Un bluesman mannaro americano a Londra

Jeffrey Lee Pierce – Hardtimes Killin’ Floor Blues (Choses Vue, 2007, di Henri Jean Debon)

La semplicità di una certa conoscenza, di alcuni concetti dati per scontati, troppo spesso viene scambiata per banalità. Sembrano sciocchezze ai limiti della superstizione, stupidaggini di poco conto, pure cazzate da TG4 – periodo ferragostano, magari. E invece in alcuni casi è tutto vero. Troppo. Ad esempio quando ti dicono che vedere da vicino i tuoi idoli non è quasi mai – o mai – un’esperienza edificante; anzi è meglio evitare.
Ecco, avrete già capito l’antifona. Il sottoscritto è stato letteralmente ossessionato da Jeffrey Lee Pierce e dalla sua musica per circa 20 anni – e lo è ancora. Ma visionare questo documentario uscito nel 2007 è stato un duro colpo. Durissimo. E’ per questo che mi risolvo a parlarne solo dopo qualche anno, dopo avere razionalizzato, metabolizzato e – paradossalmente – imparato ad accettare anche il lato più oscuro ed esecrabile del personaggio.

Ebbene, Hardtimes Killin’ Floor Blues (del francese Henri-Jean Debon, già autore di diversi cortometraggi e videoclip) nasce da una dinamica molto simile a quella descritta in apertura. E’ il 1992** e Debon ha il culto di Pierce; coglie l’occasione, visto che abita a Londra non lontano da Jeffrey, per filmarlo. Vuole raccogliere materiale per un documentario che renda giustizia al suo eroe. Così per qualche tempo – con il consenso di Pierce – lo segue al pub, lo intervista a casa e gira qualche ora di materiale. Peccato che non ha fatto i conti con un dettaglio non da poco… ovvero che Jeffrey è veramente arrivato a toccare il fondo.
E’ un musicista senza un’etichetta discografica e senza un soldo; ha perso la sua compagna (nonché bassista dei Gun Club) che si è messa con il batterista; per diretta conseguenza la band è evaporata e lui si è reinventato solista. Ma non basta. Jeffrey è solo, spaesato, imbolsito, alcolizzato, intriso di dolore e di un’evidente incapacità di affrontarlo. O, forse, di affrontare la vita. Nick Cave in persona, che arriva in visita all’appartamento in 34 Elsham Road, si lascia sfuggire una frase emblematica: “Jeffrey, devi riprendere in mano la tua vita e sistemare le cose. Qui è un cazzo di porcile”.

Il Pierce che la macchina da presa di Debon cattura è, insomma, ben lontano dall’icona del bluesman punk, figlio della Los Angeles in fermento degli anni Settanta e sempre alla ricerca di un crocevia per incontrare il diavolo – o un suo convincente surrogato. Fa quasi tenerezza, a tratti, mostrando quel lato infantile che chi lo conosceva bene spesso ha descritto, ma che dalla sua musica non traspirava neanche in maniera casuale; ha l’aria – col senno di poi – di una persona che è arrivata. E non all’apice della propria carriera, ma – al contrario – al capolinea. Tutto è stato detto, tutto è stato fatto, restano solo i cocci. Come scrive il mio amico Gianni, “ognuno deve fare i conti con cosa rimane di sé”: già. Jeffrey, probabilmente, li stava iniziando a fare e non penso gli stesse piacendo troppo quello che vedeva. Una caricatura del bluesman che da sempre ha cercato, con tutte le sue forze, di diventare.

E’ tutto distillato in 60 minuti netti (più una manciata di bonus), che si srotolano in due location principali: l’appartamento incasinato in cui Jeffrey suona (peraltro è diventato un ottimo chitarrista blues) e tiene banco; e il pub  The Kensington (all’11 B di Russel Gardens) dove passa lunghe ore in compagnia di personaggi improbabili e improponibili, nati da una copula ubriaca tra Dickens e Mr Bean.

