Sul ponte sventola bandiera nera: intervista a Keith Morris

[di Angelo Mora]

Per Keith Morris il punk rock è il presente, prima ancora che il passato. Sarebbe facile vivere di rendita sulle gesta di Black Flag e Circle Jerks, ma il rastaman californiano ha preferito rimettersi in discussione con gli Off!: il risultato finale è semplicemente incendiario.

La paternità del punk rock viene attribuita a diversi genitori, da una parte e dall’altra dell’Oceano Atlantico: dai The Kingsmen ai The Who, dai The Kinks agli MC5, dai The Sonics agli Small Faces fino ad arrivare ai New York Dolls e ai Ramones. In Italia se la attribuisce da solo Enrico Ruggeri, bontà sua (altro…)

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The Wild Brunch #11

L’estate: cosa cazzo è l’estate non credo di saperlo, né di volerlo sapere. Tanto più che ormai sta – godo un attimo – finendo. Già… eravamo a giugno e sembrava ancora primavera. E poi tra luglio e la prima metà d’agosto si consuma il fattaccio, così l’estate da canzonetta, da putrido Festivalbar anni Ottanta, se ne va riccamente a decomporsi sul fondo di un fosso.
Intanto l’importante è comprare sempre più dischi usati, salvarli dalle grinfie dell’ignoranza, dalle bancarelle e dai barabba. Per cui fotti l’ombrellone e rovinati di dischi.
Se non si era capito questo è l’undicesimo brunch selvaggio. Che è sempre la rubrica in cui si parla della maggior parte del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale). C’è un sistema di valutazione dei dischi, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”). E 1/2 è il mezzo punto, per chiarezza.
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.
Questa puntata ridotta, oltre a essere liofilizzata, è anche figlia della Prima Repubblica, del nepotismo, della P4 e di quel bell’uomo di Bisignani. Perché? Semplice… le due band di cui si parla sono gruppi di amici. Che si sappia. La cricca ci fa un baffo. Due.

The Doojimen – Tales From The Underground (autoprodotto, 2011)
Rambling Eric è un personaggio che chi ha bazzicato Roma a cavallo tra la fine degli anni Novanta e il 2005-2006 conoscerà bene. Agitatore semialcolista, adoratore ai limiti del cosplaying di personaggini  come Chris D. e Jeffrey Lee Pierce, spesso delirante in preda a visioni musical-psicotrope; ma anche frontman imbattibile (ricordiamo i Dead Cigarettes e i Viv Prince Experience, i due progetti principali in cui fu coinvolto all’epoca) e grande collezionista di musica. Ebbene Rambling Eric è tornato a essere Enrico ed è emigrato nelle terre d’Albione da qualche anno dove, oltre ad avere trovato una bella famiglia e un’invidiabile serenità, ha anche coltivato senza mai mollare i suoi sogni rock’n’roll; fino all’anno scorso militava in una band glam r’n’r, ma alla fine ha scelto di lasciarla per seguire il sentiero delle sue radici… ed ecco che nascono questi Doojimen, figli principalmente di Stooges e Iggy Pop, con un sound proto punk/garage rock che coniuga la ruvidezza compressa dei primi con alcune raffinatezze tipiche invece della produzione solista dell’Iguana nei momenti più ispirati. E ci piazzerei anche un tocco di Alice Cooper (epoca Love It To Death, soprattutto nella ballata stralunata “Punishment-Reward”). Nessuna invenzione, nessuna sperimentazione, nessuna velleità… se non continuare una tradizione che non può e non deve scemare. Questo è cazzutissimo rock/protopunk anni Settanta, scuro e ustionante, di quello che se non lo capisci è meglio se vai a recuperare i cd di Lady Gaga di tua nipote. O smetti di dire che ascolti punk. Il disco si può scaricare gratuitamente QUI.
[Voto: 3 – Consigliato a: orfanelli dei fratelli Asheton, chierichetti di Chris D, protopunkers senza macchina del tempo]

Sha-Rellies – promo (autoprodotto, 2011)
Nati come duo chitarra/voce + batteria (White Stripes e Intellectuals docent) dedito a pezzi concept che parlavano dei casi di Chi l’ha visto?, ora sono un trio e hanno da pochissimo inciso questo promo che non penso sia destinato a circolare se non nel fantomatico “giro” per ottenere contatti, date etc etc. Tre soli brani, ma lucidi, limpidi, solidi e concisi (colpo di genio: non si supera il minuto e 42” di lunghezza); c’è molto punk rock negli Sha-Rellies, con qualche sensibile inflessione punk’n’roll (Social Distortion e compagnia bella) e una pennellata di rockabilly deviato crampsiano (solamente in “Voodoo Girl”, il mio pezzo preferito, dedicato tra l’altro alla figlia scomparsa di Al Bano). Onestamente li preferisco di gran lunga in versione proto-Cramps, anche se il pezzo più punk’n’roll di tutti (il finale “Don’t gipsy With Me”) è senza dubbio il più roccioso e  ben costruito, indice di quella che potrebbe essere la direzione in cui la band si muoverà. Sono bravi, si sente e si percepisce fin dai primi secondi di ascolto… per cui contattateli e fateli suonare. Se poi amate il punk’n’roll italiano fatto a regola d’arte, non potrete che sposare la causa del culto di miss Sciarelli.
[Voto: 2+1/2 – Consigliato a: Drogati di Chi l’ha visto?, pronipoti di Mike Ness dall’animo gentile, punk’n’rollers da grande distribuzione]

