The Prisoners

prisobigUn’ipotetica lista delle migliori mod band in assoluto non può, ovviamente, escludere nomi come Who e Small Faces per i Sixties, Jam e Secret Affair per il mod revival (post ’79). Né i nostri Statuto che per creatività, coerenza e stile non sono mai stati secondi a nessuno; o gli immensi Action, gruppo minore dei Sixties, ma che ha saputo comporre alcune canzoni che meriterebbero un posto preminente nell’enciclopedia del rock (vedi “Shadows and Reflections” o “Hey Sha lo Ney”).
Ci si dimentica, purtroppo, spesso di quelli che a mio parere sono stati i più grandi: The Prisoners.

Avevano l’irruenza degli Who, l’anima soulbeat degli Small Faces, la grazia melodica degli Action, lo stile degli Statuto, l’energia punk dei Jam , il ritmo dei Secret Affair. E quel qualcosa in più che ne ha fatto una band unica, nella mia hit parade personale irraggiungibile.
Scoprii i Prisoners nel 1983 , a Londra. Il cinese del Merc in Carnaby Street (ovvero il gestore di origini orientali dell’omonimo negozio mod che, partito come sordido cunicolo ricolmo di 45, vestiti e fanzines, è arrivato nel corso degli anni a diventare un marchio alla moda) insisteva più di ogni altra volta a rifilarmi il primo LP di quella fantastica band. Visto che in passato mi aveva già spacciato delle chiaviche facendomele passare come “i nuovi Small Faces” o “gli eredi dei Jam”, non mi fidai… mi lasciai convincere solo il giorno della partenza e infilai nella valigia, assieme a un altro pacco di roba, anche la copertina in bianco e nero di A Taste of Pink.
Ebbene: non credevo alle mie orecchie quando, dalla puntina del giradischi, cominciò a sgorgare l’incedere di “Better in Black” o la favolosa melodia di “Maybe I was Wrong”. Solo gli Who, i Jam, i Clash e gli Small Faces avevano avuto un’eguale potere di entusiasmarmi! Da quel momento i Prisoners divenerro il mio gruppo preferito. Graham Day chitarra e voce, James Taylor tastiere, Allan Crockford basso, John Symons batteria: i miei beniamini…
Li seguii un sacco di volte sia a Londra che in Italia e in ogni occasione riuscirono a farmi saltare dall’inizio alla fine; e che emozione quando Graham Day, alla fine di un concerto della sua nuova band Planet (davanti a una cinquantina di persone al Fillmore di Piacenza, con me unico sotto al palco), mi si avvicinò per dirmi: “Mi ricordo di te, ti ho visto un sacco di volte ai concerti dei Prisoners e poi anche con i Prime Movers”. E che gioia portare i Solarflares prima, gli Stabilisers di Crockford poi, in concerto a Piacenza; corrispondere con Graham durante gli ultimi mondiali di calcio irridendo la sua Inghilterra e gioiendo per la mia Italia; avere Alan al basso in un brano del mio album solista. Gioie da fan. Ma é ora di passare alla storia vera e propria.

Lontano 1982… la minuscola label francese Skydog pubblica il primo 45 There’s a Time/Revenge of the Cybermen. Non ha alcun riscontro, ma si intravedono già i germi di quell’esplosione beat mod rock che caratterizzerà di lì a poco il primo album. Come detto, A Taste of Pink, registrato in un solo botto il 12 settembre dell’82 e pubblicato un mese dopo, è un capolavoro destinato a diventare una pietra miliare per tutto il nuovo suono mod post Jam.
Un sound che precede di 15 anni il successo planetario di band come Kula Shaker o Charlatans che dei Prisoners ripresero, in versione più pulita e ricercata, l’intera lezione.
L’album é a parer mio il momento più significativo della storia della band con brani come “Coming Home” o la cavalcata psichedelica di “Pretend”, il fantastico beat di “Till the Morning Light” o le già citate “Maybe I was Wrong” e “Better in Black”, che diventano piccoli classici.
La voce roca e calda di Graham Day, l’organo alla Brian Auger di James Taylor, la ritmica caotica tra Keith Moon e Kenny Jones di John Symons e il basso penetrante di Allan Crockford forgiano un marchio di fabbrica inconfondibile. Il gruppo schizza subito in tour, aprendo tra l’altro le date inglesi dell’83 dei Ramones e lasciandoci show indimenticabili (ricordo in particolare quelli al Clarendon Hotel sotto l’Hammersmith Odeon a Londra…).