Alla fine della visione – fidatevi – proverete una mortifera sensazione di gelo. Per qualche giorno avrete il sospetto di aver sbagliato a venerare Jeffrey così come avete fatto, perché l’icona, in questa oretta di dvd, diviene più umana e ordinaria del vostro ex vicino di casa che si è giocato l’appartamento al videopoker (ed è la stessa sensazione che ha frenato Debon, per quasi 15 anni, impedendogli di pubblicare questo materiale).
Poi passa, ve lo garantisco. Perché dopo la botta si riesce a mettere in prospettiva, fare un bilancio: e qui pesa la grande musica che Jeffrey ci ha lasciato. Alla fine si chiude in positivo; un positivo leggermente più risicato rispetto a prima, ma anche più vero e pulsante. Pierce non era un santo, non era un dio, non era infallibile. Era un ragazzo con un casino di problemi e uno schizzo di genio blues a tenerlo insieme.

(**): Non è chiaro il periodo in cui le riprese sono state fatte. Il regista stesso fa una gran confusione, visto che in occasioni diverse cita anni diversi. Per cui la copertina del dvd parla di 1992, Debon a volte cita il 1992 e altre il 1994. Verosimilmente collocherei il tutto più verso il 1994, visto che Romi Mori ha già abbandonato Jeffrey – evento che si è verificato tra il 1993 e il 1994.

Addio Nick

sanderson.jpgDurante la prima settimana di giugno è morto – probabilmente a causa di un cancro ai polmoni – Nick Sanderson, batterista dei Gun Club (da Divinity in poi), della seconda incarnazione dei Clock DVA e degli Earl Brutus (in cui cantava anche).

Personaggio poco conosciuto e schivo, forse è passato alla storia più per avere rubato la fidanzata a Jeffrey Lee Pierce (contribuendo alla fine dei Gun Club), ma da sempre Nick è stato impegnato in progetti musicali di culto nella sua madre patria inglese.

Gun Club: Lucky Jim revisited

lucky.jpgThe Gun Club – Lucky Jim, 9 lives n.2 (Flow/Last Call/The Alternative, 2005)

Non è fresco come un ovetto appena raccolto nel pollaio, ve lo concedo. Ma quanti di voi l’hanno mai visto in giro? Esatto: pochi o nessuno. Belli, ma poco circolanti, questi ristamponi accessoriati dei Gun Club targati Flow che – contrariamente a quelli della Sympathy di qualche anno fa – sono meno scolastiche e, a tratti, aggiungono davvero qualcosa a quanto già esisteva.
Questo Lucky Jim in edizione doppio disco, ad esempio, di cose ne dice un sacco. Sarà perché il secondo cd incluso nella confezione è semplicemente riempito con 13 (sì ben 13) brani inediti, mai circolati in forma di bootleg, nastro o mp3 da scaricare. Roba che nessuno, a parte i diretti interessati, aveva davvero mai sentito: e non è poco, visto che prima di questa uscita (e anche di quelle della Flow che l’hanno preceduta) il materiale inedito solitamente si scopriva – come minimo – essere in giro da 10 anni in forma di nastro o registrazione reperibile nel giro dei trader… nulla di male, ma gli assatanati l’avevano già ampiamente metabolizzato. Volete mettere la sensazione di ascoltare, invece, un vero inedito?

Ma andiamo con ordine. Lucky Jim (anno Domini 1993) in sé rappresenta il punto d’arrivo di una corsa che, a onor del vero, era terminata da qualche tempo. Già l’album precedente, Pastoral Hide & Seek, aveva visto Pierce calarsi nella parte del chitarrista più che in quella di singer e frontman, mutando non poco le dinamiche del gruppo. In Lucky Jim la trasformazione è quasi completa: Jeffrey, ora unica sei corde nella band (peraltro nuovamente rivoluzionata per la perdita di Kid congo Powers), si sfoga sulla sua Squier Strato, giocando all’Hendrix bianco e nascondendosi dietro allo strumento.
Non c’è più il Jeffrey Lee sguaiato e demoniaco che ululava e si contorceva nei solchi di Fire of Love, Miami e Las Vegas Story. La stessa Romi Mori (bassista dei Gun Club e compagna di Pierce) dice a proposito di questa ultima prova: “Jeffrey si era perso”. E, infatti, era nuovamente preda dei suoi demoni, delle sue debolezze e della sua indole infantile.