Il dottor Ness, suppongo…

Social Distortion – Hard Times And Nursery Rhymes (Epitaph Records, 2011)

“Road Zombie” è l’ingresso verso un viaggio senza ritorno. Un viaggio, anzi un dirottamento delle mie facoltà mentali verso il magazzino dei ricordi. Il suono distorto della chitarra e l’aspro tono del rullante a martello mi riportano indietro di una bella ventina di anni. Sono sulle ginocchia e in adorazione. Questa è la cosa più vicina alla mia modesta opinione di cosa in pratica significhino quelle quattro lettere buttate a caso con cui puoi comporre la parola rock. E’ un pezzo strumentale in cui tutto è perfetto e la voce non serve (e ci vogliono davvero delle palle di pregevolissima fattura e consistenza per aprire un album così).
Poi, e qui più che una recensione è una cronaca, arriva la voce di Mike Ness come una maledizione a contaminare le altre 10 canzoni di Hard Times And Nursery Rhymes, per ricordarci come si fa a perdere il controllo degli arti superiori dalla voglia di simulare un bel riffone alla chitarra con tanto di grugno compiaciuto.

Sono già passati sette lunghi anni da Sex, Love And Rock’N’Roll in un bel mix di infortuni sul lavoro e abusi di sostanze illecite attorno ai Social Distortion, l’alter ego musicale di Mike Ness.
La formula magica è sempre la stessa: ingredienti genuini e di qualità. Niente fronzoli effetti speciali o colpi di scena, con batteria quattro quarti e pedalare, tra brani più tonici e graffianti e altri più lenti ai confini della ballad. Il profumo di casa è sempre il solito, un retrogusto di sonorità alla Pogues (quelle linee vocali che canteresti volentieri in un pub con le pinte di birra in mano e sventolate ben in alto), una sensazione di sleaze rock (mi vengono in mente i Dogs D’Amour) e una lacrima di Bruce Springsteen degli albori.
Certo anche i Green Day emergono in alcuni punti, ma qui è forse più giusto dire il contrario e cioè che in tutti gli album dei Green Day si trovano tracce di Mike Ness.

L’album funziona, difficile trovare un pezzo più o meno divertente degli altri, e vi regalerà una quarantina e più di minuti spensierati. L’ho ascoltato tutto d’un fiato, scendendo a rotta di collo con lo snowboard. Per lunghi attimi mi sono talmente gasato da tentare cose che non avevo mai provato in vita mia: ero il Dio della tavola. Poi ho preso una stecca da paura, cadendo di mento sulla neve ghiacciata. In quel momento tutti i miei sogni sono crollati e mi è rimasta solo la faccia gonfia e graffiata: il vecchio, goffo e ciccione è tornato sulla terra. E in fin dei conti questa è la vita e questi sono gli effetti del rock’n’roll.

“Live Fast, Die Fat!”
[Rodrigo Buchago & Il Mulo – 2011]

Pacco soffice, con sorpresa

spThe Soft Pack – The Soft Pack (Kemado)

Nella vita ci sono un sacco di cose belle e piacevoli che però non riescono lo stesso a diventare memorabili. E’ la triste storia dei Soft Pack e del loro omonimo album. (altro…)

L’astronave di Boston è guidata dalle voci

boston.jpgBoston Spaceships – The Planets are Blasted (Guided by Voices, 2009)

…e così di colpo Mike Ness mi dà due schiaffi e mi urla nelle orecchie: “ascoltati i Boston Spaceships, invece di perdere tempo a polverizzare Saturno con il disgregatore molecolare!”.
Io mi scuoto un attimo e gli balbetto che sì va bene, va bene. E invece non va bene un bel niente, sono nudo con addosso solo una maglietta dei Take That e – per giunta – al posto del disgregatore ho in mano un tagliaunghie. E, ai piedi, delle infradito tigrate. Urlo e mi sveglio.

Incubo a parte, devo ringraziare comunque Mike per il consiglio: The Planets are Blasted, il nuovo album dei Boston Spaceships, non è male. Questo gruppo che – come potrete immediatamente comprendere dal nome – viene da Dayton (Ohio), si muove con agilità nella ionosfera del rock alternativo con incursioni nel punk rock alla Social Distortion; sovente si piazza in orbita attorno a Wilco, Overwhelming Colorfast o Urge Overkill.

