1998, In the Red)
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Un ascensore per gli anni Novanta

Love In Elevator – Il giorno dell’assenza (Epic&Fantasy Music/Go Down Records, 2010)

Figli della gioventù sonica di metà anni Novanta, unitevi e copulate. Possibilmente in ascensore, come suggeriscono da ragione sociale i Love In Elevator (altro…)

Ci facciamo uno spritz?

Les Spritz – Pajaso (Lemmings Records/Have you said midi?/Whosbrain Records/Musica per organi caldi, 2010)

Che la Sicilia sia da sempre terra fertile per band dell’area alternativa/underground è un fatto noto; così come è noto che spesso queste band restano come rinchiuse nel caldo guscio della loro Sicilia, ricevendo raramente le attenzioni e l’esposizione che meritano anche altrove.
Questi Les Spritz confermano di sicuro la qualità della scena sicula, con un noise rock strumentale nervoso, jazzato e schizoide – figlio di No Means No, dei Sonic Youth, della no wave newyorkese, dei Big Black e (perché no) dei semi dello stoner e del desert rock.
A scanso di equivoci devo dichiarare di non essere un conoscitore, né un vero amante del genere, per cui mi limiterò alle mie personalissime impressioni, che potrebbero avere un valore prossimo allo zero assoluto. Ad ogni modo Payaso è un buon ascolto: duro, spigoloso, asimmetrico e lontano dal narcisismo artistoide fine a se stesso; imprevedibile quanto basta (senza osare troppo… e ben venga, per il sottoscritto), crea sentieri agevoli da percorrere anche per un cafone rockettaro come me.

A suggellare il legame con l’universo del buon Albini, c’è il particolare che l’album è stato masterizzato da Bob Weston (degli Shellac)… un tocco in più che aggiunge aura e compattezza al prodotto finale. Ho goduto molto leggendo che esiste anche una versione limitata su vinile – peccato, a me è arrivato il cd, che comunque è in confezione fighissima, quindi non  ho nulla da lamentarmi.

Ottima band, non facilissima da metabolizzare, ma da ascoltare senza dubbio.

Uccidi i tuoi idoli. Ma scegli bene

killidolsKill Your Idols, La storia della scena art-punk No Wave di New York (2004, 70 min., di Scott Crary)

Chi ha fegato da vendere da uccidere i propri idoli?
Bruciare le icone e le bandiere con cui la Generazione X ha tappezzato infinite pareti di case dello studente: giovani universitari, nerd, intellettuali, emarginati, disperati alle prese con frullatori impazziti (altro…)

Sonic Youth live @ Alcatraz

[Post poco misurato e forse offensivo per i cuoricini più deboli e pacati]

E’ brutto uscire da un concerto con le palle che girano. Succede, mi sa, ai rockettari quando si avvicinano alla mezza età e si trovano in una sala ripiena di indie fans, ragazzine, giovinotti, buzzurri che fumano nonostante la fottuta legge Sirchia (che maledii profondamente all’epoca, ma ora non disprezzo più di tanto), francesi ubriachi, bisonti poganti che manco fossero al concerto degli Slayer del 1987 al Palatrussardi, tour di Reign in Blood.
Succede ai rockettari di cui sopra che hanno – in più – una borsa che pesa 15 kg con dentro roba che non si deve rompere.
Succede ai rockettari di cui sopra e borsamuniti quando si trovano una band d’apertura del concerto composta da tre down che hanno scoperto un segreto pazzesco: se attacchi a basso e chitarra un numero n di effetti e piazzi tutto a manetta, escono dei rumori con cui ti puoi anche divertire. Per 48 secondi circa. Dopo devi essere terminato con estrema violenza e pregiudizio. Soprattutto se non hai una batteria, ma un cranioleso che percuote dei tamburozzi africani fuori tempo.
I tre down sperimentatori non so come si chiamano, ma è meglio così perché altrimenti mi verrebbe voglia di andarli a cercare e di infliggere a loro, e a chi li ha generati, alcune simpatiche torture (che culminerebbero nella morte tramite apertura della gola con colpo di badile arrugginito del mio fu nonno). Gruppi così sono una piaga, non hanno il rock, sono pretenziosi e inconcludenti, artistici come una striscia di merda su una mutanda portata per una settimana.
In pratica: trovatevi un lavoro senza troppe pretese (vi vedrei bene a lavare i pavimenti in un centro commerciale durante le ore notturne), vendete tutti gli strumenti e scomparite nel buco nero che vi compete.

