Mods going pop going nuts

smallsfaces [Un altro articolo che doveva uscire su una rivista musicale a tiratura nazionale. Buona lettura…]

Nella seconda metà degli anni Sessanta, il podio dei pesi massimi del rock’n’roll è occupato da Beatles e Rolling Stones; eppure la storia sembra avere offuscato la figura dei campioni terzi classificati, quelli che esibiscono l’onorevolissima medaglia di bronzo: gli Small Faces (altro…)

Peter Perrett, back from the dead (pt. III)

Terza e ultima parte dell’intervista agli Only Ones condotta nel dicembre 2009 dal blog Throwing Musings at Music (disclaimer: i miei tentativi di contattare l’autore e  chiederne l’autorizzazione sono caduti nel vuoto; il blog è fermo da quasi un anno, il titolare non risponde e non si sa che fine abbia fatto. Dopo un po’ di riflessioni mi sono arrogato il diritto di tradurre e riproporre il tutto citando ovviamente la fonte, sempre con la clausola che in caso il proprietario legittimo del testo si senta leso nei propri diritti, eliminerò il tutto da Black Milk). Da questa chiacchierata non si è mosso molto per la band, che ancora non ha ultimato il fantomatico nuovo album (previsto, forse, per il 2011), ma ha fatto qualche sporadico concerto in Francia e Inghilterra. Eccovi serviti…

Alan, ricordo che una volta accennasti a un’offerta che ti avevano fatto i Pretenders, verso la fine degli Only Ones…

AM: Sì, e Xena – molto astutamente – mi disse “Alan, se hai intenzione di accettare, tieni a mente che se qualcuno di noi fa sapere i propri piani o si lascia sfuggire che la band sta per sciogliersi, il debito che abbiamo con la casa discografica verrà diviso tra i singoli membri. E’ meglio continuare e far finta che tutto vada bene”. E abbiamo proprio fatto così. Abbiamo anche suonato al Dingwalls e in un po’ di altri posti, dopo.

PP: Abbiamo suonato all’università di Leeds o qualcosa del genere…

AM: Poi li abbiamo presi per i fondelli raccontando che stavamo preparando un disco nuovo. John disse: “Buttiamo giù un po’ di cover”. E loro risposero: “Le adoriamo”. C’era anche un pezzo degli Small Faces.

PP: “My Way Of Giving”.

AM: Noi pensavamo che avrebbero odiato l’idea, tipo “Ci fa schifo, vi molliamo”.

PP: Al Dingwalls suonammo solo perché dopo un po’ di mesi ci stavamo annoiando; chiesero a Xena se ci andava di farlo, ma fu un errore, perché arrivò gente da tutta Europa e non riuscirono a entrare tutti. Fu una sciocchezza suonare in un posto piccolo…

AM: Poi si aspettavano che iniziassimo a lavorare al nuovo disco il giorno dopo, così facemmo una riunione a casa di Peter e Xena; lei disse “Ora dobbiamo chiamarli e dire che la band si è sciolta”. E invece, non scherzo, il telefono si mise a suonare ed era l’etichetta che ci diceva “Scusate, ma dobbiamo lasciare il gruppo… niente di personale, ma dobbiamo mollarvi”. Avrebbero dovuto pagarci il giorno seguente. E finì così. Fu un momento fantastico.

PP: Robert Stigwood era tra quelli che volevano comprare il mio contratto, c’era anche la EMI, e poi mi contattarono un paio di compagnie, chiedendo se ero interessato a vendere i diritti. Ma io ero troppo fuori.

Xena si occupa ancora del management?

PP: No. Si occupa solo di me. Mi tinge i capelli.

Beh, è roba importante!

PP: Sì (ride).

AM: Xena ci segue ovunque. Lo fa da sempre.

Tutti voi avete una compagna che vi portate dietro in tour?

AM: No, no. E se fossi sposato, non farei venire mia moglie. Xena è un membro del gruppo. Se non fosse per lei, non esisteremmo. Oltre alle composizioni di Peter, Xena ha fatto in modo che la band funzionasse.

PP: Ha messo un sacco di soldi nel gruppo, prima che firmassimo un contratto. E in quel periodo io stavo con altre ragazze. Lei aveva davvero una grossa passione per la musica.

AM: Xena è come il quinto della band. E se qualcun altro chiedesse “Posso portare mia moglie?” la risposta sarebbe “no”.

Vi ricordate altre volte in cui avete suonato a Leeds?

AM: Io no, Peter per queste cose ha una memoria migliore.

PP: Abbiamo suonato all’Università. Mi ricordo anche un’altra volta che eravamo in grande ritardo e la polizia ci fermò per eccesso di velocità. Eravamo così in ritardo che alcuni spettatori se ne stavano andando perché avevano il treno per tornare a casa.