La voce (di Robert Pollard, ex leader dei Guided by Voices) richiama a tratti – scherzi del destino – il Peter Gabriel dei primissimi Genesis. E anche qualche brano o fa: sentite “Sight On Sight”, che sembra incedere alla maniera della band senza mantenere (fortunatamente) la durata e la pomposità del progressive. La chitarra sperimenta vari suoni, dalla distorsione secca a quella accennata (da livello due sul presence dell’ampli per intenderci) all’acustica da gruppo folk irlandese – o alla Lemonheads (per chi ancora si ricorda di Evan Dando). In alcuni brani poi, non ci fosse il suono così diverso, par di ascoltare l’ultimo album degli Husker Du.

Tra le canzoni degne di nota “Canned Food Demons” che sembra davvero una creatura di Mike Ness, “Lake Of Fire” (altro brano che ricorda un po’ Peter Gabriel), “Headache Revolution” e “Tattoo Mission”, con tanto di archi.

Insomma il disco (o il CD fate un po’ voi) si lascia ascoltare. Un unico appunto: i Boston Spaceships con i loro suoni così vari e diversi mancano di quel qualcosa che li renda riconoscibili. Mi toccherà farli sparire con il mio disgregatore molecolare.

Black Halos, il lato oscuro del punk

adam3.jpgPaint it black, tutto nero. Tra emo boy e indie rocker figli di papà, ultimamente è un tripudio di jeans attillati, Converse sminchiate ed eyeliner sbavato. Le mode, si sa, vanno e vengono. Sì, per fortuna vanno, se ne vanno. E quelli che si vestono di nero, da sempre e per sempre, continuano a marciare e magari marcire, “unchanged” – proprio come il titolo di una canzone dei Black Halos. La band di Vancouver ha sfornato un nuovo disco, il quarto: si chiama We Are Not Alone, ce ne parla il chitarrista Adam Becvare. Adam è uno che di nero se ne intende, di tanto in tanto suona anche con i Lords of the New Church. Praticamente sostituisce Stiv Bators, scusate se è poco.

Allora Adam, avete cambiato chitarrista e bassista: Jay Millette, Black Halo dal primo omonimo disco del 1998, ha lasciato la band, sostituito da Johnny Stewart. E si è perso per strada anche Denyss…
Quando cinque fratelli vanno in guerra, non tutti tornano a casa. Ai fan potrà sembrare strano, ma è sempre stato così: i membri dei Black Halos vanno e vengono. Quando Jay ci ha lasciati non eravamo più convinti di andare avanti, ma avevamo ancora buone canzoni da buttare fuori. Poi, una nostra vecchia amica – Melissa – ci ha presentato Johnny, che è entrato immediatamente nella band. Dopo un anno se n’è andato anche Denyss, ma a quel punto le canzoni avevano preso forma. E Johnny ha portato il suo amico JR, il nostro nuovo bassista.

Finalmente avete un nuovo album, We Are Not Alone, pubblicato in Europa dalla People Like You (disponibile da metà marzo) e prodotto da Jack Endino…
Jack è il sesto del gruppo, lui ha prodotto tutti e quattro i dischi: non possiamo lavorare con nessun altro. E’ incredibile come riesca a materializzare le idee che abbiamo in testa. E secondo lui questo è il nostro miglior lavoro: in Jack we trust.

Chi ha scritto le canzoni?
Billy (Hopeless, cantante dei Black Halos, ndr) non è in grado di suonare una nota, lui pensa a scrivere i testi. Io ho portato in studio otto pezzi e ho aiutato ad arrangiare le cinque canzoni di Johnny e Denyss. Questa volta ci siamo concentrati maggiormente sul songwriting: nel precedente Alive Without Control ci sono cose diverse in diverse canzoni, ora siamo riusciti ad amalgamare il tutto.

Adam, tu vivi a Chicago e suoni con i Black Halos che sono canadesi. Praticamente sei un pendolare del rock and roll…
Ovunque io sia, ho con me chitarra e computer. Per questo album facevo i compiti a casa, spedivo i pezzi a Denyss e poi volavo a Vancouver per dieci giorni di prove. Per quanto riguarda il tour, invece, mi sposto in Canada una settimana prima della partenza. A volte la gente si stupisce, ma è solo questione di sentimento e disciplina. La cosa dura è tenere in riga gli altri Halos quando io sono lontano…

L’anno scorso avete cancellato un tour europeo per girare gli Stati Uniti in compagnia dei Social Distortion. Ne è valsa la pena?
Domanda difficile, davvero. Lo abbiamo fatto per suonare in posti da duemila persone, tutti sold out. C’è stato un momento veramente incredibile: durante un soundcheck, Mike Ness mi ha chiesto di mostrargli come suonare un pezzo dei Clash. Così, ora lo vedo da tutt’altra prospettiva. E’ stato magnifico, ma certo mi è dispiaciuto paccare l’Europa. Non vedevamo l’ora di venire nel Vecchio Continente e, all’improvviso, ci è stato chiesto di suonare negli States con i Social Distortion: non puoi dire no a Mike Ness.