Nell’83 esce il secondo album per la blasonata Ace, The Wisermiserdemelza, preceduto dal singolo “Hurricane” (con la B side inedita “Tomorrrow (She Said)”). Molto più psichedelico del precedente, acido e meno violento, con grande spazio per le tastiere di James Taylor e atmosfere più liquide (vedi “Far Away” o “Tonight”), anche se la chitarra e la voce di Graham Day ruggiscono ancora in “Love me Lies” e “Hurricane”. Insomma, un lavoro più maturo, anche se inferiore al travolgente esordio.
Nell’84, oltre ad apparire alla tv francese (con spettacolose versioni di “Hush” dei Deep Purple, “Melanie” ed “Explosion on Uranus”) e alla BBC – su Channel Four – con “Reachin my Head” (vestiti con le tute di Star Trek!) che poi sarà incluso nell’ep 7″ “Four on Four” (con Milkshakes, Stingrays e Tall Boys), pubblicano quello che ritengo uno dei migliori ep di tutti i tempi. Electric Fit raccoglie quattro capolavori come “Melanie” (il loro miglior brano di sempre), la durissima fuzz ballad “What I Want”, “Last Thing in Your Mind” e “Revenge of the Cybermen Part Two”, un poderoso strumentale di cui abbiamo già dissertato.
Sempre nell’84 , negli USA, esce per la Pink Dust una strana – quanto preziosa – compilation intitolata Revenge of the Prisoners, che include i brani di Electric Fit, sei canzoni da Thewisermiserdemelza, più una alternate take (più grezza e violenta) di “Coming Home”, “Reachin my Head” e l’inedita, bellissima, “Love Changes”. Un must per i fan più sfegatati.
Purtroppo il mercato americano resterà insensibile al richiamo dei Prisoners.

Il live act nel frattempo continua ad essere imperdibile, sudato, aggressivo, arrogante. Il pubblico é sempre composto in gran parte da mod e dintorni, anche se non mancano punk e addirittura psychobilly. I Prisoners, mod band per eccellenza, non hanno mai gradito la ghettizzazione al solo ambito mod, e a loro volta i mod più intransigenti rimproveravano loro eccessive sterzate hard e un abbigliamento non sempre “consono”.
Purtroppo il mio entusiasmo per i Prisoners era evidentemente condiviso da pochi altri visto che l’85 li coglie parecchio in ribasso. Addirittura il nuovo album, The Last Fourfathers, viene autoprodotto, registrato velocemente e con eccessiva approssimazione: finisce per deludere le aspettative anche dei fan più fedeli. Dentro ci sono grandi song come “The Fisherman”, la sottovalutata “The Drowning” (una delle loro migliori), la grande beat ballad “Nobody Wants Your Love”, ma la presenza di ben tre strumentali – carini, ma nulla più – e di alcuni episodi un po’ traballanti, testimonia un momento di crisi.

Esce nello stesso anno anche il live Last Night at the MIC, per la Empire, diviso a metà con gli amici di sempre Milkshakes di Billy Childish. La registrazione, seppur approssimativa, testimonia la chiusura del mitico locale MIC.
I Prisoners rivisitano con il consueto piglio nervoso “Coming Home”, “Revenge of..”, “There’s a Time”, “Don’t call my name” e in più propongono le cover di “Runaway” di Del Shannon e “ Sitting on my Sofa” dei Kinks , più l’inedito “Little Shadows”.

Nell’86 approdano in Italia, a gennaio, per un breve tour e subito dopo giunge la loro grande occasione. Il mod guru (futuro boss dell’Acid Jazz records) Eddie Piller li porta alla Stiff Records: così dopo il singolo “Whenever I’m Gone” esce In From the Cold, eccellente canto del cigno del quartetto. Canzoni stupende, anche se molto ripulite dalle scorie beat punk dei precedenti lavori. L’effetto é comunque ottimo, ma Graham e compagni se ne hanno molto a male nel sentire che il mixaggio finale ha ammorbidito il tutto. Seguiranno grandi liti con l’etichetta e, il 18 settembre dell’86 al 100 Club di Londra, l’ultimo concerto.
In From the Cold é comunque un grande album con la bellissima “All you Gotta do is Say” ad aprire, la cover di “Ain’t no Tellin” di Hendrix , la stratosferica “More that I Teach you” la durissima “Deceiving Eye”. Anche in questo caso il pubblico tributò loro scarso interesse e questo,unito alle liti di cui sopra, accorciò il passo verso l’infausto scioglimento. Nell’88 Graham Day raccolse in Rare and Unissued 14 gioiellini lasciati in giro negli anni , tra cui una “Coming Home” live a Berlino, la grande “Happiness for Once” (l’ultima song registrata, il 22/8/86, a gruppo ormai sciolto), quattro inediti e cinque brani da In from the Cold con il mixaggio più sporco.
Eddie Piller inserì (nell’88) nella mod compilation Smashing Time un’eccezionale versione di “Don’t Burst my Bubble” degli Small Faces , mentre in un’ altra compilation dall’eloquente titolo We are the Mods vol. 1 appaiono con l’inedito “Captain Scarlet”.

