C’è figa a Nashville?

nashville p roma 2Nashville Pussy – live @ Traffic, Roma, 24/02/2014

[di Narconimpho Cat – foto di Andrea Curzi]

Faccio il mio debutto su Black Milk in grande stile, ovvero con il live report del concerto dei Nashville Pussy al Traffic di Roma.
L’ingresso della band sul palco avviene sulle epiche note del tema di Space Odissey in chiave funk a opera della Doctor Exx Band: le due MILF, la fulva chitarrista Ruyter con la bassista bruna, precedono di pochissimo mr Blaine, bello e gonfio come un figurante di Hazard cacciato dal set per ubriachezza molesta, e senza convenevoli attaccano subito con “Keep on Fucking” (altro…)

Tortona anni Sessanta: il beat abitava qui (p II)

quelli_teo.jpgEcco la seconda parte delle memorie che Tanino Castellani, pioniere della scena beat piemontese, ci ha gentilmente regalato (grazie anche a Retrophobic). La parola a Tanino:

Facendo “attrazione”, suonavamo solo un’oretta: di conseguenza, c’era sempre un gruppo spalla, cioè che suonava per il resto della serata. A volte trovavamo complessi molto bravi, i cui componenti si rivelavano ottimi musicisti. Ricordo che una volta, a Selva di Fasano, in Puglia, avevamo nientemeno che Fausto Papetti e la sua orchestra come supporter.
In quel periodo, specialmente d’estate, suonavamo tantissimo, in numerosi locali in tutta Italia: dalle feste di piazza in meridione ai locali alla moda di Rimini o di Viareggio. E quando suonavamo a Rimini, il nostro impresario riusciva a farci restare nello stesso albergo anche una settimana, visto che le serate erano in programma tutte in zona. Così potevamo permetterci qualche istante di vacanza. E poi le ragazzine che accorrevano per vedere e ascoltare Donatello, finivano, qualche volta, anche per apprezzare il batterista.

Alla Ricordi, etichetta discografica di Donatello, eravamo un po’ tutti di casa. Succedeva spesso che il maestro Soffici, direttore artistico di allora, ci chiedesse di fare dei turni in sala di incisione per registrare i provini delle nuove canzoni degli artisti in contratto con la Ricordi . Solo i provini, però, perché a quei tempi i musicisti ufficiali per i dischi di quasi tutti i cantanti, erano I Quelli. Sotto questo nome si celavano i personaggi che avrebbero formato la Premiata Forneria Marconi.
Franz Di Cioccio, Franco Mussida, Mauro Pagani e Flavio Premoli dimostravano una bravura notevole nel suonare per le basi dei dischi di Milva, Lucio Battisti, Equipe 84, Dik Dik e altri ancora. Erano i nostri idoli e capitava spesso di fermarsi in sala ad ascoltarli mentre preparavano il pezzo da registrare.
pfm.jpg E solo allora mi accorsi che, anche se marginalmente, cominciavo anch’io a far parte di quel mondo musicale, visto che spesso mi ritrovavo alla cassa della Ricordi per riscuotere il pagamento dei turni eseguiti, magari in fila dietro a Lucio Battisti e davanti a Francone Mussida, con cui scherzavo o raccontavo barzellette.

Succedeva, a volte, di suonare davanti a un pubblico molto numeroso, come quella volta che fummo invitati a suonare a una festa di piazza, a Livorno. Salimmo sul palco davanti a una folla oceanica che riempiva completamente la piazza antistante il porto, per ascoltare, oltre a Donatello, anche i New Trolls, I Ricchi e Poveri e i Dik Dik. Per me, quella serata fu fonte di tremarella per tutta l’esibizione anche perché, il batterista dei New Trolls, il vulcanico Belleno, mi fece utilizzare la sua batteria che definire “a due piazze” era poco. Ricordo anche che feci del mio meglio per sembrare un batterista avvezzo a cotanto strumento.
Ricordo che, quell’anno, Donatello partecipò al Disco per l’Estate con la canzone “Irene”; nell’inciso c’era un coro da fare e così decise di portarmi con sé per la seconda voce, anche perché nel lato B di quel disco c’era un pezzo che avevo finalmente firmato anch’io come autore (il primo). Gli artisti alloggiavano all’Hotel Billia di Saint Vincent, mentre per i comprimari (quelli come me, insomma) la casa discografica aveva prenotato un Hotel più modesto a Chatillon.
Ma non tutto il male viene per nuocere, perché nello stesso albergo alloggiavano anche i musicisti che accompagnavano i cantanti e la sera, nella tavernetta, ci esibivamo con delle session improvvisate, con gli strumenti che c’erano, con i musicisti che intonavano un pezzo e via.
Nessuno però voleva cantare così, lasciata la batteria al batterista di Bobby Solo, cantai tutti i pezzi come se li conoscessi da tempo. I brani che venivano meglio erano quelli di CSN&Y, J. Taylor, Eagles e Simon & Gurfunkel.

Come già ho accennato, in quel periodo cominciai a comporre dei pezzi miei, che affannosamente facevo ascoltare a tutti in cerca di un consiglio, un incoraggiamento o altro. Mi capitò, allora, che qualcuno mi procurasse un’audizione nientemeno che con Mia Martini.
mia-martini.jpg A me sembrava strano che una cantante così famosa, al vertice delle classifiche discografiche con la canzone “Minuetto”, avesse il tempo e la voglia di ascoltare un dilettante che le proponeva delle canzoni. Le telefonai per confermare l’appuntamento e, un mercoledì, andai a casa sua, a Milano, con la mia chitarra, a farle ascoltare i miei brani. Lei mi ricevette informalmente, come se ci conoscessimo da anni, vestita da casa, con un Kimono sopra al pigiama e le calzettine ai piedi. Si sedette sul tappeto e mi incoraggiò a farle ascoltare quello che avevo composto. Io ero un po’ emozionato ma, mano a mano che andavo snocciolando i motivi, mi sentivo rinfrancato dai suoi consigli, suggerimenti e approvazioni. Non riuscii a piazzare a lei qualcuna delle mie canzoni, ma ne uscii ringalluzzito per i suoi apprezzamenti e l’incitamento a continuare a comporre.

