Giocati il jolly e amen

Jolly Power – Like An Empty Bottle… Again (Street Symphonies Records, 2011)

Ebbene sì, lo ammetto: ho un passato da lipstick killer. Non che andassi in giro conciato come Vince Neil e soci, ma se c’era da schierarsi – in quelle infantili diatribe tra sotto tribù metallare – tra thrashers e glamsters, ero fermamente dalla parte di quest’ultimi. Comunque, a pensarci bene, i vari L.A. Guns e Faster Pussycat non erano altro che la versione un pochino più tamarra e metallizzata dei primigeni street rockers come New York Dolls, Dead Boys e – andando ancora più indietro – T. Rex e Slade.
A 16-17 anni non stai a fare molte distinzioni: per me era tutto rock’n’roll, più che naturale e logico, quindi, ascoltare sia gli uni che gli altri. Passata la sbornia (grazie anche al grunge, che fece strage di tutto l’hair metal anni Ottanta) mi dedicai ad altro, non rinnegando mai però la passione per quelle sonorità.

I Jolly Power me li ricordo bene; uscirono a metà degli anni Novanta con una tape di otto brani. Like An Empty Bottle…Again ce li ripropone con l’aggiunta di cinque bonus track registrate con il primo cantante Elia.
Niente a che fare con Poison, Warrant ed il lato più “soft” del genere: il loro sound è sporco, rabbioso e tossico, figlio degenere dei vari Hanoi Rocks e Dog’s D’Amour, con quel mood da perdenti avvertibile in un altro gruppo di sbandati dell’epoca, gli americani Sea Hags.

Così, “If Your Heart Is Closed” e “Downtownhanno quel tipico passo sleaze alla primi L.A. Guns, “No Room For You” è viziosa e cattiva come lo erano i Faster Pussycat, la title track è un blues acustico e ubriaco, “Sixteen” – la migliore del lotto – è street rock pestone con un piano honky tonk che sembra uscire direttamente da un disco di Michael Monroe & company.
Nei brani aggiunti per questa ristampa si avvertono chiaramente le influenze trash punk’n’roll alla maniera di Hellacopters e Backyard Babies, che modificheranno il suono della band nei dischi successivi.

Per gli amanti del genere, disco da avere. Per gli altri, ascolto comunque consigliato.

High on Bubblegum

Bubblegum Screw – Screwphoria! (Bloodsucker Records, 2011)

England rocks (era anche il nome di un negozio londinese carissimo specializzato in merchandising rock bellissimo, ma inavvicinabile – che è prevedibilmente fallito). Già su questo non si discute, soprattutto quando ci si trova davanti a gente come questi Bubblegum Screw. Un quintetto londinese di ragazzi che respirano lo spirito del rock’n’roll e lo metabolizzano, per poi schizzarlo fuori nella loro musica.

La band ha tre anime ben riconoscibili, che si mischiano e si fondono. La prima è quella vicina al punk e protopunk newyorkese di gente come New York Dolls, Ramones e Dead Boys. La seconda è fortemente intrisa dello spirito del Sunset Strip (anno Domini 1986 circa) con lo sleaze & street rock iconico che ha reso i Guns n’Roses veri e propri miti insuperati – almeno per un breve arco di tempo. E infine c’è una vena fortemente inglese, che non è tanto legata al punk rock come ci si potrebbe aspettare, quanto alla scena glam loser che partorì gente come Tyla e i suoi Dogs D’Amour. Ah e già che ci siamo, perché non citare anche Hanoi Rocks e Smack, per aggiungere un tocco di nord Europa che male non fa?
Shakerando tutto ciò e aggiungendo una bella produzione nitida ma non leccata, il risultato è in grado di far muovere chiappe e testolina anche al più scettico dei criticoni.

i riferimenti sono impeccabili, la rielaborazione fedele e filologica – niente invenzioni, niente esperimenti: solo rock’n’roll fottuto e infame, arrapato e anche un po’ tossico. La sopravvivenza di questa musica, ormai da tanti anni, dipende da gente così. Che la suona, ne perpetua la tradizione e lo fa senza un futuro certo o la sicurezza di sfondare. Anzi, chi sfonda di solito tradisce. Lunga vita ai perdenti e al rock’n’roll.

Il sovrano è nudo

The Sovran – No Song For a Non-Generation (logic(il)logic, 2011)

Pare abbiano iniziato nel 1997 come formazione dedita a un sound motorheadiano e venomiano, questi Sovran. Ora, dopo varie traversie, si può tranquillamente dire che di Venom e Motorhead non conservano neppure il ricordo, essendosi spostati verso un glam-punk-sleaze-rock di buona fattura (altro…)

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