Capitolo Sonic Youth.
Gruppo storico: ok. Onore e merito alla carriera: certamente. Gruppo seminale: nulla da dire. Thurston Moore sembra sempre un ragazzino: verissimo. Però dopo 3-4 pezzi tutto quello che riuscivo ad articolare era un classico e intramontabile “bravi, ma basta”. Un po’ per colpa di quelli di prima che mi hanno fatto possedere da un plotone di SS zombie. Un po’ perché il noise rock a me ha più o meno sempre detto poco o nulla.
E infatti ho ri-scoperto il motivo per cui, nei miei lunghi anni di acquisti musicali, ho comprato un solo disco dei Sonic Youth (nel 1992 mi pare) e ha ancora oggi la cellophanatura intatta, o quasi: ho aperto la plastica, ne ho sentito un lato e l’ho riposto nello scaffale da cui non è mai più uscito. Qualcosa vorrà dire… peccato che avevo rimosso.

Esco dal concerto attorniato da un’orda di giovini e meno giovini in estasi post-coitale. Io ho i testicoli che girano e male alla spalla destra per colpa di quel cazzo di borsa. E continuo a pensare: bravi, ma basta.

Etrom.

PS: il lato didattico della serata è che ho definitivamente inquadrato (e marchiato a fuoco sull’epidermide della mia coscienza) il tipo di rock che mai e poi mai voglio, ho voluto e vorrò suonare.

Penne e pennate della Gioventù Sonica

Thurston Moore – Alabama Wildman (Leconte)
Lee Ranaldo – Road Movies (Quarup)

Nel Belpaese del tarallucci e vino la sindrome del musicista pennamunito sta assumendo tutta l’aria di un’epidemia. Cito a memoria alcuni musicisti dal passato-presente alternativo che si sono misurati negli ultimi tempi con l’editoria libraria: Federico Fiumani (commovente), Carlo Cannella (sorprendente), Roberto Perciballi (trucidissimo), Massimo Zamboni (spesso), Tony Face (ok), Oskar Giammarinaro (e va bene), Silvio Bernelli (così, così), Vinicio Capossela (deludente), Drigo (a che pro?), Francesco Renga (meglio trombarsi Ambra), Cristiano Godano (non ancora pervenuto). Quasi tutti hanno messo nero su bianco i cazzi propri: in maniera onesta, didascalica, romanzata, poetica, surreale ma, bando alle ciance, sempre di cazzi loro si trattava! D’altronde questa è gente che, nella maggior parte dei casi, non ha mai timbrato alcun cartellino, ha del gran tempo libero, negli anni una mezza istruzione se l’è fatta, ecc. Gente che [soprav]vive affogata nella musica, brindando spesso a gin e frustrazione. Per farla breve… pretendere da loro di non avere impulsi bukowskiani è come convincere Berlusconi a non mettersi in testa quegli orrendi capelli posticci. La risposta è alquanto scontata, penso converrete.
Invero, al di fuori della nostra italietta la musica di carta non cambia. Nick Cave, Dee Dee Ramone, Julian Cope, Lydia Lunch, Richard Hell, Billy Corgan (e potrei andare avanti all’infinito) hanno tutti fatto piacevoli scampagnate nella narrativa e/o poesia. E con risultati alterni, esattamente come i nostrani suonatori indipendenti. Il dato di fatto, alquanto curioso, è che in quegli stessi prati siamo andati a belare in molti. Spesso esaltandoci per questa o quell’altra scoreggia letteraria di Re Inkiostro piuttosto che di Mr Druido.

