Cheetah talks Laughner

Nel sito – purtroppo un po’ trascurato, ma sempre interessante – Clepunk, alla voce dedicata ai Rocket From The Tombs un tale Cheese Borger riporta un’intervista (o uno spezzone, non è dato saperlo) a Cheetah Chrome, che parla specificamente solo di Peter Laughner. Eccovela, tradotta al volo in 10 minuti di lucidità.

Come vi siete incontrati voi due?
Ho conosciuto Peter grazie a un annuncio nel Plain Dealer di qualcuno che cercava, mi pare, un chitarrista e un batterista. Mi ricordo che il testo citava specificamente gli Stooges, così chiamai il numero e ci mettemmo d’accordo per vederci in un baretto sulla West 6th Street, che era vicino al mio “famoso” loft (e faceva un chili eccellente). Comunque tutti i nastri dei Rocket From The Tombs e quell’ep dei Frankenstein, Eve of the Dead Boys, sono stati tutti registrati nella stessa stanza di quel loft. Ad ogni modo, ci piacemmo così decidemmo di suonare assieme.

Ricordi la prima volta che avete suonato?
Mi pare che io, Johnny Blitz, suo cugino e una cassa di Rolling Rock ci siamo presentati per una prova una sera. Probabilmente c’erano anche Tony Maimone e Tim Wright, e magari anche la moglie di Peter, Charlotte.

Avete scritto voi due assieme “Aint It Fun”, giusto?
Sì, certo.

Chi ha scritto le parole e chi il riff?
Avevo già scritto la musica prima che ci incontrassimo ed è uno dei pezzi che ho portato la sera che ci siamo visti per suonare (avevo anche “What Love Is”, “Transfusion”, “Never Gonna Kill Myself Again”, “Down in Flames”, lo scheletro di “Amphetamine” e senza dubbio “Sonic Reducer”). Peter se ne uscì con quel testo fantastico, ma non saprei se ce l’aveva già pronot o meno.

Cosa pensi della versione dei Guns n’ Roses?
E’ un po’ troppo patinata per i miei gusti, ma loro possono fare cover dei miei brani quando lo desiderano. Slash e Duff sono dei veri gentlemen.

Qual è il tuo ricordo più bello di Peter?
Era un bel po’ che non ci vedevamo; appena dopo quel famoso incidente in cui Patti Smith lo cacciò dal palco, ero al CBGB’s ed era tardissimo. Mi stavo facendo una canna con Cosmo e Charlie, il tecnico delle luci e il fonico del locale. A un certo punto sentiamo bussare fortissimo alla porta, apriamo ed era Pete. Siamo finiti a casa mia a bere, sentire dischi, farci pere e tutte quelle altre cose divertenti e incasinate, proprio come ai vecchi tempi dei Rockets. Il giorno dopo è tornato a Cleveland. L’ho rivisto poco più di un mese dopo, alla sua veglia funebre. Prima di andarmene mi sono tolto un orecchino a forma di chitarra e gliel’ho messo in mano. Spero sia ancora lì.

La storia più divertente che ti ricordi su Peter?
Quella volta che Charlotte si levò una zeppa e gliela tirò in faccia, perché aveva leccato della birra dalle tette di una groupie, e gli ruppe il naso. Per tutto il giorno seguente vomitò sangue.

Pere Ubu a teatro

davidthomas.jpgDavid Thomas e la sua cricca di dadaisti del rock (i Pere Ubu, of course), si sono inventati una nuova stranezza che non manca di titillare il lato più squinternato di noi fan, anche se il quoziente pericolo di “intellettualismo senza limitismo” è molto elevato. Stiamo parlando di Bring Me the Head of Ubu Roi, adattamento dell’omonimo spettacolo teatrale del 1898 (di Alfred Jarry) firmato da Thomas in persona e musicato dai Pere Ubu.

Si tratta di un’esibizione multimedia quantomeno particolare, che unisce musica, proiezioni, disegni, frammenti realizzati in stop motion, il tutto realizzato in collaborazione con i fratelli Quay.
La faccenda si svolgerà a Londra il 25 aprile 2008, presso la Queen Elizabeth Hall. I biglietti costano poco più di 20 sterline. Per prenotare il vostro posticino, cliccate qui.

Laughner & friends – take the guitar player for a ride

Peter Laughner & friends – Take The Guitar Player For a Ride (Tim Kerr Records, 1995, CD)

Non so molto del disco qua sopra e con lui mi sono procurato una decina – o poco meno – di bootleg e 45 giri del buon Peter in compagnia di varie formazioni.
Dylan che si è fatto in vena una sprizza di speed in compagnia di Lou Reed e che suona di spalla ai Flaming Groovies e agli Stones. Lo vogliamo definire così, musicalmente?

