Sul ponte sventola bandiera nera: intervista a Keith Morris

[di Angelo Mora]

Per Keith Morris il punk rock è il presente, prima ancora che il passato. Sarebbe facile vivere di rendita sulle gesta di Black Flag e Circle Jerks, ma il rastaman californiano ha preferito rimettersi in discussione con gli Off!: il risultato finale è semplicemente incendiario.

La paternità del punk rock viene attribuita a diversi genitori, da una parte e dall’altra dell’Oceano Atlantico: dai The Kingsmen ai The Who, dai The Kinks agli MC5, dai The Sonics agli Small Faces fino ad arrivare ai New York Dolls e ai Ramones. In Italia se la attribuisce da solo Enrico Ruggeri, bontà sua (altro…)

Piccoli sciattoni crescono

Tv Buddhas – Dying At The Party (Trost, 2010)

Dei Tv Buddhas ho apprezzato l’EP uscito lo scorso marzo, complice anche il favoloso disegno in copertina che omaggia dichiaratamente l’arte di Raymond Pettibon. Un paio di mesi fa il mio amico Julien di 5 Roses Press mi ha inviato l’album d’esordio del trio israeliano di stanza a Berlino, ma appena ho aperto il pacchetto sono stato investito in pieno dalla copertina in cui i tre sono immortalati da uno scatto falsamente sciatto con sopra un lettering dai colori sgargianti, quasi fosforescenti: una robaccia fashion-trasandato da fottuti Gossip. Peraltro avevo letto in giro diverse recensioni/stroncature che puntavano l’indice sull’imborghesimento della band, colpevole di aver abbandonato l’approccio lo-fi e svuotata di quella urgenza che li aveva contraddistinti in precedenza. Insomma tutti i segnali mi dicevano, ahimé, che l’abito fa il monaco e non nego che stavo quasi soprassedendo.

Fortuna che ho ancora il batticuore adolescenziale per ogni nuovo supporto musicale (meglio se in vinile) che stringo tra le mani e, soprattutto, non ho perso il “vizio” di ascoltarli i dischi prima di dare giudizi.
Alla fine della fiera Dying At The Party non ha tradito affatto le mie aspettative. È vero che queste nove tracce sono più lente e ragionate delle loro vecchie canzoni, ma dove sta scritto che rallentare i ritmi e “ragionare” sia un passo indietro? Mi pare che gente come i Television ragionasse eccome, o sbaglio?

Addirittura, ascolto dopo ascolto, mi sono quasi entusiasmato per l’indolenza sottotraccia e per il suono sì vecchio e strasentito, ma assolutamente incisivo – seppur non così diretto – e finanche personale. Un suono che rimanda dritto al primo punk newyorkese e alle ciminiere di Detroit (“Let Me Sleep”), che prende a piene mani dalla ritmica secca dei Modern Lovers, dalla quiete dopo la tempesta dei Television, dalla poetica di Richard Hell (“Tv Tonight”) e di Lou Reed (“Long Way Down”). Un suono elettrico e fremente nella sua alternanza di up & down, sospeso tra i sussulti proto-punk dei primi Settanta e le vertigini soniche della metà degli anni Ottanta di cui è zeppo il catalogo della SST: c’avete presente l’attitudine degli Hüsker Dü?

La mia personalissima palma d’oro va a “I Want You” che potrebbe essere benissimo un pezzo di Iggy Pop affogato nel miele o di Lloyd Cole affogato nella cocaina; comunque la pensiate si tratta di una grande ballata di appena tre minuti, intrisa in eguale misura di polvere urbana e noia rurale.

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