Buon fuzz a tutti

Fuzz_LiveInSanFranciscoFuzz – Live in San Francisco (Castle Face, 2013)

[di Manuel Graziani]

Altrove ho scritto che il 2012 è stato l’anno di Ty Segall. Qui sopra vi dico che l’anno appena concluso non è stato da meno. Per esempio il nostro biondino californiano ci ha mostrato che coi Fuzz fa sul serio e che non si tratta solo di una valvola di sfogo. Dopo l’omonimo album e due 7” su In The Red, è uscito in zona Cesarini questo EP live disponibile in cd digipack e in vinile 12”, anche nella versione bianco trasparente che farà bagnare più di un collezionista (altro…)

Il sabba degli Apache

Apache – Radical Sabbatical (Burger, 2010)

Ha un che di bizzarro scrivere di registrazioni musicali. Non di rado capita di metter su il disco, ascoltare solo un paio di pezzi è farsi subito un’idea chiara di cosa scrivere, che paragoni tirar fuori e quale “chiave narrativa” utilizzare: una roba di sensazioni, insomma (altro…)

Crime live in prison

California punk forever… i Crime nella mitica performance a San Quintino; brividi e paura

Diario di una ragazzina

phoebe.jpegPhoebe Gloeckner – Diario di una ragazzina (Fernandel, 2006)

Molti leggendo questa recensione, potrebbero pensare “Ma che c’entra questo libro con il rock”? Io potrei rispondere: “C’entra, c’entra!”, semplicemente, lasciandovi il piacere della scoperta. Ma sarebbe troppo semplice e, nel caso di Phoebe Gloeckner, ingiusto.

In realtà Diario di una ragazzina (Fernandel, 2006), non è solo rock, ma punk rock allo stato puro. Anzi, pre-punk. Diario di una ragazzina narra le vicende di Minnie, adolescente inquieta e libertina di San Francisco e della sua difficile vita da bambina in un assurdo e quanto mai incomprensibile mondo di adulti.
Fanno da sfondo il rock e il glam di metà annisettanta, il Rocky Horror, i Grateful Dead, il disprezzo per i fricchettoni e la solitudine, di quelle toste, che sembrano ucciderti, come solo quella che si prova nell’adolescenza può fare. E poi non mancano le droghe sintetiche, l’alcol, e le mille angosce quotidiane sulla vita di adolescente sbagliata e – parte integrante e assolutamente agghiacciante del racconto – una storia d’amore con un patrigno viscido, alcolizzato e ottuso.

Phoebe Gloeckner non solo sa raccontare il disagio tipico di un’adolescente, ma filtra tutto attraverso le parole e le immagini, dice tutto ciò che non si dovrebbe dire e illustra quello che è lecito omettere: fumetti bellissimi e spiazzanti, che fanno da contraccolpo alle dure vicende vissute da Minnie, ma che fungono da collante per tutta la narrazione.

Se avete archiviato le favole di JT Leroy, Phoebe Gloeckner è la scrittrice destinata a prendere il suo posto. Anche perché non pretende di essere una una scrittrice, ma una timida e personalissima artista.

Spirito di California

b000002aea01lzzzzzzz.jpgSpirit – s/t (Columbia, 1968)

Gli Spirit, fra tutte le band che hanno animato la scena Californiana alla fine degli anni Sessanta, sono sicuramente quella che ha spinto di più sulla via dell’eclettismo. Questo in virtù di una capacità di coniugare e amalgamare diversi linguaggi: il rock e il blues, le improvvisazioni jazz, fino ad arrivare ad accenni di musica indiana e classica in maniera del tutto naturale e spontanea. Un’ attitudine, questa, figlia della diversa estrazione musicale dei singoli (Randy California veniva dal blues mentre il suo padrigno e batterista Ed Cassidy aveva una lunga militanza jazz-rock) e di una voglia di rompere gli schemi portata alle estreme conseguenze.

Viene da sé che il loro debut album (uscito nel 1968) fotografi una band a briglia sciolta, intenta ad assecondare ogni suo istinto: immaginate una sorta di primi Traffic portati dall’altra parte dell’oceano. Questa caleidoscopica visione musicale degli Spirit si manifesta in un’eterogeneità del materiale cha ha del sorprendente.
Preparatevi a imbattervi dunque in anthem come l’opener “Fresh Garbage” sulla rivolta di San Francisco, oppure nella psichedelia morbida di “Uncle Jack”, impreziosita da delicate armonie vocali. E ancora nelle intricate e ricchissime costruzioni armoniche di “Mechanical World” o nel raga-rock di “Girl in your Eye” (che somma all’impianto strumentale della band sitar e flauti), fino al brano finale “Elijah” che nei suoi quasi undici minuti di pura improvvisazione jazz vede salire alla ribalta ognuno dei membri della band. Un’ ultima curiosità: ascoltate il breve strumentale “Taurus” e poi chiedete a Jimmy Page dove ha preso l’ispirazione per “Starway to Heaven”…
Un album da riscoprire e rivalutare, per una band di cui si è sempre parlato troppo poco, forse.

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