Intolleranza al lattosio

latteLatte + – No More Than Three Chords (Rocket Man, 2014)

Le recensioni dei dischi che non ti piacciono sono sempre le più difficili. Soprattutto se si tratta di un non gradimento da argomentare perché dettato da motivazioni specifiche che esulano dal semplice “non vanno a tempo, scrivono pezzi del cacchio e suonano roba che farebbe vomitare pure il furetto sifilitico di Albertino”.

Ebbene, è vero: a me questo cd non è piaciuto per nulla e ho patito l’ascolto dal primo all’ultimo pezzo (altro…)

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Il ritorno dei bagnini

Manges_All is wellManges – All Is Well (Monster Zero, 2014)

Esistono da 21 anni circa, i Manges… e sfido chiunque abbia vissuto gli “anni Novanta punk” in italì a non avere almeno un loro 7″ in casa (ne hanno pubblicati una carriolata!).

Ora, tornano – dopo Bad Juju del 2010 (anche se hanno pubblicato una raccolta di singoli lo scorso anno) – con quello che è il loro quarto album effettivo (altro…)

From the dirty side of Bari…

sonic dazeSonic Daze – First Coming (autoproduzione, 2014)

Potenti, tirati e rock’n’roll: sono i baresi Sonic Daze, che debuttano – dopo quattro anni di esistenza – con un ep su cd, registrato in maniera totalmente diy e in analogico (altro…)

Ramones e radici

VV.AA. – The Ramones Heard Them Here First (Ace, 2012)

[di Franco “Lys” Dimauro]

Il corpo non c’ è. E del resto, come potrebbe? Ma tutto lo spirito dei Ramones si agita qui dentro. Sono gli originali delle tante (non tutte, per i soliti motivi di copyright che riguardano i nomi “grossi” come Rolling Stones, Who, Doors, ecc.) cover che hanno accompagnato la storia della più importante punk-band americana, con appendice al disco solista di Joey Ramone (“1969” degli Stooges e “What A Wonderful World” vengono proprio da lì), inciso mentre il cancro cominciava a rodere la mantide punk dal suo interno, spegnendo per sempre l’ energia che lì dentro covava.

Tutta la scaletta, soprattutto la prima metà occupata da Beach Boys, Jan & Dean, Trashmen, Searchers, Ronettes, Ritchie Valens, Chambers Brothers, Chris Montez, Rivieras e Troggs cattura l’ essenza più schietta della band, votata al fun-fun-fun più troglodita e idiota, nell’assoluta e indomita certezza che il punk era arrivato innanzitutto per preservare lo spirito del rock ‘n roll.

Il pogo, le spille, il cuoio, le borchie, le creste e l’eroina non erano indispensabili.
I Ramones, signori.
Ventidue anni nel ’76. Ventidue anni nel ’96. Ventidue oggi.
Presero il rock ‘n roll e lo obbligarono a non invecchiare. Nessuno saprà più farlo, dopo di loro. Non così bene. Non così forte.

Il mondo ci regalerà soltanto tristi cover band dei Ramones. La nostra gioventù invece è stata seppellita con loro.

Mondo cane

Sick Dogs – Non mi piaci più (autoprodotto, 2011)

Ebbene, si è parlato dei Sick Dogs di Vito & compari lo scorso febbraio, per recensire Lavoro – dove è inclusa la hit epocale “La tua vita non vale un cazzo”.

Ora la gang di punk e teppisti vigevanesi torna con un 7″ in vinile (quattro brani: “Non mi piaci più”, “Ci sto dentro”, “Fottiti tu e il tuo hummer”, “Grande fratello”) intitolato Non mi piaci più e ribadisce tutto quanto già noto sul conto dei Sick Dogs. Questo è PUNK ROCK di quello sanguigno e sanguinario, cafone ma non scemo, duro e melodico.

Nessuna raffinatezza, ma molta anima… l’urgenza è quella di comunicare rabbia repressa, insofferenza verso le costrizioni di lavoro/società/regole assurde e il modo scelto ha il sound di un punk cristallino, diciamo da seconda ondata post ’77, impossibile da non capire e contagioso.

