A kind of blues

Lilith & The Sinnersaints – A Kind Of Blues (Alpha South, 2012)

Lilith è la chanteuse maledetta dei Not Moving, l’artista solista, la poetessa in musica degli anfratti più cavernosi dell’animo umano. Con questo suo secondo lavoro in compagnia dei Sinnersaints torna a ripercorrere il sentiero che la porta nell’inferno più emotivo e sfibrante, quello musicabile solo con il rock’n’roll basilare, con il blues  diabolico e con i suoni più scarni che una band elettrica sia in grado di produrre.
Anche la struttura dei pezzi, snella, breve, ficcante e senza fronzoli inutili, lascia intuire un’urgenza espressiva che non ha tempo per tergiversare, ma deve affondare i denti subito là dove c’è l’osso e fa più male.

Si parte con due blues intrisi di malinconia, mal di vivere e atmosfere crepuscolari rurali. Roba che sa di amori finiti in vacca, balere insidiose, caffè corretti spaccafegato, morte e zanzare.
Al terzo brano si entra in territori garagiosi, ruvidi, all’insegna dello stomp: un riff iperclassico, sostenuto dall’interpretazione velvettiana di Lilith per un pezzo magistrale, molto basilare e conciso al punto giusto, che è la giusta introduzione tematica a una “Baron Samedì” (ripescata dal vecchio repertorio dei Not Moving) rallentata e resa liquida come una flebo di voodoo nella giugulare.

Il resto è tutto in discesa, Lilith e i Sinnersaints ci tengono in pugno. Possono fare ciò che vogliono, che sia una versione crepuscolare di “La notte” di Adamo, una rendition bluesata di “Lazy” dei Nuns, una magistrale “Ghetto” degli Statuto transustanziata in un meraviglioso brano di indie-rock italico alla primi Ritmo Rribale/primi Afterhours… e poi vabbè, gran finale con “Love In Vain” (non vi dico di chi ché è obbligatorio saperlo) – preceduta da tre originali.

A Kind Of Blues è un disco semplice, nell’accezione migliore del termine, in quanto immediato, capace di creare subito il famigerato ponte tra chi ascolta e chi l’ha suonato. Un album che amalgama influenze disparate e disperate – dal punk californiano alla Blank Generation di NY, dal blues del Delta all’underground rock italiano, dalla canzone d’autore alla pop song dei Sessanta; gli amanti del nuovo e della sperimentazione probabilmente storceranno il naso, ma del resto è un problema loro… e chi se ne importa. Per noi c’è un ottimo album di blues, rock, punk ombroso, emotivo e coinvolgente.

Costa solo due euro in versione digitale, acquistabile su Bitebay; il supporto fisico sarà disponibile per la vendita dal 2 aprile.

Spiritual nelle langhe

ipiguitar.jpgMiss-Ipi – Spirit of St Louis (Jacob/Circolo dei Briganti, 2007)

L’abbiamo intervistata di recente e ci ha colpito dal primo istante, questa blueswoman e one-woman-band delle lande cuneesi. Finalmente siamo in possesso del suo primo lavoro, un cd-r autoprodotto e molto casereccio, con un piglio deliziosamente low-fi, fin dal look.

Low-fi quindi è l’aggettivo chiave, soprattutto per quanto riguarda l’apertura del cd: “Just that Song”, con l’accompagnamento slide dal sapore hawaiano è davvero reminescente di quelle registrazioni stile Lomax, piene di fruscio, live che più live non si può, in cui senti il respiro di chi suona e di chi canta. Idem per la seconda “My Troubles”, che ha il gusto pungente della jam macerata nel whiskey e nel vino, con la chitarra rimbombante, l’armonica sfiatata e la voce nuda e cruda.

Ma il motore, in effetti, inizia a scaldarsi davvero dal terzo brano, “Morning Train”: la registrazione è leggemente più pulita, il tempo si fa sostenuto, la pennata dura, il ritmo serrato, la voce ferma e sicura. Un minutino e 43 secondi dritti e feroci che precipitano nel pezzo da novanta del disco: “Walking Blues”, col suo ritmo sostenuto e l’interpretazione cupa. C’è il blues che ti cammina davvero dietro le spalle, lo senti, e l’unica cosa da fare è aprire un altra bottiglia di Nebbiolo.
Con “The Dog” si tocca il terreno più weird e sperimentale del cd… un brano scuro e tirato, con intermezzi punteggiati da un lamento vocale che si perde nella notte: mi piacerebbe ascoltarla in versione elettrica, questa canzone, e sono convinto che sarebbe una fucilata. La chiusura è un brano in linea coi precedenti tre: ombroso, pesante, demoniaco al punto giusto e sprizzante blues.

