Il capitano spacca

captain-crunchCapt Crunch And The Bunch – Izio/Lavoro (Area Pirata, 2014)

Questo 7″ era finito sotto a tre libri (la bio dei Misfits, quella di Roky Erickson e quella dei Radio Birdman) e non voleva sapere di uscirne. Chissà come era successo… vabbè, lo so benissimo: casa mia è un bordello ed è un secondo perdere una cosa. Insomma, finalmente lo ascolto e mi godo una piacevole manciata di minuti di musica.

La band è composta da una manciata di vecchie volpi della scena toscana (pisana e livornese) (altro…)

Non ti fidar, di un re a mezzanotte

midnight kingsMidnight Kings – Do The Monkey With… (Sailors Overdrive, 2013)

Sono bravissimi, lo dico subito a scanso di equivoci, i Midnight Kings. Sono la classica band che, mi immagino, riesce regolarmente a coinvolgere e a far ballare anche quelli che entrano in un locale per bere un bicchiere e manco si aspettavano di trovarci musica dal vivo, quelli che “la musica disturba e la batteria è troppo alta di volume”… salvo poi vederli con la cravatta annodata in testa, senza scarpe a ballare il twist su un tavolo (altro…)

Gradisce una pioggia dorata?

golden showerGolden Shower – The Strange Case of Alaskan Dragon Breath (Area Pirata, 2013)

Terzo album per i toscanacci Golden Shower. E io confesso che è il primo per me, nel senso che non avevo mai avuto l’occasione di ascoltarli. Peccato davvero, perché se il livello era lo stesso di questo cd pubblicato da Area Pirata (a proposito: non credo di essere ancora riuscito a parlare male di una loro uscita in tanti anni… sì, mi fanno un bel bonifico semestrale, avete capito), mi son perso davvero qualcosa di notevole (altro…)

C’è puzza di Soho

Secret Affair – Soho Dreams (Area Pirata, 2012)

Trent’anni sono passati dall’ultimo album dei Secret Affair, signori del mod revival; una band che tra il 1978 e il 1982 ha calcato palchi e classifiche britanniche, sfornando più di un gioiellino. E trent’anni, non neghiamolo, sono un sacco di tempo per non approcciarsi a un nuovo disco con qualche timore (altro…)

Dottor Morelli and Mister White

Jack White – Blunderbuss (Third Man Records, 2012)

[di Hugo Bandannas]

Per recensire il disco che va più a ruba dai tempi di Thriller di Jacko – ho fatto davvero fatica trovarlo in tempo reale – devo prima di tutto indossare un paio di occhiali professionali per poi  levarli e rimetterli di nuovo (alla maniera dello psicologo catodico, l’affascinante professor Morelli), così da acquistarne un po’ in autorevolezza e “sintomatico mistero” (buffo).

Il professor Morelli affermerebbe che un disco andrebbe ascoltato più volte nell’arco del tempo, perché l’essere umano è umorale, lunatico e squilibrato, per cui il capolavoro esaltante dell’oggi spesso si converte in un fiasco del domani. E viceversa.
Ma vi giuro che  sto ascoltando Blunderbuss di Sir. Jack White, di continuo dal tramonto ieri e ciò mi fa sperare che queste parole scritte restino immutate insieme al mio stato d’animo. Così che non ci sarà una coazione alla ritrattazione, disciplina su cui il compianto e ingombrante Lester Bangs ha costruito una carriera, articolo dopo articolo.
Blunderbuss
è un signor disco. Dimenticate White Stripes, Raconteurs e Dead Weather, ma teneteli a mente per quelli che sarebbero potuti essere dei prestigiosi b-side.

Non so voi, ma io sono solito fare zapping con i formati cd: ebbene con questo lavoro non è possibile… anzi è impensabile, sarebbe blasfemo come pigiare rewind e fast forward durante un film di Jarmusch: un oltraggio alla poesia e all’arte.
White ci accompagna in  un viaggio musicale intorno all’America; quando si passa attraverso i freddi e desolati villaggi il suono si fa più roots e blues, trasformandosi poi in un sincopato rap chitarroso proto Eminem che incontra i White Stripes quando si sfila per le immense metropoli del lago Michigan. E così via: un disco di enciclopedica sintassi di rock’n’roll racchiuso in 13 canzoni (con godibilissimo booklet interno).

Mi sono fatto un giro sul web ed ho constatato sorprendendomi che questo capolavoro ha ricevuto solo tiepidi consensi da alcune delle testate e webzine che contano; o l’aspettativa era troppo alta oppure gli autori delle relative recensioni avevano la loro personale luna di traverso.
Se non vi piace questo disco significa che c’è qualcosa di marcio nelle vostre vite… e state pur certi che se queste 13 canzoni alla dinamite non sono riuscite a rivoluzionarvi la routine, vi resta solo da sperare nel professor Morelli.

