Dilapidando gli Eighties

I riff sgangherati e la rivisitazione del cut up nella forma canzone dalla forma romanzo sono il marchio di fabbrica della band di Washington D.C.
I Pussy Galore, adottati dalla Grande Mela, mutuano il nome da un personaggio del film Agente 007 – Missione Goldfinger (1964) e si sono destreggiati perfezionando pochi minimali leit motiv: una completa identificazione con i canoni estetici lo-fi, una smodata passione per il garage blues più necrofilo, un’attitudine irriverente e arrogante, retaggio del punk. Il tutto esaltato da quantità di droghe sintetiche e flirt con gli scenari del porno vintage.
Jon Spencer e soci hanno battuto una nuova strada sia come prototipi di un genere sconosciuto a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, sia nel senso peripatetico del “battere” propriamente la strada.
Attingendo e saccheggiando a piene mani dal mainstream per centrifugarlo con elementi noise della nascente e outsider scena alternativa rumoristica, hanno finito per conciliare l’inconciliabile. Una ricetta irripetibile: basi hip-hop spruzzate come panna montata in un pentolone di brodo primordiale fatto di feedback chitarristico lancinante.

Capaci di reinventarsi un Bignami del rock paraculo con il loro ultimo album Historia De La Musica Rock (1990), hanno avuto anche l’audacia di brutalizzare ed esumare l’intoccabile masterpiece stoniano Exile on Main Street, di profanarlo tra acrobazie demenziali e propositi avanguardisti senza mai precipitare nello sbrodolamento compiaciuto fine a se stesso – da veri becchini sonici.
Lontani anni luce dagli standard snob che caratterizzano solitamente le avanguardie rock, senza tanti giri di parole, i Pussy Galore sono stati e restano gli anti Sonic Youth; anche se insieme alla Gioventù Sonica hanno bevuto dallo stesso calice fino a ubriacarsi di pionierismo noise, rispetto al team  Moore-Gordon, non hanno mai cercato di addomesticare e ripulire un genere fino a presentarlo impacchettato con tanto di fiocco alla corte di MTV. Soprattutto hanno avuto l’involontaria lungimiranza di durare poco. Poco più di un lustro, col piede spinto sull’acceleratore e il rosso fisso della benzina, detonando cacofoniche gemme, destrutturando e oltraggiando il monolite del rock con sferzate di reproba pornografia.

I Pussy Galore si sono presi la briga di fare lo sporco lavoro di spazzini del rock’n’roll. Hanno decapitato Elvis, per poi imbastire un banchetto stralunato di ritmi sincopati sul suo corpo-hamburger, mentre il punk ha rinnegato The King, in qualche modo lo ha anche imitato esasperandone il lato narcisistico e autodistruttivo, con quel grottesco epilogo di Sid Vicious che canta “My Way” di Sinatra, ma che di fatto sta imitando l’interpretazione del brano fatta da Elvis.
Elvis adora il suo pubblico, Sid  spara a chi è in sala e i Pussy Galore semplicemente non tengono più conto del pubblico… a loro basta e avanza aver sezionato anatomicamente il rock’n’roll.
Un rovesciamento semantico di tale portata è rintracciabile soltanto in altre forme espressive: ad esempio nel cinema con  Jean Luc Godard e il suo monumentale Historie(s) du cinema, guarda caso un titolo che sarà profetico anche per il turbolento quartetto.
Per la prima volta nella historia del rock l’oggetto del desiderio-interesse di una band si sposta verso la specificità della materia trattata, dalla mera abilità di saper fare o meno canzoni da classifica.

Nessuno finora ha raccolto ancora il testimone di questo capitale, tante false partenze e vicoli ciechi. Se i  Sonic Youth si sono venduti alle major, gli Swans hanno colto la frenesia dell’epoca con ritmi macilenti da sparasi sulle palle dopo cinque minuti, i Butthole Surfers hanno giocato troppo sul lato freak e weird per essere credibili, i Pussy Galore – seppur dilapidando il patrimonio da loro stessi accumulato troppo in fretta – rappresentano storicamente l’anello sonoro mancante tra gli anni Ottanta e i Novanta.

Discografia consigliata:

  • Exile on Main Street (cassetta, 1986, Shove – ltd 550 copie)
  • Right Now! (LP, 1987, Caroline)
  • Dial M for Motherfucker aka Make Them All Eat Shit Slowly, aka New Album By Pussy Galore (LP, 1989, Caroline)
  • Historia De La Música Rock (LP, 1990, Caroline)
  • Corpse Love: The First Year (CD, 1992, Caroline)
  • Live: In The Red (LP, 1998, In the Red)

Jon è nel tunnel

Heavy Trash live @ Tunnel, Milano, 9/09/2010

E’ un peccato tracciare una parabola discendente per Mr. “Ladies and Gentlemen rock and roll” Spencer. Fulminante e sgangherato fu l’inizio con la banda tossica dei Pussy Galore: si insediarono in maniera seminale – con una manciata di dischi – tra i migliori gruppi rumoristi a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, artefici di quel Dial M for Motherfucker, tanto per intenderci (altro…)

Heavy Trash report

jonspencer3.jpgHeavy Trash 29/01/2008, Milano @ Musicdrome
(
le foto sono di Viridian)

Mr Jon Spencer mi ricorda l’ormai attempato Big Jim con la valigetta piena di maschere, quello che si chiamava 004. A ogni faccia corrisponde una personalità differente: l’ex Pussy Galore, rampante Jack lo Squartatore del rock and roll; il Signor Blues Exsplosion, il lato moderno ed esplosivo del rock blues; Mr Boss Hog, o meglio il fedele maritino attento alle stravaganze sonore della sig.ra Spencer-Martinez (gran pezzo di gnocca). E infine Monsieur Heavy Trash, or better, il mestierante che indossa i panni di Elvis una volta per tutte senza remore e vergogne, portando al parossismo purista sia l’immagine che il sound.

Il Musicdrome di Milano – ex Transilvania – è una specie di balera moderna. Per questo è, forse, il luogo più congeniale per mettere in scena uno show oscillante tra rock and roll, cabaret, spoken word dell’anima di un James Brown perennemente inginocchiato, entertainement spicciolo (in cui si sente tutta la maestria ereditata da Spencer durante le collaborazioni estemporanee con quel guitto di Andrè Williams) e trovate di simil-improvisation che mettono in secondo piano i fenomenali Sadies, band apripista al duo Jon Spencer-Matt Verta Ray.
L’estetica fortemente vintage e il sound (un rock country con spruzzate di visioni rurali e folk dinamitardo, nostalgico e maledettamente Fifties) rendono possibile al migliaio di presenti un viaggio a ritroso nel mito di un’America ancora incontaminata e seducente, attraverso brani trascinanti come “Outside Chance” (con demoniaci coretti in falsetto) e a citazioni pesanti di rock and roll delle prime stazioni radio (come “Kiss babe”, in cui il duo saccheggia a tutti i padri e padrini di turno: Chuck Berry, Bo Diddley ed Eddie Cochran fino, naturalmente, a The King).

Seppure lo scaltro Spencer sia un professionista nell’arte della finzione, della simulazione, del conservatorismo a oltranza e dell’autocelebrazione, la sua sfacciata ironia e il personaggio grottesco che esibisce pubblicamente (così come le ultime gocce di sudore penzolanti dalla cresta p-elvisianamente ortodossa) ci restituiscono un’autenticità inaspettata e accattivante. Jon è un abile giocoliere circense che finisce, comunque, per strappare applausi. Anche se succede sempre che qualcosa gli scappi di mano, come al più abile dei saltimbanchi.
È per questo che dopo un’ora e mezza, circa, a spasso per il Mississippi e in lungo e in largo per le sconfinate praterie d’America ci verrebbe davvero voglia di fuggire via con gli Heavy Trash… Going Way Out with Heavy Trash.

jonspencer2.jpg

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