Meglio i club europei o i locali stelle e strisce?
Tutti hanno una visione romantica dell’America, perché qui tutto è così rock and roll. Ma oggi come oggi gli Stati Uniti non hanno nulla di più rispetto all’Europa.

adam2.jpgEcco, tu sei venuto in Europa più volte e, quando suonavi con gli American Heartbreak, sei stato nominato miglior chitarrista dell’anno dalla Gruta 77 di Madrid… Senti ancora i ragazzi di quella band?
Becco Billy Rowe (negli anni Ottanta chitarrista dei Jet Boy, ndr) due volte al mese. Avevano capito che l’unico modo per farmi felice è farmi suonare la chitarra. Ma quando è finito il tour mi sono reso conto che non mi avrebbero permesso di scrivere le canzoni, quindi ho lasciato. Insomma, rimanendo con loro non avrei potuto esorcizzare i miei demoni…

E sempre a proposito di tour europei, qualche anno fa sei passato da queste parti con i Lords of the New Church. Come se la passano i vecchi Brian James e Dave Tregunna (ex Damned il primo, ex Sham 69 e Barracudas il secondo, ndr)? Ma, soprattutto, come ti senti a vestire i panni di Stiv Bators?
Ho suonato nuovamente con i Lords lo scorso Halloween, a Londra, per il loro venticinquesimo anniversario. Abbiamo fatto due prove e mezza, poi è stato il caos. Brian è sempre lo stesso: imbraccia la sua Telecaster, mette il Marshall a dieci ed è contento. Per me è il chitarrista punk per eccellenza e suona più incazzato di qualsiasi altra persona più giovane di lui di trent’anni. E Dave Tregunna è ancora uno dei migliori bassisti in circolazione. Io canto i pezzi di Stiv con il massimo rispetto e piaccio ai fan proprio per questo motivo. Comunque, ci saranno altre sorprese in futuro.

L’altra band in cui suoni, i Lustkillers, è pesantemente influenzata dal mix di punk e new wave dei Lords…
Lo dicono in molti. Ho imparato a usare la mia voce ascoltando Stiv Bators, vero, ma anche Jim Carroll e Wendy O Williams. Ho creato i Lustkillers solo per me stesso e li tengo distanti dal business: l’unica cosa che abbiamo registrato finora è un cd di otto canzoni, Black Sugar Sessions, che vendiamo solo ai concerti. Un paio di etichette svedesi sono interessate a produrlo, a quel punto potremmo venire in tour in Europa. Ma voglio farlo al momento giusto e con le persone giuste.

Incredibile: a Chicago hai i Lustkillers, a Vancouver i Black Halos, sei stato in California con gli American Heartbreak e di tanto in tanto fai un giro in Inghilterra per unirti ai Lords of the New Church. Come se non bastasse, hai suonato anche con i newyorkesi Kowalskis…
Voglio veramente bene a Kitty (cantante dei Kowalskis, ndr): la conosco dal 1994, da quando stavo a New York con gli Heartdrops. Ha sempre provato a convincermi a suonare con lei e, alla fine, ce l’ha fatta: lo scorso settembre ho girato il nord della California con loro.

Ti piacciono da sempre sia la new wave più oscura che il rock and roll: cosa pensi di tutti questi gruppi di oggi che provano a suonare come i Joy Division e di tutti i ragazzi che indossano jeans neri attillati, si mettono le creepers, la matita intorno agli occhi…
Davvero? Non me ne sono mai accorto! A parte gli scherzi, io ascolto molta roba vecchia, a partire dai primi Sisters of Mercy e i Red Lorry Yellow Lorry. Il disco dei Blaqk Audio non è male, ma non riesco a canticchiare neanche una loro canzone. Molte band odierne dureranno poco più di un giorno. Per quanto mi riguarda, ho sempre indossato jeans neri attillati e continuerò a farlo per tutta la vita.

Ultima domanda: quando e come nasce la tua passione per il Fernet Branca?
Non dovrei dirvelo, ma tutto è cominciato al Velvet Rope Electronica Club di San Francisco…

San Francisco, New York, Chicago, Vancouver… Adam e i Black Halos ripartono: prima il Canada, da una costa all’altra, e poi l’Europa. Saranno in Italia domenica 18 maggio a Savona, il giorno dopo a Bologna e martedì 20 al Garage di Milano.

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