AM: Sì, però non ricordo in quale posto fosse il concerto…

PP: Leeds e York erano ottimi posti per la musica. Le università erano avanti in questo campo: erano grandi, perché facevano suonare un sacco di ottime band.

Beh, adesso è l’opposto. Almeno a Leeds. Arrivano solo i megagruppi.

PP: Come i Take That?

Non così grandi, forse…

PP: Sì, ok, ma hai capito, intendevo roba del genere.

AM: Abbiamo suonato qui l’anno che ci siamo riuniti, per l’O2 Wireless Festival. Per un soffio non è saltato tutto a causa della pioggia. I prati erano allagati. Siamo andati vicini alla cancellazione.

PP: Ti ho già parlato della pioggia? A Glastonbury c’erano i White Stripes come headliner e quando hanno iniziato a suonare il tizio ha detto “Mi scuso per la pioggia e per essere americano”. Così poi all’O2 ho usato la stessa frase, ho detto “Mi scuso per la pioggia e per essere il migliore alleato dell’America”.

Negli anni Settanta c’era un promoter che organizzava molti concerti di gruppi new wave a Leeds – un tizio che si chiamava John Keenan. Faceva i concerti al Futurama; ve lo ricordate? E’ ancora nel giro.

PP: Il nome John Keenan mi suona. Non è quello che ha organizzato il festival di fantascienza dove abbiamo suonato?

AM: Sì, mi sa di sì…

PP: Sarà stato il 1979.

AM: Sì.

PP: Tra i primi nel cartellone c’erano gli Echo and the Bunnymen. Noi e gli Hawkwind eravamo headliner. Gli Hawkwind dovevano suonare per ultimi perché erano più conosciuti – credo – ma siccome  eravamo in ritardo, salimmo sul palco dopo di loro.

AM: Erano furiosi.

Quel è il vostro miglior ricordo degli Only Ones?

PP: Oh, dio. Il ricordo più bello? Temo che la maggior parte sia roba legata al sesso, perché quando sei giovane ti interessa quello. Il sesso è troppo importante. Mi capisci vero? Poi invecchi e lo metti in prospettiva. Ho fatto molte cose per i motivi sbagliati.

AM: Per me credo che sia stato lavorare al primo disco, mi è piaciuto tantissimo ogni singolo momento. Entrare in studio e fare un album era roba eccitante, per me lo era. Il Basing Street studio era una grande chiesa, fantastico… e poi è stato così bello sentire il disco finito: pensavo fosse grandioso. E lo penso ancora.

PP: Fare i programmi tv dal vivo era bello. The Old Grey Whistle Test era dal vivo?

AM: Molto…

Come hai vissuto il periodo in cui Nina Antonia stava scrivendo il libro su di te? E come ti sembrava il fatto che stessero mettendo insieme un volume sulla tua vita? Ti piace il risultato finale?

PP: Penso che certe cose… certe cose che alcuni hanno detto sul mio conto non sono vere. Non ho avuto nessun controllo sull’operazione, era il suo libro. Io ho detto solo la verità, ma certi no e mi piacerebbe poter correggere.

AM: E’ uscita anche un’edizione aggiornata.

Ah ok…

PP: Non so proprio dove lei trovi il tempo per fare queste cose. Adesso, poi, ha anche un compagno, no? Un ragazzino…

Deve essere frustrante sapere che c’è un libro intero su di te [The One and Only: Peter Perrett, Homme Fatale – n.d.Andrea], vederlo nero su bianco e sapere che…

PP: Beh, sai come funziona: la gente vede la roba stampata su carta e pensa che sia tutto vero e sacrosanto.

AM: Stamattina mi è arrivata un’email da un tizio che sta scrivendo un libro sui Queen che mi chiedeva “Alan, è vero che ti avevano chiesto di unirti ai Queen”? Perché Nina Antonia lo ha scritto nel libro. E io pensavo, non ho mai detto questa roba…  e Nina non mi ha mai chiesto niente. Quando Freddie Mercury è venuto a lavorare per me [Alan aveva un negozio di vestiti a Kensington Market a Londra nei primi anni Settanta: Mercury per un po’ fece il commesso lì – n.d.Andrea], John Deacon era già nei Queen. Questo è un buon esempio di quello che è successo… così stamattina ho dovuto mettermi a scrivere una mail spiegando che non era vero, e Freddie non sapeva neppure che io suonassi il basso. Quando ero al lavoro, non pensavo alla musica, ero lì per un altro motivo… e questa è solo una piccola cosa. Ovviamente nel caso di Peter ci sarà un sacco di roba. Comunque io, per questo fatto, ricevo diverse email che mi chiedono dei Queen. Ed è una cosa che non è mai accaduta.

