Staring at the original rude boy

Neville Staple & Tony McMahon – Original Rude Boy (Shake, 2012, 272 pag.)

Che io non abbia affinità di sorta o pulsioni verso le sonorità ska e in particolare 2 Tone, per chi mi conosce, non è una novità. Semplicemente non scatta il click tra me e questa scena – peraltro interessante a livello storico – che mescolava reggae, ska, musica giamaicana, punk e un po’ di new wave.

I presupposti quindi sono poco felici, visto che questo volume edito da Shake – traduzione curata dalla nostra vecchia conoscenza Antonio “Tony Face” Bacciocchi – è nientemeno che la biografia di uno dei due frontman degli Specials, ossia Neville Staple. Invece per fortuna mi sono goduto la lettura e per un fatto molto semplice, ma non banale: Staple ha una storia di quelle belle tese da raccontare, per cui non  è difficile appassionarsi alla vicenda a prescindere dal lato musicale.

Tutto inizia in Giamaica, da dove Staple parte – a cinque anni di età – con un pezzo della sua famiglia incasinata, per trasferirsi in UK, a Rugby. Da qui, complice un padre violento, i primi contatti con la vita della strada, la famosa “teppa life” fatta di furti, espedienti e arte di arrangiarsi a ogni costo, senza guardare in faccia nessuno. E infatti Nev da adolescente semina figli in puro stile Brian Jones e finisce anche in galera.
Poi c’è l’incontro con la musica, con la scena dei soundsystem di Coventry e con gli Automatics, destinati a diventare Specials.

In questo libro, scritto con linguaggio molto stradaiolo e senza troppe raffinatezze, non manca nulla: c’è il sesso, la droga, il crimine, l’Inghilterra a cavallo tra anni Settanta e Ottanta con le sue gravi contraddizioni e problemi…. e poi gli anni Ottanta e seguenti, con Nev che intraprende altre strade musicali, ma resta fondamentalmente il figlio di buona donna che era a Rugby da ragazzino.

Non aspettatevi una bio accademica e seriosa, comunque. Original Rude Boy è un libro narrato in prima persona da uno che ne ha fatte di cotte e di crude e bada da sempre più alla sostanza che non alla forma… sono pagine pulsanti, a volte grezze e sgraziate, ma che rendono a dovere l’idea.

La domanda degli Holloways

theholloways.jpgThe Holloways – So this is Great Britain? (TVT, 2007)

Giovani, carini e… socialmente impegnati: questi sono gli Holloways. Tutto ha inizio nel loro pub londinese, il Nambucca di Holloway Road (strada da cui mutuano il nome): si racconta che tra una birra e un piatto di jacked potatoes i nostri baldi eroi salissero sul palco regalando qualche loro canzone agli avventori più fortunati. Usando un pizzico di ingegno e un minimo di intraprendenza (i primi due singoli sono autoprodotti) gli Holloways sono riusciti quindi a farsi notare, firmando per la TVT Records, che licenzia questo So this is Great Britain?

Il primo pezzo è la title track. Si parte con un accenno all’inno nazionale e si continua con un ritornello che l’inglese medio, con bombetta e ombrello sotto il braccio, riterrebbe ben poco patriottico: “I’m a Land of Hope and Glory, do we really rule the wave? The truth is a different story, we’re all a bunch of slaves”. Inevitabile l’automatico accostamento – vocale, musicale e contenutistico – con i Clash: ma gli Holloways sanno “citare” (copiare?) con classe, offrendoci un prodotto piacevole, scorrevole e interessante.

“Generator” è un simpatico mix di pop e ska, condito con brevi accenni di cassa dritta e assoli di chitarra, mentre “Dance Floor” non smentisce le aspettative create dal titolo, nella sua natura di pezzo veloce ed orecchiabile. “Two Left Feet” è la dimostrazione che, se si applicano, gli Holloways possono essere davvero originali: merito del mood da pezzo folk che l’armonica e i violini regalano al brano. “Most Lonely Face” è una ballatona riposante, mentre con “Malcontented One”, “Happiness & Pennyless” e “What’s the Difference” ritornano le influenze ska, con sonorità un pò più punk che caratterizzavano l’inizio dell’album.
Nel complesso, quindi, un lavoro soddisfacente; peccato solo che, per dare l’idea di band incazzata, abbiano appiattito leggermente il livello generale: troppi pezzi veloci, al limite tra il punk e il pop, difficilmente si guadagnano una propria riconoscibilità.

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