Mare… profumo di mare

cover-love-boat.jpgLove Boat – Imaginary Beatings of Love (Alien Snatch!, 2008)

Garage-beat e r&b dei ’60 che obbligano a contorcersi come tarantolati dopo un attacco di diarrea fulminante. Cowboys travestiti da clown che suonano country lascivo e “pop” nella mensa di una scuola materna. Monkees e Beatles che corrono ignudi sul bagnasciuga di Porto Cervo. Violent Femmes con addosso gli abiti attillati dei Beat di Paul Collins. Bene: pensate a tutto ciò triturato e passato al colino da dei Black Lips in overdose di zucchero filato che urinano divertiti sulle testoline di cazzo del pubblico adorante.

Spero di aver reso l’idea dei 12 pezzi contenuti nell’album d’esordio di questi cagliaritani che sembrano la versione scanzonata dei Rippers, altra eccellente band “fuori continente” da cui pare provenga qualcuno dei Love Boat (‘sti cazzo di sardi sono misteriosi!). La seconda parentela importante è quella coi Mojomatics con cui i Boat condividono la medesima etichetta, lo stesso studio di registrazione – ovvero il celeberrimo Outside Inside – e la furia power pop declinata blues-punk al servizio della melodia: “For Your Love” e “Don’t Ask Me Why” sono più che indicative in tal senso. Altre pepite sparse sono la beatlesiana “The Faith”, l’energico indie pop rock che farebbe impazzire gli albini albionici “Beautiful Mine” e la mazzata tra capo e collo “Jimmy”. Ma in finale dove si pesca non si sbaglia perché Imaginary Beatings of Love è un gran disco di rock’n’roll adorabilmente zuccheroso capace – ci scommetto la testa, amici – di far andare in brodo di giuggiole anche i fan del Brit pop d’antan.

Musoni e diabetici sono avvisati. I busoni invece possono stare tranquilli ché qui troveranno pane per i loro denti.

Cuscini fanatici e garage rock

cover-the-fanatik-pillows.jpgThe Fanatik Pillows – Slang! (Fanatik Action Records, 2008)

Ho già avuto modo di scrivere da queste parti che trovo l’estetica Sixties garage un tantino patetica, perché spesso si riduce a una moda tanto quanto quella dark o, peggio, quella paninara. Discorso diverso per il sound di quegli anni. Intramontabile, semplicemente intramontabile, per il suo essere così candido e contemporaneamente rozzo.

Dal garage revival degli Ottanta in poi molti hanno provato a ricreare quel tipo di suono, scadendo spesso nel calligrafico. I Fanatik Pillows, seppur estremamente riguardosi, c’hanno il cosiddetto tocco in più. La zampata che fa la differenza. E una naturalezza addirittura imbarazzante.
D’altronde non stiamo parlando di ragazzetti improvvisati, ma di gente che conosce bene il rock’n’roll e i suoi mille trabocchetti. Il cantante/chitarrista Fabio Favetta era alla testa di quei meravigliosi bastardi dei Monkey Buzzness, il bassista Tony Abruzzese suonava nei punk della prima ora Boys Next Door, il chitarrista solista Salvo Frigerio ne Gli Ultimi e il batterista Bobo (da poco rimpiazzato da Roberta) nei garagers Acid Lemon.
Ciò che più sorprende dei 13 pezzi contenuti in questo fascinoso esordio è che sembra tutto dannatamente facile: il mood è “antico”, ma brilla di un’originale luce propria, se capite cosa intendo. I torinesi saltellano con maestoso slancio dal beat alla psichedelia, dal garage al frat rock, dal r&b al folk che è una bellezza. Il tutto prosciugato di quegli inutili barocchismi e di quei trip psichedelici spaccamaroni, sovente presenti in dischi del genere.