Peter, dovresti correggere tutto quello che non va. Potresti mandarle una lunga mail. Comunque, è vero che andrete in tour in India?

PP: (dopo un lungo silenzio) No… credo che questa cosa l’abbia detta Marc Zermati, no?

Oh, credo di averla letta in qualche intervista.

PP & AM: Sarà John…

PP: John rilascia interviste a chiunque senza dirci nulla. Ne ha fatta una con un tipo greco e ha detto un casino di roba senza senso.

AM: Marc Zermati è un tizio che negli anni Settanta aveva un’etichetta… come si chiamava?

PP: Skydog.

AM: Skydog. Lo abbiamo incontrato e lui era tutto entusiasta di noi, si è messo a parlare di quello che voleva fare, e la cosa del tour in India era una di queste cose. Qualcuno ha creduto a tutte quelle panzane. Mi sa che John ci è cascato.

PP: Comunque è interessante che ci siano questi strani Paesi… tipo, ho un amico che mi raccontava di un gruppo sconosciuto russo che è andato in Cina e ha suonato davanti a 150.000 persone. Perché in certi posti tutti, dai 2 ai 92 anni, arrivano dalle zone vicine per assistere a uno spettacolo che non avevano mai visto prima.

AM: Sarebbe fantastico andarci. Molto eccitante. Magari non come il Giappone, ma sarebbe bello andare in un posto così diverso, per vedere come la gente reagisce alla musica.

PP: E’ una cosa che mi piace molto. Con gli Only Ones, all’epoca, quando andavamo all’estero mi piaceva solo l’ora che passavamo sul palco, ma il resto del tempo lo passavo a sperare di tornare in Inghilterra al più presto, per mettere le mani su un po’ di droga buona. Anche perché quando viaggiavamo di solito stavo pulito. Adesso invece apprezzo molto le altre culture e il fatto di vivere su un pianeta con abitudini così varie.

AM: Sì ti godi tutte queste cose…

P: Il Giappone era come essere in Blade Runner, perché c’erano questi schermi giganti per strada. Adesso sono spariti questi affari, no? Da quando c’è la crisi hanno levato i maxischermi. Sei mai stato in Giappone?

No, mi piacerebbe… ma quindi cosa avete in serbo per il futuro?

AM: Niente.

Davvero?

PP: La cosa principale è finire il disco. I tre concerti che stiamo facendo mi hanno convinto a suonarli perché tutti mi dicevano: “Tranquillo, quando sarà il momento dei live avremo già finito col disco”. Sai, prima ovunque andassimo tutti ci chiedevano “Quando esce l’album?” e mi ero stufato di inventarmi scuse, così un po’ di mesi fa ho detto che non volevo più suonare dal vivo… anche se andare all’estero mi piace, è come essere in vacanza. Comunque i concerti sono arrivati, e noi non abbiamo ancora terminato il disco.

AM: Pensavamo che ce l’avremmo fatta. E poi tutti volevano fare qualcosa vicino a Natale…

PP: Sì, ma a me interessa solo finire il disco. Voglio qualcosa di nuovo. E poi in ogni concerto abbiamo suonato sei pezzi nuovi.

AM: Sì.

PP: Quando il disco uscirà tutti lo conosceranno già, perché avranno sentito i pezzi su Youtube.

AM: Ok… però la versione in studio sarà diversa. A marzo faremo anche un tour francese.

PP: Se non avremo finito il disco io mi metterò in sciopero.

Vi è sembrato difficile affrontare i cambiamenti del music business – ad esempio il modo in cui la gente ascolta la musica, non comprando più i dischi? E’ una cosa che si è ripercossa sul vostro modo di lavorare, da quando vi siete riuniti?

AM: Penso che l’album ne risentirà. Fino a ora non è accaduto, perché non abbiamo nessun nuovo prodotto in giro; penso che ce ne accorgeremo col disco. Su come l’industria musicale sopravviverà, non ho proprio nessuna idea; so che i download stanno crescendo, ma non ho idea di come si muoverà l’industria. Ci vorrebbe un altro inventore scozzese che tirasse fuori un formato per la musica che non sia possibile copiare. E noi lo abbracceremmo al volo.

PP: A me, ora, non piace pagare la musica.

Non dovresti dirlo, Peter!

AM: Io penso che le grandi band che regalano i loro cd facciano bene, buon per loro; ma i gruppi piccoli, cosa dovrebbero fare coi loro dischi? Come possono sopravvivere? Come guadagnano soldi?

Credo che voi abbiate una base di fan piuttosto grande, gente che vuole i vostri dischi su un supporto fisico…

AM: Comunque per me il cd non scomparirà; ma di sicuro spariranno i negozi.