Romi Mori: “Una della ragioni per cui registrammo a Haarlem, in Olanda, credo sia che là Jeffrey poteva uscire dallo studio, andare a piedi alla stazione e comprare quello che gli serviva. Non sapevo che stesse usando l’eroina, ero convinta fosse solo molto malato: era sempre stanco, rallentato, intorpidito. La gente lo guardava come se fosse un mostro, a volte, e io mi mettevo a urlare ‘Smettetela di fissare il mio ragazzo! E’ malato!!!’. Ero così stupida”.

Lucky Jim è un disco malinconico, scuro, di rock diventato adulto – suo malgrado – a colpi di problemi, dolori, siringhe e casini. Come un ragazzino d’altri tempi che compie 14 anni e si trova imbarcato su una nave a lavorare: non capisce del tutto quello che gli sta succedendo e tenta di adeguarsi, ma non è in grado di farlo in tempi brevi.
La sensazione più netta che resta, dopo l’ascolto, è appunto di una faccenda irrisolta. A parte l’apertura (la title track, epica ballata dolente su un viaggio in Vietnam) il resto dei brani scivola via regalando una leggera noia e il retrogusto del già sentito altrove. Di sicuro non si percepisce il sapore speciale dei Gun Club.

Il punto è che questo album non è da vivere come un disco dei Gun Club, aspettandosi di ascoltare una sfilza di brani taggatijeffreyleepierce1.jpg blues-punk-demonio-California-rock’n’roll. Nossignore. Questo, a meno che non vogliate portarlo presto al bancone del negozio di dischi usati più vicino a casa vostra, va gustato dopo avere assimilato tutti i dischi precedenti e tutta la storia della band. Storia, esatto: studiare, leggere, documentarsi. E respirare la mitologia rock’n’roll.
Solo dopo l’imprescindibile processo di formazione potrete cogliere la natura di Lucky Jim senza restarne delusi. Perché questo è come il finale triste, che non ci aspettavamo, di un romanzo bellissimo; un romanzo che ci ha fatto sperare fino all’ultimo che le cose potessero andare diversamente. E’ come quelle pagine di un libro che, separate dal resto dell’opera, potrebbero giusto servire per accendere un fuocherello nel camino. Ma accostate a tutto il resto, anche se inferiori, acquistano la loro dignità.

Detto questo, resta da affrontare il discorso del cd bonus. Ci trovate 13 brani, nove dei quali registrati nel mese di giugno 1993 (dopo l’uscita di Lucky Jim) ancora ai Banana Studios di Haarlem. Questa in particolare è davvero l’ultima sessione di studio mai effettuata dai Gun Club: il tassello finale.
Per carità, nulla per cui perdere il sonno: le sonorità sono simili a Lucky Jim, quindi brani rock con qualche sfumatura blues e jazzata. I riff sono ripetitivi, a volte si fatica distinguere un brano dall’altro. Pierce e compagnia ci regalano anche una cover di “Can’t Explain” degli Who, che ha il sapore del demo fatto per divertirsi, ma nulla più.
Molto più interessanti i quattro pezzi dal vivo che chiudono il dischetto: registrati in Austria nel maggio del 1993, sono belli energici e dimostrano come il materiale di Lucky Jim potesse rendere bene se suonato con il giusto piglio e un pizzico di ruvidità.

Per iniziati, fan della vecchia guardia e giovani illuminati. Se volete cominciare coi Gun Club, invece, partite altrove. E già sapete, senza che ve lo debba scrivere, vero?

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