Adesso facciamo un gioco. Chiudete gli occhi e immaginate di essere in un luna park gremito di famigliole felici, zingari resi innocui dalla canizie e guappi di periferia che si arrotolano sigarette. “Walk Up” è l’esplosione sorda di una bomba carta dentro un cassonetto dell’immondizia, seguita dalla voce soffocata dello speaker che in “Unkind” tenta di rassicurare gli avventori, facendoli al contrario piombare nel panico. Meno male che compare la brutta copia di Mal dei Primitives, ancora stonato dal botto, che biascica “Credevo in te”. Il folk dall’accento blues “2 Became One” prova a riportare l’ordine che arriva finalmente a seguito della doppietta “Sweet Roll Me On Down” e Lady Bird”, eccelse cover rispettivamente di Flamin’ Groovies e Lee Hazlewood.
Quando parte “I’m Pledging My Time” pare che i calci in culo siano più felpati del solito. Con “Up In Her Room” in sottofondo qualcuno stringe l’orsacchiotto di peluche appena vinto, per farsi coraggio prima di entrare nel freak show dove c’è un nano che strappa biglietti e sorrisi sulle note di “All My Time”. È tempo di salire sulle montagne russe con la testa separata dal corpo, come il giovane Lou Reed di “Inside Your Heart”. Poi riprendere fiato, fare una pausa, pensare (“Think”) e magari mandare giù un boccone nel chiosco giù all’angolo della strada dove una pittoresca coppia di hippie sta ascoltando “Naked If I Want To” dei Moby Grape. È ora di andarsene, camminare lentamente e girarsi a guardare da lontano le macchinine dell’autoscontro che si fanno via via più piccole. “Infediment For Your (Slang!)” è una ballata che sfuma come la giornata appena trascorsa.
Una giornata indimenticabile

Duro, dolce e appiccicoso

bellrays-hard-swet-and-sticky.jpgThe Bellrays – Hard Sweet and Sticky (Anodyne, 2008)

E’ passato un bel po’ di tempo, ma ricordo ancora bene il mio primo incontro con i Bellrays. Era l’inizio del nuovo millennio e incuriosito dal loro motto “Blues is the Teacher, Punk is the Preacher” mi ero procurato una copia di Grand Fury rimanendone subito entusiasta, neanche il tempo di cercare altri pezzi del loro catalogo e mi era capitata la ghiotta occasione di vederli dal vivo qui a Roma, all’Init.
Beh quel concerto fu una specie di folgorazione sulla via di Damasco o quasi. Lisa Keukala, Bob Vennum e Tony Fate quella sera regalarono un set devastante spargendo sul pubblico romano schegge impazzite di rock, soul, blues, punk e dilazioni jazzy free-form sulla scia degi MC5 alla prese con Sun Ra. Tutto era fuso assieme in modo talmente nuovo, ma anche naturale, come se il loro suono fosse sempre stato lì, come il fuoco che brucia sotto la cenere.
Su tutto, a svettare altissima, la voce soulful e meravigliosa di Lisa, talmente calda da far sciogliere anche un ghiacciaio.

All’epoca la cosa che mi stupì fu l’estrema spontaneità della band. Non appena finito il concerto e scesi dal palco, i nostri passarono la serata al loro stand del merchandising a scambiare due chiacchiere con il pubblico, a firmare dischi e autografi (conservo ancora gelosamente la mia copia firmata di Warhead/Swinging the Blade).
Un’attitudine totalmente working-class e che riportava dritta all’etica punk, che mi ha fatto sempre pensare a loro come ad una delle poche band realmente autentiche in giro, di quelle che hanno suonato in ogni tipo di situazione, fatto la loro brava gavetta a forza di sangue e sudore e ne sono usciti intatti.

Ora, a distanza di anni e in uno scenario musicale totalmente mutato (dove spesso è l’hype a farla da padrone a scapito della qualità), esce questo Hard Sweet and Sticky. Nel frattempo si è anche perso per strada il talentuosissimo Tony Fate alla sei corde.
A scanso di equivoci, non si tratta di un album che riscriverà la storia del rock e neanche – forse – il loro migliore in senso stretto: è, piuttosto, un disco solido e ben fatto. I suoni, certo, si sono un po’ addomesticati rispetto agli esordi.
L’opener “The Same Way”, dopo un’intro e un finale quasi Who, diventa un dei pezzi più pop della produzione del gruppo (non che sia un male); quando la band tira di più – come in “One Big Party” o nel singolo “Infection” – a prendere il sopravvento sono i riff tondi e squadrati di scuola hard-detroitiana, piuttosto che le sfuriate punk di un tempo.

Più in generale sembra che quest’album trovi la forza e i suoi spunti migliori nei brani più morbidi, quelli dove Lisa Keukala può andare a briglia sciolta senza preoccuparsi di essere una specie di Aretha Franklin virata MC5.
Non è un caso, quindi, che “Footprints on the Water” con il suo andamento sinuoso, la jazzy “Blue Against Sky”, la sensuale e riverberata “The Fire Next Time” e la splendida ballata soul-noir “Wedding Bells” (che sembra la colonna sonora ideale per un racconto di James Ellroy) siano i momenti più alti di un disco che comunque tende a crescere esponenzialmente con il tempo e gli ascolti.

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