C’è un’artista – Kristin Hersh – che ha fatto una cosa interessante; praticamente ha bypassato l’industria musicale, mettendo in piedi una specie di servizio ad abbonamento – paghi più o meno 25 dollari ogni quadrimestre e hai diritto a scaricare i pezzi inediti che lei mette a disposizione nel suo sito, solo per gli iscritti; ogni volta che fa uscire un disco hai diritto a riceverne una copia fisica ed entri gratis ai suoi concerti. In questa maniera si garantisce dei guadagni continui. Certo, il fatto è che è un’artista già nota e la stessa cosa non funzionerebbe con chiunque. C’è anche da dire che se io facessi una cosa del genere con ogni gruppo che mi piace, finirei in bancarotta.

PP: Ti piace molto lei, vero?

Sì, è una delle mie preferite.

PP: Roba anni Novanta, no?

Sì, era nei  Throwing Muses, su 4AD . Comunque secondo me ci sono delle opportunità che andrebbero esplorate, anche se il panorama sembra molto scoraggiante. Parlandoti da scrittore, ti dico che anche per i giornali musicali va male, perché non ci sono entrate pubblicitarie, le etichette indipendenti sono in difficoltà.

AM: La cosa bella è che i gruppi nuovi, adesso, non devono passare attraverso la trafila dei talent scout delle etichette, sai quelli dell’A&R [la divisione Artists & Repertoire tradizionalmente nelle etichette è quella dedicata alla selezione dei nuovi artisti – n.d.Andrea]. Mettono la loro musica online e se alla gente piace iniziano a farsi un bel seguito. Anche se non capisco come possono sopravvivere finanziariamente, almeno finché non riescono a fare concerti per pagarsi le spese.

A volte penso “Ok, benissimo, dato che è così duro vivere di musica, ci sarà una scrematura e solo i migliori e i più appassionati resteranno”. Eppure c’è ancora tantissima merda là fuori!

AM: Ci sono ancora molte cose che devono cambiare… le case discografiche più grosse spariranno tutte, per ora sopravvivono solo grazie alle altre attività collaterali che hanno messo in piedi.

Peter, i tuoi figli sono entrambi musicisti. Gli dai mai qualche consiglio?

PP: L’unica cosa che hanno imparato da me è di non diventare mai tossici. Ma per quanto riguarda la gestione delle band, non gli ho mai detto nulla.

AM: Sono dei grandi musicisti, tutti e due.

PP: Hai mai sentito la loro musica?

Ho sentito gli Strange Fruit, il gruppo di Jamie, perché Sarah – una mia amica – me li ha consigliati. Mi pare che Jamie le abbia fatto da dog-sitter!

PP: Ah sì, è in un gruppo che si chiama Screaming Ballerinas, no?

Veramente è nei Wet Dog.

PP: Hai ragione, Sarah. Stavo pensando a Laura…

AM: E’ un’ottima band.

Hanno mai suonato con voi?

AM: Stiamo tentando di farli suonare a Leamington Spa, domani sera.

PP: I miei ragazzi hanno suonato dove suoniamo noi stasera…

AM: Il Brudenell Social, si chiama così.

PP: Mi hanno detto che è una specie di circolo dopolavoro, ma che è bello.

Molto. E’ il mio locale per concerti preferito a Leeds.

PP: Il palco è piccolo, vero?

Non saprei… lo è se sei abituato a suonare in posti grandi.

AM: Quando mi hanno contattato la prima volta per suonare, ho detto “Brudenell Social Club!?”. Sai, suonavamo in posti del genere agli inizi, così ho fatto subito un controllo.

Fino a un po’ di tempo fa era solo un posto in cui promoter piccoli organizzavano concerti, tutti lo consideravano un po’ sfigato. E adesso è uno dei più popolari. E’ grande abbastanza da poterci far suonare gruppi piuttosto importanti, ma senza passare attraverso tutte le stronzate business che ti impongono i locali più grandi del circuito.

AM: Sì, è quello che ci diceva John Paul, l’organizzatore; sembra bello. E poi, a parte l’O2 Wireless Festival, è un po’ che non suoniamo qui.

PP: Faremo delle canzoni che non suoniamo da 30 anni. Alan, la facciamo “Watch You Drown”?

AM: Sì.

PP: Hai il testo giusto? Mi sta scaricando il testo da Internet, ma ogni volta è diverso da quello che avevo scritto.

AM: Faremo cinque pezzi vecchi che non suoniamo da tanto. Ho trovato un sito di un tizio con i testi delle canzoni, c’è davvero tutto.

Vi confesso che leggevo su Internet il testo di “Another Girl, Another Planet” e pensavo “Oh cazzo, non pensavo dicesse questo”.

AM: Ah, sì, era quello dei Blink 182? Il tipo dei Blink 182 ha proprio male interpetato e ora tutti citano la sua versione. Quel pezzo che dice, “I always flirt with death”…

PP: Sì e poi lui ha cantato “I’ll get killed”.