I Prisoners si riformeranno qualche anno dopo per un breve tour italiano, a cui seguirà il singolo “Shine on me”, ulteriore testimonianza del valore compositivo di Graham Day. Le tre canzoni del 45 sono al solito stupende, il sound evoca le solite straordinarie sensazioni. Il disco non ebbe, ancora una volta, successo: la band si sciolse definitivamente, ritrovandosi saltuariamente per sporadiche reunion, che le cronache testimoniano sempre all’altezza della loro fama.

POST PRISONERS
Graham Day: a parte l’esperienza lo-fi dall’84 all’88 con i Mighty Caesars (con membri dei Milkshakes e in cui suonava batteria e flauto), fondò nell’88 – con la moglie Fay Hallam (ex tastierista e voce della grande modband Makin’ Time) che già compariva come ospite su In from the Cold e con il bassista Martin Blunt (anch’esso nei Makin’ Time e attuale membro dei Charlatans) – i Gift Horses con i quali realizzò il deludente 45 “Rosemary” (Pop Records, Germania).
Di lì a poco nacquero i Prime Movers, sempre con Fay, con l’ex Prisoners e James Taylor Quartet Allan Crockford e Wolf Howard dei Daggermen. Tre album spettacolari dall’88 al ’93 , molto Hendrixiani ma con grandi influenze
beat e psichedeliche: Sins of Fourfathers, Earth Church e Arc. Oltre a concerti numerosi, anche da noi.
Sciolti i Prime Movers spazio per la breve avventura con i Planet , più funky ma meno espressiva delle precedenti esperienze. Discreto l’album del ’95 Sky.
Tutto questo per Day, fino a intraprendere l’eccellente e lunga carriera , affiancato dal bassista Alan Crockford e dal batterista Wolf Howard (già con JTQ e Prime Movers), sotto il nome di Solarflares, con i quali infiammerà di nuovo, con una serie di eccellenti album, lo sparuto ma fedelissimo stuolo di fan. Garage beat di volta in volta tinto di psichedelia, irruenza punk, melodie pop.
Anima turbolenta e perennemente insoddisfatta, il nostro scioglie anche i Solarflares, suona a lungo il basso con i Buff Medways di Billy Childish ed è recentemente tornato con il progetto solista di Graham Day and the Gaolers con cui, nell’arco di due singoli e un album ha, ancora una volta, evidenziato un talento compositivo e interpretativo unico e sconfinato.

James Taylor: fondò il James Taylor Quartet e dal 45 d’esordio “Blow up” ai giorni recenti ha inanellato una lunga serie di successi, in virtù di un sound che – partito dal soul jazz alla Jimmy Smith dei 60’s – si é spostato sempre più verso funky e suoni da discoteca, nonostante, attraverso una prolifica discografia, non disdegni ritorni ad atmosfere care al modern jazz o al suono rythm and blues. Da ricordare il miniLP Mission Impossible e gli album Money Spider e Wait a Minute; e poi un recentissimo omaggio alla Tamla Motown.

Allan Crockford: ha militato nella prima formazione del James Taylor Quartet, per poi riabbracciare Graham Day con i Prime Movers prima e i Solarflares dopo. In mezzo il periodo con i Good Childe (due album) all’insegna di un rock deludente e mediocre. Attualmente prosegue l’attività con gli Stabilisers, più orientati verso un punk rock di stampo ’77, con all’attivo un paio di ottimi album.

John Symons: ha abbandonato la scena musicale.

