S(ai) D(ove) H(anno) la roba?

sdhSDH – Notes About A Mental Breakdown (Sham Foundation, 2014)

Una cassetta speciale, incisa e stampata per il Cassette Store Day. Quattro brani in sei minuti circa: una bella botta. E dal minutaggio è facile rendersi conto del fatto che gli SDH, questa volta, hanno scelto di aggredirci con un piglio molto hardcore e meno punk rock/garage rock del solito (altro…)

Vieni a San Quintino, ci facciamo un birrino…

sdhSDH – The Dark Satanic Mill (Sham Foundation/SDH, 2013)

Recensii gli SDH ormai quattro anni fa, sempre su Black Milk, in occasione del loro Mess It Up!. Nel frattempo, la vita è andata avanti e tra una cosa e l’altra sono anche diventato amico (posso dirlo? In realtà solo su Facebook, ma tant’è) di uno di loro che resterà anonimo per motivi di ordine pubblico.

Ebbene il loro cd mi era piaciuto all’epoca, anche se l’avevo trovato cangiante e caleidoscopico, pieno di tante – forse troppe – suggestioni. Con questo bel 33 giri del 2013, invece, l’antifona cambia e parecchio (altro…)

Una seduta di psicSDHnalisi

sdhcd.jpgSDH – Mess It Up! (Sham Foundation, 2009)

E’ difficile misurarsi con se stessi. E infatti passiamo il 90% del tempo a evitare di farlo; i più bravi riescono a svicolare per tutta la vita. Beati loro.
Eppure, in questo sabato mattina viziato da un Dolcetto d’Alba niente male, il confronto è stato quasi inevitabile, appena è iniziata la prima traccia di questo spartanissimo cd degli SDH.

Già, perché qua dentro, nell’arco di 12 brani snocciolati uno dietro l’altro, ci ho trovato più di una similitudine con la pozza di melma sonora che mi impregna il cervello. C’è di tutto, dal proto punk stoogesiano al punk hardcore, passando per il garage più malato, per i Ramones,  alcune cose wave saltellanti, un po’ di feedback sound alla Jesus & Mary Chain, il morbo detroitiano, un po’ di indie abrasivo, il grunge, il Sixties più teen, il pop tunztunz, la psichedelia… insomma sembra un casino.

Un casino. Eppure se riuscite a cogliere le centinaia di schegge che vi vengono sparate addosso, e a codificarle, è relativamente facile scoprire che qui c’è davvero una specie di campionamento del meglio che hanno offerto la maggior parte di questi generi. Il risultato è straniante, a tratti insopportabile – anche perché non è detto che mettendo insieme tutti gli ingredienti migliori al mondo esca per forza il piatto più sopraffino mai cucinato… anzi. Eppure c’è un profondo fascino dietro a tutto questo. Come uno di quei libri che si custodiscono con la consapevolezza che contengono verità e informazioni fondamentali, ma non si trova mai il coraggio di leggerli.

Questo disco probabilmente non riuscirete ad ascoltarlo in tanti e necessita della giusta disposizione. Rischia di essere bollato come guazzabuglio di generi. E lo è, ma il punto è riuscire a separare le suggestioni e a identificarle. Lì sta il segreto.
E allora potrete godere della cover di Neil Young, “Shot”, che io oggi farei studiare a un ipotetico figlio, prima di mandarlo là fuori. Oppure ascoltare Woody Guthrie rifatto da loro, che sembra i Black Flag pre Rollins.

Geniali. Ma anche no. Mi domando solo chi abbia dato a questi tizi (ma quanti sono? Uno, due, di più?) la chiave del mio cervello.

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