Esatto. Io pensavo che dicesse “I get ill”

P: Sì.

Grande… avevo ragione!

AM: Quando abbiamo ricominciato a suonare, ho scaricato stampato tutti i testi perché avevo capito che Peter non usava il computer; ma sapevo anche che dopo tutti questi anni la maggior parte dei testi che trovavo erano sbagliati, però c’è un sito in cui questo tipo ha trascritto tutto quasi alla perfezione. L’ho già detto altre volte a Peter – e Rod Liddle si è anche offerto per aiutarlo – che potrebbe scrivere un libro sui suoi testi, su come ha scritto le canzoni e sul motivo per cui le ha fatte. Peter, dovresti farlo.

PP: Non ho tempo.

AM: Fallo con un dittafono.

Ok, è la mia ultima domanda, non voglio rubarvi altro tempo; cosa vi fa paura e perché?

AM: La morte. Mi spaventa da sempre. Perché? Non so… è stato così fin da quando ero giovane. Non è per il fatto di morire o per il dolore, è il vuoto a spaventarmi. Da bambino mi terrorizzava. Ora convivo con questa cosa, ma è davvero quella che mi spaventa di più. Sai, ogni volta che ci penso mi viene in mente l’oscurità e mi incupisco. Il non esistere è terrificante.

Peter?

PP: Per me non è la morte, ma l’idea di vivere senza Xena. Se lei morisse prima di me, sarebbe terrificante. E poi mi preoccupa anche la salute: ho paura di iniziare a stare male, di perdere la ragione, di provare dolore. Quando invecchi la morte diventa un’opzione tangibile. Quando sei giovane puoi parlare di “flirtare con la morte” e roba del genere, perché sei invincibile. Ma quando arrivi alla mia età, la verità è che il tuo corpo inizia a incasinarsi e io non voglio per nulla al mondo vivere senza Xena. E’ l’unica cosa che mi spaventa per davvero. E non sopporterei di vederla soffrire. Io credo nell’eutanasia. Non si dovrebbe obbligare la gente a soffrire, quando la vita sta finendo. Ci dovrebbe essere della dignità nella morte. E invece la gente è costretta ad andare in Olanda o in Svizzera o che altro, ma deve farlo prima del momento in cui servirebbe davvero.

AM: E devi anche scrivere le tue volontà, come vuoi che venga fatto.

Mi spiace, è un modo un po’ cupo per chiudere l’intervista…

AM: Beh, è quello che succede quando chiedi a qualcuno della nostra età “Cosa ti spaventa?”. E tu di cosa hai paura?

Avevo paura di essere investito da un’auto, ma poi la scorsa settimana mi è successo davvero. Non mi ha colpito con violenza, però.

AM: Quindi quella cosa l’hai risolta?

Sì è andata. Poi avevo paura di cadere dalle scale del posto in cui lavoravo, ed è successo anche quello. Di solito so che – quando ho paura di qualcosa – di sicuro succederà.

PP: Come un presagio?

Forse. L’ho sempre saputo che prima o poi sarei stato investito.

PP: Ma perché? Quando attraversi la strada ti addormenti?

Ma no Peter! Non è stata colpa mia! Ha ha! E il tipo non ha nemmeno abbassato il finestrino per vedere se stavo bene.

PP: Ma come… è scappato via? Cazzo. E’ un reato, no?

Sì.

PP: Probabilmente era ubriaco o altro.

Può essere. Però adesso devo trovare una nuova paura. Vi farò sapere.

Vai alla seconda parte dell’intervista: QUI
Vai alla prima parte dell’intervista: QUI

Made in Mod

Made – They don’t Understand (Area Pirata, 2009)

I Made sono sulla piazza da 13 anni circa. E non è poco per una band. Ci vuole costanza, voglia, passione e – diciamolo senza mezzi termini – le palle esagonali. Perché è un attimo che la vita ti arrota e ti pialla, tra sbattimenti di lavoro, straordinari, malattie, impegni di famiglia, gente che si riproduce e non ha più testa, conversioni sulla via di Damasco e tutto il campionario di situazioni/eventi che mandano egregiamente a puttane i gruppi nel lungo periodo.

I Made in questi 13 anni si sono guadagnati la fama di band di punta del giro mod italiano, ma hanno avuto relativamente poca fortuna a livello di uscite e materiale prodotto: solo due album, uno split ep, e un ep (più la manciata di brani d’ordinanza nelle compilation di turno). Come dire… poca roba.
Ma fortunatamente, a fronte di un’attività live costante e di un’effettiva qualità della loro musica, la scarsa produzione non li ha fatti collassare sotto il peso del tempo. E quindi eccoli, grazie ad Area Pirata, con il loro secondo lavoro sulla lunga distanza: un cd che esce in limited edition di sole 500 copie, con copertina digipack.