cover-libro-tmoore.jpgIn mezzo a ‘sta marmellata più o meno commestibile, fa specie il pressoché totale silenzio dei media di settore nei confronti delle interessanti elucubrazioni narrative dei due massimi alfieri della Gioventù Sonica. Circa tre anni fa, infatti, in un punta di piedi ha fatto la sua comparsa nelle librerie italiane Alabama Wildman di Thurston Moore (Leconte, pp. 153, € 15,00). Eppure, da vent’anni a questa parte, qualunque stronzatella faccia Mr Moore – non Michael, Thurstone, ma anche Michael a pensarci bene – con la sua chitarra pare sia la migliore in mezzo all’immensa latrina del free(post)punk planetario.
Strano. Davvero strano. L’allampanato Thurston, per una volta, non se lo è cacato nessuno. E in realtà neanche io. Nel senso che il libro in questione ha surfato per un anno buono tra il mio comodino e la mia scrivania, soggiornando sovente nel cesso, senza che mi sia degnato di sfogliarlo una sola volta. Poi, quando mi sono deciso a mettergli addosso mani e occhi, il libello l’ho divorato in un pomeriggio. Adesso, a parte le poesie – poco comprensibili e oggettivamente pesantucce – c’è da dire che le memorie, le vecchie foto in b/n, i racconti abbozzati e, soprattutto, la lunga chiacchierata (sonicXsmith) con Patti Smith e i contrappunti di intervista con clap mi hanno emozionato al punto di rimettere sul piatto il doppio vinile di Daydream Nation. E poi, pur detestando dal profondo del deretano qualsiasi postfazione, le due paginette di Richard “gonzo” Meltzer da sole valgono il prezzo di copertina. Ecco un assaggio: “Non ci si può sbagliare: questo è un libro che parla di femmine. Quelle che si è effettivamente scopato, quelle che avrebbe potuto scoparsi, quelle che gli sarebbe piaciuto scoparsi, quelle della sua fantasia. Non si direbbe dalla sua musica pomposamente artistica […] No, non si è scopato Lydia Lunch. […] E poco ne sa di quanto in realtà fosse a portata di mano il cestino per il pranzo di lei. Io stesso ho assaggiato il Pranzo di Lydia… e lasciatemi dire che era molto, molto gustoso. […] Patti Smith, d’altra parte, nessuno di noi se l’è scopata, sebbene una volta le ho messo la mano sulla fica”.

cover-libro-lranaldo.jpgDella serie “via uno avanti l’altro”: l’estate scorsa una piccola, ma cazzuta, Casa Editrice di provincia ha dato alle stampe Road Movies di Lee Ranaldo (Quarup, pp. 173, € 15,00). Anche in questo caso il libro è già da Chi l’ha visto?. Un peccato, un vero peccato, perché il chitarrista dei Sonic Youth ha scarabocchiato i suoi personali diari degli anni Ottanta con lo sguardo trasognato del fotografo d’esterni: nel suo obiettivo ci sono finiti campi di granturco, fabbriche dai mattoni quadrati, paesi appoggiati alla base dei monti, tramonti sfocati, celi cerulei, alberi folti.
La scrittura di Ranaldo è piana, riposata, in una qualche misura classica; una sorta di no man’s land nella quale s’incontrano Flannery O’Connor e Jack Kerouac. Una scrittura volutamente lenta che obbliga il lettore attento a soffermarsi sui piccoli caratteri tipografici. Una scrittura che si parla addosso, autoreferenziale come nella migliore tradizione della Beat Generation. Una scrittura di viaggio e in viaggio: “Forse una cosa che mi piace del viaggiare, e di tutte le persone che incontri, è che non ti impegni in rapporti che cercano di durare per sempre. […] Di solito puoi parlare solo fino a un certo punto con una persona prima di esaurire gli argomenti significativi, e allora è bello conoscere tanta gente nuova con cui scambiare idee”.
Nulla di imprescindibile, sia chiaro. Ma questa voluta lentezza, questo evitare qualsiasivoglia fuoco d’artificio, questo normalizzare la vita on the road e gli incontri con altri campioni del calibro di Dinosaur Jr, fIREHOSE, Saccharine Trust, Butthole Surfers, ecc., questo mostrare fragilità e debolezze, questo fermare l’attimo su un taccuino come un anonimo uomo della strada è davvero cosa buona e giusta. Soprattutto in un periodo nel quale, spesso e volentieri, la stantia epica del rock’n’roll viene imbellettata con luccicanti copertine in quadricromia e messa comodamente a riposare nei dozzinali scaffali dei megastore.

Klaus Dinger: r.i.p.

Klaus Dinger (secondo da sinistra, nella foto dei Kraftwerk), batterista dei Neu!, dei Kraftwerk e dei La Düsseldorf è passato a miglior vita il 21 marzo; la notizia è però stata diffusa solo negli scorsi giorni. Stando alle poche informazioni reperibili pare sia morto a causa di un attacco cardiaco.

Dinger aveva 61 anni e ne avrebbe compiuti 62 il 24 marzo. Con lui se ne va uno dei fondatori del movimento krautrock, nonché l’uomo che praticamente inventò il motorik (il beat caratteristico che contraddistingue le rtmiche di Dinger, a cui la critica attribuì un nome apposito).
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Neu!: musica per la mente…

neu.jpgL’epopea dei Neu!