Heavy Metal Parking Lot

hmpldvd.jpgHeavy Metal Parking Lot (un film di Jeff Krulik e John Heyn)

Il cinque maggio 1986 facevo seconda superiore e stavo per compiere 16 anni. Vita tipica da ragazzino di provincia, a parte la passione per la musica che era esplosa virulenta, in tutti i suoi risvolti adolescenziali più inquietanti. Se poi mettiamo in conto che si trattava di heavy metal (thrash & speed per la precisione), punk hardcore e hard rock, il quadro si complica. Ma la storia non è questa. Anzi, è piuttosto diversa, dato che si svolge in un altro continente e in comune con il cappello introduttivo ha solo la data e il concetto di heavy metal.
Stiamo parlando, signori e signore, di un gesto situazionista di quelli che lasciano il segno nella cultura popolare, anche se – sul momento – paiono semplicemente sciocchezze fatte per divertirsi un pochino. Già, perché il film-documentario Heavy Metal Parking Lot nasce proprio così in quel lontano maggio di 22 anni orsono… ma da quel momento nulla è più stato uguale… più o meno.

Il cinque maggio1986 i Judas Priest sono al Capital Centre di Landover (Maryland) per un concerto. Ad aprire per loro i Dokken, band hard rock iperpatinata e capitanata dal cotonatissimo Don Dokken, ugola d’oro dell’AOR. Due intraprendenti ragazzi si muniscono di videocamera e microfono e – spacciandosi alternativamente per una troupe di MTV e per inviati di una tv via cavo – riprendono l’umanità varia ed eventuale che confluisce nel parcheggio antistante all’arena in cui si svolgerà il concerto. I loro nomi sono Jeff Krulik e John Heyn.
Il Capital Centre è stato demolito nel 2002, ma non è rilevante: quello che conta è che Krulik e Heyn, durante quel cinque maggio, hanno immortalato decine e decine di minuti di fotogrammi preziosissimi a livello antropologico e sociologico, grazie ai quali possiamo immergerci – a seconda delle attitudini – nella nostalgia imbarazzata stile “come eravamo” o nel disprezzo più divertito.

hmpl2.jpgCerto, i teenager e i ventenni del Maryland non erano certamente identici a quelli italiani del 1986, ma è anche una sacrosanta verità che il popolo del metallo è (era) una specie di gigantesca razza unica, che trascende collocazione geografica e lingua, entro certi limiti. Quello che vediamo nei 16 minuti circa del documentario originale è una radiografia di alcune tipologie umane (a cui, peraltro, qualcuno di noi ha fatto parte quasi di sicuro… io per primo).
Curiosi? Beh, San YouTube ci protegge come al solito (fino a una settimana fa era possibile visionare l’intero documentario, ma ora è stato eliminato dagli archivi) e quindi godetevi questa prima perla, cortesia del rocker zebrato che ci regala la sua opinione sul punk: CLICCATE PER IL VIDEO.
Il ragazzo è chiaramente sbronzo come una zucca e la sua unica urgenza comunicativa è declinare il concetto “punk shit sucks” in ogni modalità possibile (o meglio: consentita ai suoi nove neuroni rimastri attivi), ma brilla di arroganza naif, di una tale impunita tracotanza asinina che vorremmo quasi stringergli la mano e chiedergli dove si è comprato il completino da zebra.

hmpl1.jpgUn genio che è rimasto nell’immaginario popolare è Dick, ovvero Mister “I’m ready to rock”, ovvero il ventenne che provvede a infilare la lingua in bocca di una tredicenne (il gossip vorrebbe che lei fosse la cugina, ma l’attendibilità della notizia è quantomeno trballante). Dick dice di essere in procinto – nel giro di due settimane e mezzo – di arruolarsi nell’Aeronautica: forse è per questo che si è conciato come uno scemo di guerra.
Se volete vederlo e ascoltarlo in tutto il suo splendore, CLICCATE QUI.

hmpl4.jpgUn altro quadretto imperdibile – e poi basta con gli spoiler! – è il ritratto della signorina “Hell yeah”, ovvero questa rossa con l’espressione da gallina alcolista dopo un trama cranico. Risponde alle domande con una verietà di circa sei vocaboli e il suo cavallo di battaglia è, appunto, “Hell, yeah”. Guardatela CLICCANDO QUI.
Il picco comico-drammatico del personaggio è la reazione alla domanda: “Cosa diresti a Rob Halford?”… la risposta è “I’d jump his bones”, ovvero qualcosa tipo “Me lo scoperei”. Rob Halford. Certo piccola… e infatti tra i contenuti speciali del film c’è una sequenza in cui al buon Rob viene mostrata la giovane e lui, ridendo divertito, commenta: “Non lo sapeva?” (per i meno informati: Halford è stato tra i primi, se non il primo, nell’universo macho del metallo a dichiararsi apertamente gay).