Gli otto brani (sette originali e una cover dei Cars di Ric Ocasek) di They don’t Understand sono decisamente un manifesto chiarissimo dell’essenza del gruppo: mod, pop britannico, rock e una dose di punk. Nessuna pretesa, ma anche tonnellate di onestà e conoscenza del genere. Sarà per questo che praticamente tutti i pezzi sono – come si diceva una volta – a presa rapida e ti restano da subito appiccicati alle orecchie. Decisamente un risultato ottimo, per una band che professa questo tipo di sonorità.

A tratti mi hanno ricordato i Long Tall Shorty più recenti, ma ovviamente qui dentro ci sono gli Who, i Jam, gli Small Faces, il genoma di Oasis e Blur, i Cheap Trick… insomma ci siamo capiti. Musica divertente, dura senza essere pesante, pop senza stufare, rock senza strafare. Dategli senza esitazione una chance. Magari due. E ricordate che ce ne sono solo 500 in giro…

The Prisoners

prisobigUn’ipotetica lista delle migliori mod band in assoluto non può, ovviamente, escludere nomi come Who e Small Faces per i Sixties, Jam e Secret Affair per il mod revival (post ’79). Né i nostri Statuto che per creatività, coerenza e stile non sono mai stati secondi a nessuno; o gli immensi Action, gruppo minore dei Sixties, ma che ha saputo comporre alcune canzoni che meriterebbero un posto preminente nell’enciclopedia del rock (vedi “Shadows and Reflections” o “Hey Sha lo Ney”).
Ci si dimentica, purtroppo, spesso di quelli che a mio parere sono stati i più grandi: The Prisoners.

Avevano l’irruenza degli Who, l’anima soulbeat degli Small Faces, la grazia melodica degli Action, lo stile degli Statuto, l’energia punk dei Jam , il ritmo dei Secret Affair. E quel qualcosa in più che ne ha fatto una band unica, nella mia hit parade personale irraggiungibile.
Scoprii i Prisoners nel 1983 , a Londra. Il cinese del Merc in Carnaby Street (ovvero il gestore di origini orientali dell’omonimo negozio mod che, partito come sordido cunicolo ricolmo di 45, vestiti e fanzines, è arrivato nel corso degli anni a diventare un marchio alla moda) insisteva più di ogni altra volta a rifilarmi il primo LP di quella fantastica band. Visto che in passato mi aveva già spacciato delle chiaviche facendomele passare come “i nuovi Small Faces” o “gli eredi dei Jam”, non mi fidai… mi lasciai convincere solo il giorno della partenza e infilai nella valigia, assieme a un altro pacco di roba, anche la copertina in bianco e nero di A Taste of Pink.
Ebbene: non credevo alle mie orecchie quando, dalla puntina del giradischi, cominciò a sgorgare l’incedere di “Better in Black” o la favolosa melodia di “Maybe I was Wrong”. Solo gli Who, i Jam, i Clash e gli Small Faces avevano avuto un’eguale potere di entusiasmarmi! Da quel momento i Prisoners divenerro il mio gruppo preferito. Graham Day chitarra e voce, James Taylor tastiere, Allan Crockford basso, John Symons batteria: i miei beniamini…
Li seguii un sacco di volte sia a Londra che in Italia e in ogni occasione riuscirono a farmi saltare dall’inizio alla fine; e che emozione quando Graham Day, alla fine di un concerto della sua nuova band Planet (davanti a una cinquantina di persone al Fillmore di Piacenza, con me unico sotto al palco), mi si avvicinò per dirmi: “Mi ricordo di te, ti ho visto un sacco di volte ai concerti dei Prisoners e poi anche con i Prime Movers”. E che gioia portare i Solarflares prima, gli Stabilisers di Crockford poi, in concerto a Piacenza; corrispondere con Graham durante gli ultimi mondiali di calcio irridendo la sua Inghilterra e gioiendo per la mia Italia; avere Alan al basso in un brano del mio album solista. Gioie da fan. Ma é ora di passare alla storia vera e propria.