(di Filippo Gualtieri)

 

Ci sono stati tre grandi ritmi negli anni ’70: l’afrobeat di Fela Kuti, il funk di James Brown e il beat dei Neu! [Brian Eno]

Se i Kraftwerk rappresentarono il lato freddo, intellettuale del krautrock, i Neu! furono invece quello caldo e istintivo. Concentrati sull’espressione Zen delle emozioni, piuttosto che sull’esecuzione razionale delle idee, la loro abilità stava nell’equilibrio magico tra melodia e ritmo, tra le fluide linee di chitarra di Rother e la batteria infinita di Dinger, quel leggendario beat ritmico che i critici inglesi tentarono di descrivere coniando il termine “motorik”: un groove capace di fondere il calore umido del funk con la gelida precisione della techno.
Convinti sostenitori della ripetizione meccanica come essenza ritmica del rock, i Neu! crearono un nuovo tipo di ritmo, colmando il vuoto tra le sincopi del rock’n’roll e i metronomi della disco.

Michael Rother e Klaus Dinger lasciarono i Kraftwerk verso la fine del 1971, in completo disaccordo con Florian Schneider e Ralf Hütter sulla direzione musicale che il gruppo avrebbe dovuto intraprendere. All’epoca Dinger condivideva il suo appartamento con alcuni agenti pubblicitari alle prime armi e per dare un nome alla sua nuova creatura pensò a “Neu!” (“Nuovo!”), uno degli slogan commerciali più comuni di sempre.
Insieme al mago del mixer Conny Plank (che aveva già prodotto il primo dei Kraftwerk), Rother e Dinger andarono in studio per registrare il loro esordio e in quattro soli giorni ne uscirono con Neu! (1971), il risultato di una serie di improvvisazioni tra cui quali il duo scelse e montò le parti più interessanti. Un disco incredibile che all’epoca vendette 30.000 copie soltanto in Germania: una cifra davvero considerevole per un lavoro tanto ostico e fuori dai canoni. Un gruppo “Nuovo!” di nome e di fatto.

Il pezzo d’apertura, “Hallogallo”, è già di per sé un manifesto programmatico della loro arte: dieci minuti di psichedelia strumentale creati dal ritmo pulsante della batteria, dagli arpeggi minimali di una chitarra e dagli effetti speciali creati da Conny Plank. A tal proposito Julian Cope ha scritto nel suo libro Krautrocksampler: “Puoi sentire in modo chiaro ogni strumento. Era davvero un suono speciale nei giorni della Kosmische Musik”.
“Hallogallo” divenne quasi un hit radiofonico in Inghilterra grazie a John Peel che lo metteva in costante rotazione nelle sue trasmissioni.

Il resto dell’album è una collezione di idee inusitate: “Sonderangebot”, il pezzo più sperimentale, è caratterizzato da effetti synth di chitarra e da cimbali che sussurrano fino alla soffice esplosione del pezzo successivo, “Weissensee”, sorretto da un ritmo lento e dalle melodie di Rother che s’insinuano lentamente tra le pieghe della mente.

Il secondo lato è un viaggio fantastico in differenti atmosfere: “Im Glück” apre con i suoni di una barca a remi fino alla graduale entrata in scena di una frase di basso; un pezzo sognante ed etereo in netta contrapposizione con la rozzezza dei trapani, della folla urlante e dei suoni distorti del seguente “Negativland”, un evolversi progressivo di rumore in un ritmo quasi drum and bass sporcato dal banjo giapponese di Dinger. Questo pezzo predisse a Lee Ranaldo e Thurston Moore la teoria della dissonanza armonica che verrà applicata poi in Sister e Daydream Nation.
“Lieber Honig” è la quiete dopo la tempesta, una pseudo-ballata dal sapore pastorale che conclude il tutto e lo consegna alla leggenda.

Neu! evidenzia anche l’amore di Dinger per la pop art, manifestato fin dalla copertina da lui stesso disegnata: la parola Neu! scritta a mano sopra uno sfondo interamente bianco, un logo sobrio e perentorio che si ripeterà uguale, con colori diversi, anche negli album successivi.

neu-2dosco.jpgDopo un album del genere la pressione e le aspettative intorno al gruppo incominciarono a incrinare i rapporti tra i due. L’uscita del secondo album fu anticipata dal singolo “Neuschnee” / “Super”, che purtroppo non incontrò la fortuna commerciale del primo album.
Il duo si ritrova senza soldi e riesce a malapena a terminare le registrazioni della prima facciata di quello che nel 1973 diventerà Neu! 2. Per completare il disco Dinger manipolò una copia del primo singolo registrandolo a varie velocità. I critici non seppero cosa dire mentre alcuni fan rimasero delusi da questo espediente. Tra gli estimatori c’era anche David Bowie, che comprò una copia di Neu! 2 a Berlino nel 1975 e rimase così colpito dall’ascolto che cercò in tutti i modi di convincere Rother a partecipare alle registrazioni di Low (il Nostro declinò l’invito per cause ancora poco chiare).