In definitiva, un dischetto coi baffi e i controcogli**i. Data la difficoltà nel reperirlo, il consiglio è di contattare Miss-Ipi tramite la sua pagina Myspace e chiedere i dettagli per acquistarlo. Non ve ne pentirete.

Miss-Ipi: lontano dal Mississippi

missipi21.jpgUna sorpresa di quelle che ogni tanto Myspace è in grado di regalare. Metti che un pomeriggio sei lì che gironzoli e ti trovi nella pagina di una one-girl-band e quello che ascolti è un misto cuneese-langarolo tra Robert Johnson, Billie Holiday, Betty Boop e un blues da bettola dopo il primo litro di grappa.

Roba da far accapponare la pelle per il brivido. Roba che – onestamente – proprio non mi aspettavo di scovare alle nostre latitudini. Sto parlando di Miss-Ipi… e non potevo farmi scappare l’occasione per intervistarla al volo. Ecco qua:

Quando hai iniziato a suonare ed esibirti come Miss-Ipi? Vieni da altre esperienze musicali o questo è il tuo debutto?
Ho iniziato solo a settembre, per la la verità non so neanche dire perché. Avevo una canzone in testa che faceva “down down down”, così ho preso la chitarra in mano e l’ho suonata. Poi non ho più smesso, nonostante io sappia suonare solo 4/5 accordi in croce: a me bastano e avanzano e me ne frego se la gente dice che dovrei prendere delle lezioni! È decisamente un debutto, più che altro mi ci hanno buttato dentro, io non ne volevo sapere…

Mi pare che ci sia una community di one-man-band piuttosto florida, ultimamente, in Italia (mi riferisco ai vari El Bastardo, Mr Occhio, Wasted Pido, tu stessa, Number 71…). Sei in contatto con alcuni di loro? Vi capita di suonare assieme? E soprattutto: cosa ne pensi di questa situazione?
Conosco… conosco… i tre brani che sono sulla pagina me li ha registrati proprio Mr Occhio; tra l’altro vi svelo anche che è lui che mi accompagna al dobro in “Just that song”.
One-girl-band non è una scelta in realtà, solo che trovare qualcuno che vuole suonare esattamente quello che voglio non c’è, così faccio da me che faccio prima! Ora però ho abbandonato la grancassa perché preferisco suoni diversi più legnosi, scarcassati. Mi sto costruendo una sorta di strumento da battere col piede e che possa contenere un microfono… ad ogni modo è vero: tanti one-man-band, meno one-girl-band e purtroppo i suoni si omogeneizzano.

Le tue influenze? E i tuoi cinque dischi da bunker antiatomico quali sono?
Direi la primissima Memphis Minnie e poi Sister Rosetta, ma mi rifaccio tanto anche alla voce di Betty Boop. Ad ogni modo oramai ascolto solo country blues, hollers, spirituals… i dischi che salvo: Dark Was the Nigth del Blind Willie, Here are the Sonics, The Monks Black Monk Time, 96 Tears, Pat Garrett & Billy the Kid e già dovrebbe andare bene!

Cosa alimenta il tuo blues? Patto col diavolo o misticismo infervorato?
Direi l’opposto del misticismo… mi alimento di fottuta realtà!

Ci puoi raccontare in cosa consiste il Circolo dei Briganti?
Scuola di vita! Sono coloro a cui devo buona parte della mia cultura musicale attuale e sono coloro che mi hanno buttato a fare musica. Si nascondono sotto le vesti di un’osteria ma in realtà sono solo un branco di anarchici poveracci e disinibiti dall’esistenza, tutti più o meno con tanta sfiga sulle spalle, di cui faccio parte anche io.

Come è possibile reperire il tuo disco? In rete non si trovano notizie. E’ frustrante… illuminaci.
Non si trova perché non esiste ancora. Ho autoprodotto solo una cinquantina di copie, ma i costi non sono sostenibili. Ma ve ne invierò uno al più presto, nell’attesa di registrare qualcosa di meglio. Vi ringrazio tantissimo, spero di essere stata brava… un bacio.
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