Lontano 1982… la minuscola label francese Skydog pubblica il primo 45 There’s a Time/Revenge of the Cybermen. Non ha alcun riscontro, ma si intravedono già i germi di quell’esplosione beat mod rock che caratterizzerà di lì a poco il primo album. Come detto, A Taste of Pink, registrato in un solo botto il 12 settembre dell’82 e pubblicato un mese dopo, è un capolavoro destinato a diventare una pietra miliare per tutto il nuovo suono mod post Jam.
Un sound che precede di 15 anni il successo planetario di band come Kula Shaker o Charlatans che dei Prisoners ripresero, in versione più pulita e ricercata, l’intera lezione.
L’album é a parer mio il momento più significativo della storia della band con brani come “Coming Home” o la cavalcata psichedelica di “Pretend”, il fantastico beat di “Till the Morning Light” o le già citate “Maybe I was Wrong” e “Better in Black”, che diventano piccoli classici.
La voce roca e calda di Graham Day, l’organo alla Brian Auger di James Taylor, la ritmica caotica tra Keith Moon e Kenny Jones di John Symons e il basso penetrante di Allan Crockford forgiano un marchio di fabbrica inconfondibile. Il gruppo schizza subito in tour, aprendo tra l’altro le date inglesi dell’83 dei Ramones e lasciandoci show indimenticabili (ricordo in particolare quelli al Clarendon Hotel sotto l’Hammersmith Odeon a Londra…).

Nell’83 esce il secondo album per la blasonata Ace, The Wisermiserdemelza, preceduto dal singolo “Hurricane” (con la B side inedita “Tomorrrow (She Said)”). Molto più psichedelico del precedente, acido e meno violento, con grande spazio per le tastiere di James Taylor e atmosfere più liquide (vedi “Far Away” o “Tonight”), anche se la chitarra e la voce di Graham Day ruggiscono ancora in “Love me Lies” e “Hurricane”. Insomma, un lavoro più maturo, anche se inferiore al travolgente esordio.
Nell’84, oltre ad apparire alla tv francese (con spettacolose versioni di “Hush” dei Deep Purple, “Melanie” ed “Explosion on Uranus”) e alla BBC – su Channel Four – con “Reachin my Head” (vestiti con le tute di Star Trek!) che poi sarà incluso nell’ep 7″ “Four on Four” (con Milkshakes, Stingrays e Tall Boys), pubblicano quello che ritengo uno dei migliori ep di tutti i tempi. Electric Fit raccoglie quattro capolavori come “Melanie” (il loro miglior brano di sempre), la durissima fuzz ballad “What I Want”, “Last Thing in Your Mind” e “Revenge of the Cybermen Part Two”, un poderoso strumentale di cui abbiamo già dissertato.
Sempre nell’84 , negli USA, esce per la Pink Dust una strana – quanto preziosa – compilation intitolata Revenge of the Prisoners, che include i brani di Electric Fit, sei canzoni da Thewisermiserdemelza, più una alternate take (più grezza e violenta) di “Coming Home”, “Reachin my Head” e l’inedita, bellissima, “Love Changes”. Un must per i fan più sfegatati.
Purtroppo il mercato americano resterà insensibile al richiamo dei Prisoners.

Il live act nel frattempo continua ad essere imperdibile, sudato, aggressivo, arrogante. Il pubblico é sempre composto in gran parte da mod e dintorni, anche se non mancano punk e addirittura psychobilly. I Prisoners, mod band per eccellenza, non hanno mai gradito la ghettizzazione al solo ambito mod, e a loro volta i mod più intransigenti rimproveravano loro eccessive sterzate hard e un abbigliamento non sempre “consono”.
Purtroppo il mio entusiasmo per i Prisoners era evidentemente condiviso da pochi altri visto che l’85 li coglie parecchio in ribasso. Addirittura il nuovo album, The Last Fourfathers, viene autoprodotto, registrato velocemente e con eccessiva approssimazione: finisce per deludere le aspettative anche dei fan più fedeli. Dentro ci sono grandi song come “The Fisherman”, la sottovalutata “The Drowning” (una delle loro migliori), la grande beat ballad “Nobody Wants Your Love”, ma la presenza di ben tre strumentali – carini, ma nulla più – e di alcuni episodi un po’ traballanti, testimonia un momento di crisi.

Esce nello stesso anno anche il live Last Night at the MIC, per la Empire, diviso a metà con gli amici di sempre Milkshakes di Billy Childish. La registrazione, seppur approssimativa, testimonia la chiusura del mitico locale MIC.
I Prisoners rivisitano con il consueto piglio nervoso “Coming Home”, “Revenge of..”, “There’s a Time”, “Don’t call my name” e in più propongono le cover di “Runaway” di Del Shannon e “ Sitting on my Sofa” dei Kinks , più l’inedito “Little Shadows”.