Nei brani dei Sick Dogs ci sono tanto gli UK Subs, quanto gli Slaughter & The Dogs, così come i primissimi GBH, gli Exploited, un pizzico di Dead Boys, un filo di Ramones, un po’ di Adverts e – perché no – anche un bicchierino di Sham 69.
In media l’impressione è che la band, almeno in questi quattro pezzi, spinga più sul versante albionico del punk, quindi abbracci un’ispirazione più inglese che non statunitense. Il che non è affatto un male, visto anche che il risultato finale è talmente vero e sincero da tacitare sul nascere ogni eventuale perplessità.

Certo, questa volta si sente la mancanza di una bomba sonica/filosofica come “La tua vita non vale un cazzo”, ma non si può avere tutto dalla vita. E, soprattutto, questo è un signor singolo – indipendentemente dai confronti con quanto fatto prima dalla band.

I Sick Dogs sono incazzati, Vito dà voce e immagine alla loro incazzatura e la loro musica è fatta per arrivare dritta a toccare certe corde. Se poi queste corde non le avete, allora è un problema vostro.

[Ovviamente il consiglio vivissimo è di procurarvi il 7″, ma se proprio non potete fare a meno degli mp3, potete scaricare i brani del singolo – gratis e legalmente – su Jamendo, nell’account dei Sick Dogs]

Generazione Razor

Razorboy ha il physique du rôle del trafficante d’armi ceceno – questo basterebbe a fargli guadagnare di diritto un posto sotto vetro, nella bacheca dei rocker duri e puri. Si aggiunga un innato disgusto per gli Stooges – in un’epoca in cui tutti si sciacquano la bocca con l’ormai super coccolata combriccola di Iggy & soci – e, per finire, un viscerale trasporto ai confini con il patologico per lo scum rock, da GG Allin in giù.

Lo incontro nel cuore di Baggio vecchia, nella Milano bonificata ma un tempo decrepita e malfamata – dove crimini e misfatti si sono consumati fino a qualche anno fa. Ora la zona gode di buona salute, intaccata solo a tratti dalle bottiglie spaccate fuori dal locale gothic dark Zoe e dai decibel sparati dal “ragazzo rasoio” che abusa a manetta dei Pantera, duellando con il vicinato per scacciarne i fantasmi karaokiani.
Mi accoglie stravaccato sul suo divano di pelle, con la barba incolta, due lenti affumicate a coprire i segni di chissà quante notti insonni e un’improbabile camicia hawaiana teschiata. Sorseggia whiskey d’annata e lo stereo rigurgita le tracce della sua ultima fatica, Chainsaw Gutsfuck.

Sei orgoglioso dell’uscita del tuo disco anche negli States ?
Più che per il fatto di dove fisicamente sia uscito il disco, sono contento dell’etichetta discografica… è la Mystery School records, di proprietà del bassista degli Antiseen – il mio gruppo preferito. Avevano già sentito alcuni brani del mio EP di tributo a GG Allin ed era piaciuto, quindi, appena finito il mixaggio di Chainsaw Gutsfuck ho mandato il tutto a sentire… piacuto, approvato, fatto assieme.

Il suono di Chainsaw sembra un ibrido tra i Ramones e i Motorhead: quanto è consapevole questa scelta?
Qualsiasi gruppo pseudo-intellettuale e ben vestito ti direbbe che il loro suono non è influenzato da nessuno e che i pezzi vengono così, in base al loro stato cosmico o cazzate del genere… io ti dico: “esatto”. In effetti il mio scopo era quello di unire le due cose, la potenza dei Motorhead con le strutture semplici e classiche che hanno caratterizzato le canzoni dei Ramones in tutti i loro dischi. Di fatto volevo creare un punto di incontro tra il punk e il metal.

I tuoi brani, seppur molto ruvidi e potenti, mantengono anche nei momenti più duri un imprinting melodico; in che meandro di Razor si cela questo amore per i neomelodici?
Sono attratto dalle canzoni melodiche. Non sono abbastanza intelligente per ascoltare musica complicata, la canzone deve aver ritornelli orecchiabili, sennò non mi prende, non mi rimane in testa e quindi me ne dimentico. Solo che alla melodia amo aggiungere suoni ruvidi, cantati gutturali e testi senza alcun spessore. Potenza e semplicità, un po’ il discorso di prima… Motorhead e Ramones!