Tutto questo – ovvero i 16 minuti originali del primo cut del documentario – più altre due ore circa di contenuti extra sono contenuti in un dvd praticamente imperdibile. Non pensateci troppo e procuratevelo… potrebbe diventare un vero tormentone.

E, siccome qui ci piace esagerare, andate a dare un’occhiata al sequel non ufficiale del 2000 (realizzato da altre persone), ovvero Heavy Metal Parking Lot 2000:
Parte1
Parte2
Parte3
Parte4

Come potrete notare da queste quattro clip (non è il film intero), la storia si ripete e non si impara mai dagli errori di chi ci ha preceduto…

Ganzi e Avvoltoi: la nuova stagione beat

Gli Avvoltoi – Gianni/Non voglio Pietà (Teen Sound, 2008)
I Ganzi – Il Nuovo Beat/Chiedimi scusa (Teen Sound, 2008)

La Misty Lane/Teen Sound torna al formato principe per ogni collezionista che si rispetti: il 45 giri. Lo fa selezionando due band che partono dalle stesse radici – il più genuino beat italiano – per approdare a lidi decisamente diversi.
gli-avvoltoi.jpg Gli Avvoltoi di Moreno Spirogi, ormai storici prime-mover del movimento alla fine degli anni Ottanta (come dimenticare il leggendario Il nostro è solo un mondo beat), tornano con una line-up rinnovata che conserva la stessa passione sanguigna che li ha sempre contraddistinti.
Le coordinate sonore dei nostri sono in continuo movimento come dimostrato dall’a-side “Gianni”. Il pezzo parte sinuoso, incastrato su un groove portato dal Farfisa, dalla chitarra acustica e da un basso che gioca fluido sulle ottave (come papà McCartney ha insegnato), per poi aprirsi e diventare up-tempo nel ritornello grazie all’intervento della chitarra che porta il brano in territori psych-rock… fino a culminare alla splendida sezione del solo, dove la chitarra viene supportata da una batteria che omaggia Keith Moon e da un ottimo lavoro di organo. Il tutto scandito da un testo rivoluzionario, in pieno spirito beat. Questa traccia varrebbe da sola già l’acquisto.
Il lato B (“Non voglio pietà”) parte invece sincopato, con un cantato recitato, per poi risolversi in un giro r’n’b più canonico, seguendo questo schema sino alla fine. Un pezzo piacevole, ma che nulla aggiunge a quanto detto con la prima traccia.

i-ganzi-il-nuovo-beatchiedimi-scusa.jpg Arrivano invece da Firenze I Ganzi, qui al loro esordio. Esordio che – per inciso – suona decisamente bene, lasciando ben sperare per il futuro. “Il nuovo beat” e “Chiedimi scusa” sono due brani che conservano tutti gli ingredienti del beat italiano d’epoca, terribilmente ballabili e catchy, ma allo stesso tempo sanno giocare intelligentemente sui luoghi comuni e i limiti del genere, portando una certa freschezza in un genere ormai canonizzato.
Da segnalare, oltre all’affiatamento e all’indubbia perizia strumentale, l’ottimo effetto ottenuto con l’alternanza di voce maschile e femminile.
Insomma… se vi servono dischi nuovi per la vostra fonovaligia, ora sapete dove cercare.

Primavera beat: 29 marzo

beat2.jpgSecondo appuntamento (dopo il successo dell’anno passato) con Primavera Beat, concertone per gli amanti del Sixties sound e del beat, patrocinato tra l’altro anche da Retrophobic, Teen Sound e Misty Lane.

Primavera Beat Volume 2 si svolgerà sabato 29 marzo presso il Teatro Macallè in via Marsala 1, a Castelceriolo (provincia di Alessandria: ci arrivate prendendo l’uscita Alessandria Est della A21). Qui, a partire dalle 21:30, troverete concerti, dj set, bancarelle, bar e servizio ristorazione. L’ingresso costa 8 eurini, ma se volete anche cenare in loco dovrete investirne 20 (prenotazioni: Salvatore 389 422 61 72).

Sul palco passeranno Gli Avvoltoi, I Ganzi e Le Minigonne (all-female band estemporanea e nata per l’occasione). A seguire dj set di Henry Milano Mod e Moreno “Avvoltoi” Spirogi.

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