“Erano i fratelli anarchici dei Kraftwerk”, disse di loro Bowie, “rimasi completamente sedotto dai drone chitarristici di Rother e dalla batteria robotica di Dinger. L’influenza che ebbero su di me potete ascoltarla su Station to Station”.

Il secondo album incomincia dal punto dove era arrivato il primo. “Für Immer (Forever)” é l’ideale prosecuzione di “Hallogallo” con il beat Apache (così Dinger soleva descrivere il ritmo tribale del suo drumming) e gli strani effetti chitarristici di Rother che degenerano nel vento e nelle campane da chiesa di “Gedenkminute (Für A + K)”; “Lila Engel (Lilac Angel)” è il sermone di Klaus Dinger accompagnato da lancinanti chitarre proto-punk.

“Neuschnee” é dominata dalle sinuose linee melodiche della chitarra di Rother e da una cetra. “Super” è punk rock cinque o sei anni prima della coniazione del termine. Questi due pezzi sono i remix del singolo “Neuschnee” / “Super” suonati a differenti velocità. “Hallo Excentrico!” nient’altro è infatti che “Neuschnee” suonata con un dito sul disco, una sorta di scratch ante litteram. “Cassetto” è una versione di “Für Immer”, registrata su una cassetta e fatta suonare in un registratore scassato di Rother.

Il disco vendette pochissimo e le strade di Rother e Dinger si divisero per un po’. Il primo, in cerca di nuove direzioni musicali, lasciò Düsseldorf per trasferirsi a Weserbergland dove, insieme a Moebius e Roedelius, diede vita agli Harmonia. Il secondo invece fondò una nuova etichetta discografica, la Dingerland, e formò i La Düsseldorf, insieme a suo fratello Thomas, con il contributo di Hans Lampe e dell’ingegnere del suono Conny Plank..

neu_2.jpgIl duo tornerà nel 1974 per una manciata di concerti e per la registrazione Neu! 75, capolavoro assoluto di elettronica motorik, nonché opera imprescindibile per capire gli anni Settanta in Europa.
Il fascino di questo disco sta nel perfetto equilibrio tra le due facciate: la prima molto meditativa, quieta e melodica; la seconda rumorosa, aggressiva e ritmica. Un continuo passaggio da paesaggi bucolici a schitarrate proto-punk. L’album si apre con “Isi”, un altro proseguimento ideale di “Hallogallo” dove al posto delle chitarre ci sono pianoforti e sintetizzatori; “Seeland” è un quieto trionfo di chitarre e batteria con l’aggiunta di un metronomo in sottofondo; “Leb’ Wohl” è forse il pezzo più minimale e meditativo mai scritto dai Neu!: Michael Rother suona il piano con il rumore delle onde del mare a fare da sottofondo, mentre Klaus Dinger sussurra dolcemente. Un pezzo ambient che cozza violentemente con la furia devastante di “Hero” che apre il secondo lato all’insegna della pura aggressione punk (di lì a poco John Lyndon trarrà ispirazione dal cantato sguaiato di Dinger); “E-Musik” è la quiete prima della tempesta annunciata dal vento elettrico di “After Eight”, il capolinea della follia Neu!, il loro punto di non ritorno definitivo.

Neu! 75 sarà l’ultimo album del duo. Rother e Dinger non si lasciarono in amicizia e intrapresero una serie di querelle legali per i diritti sul nome e sul catalogo. Questo spiega il motivo dell’enorme ritardo nella ristampa di questi tre dischi, che a lungo hanno girato per le fiere dei collezionisti in forma di bootleg.

Riascoltare i Neu! oggi significa ripercorre a ritroso le ultime tappe evolutive della musica contemporanea, recuperando l’unicità di una lezione che ha precorso i tempi e i modi della techno, della house music, del post-rock, delineando il passaggio dell’avanguardia da moderna a contemporanea. Fu una stagione leggendaria e irripetibile, il giro di boa di una transazione che portò le porte del cosmo dalla baia di Frisco alla Germania.

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