The PeΔrls Δre here

peralsThe PeΔrls – s/t (Rijapov, 2013)

Io negli anni Novanta, quando leggevo NME e iniziavo a vedere il termine “shoegaze”, mica avevo capito cosa cacchio fosse. E avevo la sensazione che fosse roba che non mi piaceva. Poi in realtà, ad esempio, i My Bloody Valentine li ascoltavo anche (rigorosamente sempre quando ero in botta pesante da trip o altra robetta spianante) e mi gustavano. Però, a oggi, ancora non mi è chiarissimo il concetto di shoegaze.

Le The PeΔrls si definiscono così, appunto, ma devo dire che oltre alle ovvie influenze prischedeliche/psicotrope, ci trovo molto più garage rock che altro, nel loro sound (altro…)

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Bow to Wow

wowWow – s/t (Bubca, 2012)

Una nuovissima uscita Bubca per i Wow, che già abbiamo incontrato nello split tape con i Bobsleigh Baby su Myownprivaterecords. Il territorio è lievemente spiazzante per chi è abituato a pensare alle cose della Bubca come un violento calderone di lo-fi/punk/garage bellicoso e gentile come una randellata sulla nuca. Già, perché questi Wow sono molto, molto, molto pop e bubblegum, con sonorità psichedeliche e shoegaze marcatissime, basate su melodie ariose e drogate.

Immaginate la sensazione di una sbronza campestre avvolgente e rassicurante in una mattina di primavera insieme ai migliori amici, che però potrebbe finire in una situazione da splatter movie di serie H (altro…)

Goditi il tuo scazzo

M!R!M – Enjoy Your Sorrow (Autoproduzione, 2011)

C’è della sfrontatezza, qui. C’è frastuono organizzato, caos indirizzato, frenesia (tanta frenesia), un’attitudine fortemente punk. E la giovane età, diamine. C’è anche la giovane età. Che storicamente nella musica è sempre stato un valore aggiunto, o sbaglio?

I M!R!M (che sta per My Rockin Mother) azzannano alla gola con un post-punk aggressivo e ipercinetico che non concede un attimo di tregua, con chitarre lancinanti figlie illegittime della wave glaciale inglese (Sister Of Mercy, i Wire della maturità, i Jesus And Mary Chain di “Psycho Candy”), unite alle solite nebulose shoegaze e a quella furia “sintetica” tipica dei primi CCCP.
È quindi tutto un susseguirsi di melodie che ci riportano indietro di almeno 25 anni, con un orecchio all’Inghilterra meno allineata che fu e con l’altro che beatamente se ne sanguina dopo aver udito i quattro minuti di feedback ultradistorti della conclusiva “Dew”.
I due giovincelli (21 e 23 anni) nei minuti precedenti ci avevano allietato con altri quattro brani tutti dal medesimo piglio, filastrocche cantate col rimmel sugli occhi e col rossetto sbavato alla Robert Smith, con chitarre che coprono tutti gli spazi manco fossero il Dunga dei bei tempi, con quella drum machine  ossessivo-compulsiva che pare programmata da un epilettico.

Ecco, forse l’assenza di un vero batterista è l’unica pecca che mi sento di muovere a questo EP; un uomo dietro alle pelli avrebbe sicuramente fornito ulteriore spinta, avrebbe donato più varietà alle ritmiche, le quali risultano essere alla lunga un pochino ripetitive.
Pecca veniale, suvvia: il lavoro scorre via che è un piacere, e i nostalgici dei suoni wave più abrasivi avranno di che godere.

Mi gioco il Jolly

Jolly Jolly Doowhacker – s/t (Giuda l’onesto)

Pop shoegaze post-Blur – o qualcosa di simile – è la maniera in cui gli italiani (con membro “distaccato” in Australia) Jolly Jolly Doowhacker si autodefiniscono (altro…)

The Stevenson Ranch Davidians

tsrd.jpgThe Stevenson Ranch Davidians – Psalms, Hymns & Spiritual Songs (Beyond Your Mind Records, 2007)

Piacevole novità californiana gli Stevenson Ranch Davidians. Con un nome che evoca immediatamente spiritualità, proprongono una mistura psichedelica solare e “mellow”.
Le coordinate sonore della band hanno longitudine intermedia tra i Black Rebel Motorcycle Club più riflessivi e acustici, i Brian Jonestown Massacre meno schizoidi e gli Spiritualized meno depressi. I quattro consegnano canzoni con uno sviluppo classico, quasi capaci di riversarsi l’una nell’altra per dipingere un quadro psichedelico a tinte bruciate dal sole.

Il titolo dell’album sottolinea l’incedere di molte delle tracce, alcune delle quali assumono le sembianze di gospel pagani (“Let It All Go”, “Getting By”). Il versante pop è, tuttavia, ben rappresentato e alleggerisce di tanto in tanto le dilatazioni (“Nothing To Say”, “Better Day”). Spesso capaci di connivenze con i suoni shoegaze, questi Stevenson Ranch Davidians sono un’ottima ricetta per chi ama il dream pop più sognante e la zona rock più narcotica e riflessiva.

The Warlocks. Rock da bugiardino

warlocks.jpgThe Warlocks – Heavy Deavy Skull Lover (Teepee Records, 2007)

Ritorno indipendente per i freak californiani Warlocks, collettivo psichedelico-sperimentale capitanato da Bobby Hecksher. Nel corso della loro carriera i Warlocks tracciano una linea retta che li allontana dagli stilemi del rock-garage-psych classico e li avvicina sempre di più ad una forma di “avanguardia” musicale. In questo “Heavy Deavy Skull Lover” la trasfigurazione è quasi completa, se l’opener del “Phoenix Album” (loro primo lavoro) era un potente stomper come “Shake The Dope Out”, la traccia che apre questo album (“The Valley Of Death”) somiglia a una versione dei Supertramp sotto benzodiazepine. Desolazione e stordimento si strascicano per i cinque minuti della sua durata, tra saturazioni chitarristiche e malessere chimico.

La situazione ansioso-depressiva si prolunga per i dieci minuti di “Moving Mountains”, immersa nel delirio delle due lente e inesorabili batterie della band, con la voce ridotta a un flebile e distorto eco. La cura farmaceutica inizia a fare effetto da “So Paranoid” in poi, dove le matrici alla confluenza tra shoegaze e Jesus & Mary Chain rendono il disco più tiepido e sognante – impiegando, probabilmente, tutti gli effetti prodotti nei Sessanta e Settanta dalla Electro Harmonix. La voce risulta meno disturbata e c’è materiale splendido per gli amanti di quel rock da bugiardino tipico di Spacemen 3, My Bloody Valentine, Ride che nasce dal feedback di “Sister Ray” dei Velvets.

Ottime composizioni sono “Slip Beneath” e “Zombie Like Lovers” (forse la composizione più Prozac del lotto), mentre “Dreamless Days” torna in un limbo di sonno apparente. “Interlude in Reverse” falsa le percezioni con i suoi strumenti al contrario e il suo rumore e introduce “Death, I Hear You Walking” (che richiude l’anello a tema mortifero, aperto dal primo brano), un’altra ballata “narcotica” con forti accenti elettro-analogici, dove la destrutturazione si completa e l’abbandono alla follia sembra l’unica soluzione.
Un disco tutto sommato non facile, che farà la felicità degli appassionati del rock drogato e darà buoni spunti a tutti gli altri.

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