Ma anche no, chè Laughner fu capace anche di delicatessen blues o acustiche che poco ingranano in quel contesto.

Vediamo di capirci. Qui siamo in presenza di una di quelle leggende iperuraniche. Metafisiche. Personaggi che hanno sfiorato questo letamaio e nessuno ricorda o quasi, ma lo hanno reso un po’ meno merdoso o semplicemente un filo più comprensibile.
Se non ci fosse stato lui probabilmente nessuno avrebbe mai ascoltato Rocket from the Tombs, Pere Ubu e Dead Boys. Avete capito bene, punkettucoli delle mie braghe molli. Se vi dicessi che 3/4 dei pezzi dei Dead Boys sono riciclaggi di brani di Laughner (magari co-scritti con O’Connor alias Cheetah Chrome)?
Questo vi dia la dimensione della sua magnificenza. Di uno che a 21 anni scriveva “non è divertente sapere che morirai giovane?” e a 24 si spegneva nel sonno per una pancreatite acuta.
Di uno che scriveva più canzoni che liste della spesa. Di uno che ha girato più gruppi di uno zingaro. Di uno che – per dio – ha scritto “Ain’t it fun”. Di uno che la notte in cui è morto, appena prima di coricarsi, ha registrato una cassetta di sola voce e chitarra, poi si è accasciato per dormire e non si è più svegliato. Era il 22 giugno 1977.
Parliamone. Che sappiate ciò che è da sapere.

Quella sera Laughner aveva partecipato a uno strano evento musicale-poetico in cui, con l’ex moglie Charlotte, aveva letto poesie e suonato qualche pezzo (lo immortala il bootleg “Amicable divorce”: cercatelo asini, ma prima ascolate la musica, ché altrimenti si va sul difficile ed è meglio procedere per gradi). Rientrato a casa, come dice nell’intro parlato del bootleg di cui sopra, si trova con 6 birre e un pacchetto di Lucky Strike. La chitarra e un registratore. E schiaccia il tasto “play”.
La sua voce è roca, molto diversa da quella a cui ci aveva abituato. E’ sul baratro Peter e non per nulla il dottore, qualche mese prima, gli ha detto: “Smetti tutto”. E lui, chiamando Lester Bangs al telefono, aveva scherzato: “Lester, non devo più bere e prendere droghe se no ci resto secco. D’ora in poi solo erba e valium… insomma, qualcosa uno deve pur farla, no?”.
E’ a pezzetti. Provato da un divorzio, dalla costante disintegrazione dei suoi gruppi, dal dilemma se unirsi ai Television o meno (non lo aveva fatto, per un solo soffio: troppe responsabilità forse…).
Schiaccia “play”. Suona. E butta giù 19 brani, tra cui cover di Television, Stones e Robert Johnson. Ogni tanto parla, come se avesse un pubblico davanti, come se spiegasse ciò che succede.
Ogni tanto incespica, come nella versione di “Wild horses” ai limiti del barocco da osteria. Ma lascia colare mezza anima. Prova con l’armonica inun brano, ma ha il fiato di un piccione morente.
E suggella il tutto con una “Summertime blues” da un minuto e venti.
Lì si chiude il gioco. Per sempre.
Ascoltatelo da soli, a volume alto, possibilmente in cuffia per cogliere le sfumature e i rumori. Come minimo dovete avere ingerito una mezza dozzina di birre e qualche additivo chimico (ma anche naturale). Altrimenti non vale. E non potreste capire, cristo.

Qui non si scopa, non ci sono compiacenti groupies a ciucciarti il prepuzio, non si beve allegramente e non si rockeggia per il gusto di fare casino.
Qui c’è il diavolo che ti azzanna i polpacci e ti avvelena. Anche se fuggi, il morso ti ha inoculato il morbo. Tenti di scacciarlo a colpi di scotch e brandy. A colpi di eroina e pillole. Ma ce l’hai, baby. Ce l’hai in circolo. Non c’è via d’uscita.

L’ennesima vittima schiacciata sull’autostrada del rock’n’roll.

Ascoltare. Subito.

Appendice: l’album in questione è ormai fuori catalogo da anni e ogni tanto spunta in vendita online (l’ultimo avvistamento è stato su Amazon, con un prezzo che sfiorava i 70 dollari). Presso questo sito è possibile invece comprare una serie di cd caserecci con altre registrazioni di Laughner, risalenti a diversi periodi della sua carriera musicale.

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