Il tuo disamore per gli Stooges è soltanto una provocazione o per te c’era davvero qualcosa di marcio nella Detroit fine anni Sessanta?
Tasto dolente: prima o poi qualcuno mi spara… hahahaha! Sinceramente è solo una questione di gusti. E non mi stanno neanche simpatici. Ma al di là di questo, non mi piacciono proprio e non lo dico certo per provocare qualcuno (però se avessi detto che non mi piacciono i Dire Straits, nessuno avrebbe fatto polemica). Come disse Madonna parlando dei Beatles: “Non mi sono mai piaciuti, è forse una colpa?”

Cosa puoi dirci della splendida copertina del tuo lavoro?
E’ stata fatta da una bravissima illustratrice di nome Gnubby. Io le ho detto solo cosa più o meno volevo: di fatto è tutta opera sua! Rappresenta un tipo che taglia a pezzi un po’ di gente con una motosega, ovvero: Chainsaw Gutsfuck…

Cosa pensi del fatto che ormai l’immaginario rock è così ripulito e fighetto? Voglio dire… la tossicità ha cambiato strada. Non pensi sia un po’ rivoltante il fatto che ormai siano i preti a indirizzare gli adolescenti al rock per tenerli lontani dai guai?
Ah, non so, non frequento tanto l’ambiente dei preti, quindi a me di dischi rock non me ne hanno fatto sentire nemmeno uno… una volta però un poliziotto mi ha regalato un cd dei Van Halen. Tutto qui. Sinceramente non ho una mia idea a riguardo, non mi interessa e quindi non mi pongo nemmeno il problema.

Hai in mente un tour promozionale a breve?
Per ora solo la presentazione del disco il 24 settembre al TNT di Milano, ma sicuramente poi farò un giretto per locali d’Italia/Europa per cercar di vendere qualche cd!

Sei l’unica persona che ho visto tracannare del centerbe (80% alcool!) come fosse acqua piovana: dove è il trucco?
Devo digerire dopo cena e il mio stomaco va un po’ a rilento…

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High on Bubblegum

Bubblegum Screw – Screwphoria! (Bloodsucker Records, 2011)

England rocks (era anche il nome di un negozio londinese carissimo specializzato in merchandising rock bellissimo, ma inavvicinabile – che è prevedibilmente fallito). Già su questo non si discute, soprattutto quando ci si trova davanti a gente come questi Bubblegum Screw. Un quintetto londinese di ragazzi che respirano lo spirito del rock’n’roll e lo metabolizzano, per poi schizzarlo fuori nella loro musica.

La band ha tre anime ben riconoscibili, che si mischiano e si fondono. La prima è quella vicina al punk e protopunk newyorkese di gente come New York Dolls, Ramones e Dead Boys. La seconda è fortemente intrisa dello spirito del Sunset Strip (anno Domini 1986 circa) con lo sleaze & street rock iconico che ha reso i Guns n’Roses veri e propri miti insuperati – almeno per un breve arco di tempo. E infine c’è una vena fortemente inglese, che non è tanto legata al punk rock come ci si potrebbe aspettare, quanto alla scena glam loser che partorì gente come Tyla e i suoi Dogs D’Amour. Ah e già che ci siamo, perché non citare anche Hanoi Rocks e Smack, per aggiungere un tocco di nord Europa che male non fa?
Shakerando tutto ciò e aggiungendo una bella produzione nitida ma non leccata, il risultato è in grado di far muovere chiappe e testolina anche al più scettico dei criticoni.

i riferimenti sono impeccabili, la rielaborazione fedele e filologica – niente invenzioni, niente esperimenti: solo rock’n’roll fottuto e infame, arrapato e anche un po’ tossico. La sopravvivenza di questa musica, ormai da tanti anni, dipende da gente così. Che la suona, ne perpetua la tradizione e lo fa senza un futuro certo o la sicurezza di sfondare. Anzi, chi sfonda di solito tradisce. Lunga vita ai perdenti e al rock’n’roll.

Madunina calling

Club 27 – For Dishes and Souls (Rocketman Records, 2011)

I Club 27 si vestono come i Ramones, ma suonano come i Clash di London Calling (altro…)

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