Superfuzz Bigmuff revisited

superfuzz-bigmuff--deluxe-editionMudhoney – Superfuzz Bigmuff Deluxe Edition (Sub Pop, 2008)

Da un po’ mi titillavo con l’idea di parlare dell’ep vinilico Superfuzz Bigmuff, comprato nell’autunno 1989 dal defunto Onstage di Genova. Poi la senilità, le menate e il materiale da recensire mi hanno fatto scappare di mente la cosa. (altro…)

Ancora miele di fango

mudlucky.jpgMudhoney – The Lucky Ones (2008, Sub Pop)

Ne sono passati di anni da quando Mark Arm e soci si sono affacciati con la prima ondata grunge, quella che alcune penne dell’italico panorama giornalistico – a fine anni Ottanta – definirono (chissà poi perché) “il nuovo punk”. Ma bando alle polemiche, che in fondo non servono a niente e oggi non ho testa per perdermi in queste cose.

Parliamo di questo freschissimo (o quasi) lavoro della band di Seattle, che segue l’apprezzabilissimo Under a Billion Suns del 2006. Parliamone, già. Anche se in realtà non ci sono grandissime cose da dire. Nel bene o nel male (per me sicuramente nel bene) i Mudhoney sono davvero una garanzia e sembrano proprio incapaci di deludere le aspettative, sia dei fan che dei detrattori.
Quello che voglio dire è che, anche dopo 20 anni, mantengono la loro personalità, il loro sound, il loro trademark e non sembrano accusare cedimenti strutturali degni di nota. Anzi, continuano per la loro strada e a più di 40 anni sfornano ancora un album registrato in meno di quattro giorni, con un fuzz molesto e Stooges-iano ad accompagnare l’ululato di Arm e una batteria da trogloditi in fregola. Certo, c’è qualche piccola pesantezza, forse dovuta al passo non troppo sostenuto della maggior parte dei brani, ma sarebbe davvero ingeneroso e sciocco lamentarsene: i Mudhoney versione 2008 spaccano ancora e – anche se non cambieranno la vita di nessuno – hanno il sacrosanto diritto di entrare nell’Olimpo dei rocker. Ma non prima di produrre ancora una manciata di sani dischi carichi di feedback, riff e distorsione mortifera.

Addio Ben

ben.jpgSeattle: il 28 gennaio è morto Ben McMillan, cantante e fondatore di due band del periodo aureo del rock rumoroso e fangoso statunitense: Skin Yard e Gruntruck. Aveva 47 anni e soffriva da tempo di gravi disturbi causati dal diabete.
McMillan, sebbene non fosse più attivo come musicista, è sempre stato coinvolto nella scena di Seattle e – infatti – sono previsti tributi, concerti e commemorazioni a cui parteciperanno tutti i gruppi e gli amici musicisti che nel corso degli anni sono stati aiutati da Ben.

Una figura non esattamente conosciutissima, che pochi ricorderanno lucidamente ora come ora… ma di sicuro un pilastro del rock sotterraneo (e non) statunitense, che ha contribuito a creare le condizioni per l’esplosione di fenomeni come i Nirvana, i Pearl Jam e tutta la progenie grunge.
Chi ha memoria (e speriamo che tra voi lettori di Black Milk qualcuno ce l’abbia) vada a spolverare la sua copia di 1000 Smiling Knuckles e la metta sul piatto – o nel lettore… ma sarebbe meglio una celebrazione vinilica.

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