Nell’86 approdano in Italia, a gennaio, per un breve tour e subito dopo giunge la loro grande occasione. Il mod guru (futuro boss dell’Acid Jazz records) Eddie Piller li porta alla Stiff Records: così dopo il singolo “Whenever I’m Gone” esce In From the Cold, eccellente canto del cigno del quartetto. Canzoni stupende, anche se molto ripulite dalle scorie beat punk dei precedenti lavori. L’effetto é comunque ottimo, ma Graham e compagni se ne hanno molto a male nel sentire che il mixaggio finale ha ammorbidito il tutto. Seguiranno grandi liti con l’etichetta e, il 18 settembre dell’86 al 100 Club di Londra, l’ultimo concerto.
In From the Cold é comunque un grande album con la bellissima “All you Gotta do is Say” ad aprire, la cover di “Ain’t no Tellin” di Hendrix , la stratosferica “More that I Teach you” la durissima “Deceiving Eye”. Anche in questo caso il pubblico tributò loro scarso interesse e questo,unito alle liti di cui sopra, accorciò il passo verso l’infausto scioglimento. Nell’88 Graham Day raccolse in Rare and Unissued 14 gioiellini lasciati in giro negli anni , tra cui una “Coming Home” live a Berlino, la grande “Happiness for Once” (l’ultima song registrata, il 22/8/86, a gruppo ormai sciolto), quattro inediti e cinque brani da In from the Cold con il mixaggio più sporco.
Eddie Piller inserì (nell’88) nella mod compilation Smashing Time un’eccezionale versione di “Don’t Burst my Bubble” degli Small Faces , mentre in un’ altra compilation dall’eloquente titolo We are the Mods vol. 1 appaiono con l’inedito “Captain Scarlet”.

I Prisoners si riformeranno qualche anno dopo per un breve tour italiano, a cui seguirà il singolo “Shine on me”, ulteriore testimonianza del valore compositivo di Graham Day. Le tre canzoni del 45 sono al solito stupende, il sound evoca le solite straordinarie sensazioni. Il disco non ebbe, ancora una volta, successo: la band si sciolse definitivamente, ritrovandosi saltuariamente per sporadiche reunion, che le cronache testimoniano sempre all’altezza della loro fama.

POST PRISONERS
Graham Day: a parte l’esperienza lo-fi dall’84 all’88 con i Mighty Caesars (con membri dei Milkshakes e in cui suonava batteria e flauto), fondò nell’88 – con la moglie Fay Hallam (ex tastierista e voce della grande modband Makin’ Time) che già compariva come ospite su In from the Cold e con il bassista Martin Blunt (anch’esso nei Makin’ Time e attuale membro dei Charlatans) – i Gift Horses con i quali realizzò il deludente 45 “Rosemary” (Pop Records, Germania).
Di lì a poco nacquero i Prime Movers, sempre con Fay, con l’ex Prisoners e James Taylor Quartet Allan Crockford e Wolf Howard dei Daggermen. Tre album spettacolari dall’88 al ’93 , molto Hendrixiani ma con grandi influenze
beat e psichedeliche: Sins of Fourfathers, Earth Church e Arc. Oltre a concerti numerosi, anche da noi.
Sciolti i Prime Movers spazio per la breve avventura con i Planet , più funky ma meno espressiva delle precedenti esperienze. Discreto l’album del ’95 Sky.
Tutto questo per Day, fino a intraprendere l’eccellente e lunga carriera , affiancato dal bassista Alan Crockford e dal batterista Wolf Howard (già con JTQ e Prime Movers), sotto il nome di Solarflares, con i quali infiammerà di nuovo, con una serie di eccellenti album, lo sparuto ma fedelissimo stuolo di fan. Garage beat di volta in volta tinto di psichedelia, irruenza punk, melodie pop.
Anima turbolenta e perennemente insoddisfatta, il nostro scioglie anche i Solarflares, suona a lungo il basso con i Buff Medways di Billy Childish ed è recentemente tornato con il progetto solista di Graham Day and the Gaolers con cui, nell’arco di due singoli e un album ha, ancora una volta, evidenziato un talento compositivo e interpretativo unico e sconfinato.

James Taylor: fondò il James Taylor Quartet e dal 45 d’esordio “Blow up” ai giorni recenti ha inanellato una lunga serie di successi, in virtù di un sound che – partito dal soul jazz alla Jimmy Smith dei 60’s – si é spostato sempre più verso funky e suoni da discoteca, nonostante, attraverso una prolifica discografia, non disdegni ritorni ad atmosfere care al modern jazz o al suono rythm and blues. Da ricordare il miniLP Mission Impossible e gli album Money Spider e Wait a Minute; e poi un recentissimo omaggio alla Tamla Motown.

Allan Crockford: ha militato nella prima formazione del James Taylor Quartet, per poi riabbracciare Graham Day con i Prime Movers prima e i Solarflares dopo. In mezzo il periodo con i Good Childe (due album) all’insegna di un rock deludente e mediocre. Attualmente prosegue l’attività con gli Stabilisers, più orientati verso un punk rock di stampo ’77, con all’attivo un paio di ottimi album.

John Symons: ha abbandonato la scena musicale.

Small Faces!

Uno dei grandi classici degli Small Faces: il video di “Song of a Baker”

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