Poi venne Londra. Donatello, dovendo terminare il suo album, era riuscito a ottenere dalla casa discografica di poterlo ultimare a Londra presso lo studio di un noto tecnico del suono, utilizzato da molti artisti americani e inglesi. Così decise di andare portando con sé il sottoscritto (ai cori) e il chitarrista aggiunto del gruppo che si chiamava Claudio Dentes (ora produttore di gruppi e cantanti, vedi Pitura Freska e Alberto Fortis). Decidemmo di andare in macchina, viste le numerose chitarre che ci servivano per il lavoro, e adoperammo la vettura di Claudio, un Maggiolone cabrio (anche perché lui era inglese di nascita e quindi pratico della guida a sinistra). Intanto, quando giungemmo a Dover, alla Dogana, ci fecero scendere e perquisirono la macchina: forse perché avevamo i capelli lunghi e i vestiti variopinti, cosa peraltro abbastanza comune fra i giovani, specialmente se musicisti.

Arrivati finalmente a Londra, trovammo l’abitazione del tecnico del suono all’indirizzo che sapevamo. Suonammo al campanello e ci venne ad aprire una ragazza giapponese che assomigliava vagamente a Yoko Hono che ci fece entrare. Il tecnico aveva arredato la sua abitazione alla giapponese, con tanto di porte scorrevoli, obbligo di togliere le scarpe, arredamento basso e privo di sedie. Lui però era inglese, e, passate alcune porte scorrevoli, ci fece entrare nel suo studio (molto ben attrezzato, devo dire) dove iniziammo a lavorare. Io finii il primo giorno quello che dovevo fare e così approfittai del tempo libero per girare per Londra, visitare negozi di dischi e strumenti musicali e vedere concerti. Allora il tempio della musica giovane londinese era il Marquee (uno stanzone disadorno, dove c’erano solo alcune file di sedie recuperate da qualche cinema), dove ebbi modo di assistere a concerti di gruppi molto validi anche se non ancora famosi in continente. Alla sera (i concerti si tenevano dalle 18 alle 20) ritornavo a prendere i miei amici e si andava a cena in ristoranti strani cioè turchi, giapponesi e iraniani dove il cibo era molto buono, ma… piccante!!! Ben presto i soldi cominciarono a finire e quelli che avevamo conservato per il ritorno in aereo non bastavano più. Acquistammo due biglietti e tornammo in treno. Ricordo che, dopo aver superato la Manica, a notte inoltrata, trovammo uno scompartimento vuoto e ci coricammo allungando i sedili, per dormire. Arrivati in Belgio una signora salì sul treno e aprì il nostro scompartimento. Vedendoci dormire, non si formalizzò più di tanto e fece altrettanto nel posto rimasto libero. Scese poi in Svizzera, senza aver mai parlato, né salutato.

In quel periodo Donatello era abbastanza famoso, in Italia, anche perché era riuscito ad arrivare quasi sempre fra i primi 20-30 della hit parade Italiana. Di conseguenza le serate nei locali della penisola erano molto frequenti. Fra gli aneddoti che mi vengono in mente di quel periodo, ne ricordo uno capitato a Firenze. Si suonava in piena estate, a Piazzale Michelangelo, grande piazza-balconata da cui si vede tutta Firenze. Si trattava di un Festival dell’Amicizia, ed eravamo vicini alle elezioni. Fra i vari cantanti invitati, oltre a Donatello c’era anche Don Backy.
Per la sua popolarità di quel momento, l’organizzatore aveva deciso che fosse Donatello a chiudere la serata, ma Don Backy non ne volle sapere perché lui, toscano, sosteneva che avrebbe dovuto essere il clou della serata stessa. Donatello non si oppose anche perché, essendo un concerto all’aperto, il tempo era nuvoloso e minacciava un temporale. Così suonammo per penultimi, anche se il temporale sembrava ormai vicino. Difatti, al primo pezzo di Don Backy che cominciava così: “Se la pioggia mi bagna…” arrivò un acquazzone micidiale che ci costrinse a scappare tutti.

Un’altra volta, dalle parti di La Spezia, nell’entroterra, stavamo suonando in un locale affollatissimo, specialmente di ragazzine che attorniavano il palco. I ragazzi, naturalmente, non apprezzavano molto che le attenzioni femminili fossero tutte per chi stava cantando e suonando. Così successe che alcuni stupidi iniziarono a sfottere il cantante e i suoi orchestrali. Io, che stavo suonando la batteria con al collo una sciarpa di simil-seta che scendeva abbondantemente dalle spalle, venni preso in giro e qualcuno iniziò a tirarmi la sciarpa. Incazzato mi girai verso lo spettatore e gli rifilai una bacchettata sul naso. Fortunatamente era l’ultimo pezzo perché questo fatto aizzò anche alcuni amici del malcapitato, che ci costrinsero a correre velocemente verso i camerini. Ma la porta era bloccata. Così seguimmo uno dei gorilla del locale che ci fece uscire da una porta-finestra e per arrivare in strada ci fece passare su dei tetti di una rimessa. Che paura!

Vai alla prima parte dell’articolo

[Il materiale fotografico proposto è di proprietà di Tanino Castellani]

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: