From the dirty side of Bari…

sonic dazeSonic Daze – First Coming (autoproduzione, 2014)

Potenti, tirati e rock’n’roll: sono i baresi Sonic Daze, che debuttano – dopo quattro anni di esistenza – con un ep su cd, registrato in maniera totalmente diy e in analogico (altro…)

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Un intrigante equilibrio precario

the-full-trebleThe Full Treble – Play The Funk (Moquette, 2012)

Arrivano dall’area milanese i The Full Treble, un trio che si definisce – almeno nel profilo Facebook ufficiale – rock. In effetti c’è molto rock nei loro pezzi, di quello sanguigno e muscolare, ma anche tanto punk rock’n’roll e una buona dose di punk melodico.

Il risultato è più che discreto, nonostante gli ingredienti siano di quelli facili a portare al disastro. L’equilibrio è deliziosamente precario, ma a parte un po’ di pesantezza dovuta alla durata (11 brani li ho trovati un po’ lunghi francamente), questa specie di cocktail tra seventies rock, New Bomb Turks, alternative rock anni Novanta, Lookout sound e – perché no – un po’ di Bad Religion regge (altro…)

Dancing record store day

The Dancers – On The Road (autoprodotto, 2012)

Il Record Store Day è forse l’unica festività che dobbiamo ricordarci di celebrare e, per invogliarci a entrare nello spirito, abbiamo i The Dancers (di cui abbiamo già detto molto bene in occasione del loro ottimo 7″ su Green Records); il trio veneto ora ci sorprende con un cd-ep con due tracce, inciso appositamente per il Record Store Day e stampato in edizione limitata… una bella iniziativa davvero (in Italia non sono molte le band ad averlo fatto, tra l’altro).

Nella vostra borsa di dischi di domani, dunque, cercate di infilare anche una copia di On The Road – se lo trovate. Sarà la ciliegina sulla torta, con un bell’originale di garage-punk’n’roll e una cover di “Biff Bang Pow” dei leggendari Creation, velocizzata e anfetaminica (oltre che ribattezzata “Big Bang Pow”).

Bravi per l’idea e per i due brani. A voi non resta che santificare come si deve.

L’ennesimo week-end selvaggio ci aspetta

The Wild Week-End – Punch (Tornado Ride, 2010)

Il bello delle webzine è che di norma puoi scrivere quello ti pare, come, quando e quanto ti pare. Non che altrove mi sia mai stato impedito alcunché, ma sulla “freschezza” di un disco ci ho avuto qualche rottura di coglioni, questo sì.
Qui no, siamo sul Web e soprattutto siamo su Black Milk, tra amici: come cantava la buonanima di Stefano Rosso “che bello, due amici una chitarra e uno spinello”. Be’, gli amici ci sono, per le droghe ci pensa il Valentini [e vai con lo sputtanamento! Hahahaha – n.d.andrea] e le chitarre ce le mettono i Wild Week-End, uno dei segreti meglio nascosti del rock’n’roll punk italiano. E attenzione ché questa non è un’affermazione ad effetto fine a se stessa. Lo dico con cognizione di causa perché seguo il trio salernitano (dal fantastico nome che omaggia i “Ramones messicani” Zeros) sin dal primo 7” ep del 2000 targato Lo-Fi Records. Negli ultimi dieci anni a ogni loro nuova uscita discografica mi sono sempre chiesto perché non se li cacasse nessuno. Sì, due recensioni qua e là scritte dai soliti due invasati come me che ne esaltano le gesta per i soliti due ascoltatori, ecc.

Val bene la pena dire che i due precedenti album (l’omonimo del 2004 e Orrendo rock del 2006) erano davvero bombe a orologeria. E, della serie luoghi comuni a go-go, aggiungo che è proprio vero che “non c’è due senza tre”. Questo terzo album, uscito sul finire del 2010, compie l’impresa di superare le precedenti prove discografiche dei campani perché è selvatico ma anche dannatamente “melodico”.
Prendiamo il ping-pong tossico tra le due voci nella traccia d’apertura “Waist of Time”, il punk rock massimalista di “You Rock” con la chitarra che fa giravolte in aria e atterra sempre in perfetto equilibrio, oppure il minuto e 40” di “The Stripper”, che con quel ritornello zuccheroso nobilita l’etichetta pop-punk caduta oramai in disgrazia. Neanche il tempo di rifiatare che parte il rock’n’roll di “Burn”, tra NY Dolls, Rolling Stones e il Michael J.Fox di Ritorno al futuro alle prese con “Johnny B. Goode”. E cosa dire del nerboruto numero hard power-pop “Anyone Else” o di “Mexico”, un concentrato punk settantasettino e melodia contagiosa che si compenetrano senza danneggiarsi? Niente giri di parole, ragazzi miei. Punch è un disco della madonna, questo è quanto.

I Wild Week End sono tre quarantenni che se ne sbattono le palle del clubbino alternativo, del centro sociale e di rockit. In una vecchia intervista il cantante-chitarrista Wild JP diceva testualmente: “Ci pareva che il fatto di prendere le cose in maniera approssimativa e grossolana fosse la chiave del successo.” Pure qui c’è poco da aggiungere, ché chi dice una cosa del genere è da seguire a prescindere: mi pare evidente.

The Wild Brunch #11

L’estate: cosa cazzo è l’estate non credo di saperlo, né di volerlo sapere. Tanto più che ormai sta – godo un attimo – finendo. Già… eravamo a giugno e sembrava ancora primavera. E poi tra luglio e la prima metà d’agosto si consuma il fattaccio, così l’estate da canzonetta, da putrido Festivalbar anni Ottanta, se ne va riccamente a decomporsi sul fondo di un fosso.
Intanto l’importante è comprare sempre più dischi usati, salvarli dalle grinfie dell’ignoranza, dalle bancarelle e dai barabba. Per cui fotti l’ombrellone e rovinati di dischi.
Se non si era capito questo è l’undicesimo brunch selvaggio. Che è sempre la rubrica in cui si parla della maggior parte del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale). C’è un sistema di valutazione dei dischi, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”). E 1/2 è il mezzo punto, per chiarezza.
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.
Questa puntata ridotta, oltre a essere liofilizzata, è anche figlia della Prima Repubblica, del nepotismo, della P4 e di quel bell’uomo di Bisignani. Perché? Semplice… le due band di cui si parla sono gruppi di amici. Che si sappia. La cricca ci fa un baffo. Due.

The Doojimen – Tales From The Underground (autoprodotto, 2011)
Rambling Eric è un personaggio che chi ha bazzicato Roma a cavallo tra la fine degli anni Novanta e il 2005-2006 conoscerà bene. Agitatore semialcolista, adoratore ai limiti del cosplaying di personaggini  come Chris D. e Jeffrey Lee Pierce, spesso delirante in preda a visioni musical-psicotrope; ma anche frontman imbattibile (ricordiamo i Dead Cigarettes e i Viv Prince Experience, i due progetti principali in cui fu coinvolto all’epoca) e grande collezionista di musica. Ebbene Rambling Eric è tornato a essere Enrico ed è emigrato nelle terre d’Albione da qualche anno dove, oltre ad avere trovato una bella famiglia e un’invidiabile serenità, ha anche coltivato senza mai mollare i suoi sogni rock’n’roll; fino all’anno scorso militava in una band glam r’n’r, ma alla fine ha scelto di lasciarla per seguire il sentiero delle sue radici… ed ecco che nascono questi Doojimen, figli principalmente di Stooges e Iggy Pop, con un sound proto punk/garage rock che coniuga la ruvidezza compressa dei primi con alcune raffinatezze tipiche invece della produzione solista dell’Iguana nei momenti più ispirati. E ci piazzerei anche un tocco di Alice Cooper (epoca Love It To Death, soprattutto nella ballata stralunata “Punishment-Reward”). Nessuna invenzione, nessuna sperimentazione, nessuna velleità… se non continuare una tradizione che non può e non deve scemare. Questo è cazzutissimo rock/protopunk anni Settanta, scuro e ustionante, di quello che se non lo capisci è meglio se vai a recuperare i cd di Lady Gaga di tua nipote. O smetti di dire che ascolti punk. Il disco si può scaricare gratuitamente QUI.
[Voto: 3 – Consigliato a: orfanelli dei fratelli Asheton, chierichetti di Chris D, protopunkers senza macchina del tempo]

Sha-Rellies – promo (autoprodotto, 2011)
Nati come duo chitarra/voce + batteria (White Stripes e Intellectuals docent) dedito a pezzi concept che parlavano dei casi di Chi l’ha visto?, ora sono un trio e hanno da pochissimo inciso questo promo che non penso sia destinato a circolare se non nel fantomatico “giro” per ottenere contatti, date etc etc. Tre soli brani, ma lucidi, limpidi, solidi e concisi (colpo di genio: non si supera il minuto e 42” di lunghezza); c’è molto punk rock negli Sha-Rellies, con qualche sensibile inflessione punk’n’roll (Social Distortion e compagnia bella) e una pennellata di rockabilly deviato crampsiano (solamente in “Voodoo Girl”, il mio pezzo preferito, dedicato tra l’altro alla figlia scomparsa di Al Bano). Onestamente li preferisco di gran lunga in versione proto-Cramps, anche se il pezzo più punk’n’roll di tutti (il finale “Don’t gipsy With Me”) è senza dubbio il più roccioso e  ben costruito, indice di quella che potrebbe essere la direzione in cui la band si muoverà. Sono bravi, si sente e si percepisce fin dai primi secondi di ascolto… per cui contattateli e fateli suonare. Se poi amate il punk’n’roll italiano fatto a regola d’arte, non potrete che sposare la causa del culto di miss Sciarelli.
[Voto: 2+1/2 – Consigliato a: Drogati di Chi l’ha visto?, pronipoti di Mike Ness dall’animo gentile, punk’n’rollers da grande distribuzione]

Snook’n’Roll

snooThe Snookys – Set The World on Fire (Making Believe, 2010)

Punk rock’n’roll è il verbo e il credo di questo cd made in Snookys – giovane band bergamasca (altro…)

Pompa, pompa… col giudice Thompson

dtdisco.jpgDonald Thompson – s/t (Tornado Ride, Surfiniki, Red Poison, 2009)

Eroici, i Donald Thompson, che propongono ancora il formato 7″ in vinile, rigorosamente limitato a 300 copie. E a noi gli eroi piacciono, qui. Se poi suonano un po’ come i New Bomb Turks ci piacciono ancora di più.

Che dire, quindi… quattro brani tirati e ficcanti di punk rock’n’roll – come direbbero negli USA – paint by numbers. Cioè fatto a modo e in totale sicurezza, senza possibilità di errore alcuno. Con tutti i pregi e i difetti del caso.

I pregi sono l’energia, l’attitudine casinara e divertente dei pezzi, i riff che si ricordano, gli assoletti occasionali e la velocità amfetaminica. I difetti risiedono, fondamentalmente, tutti nella palese sensazione di già sentito e déjà vù.
Che poi – a ben vedere – non è neppure un problema così grande, visto che i Donald Thompson stessi non sembrano avere nessuna velleità snob di innovazione e rivoluzione. E allora, nella più grande tradizione dell’it’s only rock’n’roll, godiamoci i watt e la potenza di questa band. Piacerà a molti senza alcun dubbio e regalerà più di un brivido di energia.

E poi, per dio, è un bel viniletto. Quindi non facciamo troppo gli schizzinosi.

PS: documentatevi sulla storia del giudice Thompson cliccando qui.

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